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Comune di Collelongo

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La Cinta Fortificata
( Testi di Maurizio Paoletti )

La cinta fortificata si estende per un circuito di m 350 racchiudendo un’area di circa un ettaro: risulta percio di dimensioni modeste rispetto ad altre della Marsica. E costruita con un doppio paramento in opera poligonale e un riempimento a sacco di pietrame. I blocchi sono disposti con una certa accuratezza, talora con L’impiego di pietre di zeppatura, senza fossa di fondazione. L’andamento del circuito e quasi ovale adattandosi alla sommità della collina. II rilievo planimetrico ha permesso di individuare con buona approssimazione un duplice fossato esterno; un terzo e ipotizzabile sul versante meridionale ad ulteriore protezione della porta d*accesso. La datazione di questa cinta fortificata, come del resto quella degli altri oppida della Marsica, non può fondarsi solo sulla tecnica e tipologia edilizia. Lo scavo ha evidenziato le tracce della distruzione, risalente alla fine deI IV-inizi deI III sec. a.C., di una tettoia o capanna costruita a ridosso del muro. Di conseguenza la costruzione della cinta e senz’altro anteriore a questo avvenimento. Al rivestimento della medesima tettoia si riferiscono grumi di intonaco d’argilla cotta con L’impronta di legni e canne intrecciate. Le analisi paleobotaniche e palinologiche eseguite su campioni di quest’argilla hanno riconosciuto le specie botaniche esistenti all’epoca: in particolare quercia, carpino, castagno e cereali, verosimilmente coltivati sulle pendici della Giostra.

L’ingresso alla cinta
( Testi di Maurizio Paoletti e Irene valdiserri )

La cinta fortificata ha un’unica porta disposta sui versante meridionale della collina. Essa e costruita in opera poligonale, con un ingresso a corridoio interno obliquo, leggermente in salita, chiuso da un portone. Un foro squadrato, scavato nella roccia, mostra ancora la posizione dei suo stipite (1 v. pianta). In un momento successivo, non databile con certezza, L’ingresso ha subito una parziale chiusura a filo del muro di cinta, che ha ridotto notevolmente il vano della porta. Anche in questo caso e conservato il foro del cardine in una delle pietre della soglia (3 v. pianta). La tipologia costruttiva si richiama a precise regole della pratica difensiva e, con poche varianti, e attestata per altri appida della Marsica e anche del vicino Sannio, in cui L’esempio più insigne e la Porta Vittoria di Monte Vairano (L’antica Aquiionia), che e databile alla fine del IV sec. a.C. Le altre cinte della Marsica, che sono di maggiori dimensioni, hanno due o persino tre porte, a seconda della morfologie del terreno e dei percorsi di accesso, e forse della loro cronologia. Va rilevato che sinora tali cinte sono state datate unicamente in base alle caratteristiche della tecnica di costruzione poligonale, ma c’e ragione di credere che uno studio sistematico della ceramica, soprattutto quella acroma di produzione locale, possa portare a datazioni più precise e probabilmente anteriori a quelle finora proposte.

L’area del culto
( Testi di Maurizio Paoletti )

Tra il 1970 e il 1972 fu indagata un’area interna alla cinta fortificata, dove cumuli di pietrame e blocchi lavorati – sia squadrati sia poligonali – mostravano sicuri indizi di strutture antiche. Lo scavo mise in luce una cisterna (1) in opera poligonale; un vicino edificio rettangolare (2), in parte originale, in parte risistemato come stazzo di pastori; un edificio tardorepubblicano, che ebbe funzione di santuario (3); un deposito votivo (4) ricco di vasi di ceramica acroma e a vernice nera, e di ex-voto di terracotta. II deposito, scavato per una modesta profondita nel banco di roccia calcarea che affiora sulla sommità della Giostra, e stato appena intaccato dalle radici della folta vegetazione e da un’occasionale frequentazione moderna dell’area. Nella fossa circolare erano disposti vasi da cucina (ollae) in ceramica acroma più o meno grossolana, talora con il loro,coperchio risalenti al Vl-V sec. a.C. Insieme ad essi sono stati rinvenuti vasi a vernice nera (skyphoi, paterae e coppe per bere) databili tra la fine del IV e il II sec. a.C. Gli ex-voto rappresentano figure femminili stanti (probabilmente offerenti) e più raramente figure maschili. Vi sono anche modelli di arti inferiori, gambe e piedi, dedicati per la guarigione da malattie. Di particolare interesse e la statua in terracotta, attualmente priva della testa, di un uomo che indossa la toga: si tratta anche in questo caso di un offerente, cioè di un fedele in atto di compiere la sua offerta alla divinità. ll carattere del culto, rivolto prevalentemente ad una divinità femminile, e testimoniato dalla statuetta di una madre che allatta un poppante (kourotrophos). All’interno del deposito era presente anche uno strato di grossi nuclei di intonaco d’argilla cotta, in cui restano le impronte di legni e canne intrecciate.

