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Storia della Marsica

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LA MARSICA ALLA FINE DEL XIII° SECOLO (inesattezze storiche)

 

Il 1798-99, secondo gli studiosi locali marsicani, avrebbe visto le popolazioni del luogo impegnate valorosamente contro i francesi. Ma tali studiosi hanno trascurato alcuni elementi, che potrebbero essere invece di notevole importanza. Il primo elemento è rappresentato dalla costituzione fisica del territorio marsicano, il quale, essendo circondato dappertutto da montagne, diventa un ostacolo quasi insormontabile per i Francesi.

Per di più, questi non hanno neanche urgente bisogno di attraversare la Marsica per entrare nel Napoletano, avendo a disposizione vie più comode (la costiera adriatica e la via appenninica da Rieti e Aquila fino a Sulmona e Casteldisangro), con centri urbani più popolosi, più ricchi e, strategicamente, più importanti (tra gli altri, in particolare il castello dell’Aquila e la fortezza di Pescara). Il secondo elemento è quello della presenza, lungo tutti i confini, di quei “cacciatori di frontiera” indicati dai Reali Dispacci, che nel nostro caso prendono il nome di “Compagnie de’ Marsi”.

Costoro in realtà, pur essendo stati arruolati come “volontari”, non sempre si presentano spontaneamente ai centri di raccolta: talvolta, anzi, fuggono prima ancora di indossare la divisa militare, come risulta da alcuni documenti provenienti da S.Vincenzo Valle Roveto e da Civita d’Antino (settembre 1798).
Ciò nonostante, le Compagnie de’ Marsi costituiscono un temibile baluardo, posto a difesa della Marsica, dalla Valle Roveto al Tagliacozzano e persino sopra Collarmele, tanto che i Francesi – pur accostandosi più volte al territorio marsicano – non osano mai penetrarvi, nemmeno durante i sei mesi di vita della Repubblica Partenopea. uesto è, dunque, il primo errore riscontrato in tutti i libri che si riferiscono al nostro tema. Sulla scia di Berardino Iatosti, che parla di “una forte colonna di soldati [francesi]” giunti in Avezzano dietro esplicito invito dei notabili di quella città, anche il Brogi e altri storici locali affermano quanto segue: e, cioè, che “il generale francese Championnet, cacciate da Roma le milizie che Ferdinando IV vi aveva mandate, entrò nel Regno per le vie del Liri e di Tagliacozzo”… e che, qualche settimana dopo, …“il generale Duhèsme, incaricato di agire nell’Abruzzo, staccò duemila uomini, che sotto il comando del generale Lemoine spedì nella Marsica per ridurla all’obbedienza”.

I documenti da noi esaminati smentiscono decisamente tali affermazioni.
Mons.Giuseppe Bolognese, allora vescovo dei Marsi, così scrive nel giugno 1799 (quindi, immediatamente dopo la fuga dei francesi dal Meridione), rivolgendosi “all’amatissimo Popolo della sua Città e Diocesi”: “Udimmo da lontano i nemici, ma non li vedemmo. Arrivarono alle nostre orecchie i pianti, le desolazioni, le rovine, le stragi delle convicine Popolazioni, ma non ne fummo partecipi.
I Santi Protettori de’ luoghi della nostra Diocesi, e specialmente il gloriosissimo S.Berardo, nostro concittadino, che non lasciammo mai d’invocare insieme con voi, pregarono istantemente per noi (…). Essi certamente furono, che passando i nemici di sopra al Colle Armele per portare a noi e alle vicine Popolazioni la desolazione e la rovina, si schierarono innanzi ai medesimi in forma di numerosissimo esercito…… e vi fecero aver la consolazione di vederli darsi solleciti ad una precipitosissima fuga; essi li arrestarono più volte ne’ confini dello Stato Pontificio, quando meditavano d’invaderci da quelle parti…… ed essi finalmente han fatto sì, che possiate ragionevolmente gloriarvi nel Signore, che laddove non vi è stata Provincia o Diocesi, la quale non abbia sofferto i pessimi effetti della di loro insaziabile ferocia, la nostra Diocesi mercé la Divina Misericordia è restata illesa, né posson essi vantarsi di avervi fermato giammai il piede”.

E in un documento precedente (una lettera che il vescovo invia al Segretario di Stato principe di Castel Cicala), si dichiara quanto segue: “Essendosi sparsa voce, sebben poi trovata falsa, che in Capistrello luogo di mia Diocesi, e confinante collo Stato, si fossero avanzati i nemici; all’istante tutta la mia Diocesi, che è composta di 72 Luoghi, si vidde in armi: migliaia da ogni parte si viddero accorrere armati alla meglio, tutti pronti a dare il sangue per la difesa della Religione e della Monarchia”. Come si vede dalle precedenti testimonianze, è praticamente impossibile che la Marsica sia stata occupata nel 1799 dalle truppe francesi, le quali si erano fermate al di là di Collarmele (dalla parte del Sulmontino) e all’altezza del Vivaro (dalla parte di Tivoli).

La Valle Roveto, la conca del Fucino e tutto il Tagliacozzano e il Carseolano rimangono sempre, ininterrottamente, per tutto quell’anno sotto il controllo delle “masse” borboniche. Il che mette in evidenza un secondo errore commesso dagli storici locali: quello, cioè, di collocare nel 1799 l’episodio del saccheggio di Avezzano ad opera delle “masse” di P.Domizio Iacobucci e la conseguente occupazione francese della città, che si sarebbe salvata dal saccheggio solo per la miracolosa intercessione della Madonna di Pietraquaria.

E’ chiaro che gli storici hanno confuso e messo insieme avvenimenti cronologicamente diversi: l’invasione di P.Domizio con l’assalto alle case dei Mattei e dei Minicucci è un dato reale, ma essa si verifica ben sette anni dopo, nel 1806, l’anno effettivo dell’invasione francese nella Marsica.
Così come è vera la notizia dei festeggiamenti in onore della Madonna di Pietraquaria, che invece si hanno nel marzo del 1799 e che non hanno alcuna connessione con episodi di saccheggi o di rapine (anzi, sono un ringraziamento alla Madonna, che avrebbe salvato la Marsica dall’invasione).

Un’altra notizia non correttamente riferita dai libri è quella dello scontro tra “masse” borboniche e truppe francesi presso il Vivaro. La vicenda, infatti, viene alquanto romanzata dal De Vecchi-Pieralice e da altri studiosi: essi creano, infatti, un certo alone di eroismo attorno alla figura di Mastro Lavinio, che da solo – secondo loro – sarebbe riuscito a sconfiggere un’intera guarnigione francese. In realtà, la “battaglia” del Vivaro vede la sconfitta delle “masse” (che perdono sul campo 26 uomini) e il saccheggio di tutto il territorio attorno a Oricola, così come risulta da un documento d’archivio del maggio 1799, che trascriviamo per la parte che ci interessa: “Oricola à perduto quasi tutte le vaccine, ed altri bestiami di ogni genere, ed altri danni ricevuti nel giorno otto, in cui sofferse una specie di saccheggio”.

Testi di Katia Cerratti, Assunta Lippa, Domenica Ranalli, Franca Ranalli
a cura del prof. Angelo Melchiorre

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