Dopo il terremoto del 1915 ed in seguito alle due guerre mondiali erano molte le famiglie di Cese che avevano perso uno o più componenti (specialmente combattenti); cérano per lo più, quindi, figli e donne senza un genitore o il marito. Le vedove che avevano anche figli da mantenere spesso passavano a seconde nozze; non sono stati rari i casi in cui, risposandosi, abbiano avuto ancora figli da uomini che ne avevano già altri al seguito, poiche’ vedovi a loro volta. In tal modo poteva accadere che sotto lo stesso abitassero tetto coabitassero figli nati da tre matrimoni distinti e che dovevano comunque ritenersi fratelli. Questa convivenza era spesso difficile e problematica, a causa delle diversità d’étà, condizioni sociali, abitudini e persino dialetto (spesso marito e moglie erano di paesi diversi).

Capitava, così che in caso di bisticci tra i ragazzi (durante il gioco in casa) a volte moglie e marito finissero a discutere per prendere le difese di uno dei propri figli. In particolare, una donna di un paese vicino al nostro, rimasta vedova per la morte in guerra del marito (col quale aveva avuto due fiqlì), si risposo con un uomo di Cese, che aveva perso la moglie durante il terremoto (e che aveva tre figli coetanei di quelli dell’altra). Dal nuovo matrimonio nacquero altri due ragazzi, che, crescendo, sebbene integrati nella famiglia, spesso erano fatti bersaglio dai ” fratelli” più grandi.

I genitori, pur prendendo le difese dei più piccoli, non sempre potevano dare torto agli altri; così a volte, istintivamente, erano portati a prender le parti dei rispettivi figli (quelli, cioè, nati dal primo matrimonio), altre volte cercavano di riportare la calma con imparzialità. In un occasione particolare la donna, dopo aver assistito all’ennesima zuffa tra i ragazzi, al marito di ritorno dai campi rivelò sentitamente: – Oji, i figli ti e jji figli mi’, hao menato ajji figli nòstri! –
I problemi delle famiglie si conformate, purtroppo, non si limitavano a tali banalità; a volte, liti ed incomprensioni nascevano da motivi di interesse economico, soprattutto a causa delle divisioni di proprietà, che ogni
tanto causavano qualche scontento per torti – veri o presunti. Quando, poi, una donna passava a seconde nozze con un uomo facoltoso, non mancavano disaccordi e litigi seri. L’ostacolo spesso era rappresentato dalla compresenza di tanti aspiranti ad un’unica proprietà, così la seconda moglie (non volendo che il matrimonio fosse stato motivato da altri fini), pretendeva dal marito specifiche garanzie circa i propri diritti acquisiti.

La soluzione, spesso, era il ricorso ad un particolare tipo di ” contratto ” in uso a quel tempo, con lo scopo di riservare una certa proprietà – ed eventuali altri beni ~ a favore del legittimo consorte in seguito alla morte del coniuge firmatario. Questo atto, detto in volgo “la ndufata”. tutelava la persona in vita da eventuali pretese ed usurpazioni da parte di altri familiari del defunto.
In campo legale, non si discosta molto dalla natura della “legittima”, cioè quella parte del patrimonio ereditario di cui nemmeno I eventuale testatore può disporre a piacimento.

Con quel tipo di escamotage, dunque, molte donne hanno avuto garantiti dei beni o valori assegnati loro dai rispettivi mariti; su di essi gli eredi non potevano avanzare diritti di divisione né di estromissione della seconda moglie.
A volte e capitato, però, che il valore stabilito dalla ‘ndufata fosse di carattere monetario, e quindi troppo oneroso per gli altri eredi. Accadeva, allora, che per assolvere l’impegno assunto dal defunto questi ultimi fossero costretti a lavorare gratuitamente – e per anni – per saldare il debito verso la “matrigna” . Alcuni eredi, non volendo in altri casi tenere in vita forme di vitalizio assunte dal genitore a favore della moglie, di comune accordo con la beneficiaria hanno tra sformato questo tipo di diritto in semplici intestazioni di case o terreni, mutando così un istituto nato con altri scopì.

Orme di un borgo (gente, fatti e storia cesense)

Osvaldo Cipollone

La " Ndufata"

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La " Ndufata"

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