Dal 1816 al 1836, grazie all’abbassamento naturale del livello delle acque del Fucino, l’ingegnere borbonico Afan de Rivera iniziò l’opera di ripulitura dell’emissario claudiano. Tuttavia, pur approfittando di un periodo di decrescenza delle acque, è noto che non riuscì a portare a termine l’impresa a causa di enormi difficoltà. In proposito, scrisse Routrou che il suo lavoro durò per ben dieci anni, a causa di mezzi non appropriati e di varie difficoltà tecniche:
“(…) Esso non fu terminato che nel 1835, nel momento in cui le acque del lago erano giunte al livello più basso di cui si avesse memoria, inferiore cioè di oltre 12 metri a quello del 1816 (…)” (1).
Tra l’altro, per rendersi davvero conto delle condizioni di estrema miseria delle popolazioni ripuarie, occorre analizzare le mille richieste rivolte ai decurionati dei comuni interessati, per avere piccoli appezzamenti appena lasciati liberi dalle acque. Questo drammatico periodo, caratterizzato da “fame di terra”, determinò inevitabilmente l’occupazione abusiva di terreni demaniali emersi dal lago.
L’importanza di tali operazioni, capaci di cogliere gli umori epocali, viene rilevata consultando l’Archivio Storico del Comune di Avezzano. Da questo punto di vista, il sindaco Agostino Jatosti, riunito il Decurionato composto da Aloisi, Lolli, Contaldi, Fedele, Accettola, Salucci, De Amicis, De Bernardinis e Mattei, su domande e suppliche degli interessati, concesse piccoli appezzamenti ai contadini avezzanesi.
Del resto, anche in tutta la Marsica si erano verificati simili atteggiamenti, causando presto innumerevoli liti per l’occupazione delle terre emerse, fino a quando l’amministrazione borbonica decise di intervenire. Infatti, l’agrimensore fiscale dell’Aquila, Andrea Nardecchia, coadiuvato da Gervasio Villa di Celano e Pietro Ottaviani di Scurcola, cercò di mettere ordine nella scottante questione. L’estensione delle terre emerse risultò essere di coppe 9702.62, gran parte già occupate dai contadini (2).
Tuttavia, nonostante i calcoli eseguiti dagli agrimensori, l’accaparramento degli appezzamenti continuava a suscitare contrasti tra i vari ceti sociali, laddove i benestanti del posto rivendicavano vecchie particelle a loro spettanti. Tanto è vero che, nel caso della zona di Avezzano, il 1° settembre 1833, il primo cittadino Jatosti, pressato dal sottintendente, fu costretto ad emanare il seguente bando:
“Il Sindaco, e il Corpo Municipale di Avezzano ingiunge col presente manifesto a tutti coloro che hanno occupato con la via di fatto i fondi abbandonati dalle acque del lago di Fucino che debbono immediatamente rilasciarli, diversamente saranno considerati come possessori di mala fede, e si agirà contro di essi in linea giudiziaria, tanto civile, che penale”.
In realtà, a metter fine a tutti gli innumerevoli diverbi, fu la crescita a dismisura di nuove inondazioni che cominciarono nel 1835: le acque si riportarono all’altezza solita delle disastrose alluvioni del passato, lasciando i contadini senza terra e ancor più miserabili (3).
NOTE
1) Prosciugamento del lago Fucino eseguito dal Principe D.Alessandro Torlonia. Confronto tra l’emissario di Claudio e l’emissario Torlonia, di Leon De Rotrou, Firenze 1871, p.54.
2) Archivio Storico del Comune di Avezzano, Decrescenza delle acque del Fucino, b.87.
3) Ibidem.