La cisterna ed il Santuario
( Testi di Maurizio Paoletti )

La cisterna raccoglieva acqua piovana forse da1 vicino edificio rettangolare, di cui e ignoto L’aspetto originario a causa delle radicali modifiche subite in seguito alla sua ultima ristrutturazione pastorale. II pozzo di raccolta i. scavato nella viva roccia, rivestito di uno spesso strato di argilla impermeabilizzante e foderato da una accurata ed evoluta opera poligonale (1-2,5). La banchina anulare che sporge dal paramento murario in prossimita del fondo riducendo la circonferenza della cisterna, aveva probabilmente lo scopo di facilitare la raccolta e L’eliminazione periodica di eventuali depositi per purificare L’acqua. La cisterna in opera poligonale esisteva gia quando fu costruito L’edificio alle sue spalle, realizzato in opera incerta, certamente identificabile in un piccolo santuario (3). Esso si articola in tre vani preceduti da un ampio vestibolo verosimilmente porticato. L’ambiente centrale presenta una base in muratura (4) in asse con la porta. II suo pavimento e in opus signinum rosso (cioè un battuto di laterizio triturato), semplicemente impreziosito da un tappeto centrale, quadrato di scagliette di calcare bianco; mentre le pareti erano dipinte. La decorazione e la presenza della base confermano la destinazione sacrale dell’edificio e permettono di attribuirlo ad età tardo-repubblicana forse intorno all’inizio del I sec. a. C.). Esso trova confronto con il ”tempietto piccolo”, a cella unica, di Schiavi d’Abruzzo, che e anteriore alla Guerra Sociale (91-87 a.C). Nel crollo deI vano centrale e stata rinvenuta una statua in terracotta di raffinata qualita, purtroppo priva della testa, identificabile probabilmente con Diana, sia per i calzari e la veste che indossa, sia per ii piccolo animale (forse un leprotto) che tiene nella mano e per il cane accovacciato ai suoi piedi. Sarebbe dunque Diana la divinità cui era dedicato il santuarietto della Giostra. II culto sembra essersi interrotto pochi anni dopo la costruzione del complesso, mentre L’area conobbe una sporadica presenza stabile sino al II sec. d.C.

Le pitture
( Testi di Fulvia Donati )

La stanza centrale del santuario (ambiente A) denota la sua posizione di rilievo anche nella maggiore accuratezza della sua ornamentazione, sia dei pavimento che delle pareti. Queste erano infatti dipinte con tecnica a fresco, nella maniera in uso nel corso del I secolo a.C., meglio nota a Roma e nei centri vesuviani come ’secondo stile pompeiano’. La ricostruzione – seppure parziale – ottenuta con il restauro e L’analisi dei moltissimi frammenti recuperati sullo scavo, lascia ipotizzare uno schema lineare di tipo architettonico, realizzato in una ricca gamma di colori (giallo, verde, viola, rosso, nero, blu…), accostati con netti contrasti. Le pareti erano articolate in una serie simmetrica di pannelli rettangolari, alternativamente più larghi e più stretti, riquadrati da una cornice in colore contrastante e con specchio centrale definito da un filetto bianco o bruno, ad imitazione di lastre marmoree, alcune con screziature variegate. In qualche caso essi erano attraversati da semplici motivi figurati, quali ghirlande con elementi appesi (bende e nastri). Dadi e rettangoli di dimensione più ridotta, disposti in orizzontale, imitanti i blocchi della muratura, completavano la decorazione nella parte alta della parete. II disegno era impostato sopra uno zoccolo continuo uniforme (alto cm 50 circa) – in parte ancora visibile al momento dello scavo – costituito da bassa fascia nera (plinto) e podio di colore rosso sul quale si possono individuare alcuni motivi resi con dense pennellate di colore bianco probabilmente festoni o cortine drappeggiate). L’insieme degli elementi finora osservati, sia nei temi decorativi che nei fattori tecnici di esecuzione, portano dunque a considerare le pitture murali dell’ambiente A come appartenenti ad una fase iniziale del II stile, con motivi derivanti dal precedente sistema strutturale della parete (I stile). Ciò rimane comunque da precisare nel contesto di esemplari pittorici provenienti da altri centri abruzzesi, finora assai poco conosciuti, venendo ad accrescere L’interesse di questa testimonianza.

Amplero

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