La fronda parlamentare

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Le barricate innalzate a Parigi furono tolte appena liberato Broussel, ma la città rimase in fermento e lo spirito di rivolta andava aumentando di giorno in giorno, alimentato dai membri del parlamento, che intendevano strappare alla reggente l’approvazione della « carta » della Chambre-SaintLouis.
I più accaniti fra i contestatori si servirono anche della stampa per combattere Mazzarino e la corte. Anzi, se non andiamo errati, fu la prima volta nella storia dell’Europa moderna che un movimento politico organizzò una campagna di stampa diffamatoria contro i suoi avversari.

Naturalmente non si risparmiò la vita privata del Cardinale, principale e quasi esclusivo bersaglio dei libellisti, e i rapporti che egli aveva con la regina Anna; soprattutto si cercò di fraintendere la sua azione politica e di minimizzare e ridicolizzare i successi diplomatici e militari della Francia che solo a lui potevano essere attribuiti. Tutto il movimento di rivolta prese il nome di « Fronda ». La fronda era un giuoco d’azzardo vietato dalla legge; la polizia si limitava a disperdere i giocatori quando li pescava, ma questi, cessato l’allarme, tornavano a riunirsi e riprendevano il giuoco; da esso appunto derivò l’appellativo la protesta parigina contro Mazzarino e la corte, e coloro che vi aderirono si chiamarono « frondisti ».

Per evitare che il re, ancora fanciullo, e gli altri membri della corte corressero pericoli, fu deciso il loro trasferimento a Saint-Germain-en-Laye. L’allontanamento del re fece viva impressione sul popolo di Parigi e lo stesso parlamento non si sentì più così sicuro. Fu deciso quindi di inviare una delegazione alla reggente per trattare l’approvazione delle decisioni della Chambre-Saint-Louis e il rientro del re a Parigi. Ancora una volta la regina cedette alle pressioni, soprattutto fidando sulle garanzie che offrivano il duca d’Orléans e il Condé, sostenitori del partito lealista. Mazzarino non prese parte alle trattative, perché i frondisti non vollero incontrarsi con lui. Egli ebbe a dire che « la dichiarazione [firmata dalla regina] e l’autorità monarchica non potevano sussistere insieme ».

Nel frattempo il Primo Ministro, oltre a parare come poteva i colpi dei frondisti, continuò instancabile nella sua attività diplomatica. Il 24 ottobre, due giorni dopo l’accordo con la delegazione parlamentare, veniva firmato il trattato di pace della Westfalia. Era un duro colpo per i suoi nemici; ma questi cercarono di schivarlo, ignorando il successo della diplomazia francese e minimizzando i vantaggi che ne derivavano alla Francia. Un prete, aderente al partito frondista, scrisse in un libello che un simile trattato « non poteva derivare che dallo spirito di un turco o di un saracino sotto il mantello di un cardinale ». Questi erano gli oppositori di Mazzarino.

Alla fine di ottobre la corte, su richiesta ufficiale del preposto dei mercanti, che ebbe l’appoggio degli scabini (funzionari dei tribunali) e il parere favorevole dello stesso Mazzarino, rientrò a Parigi. La lotta tuttavia continuò. Il libellismo frondista inventò le « mazzarinate »: epigrammi, battute, allegorie ecc. contro il Cardinale; ancora oggi esistono numerosi volumi in cui sono state raccolte. I membri della nobiltà continuarono a tessere intrighi brigavano per ottenere il possesso di terre, città e titoli a cui erano abbinati ricchi benefici. Il re dovette chiedere al Papa due cappelli cardinalizi: per l’abate Rivière, favorito del duca d’Orléans, e per il principe di Conti, appoggiato dal Condé. Quest’ultimo, inviato al parlamento per difendere la corte e appoggiarne il partito favorevole, fece pesare sulla assemblea tutta l’altezzosità, l’ambizione e la sete di potere che lo animava; arrivò perfino a minacciare con le mani il presidente Viole.

Col precipitare degli eventi si pensò ad un intervento armato da parte della corte per domare la rivolta. Ció che preoccupava, però, era sempre l’incolumità del re. Nella notte fra il 5 e il 6 gennaio 1649 Mazzarino organizzò di seconda volta, la partenza del re e della cor te da Parigi, e li condusse a Saint-Germain. La corte poteva contare a suo favore su gran parte dell’esercito, e un buon numero di nobili l’appoggiava. Mazzarino ordinò il blocco della città nella certezza che il popolo e i commercianti avrebbero subito ceduto per le difficoltà di approvvigionamento. Ma i convogli di rifornimento, in un modo o in un altro, riuscivano a passare.

Il 9 gennaio il parlamento emise un ordine di arresto nei confronti di Mazzarino, definito perturbatore dell’ordine pubblico. I nobili del partito frondista si impegnarono, giurando sui Vangeli, a non accettare alcun’compromesso con la corte, se il cardinal Mazzarino non si fosse prima allontanato dal regno e non vi avesse messo più piede. Mazzarino non se la prese troppo per queste decisioni: sapeva che gli scopi dei suoi nemici erano ispirati da interessi troppo contrastanti, perché essi potessero andare d’accordo a lungo. « lo ho la soddisfazione », scriveva il Ministro, « che tutti loro non possono accampare altro pretesto per il loro crimine all’infuori della fermezza che io ho avuto nel consigliare il re a non lasciarsi spogliare della sua autorità … M. de Bouillon vuole Sedan; M. d’Elboeuf, Montreuil … e il Coadiutore vuole abbinare il potere temporale in Parigi con quello spirituale ». i nomi citati da Mazzarino erano tutti nobili esponenti della Fronda.

Mentre in seno al parlamento, col passare dei giorni, si scoprivano le vere intenzioni della sommossa contro il Primo Ministro, a Parigi la gente cominciava a sentire le conseguenze del blocco ordinato da Mazzaríno e rafforzato dal l’intervento delle truppe del Condé, che l’8 febbraio si era attestato a Charenton, importante posizione che isolava completamente la città. La miseria e la disperazione dei parigini cresceva di giorno in giorno. La madre Angelica del convento di Port-Royal scriveva alla sorella Genoveffa che la
chiesa era piena di disgraziati lì rifugiatisi: « Fa una terribile impressione vedere tutta questa povera gente … ».

Finalmente, ai primi di marzo, il parlamento si decise a chiedere un incontro con la regina per arrivare ad un accordo. Mazzaríno non prese parte alle riunioni, che si tenevano in due sale distinte: in una c’era la commissione parlamentare e nell’altra quella tramite messaggeri. Il compromesso fu raggiunto l’11 marzo 1649: il re accettava le deliberazioni della Chambre-SaintLouis; il parlamento ritirava le ordinanze contro Mazzarino e s’impegnava a non tenere assemblea per un anno. Intanto, un altro pericolo minacciava la posizione della corte. Il generale Turennè era d’accordo con i frondisti e minacciava di sollevare la Normandia, regione ricca e popolosa, e venire col suo esercito a dare man forte ai rivoltosi di Parigi. Mazzaríno, con abile mossa militare e facendo leva sulla venalità dei soldati tedeschi, che in gran parte componevano la compagnia del Turenne, sventò la minaccia.
Il ministro era anche del parere che il re non dovesse rientrare a Parigi, se prima la situazione non si fosse completa mente chiarita. Infatti, i nobili, che avevano aderito alla Fronda, erano rimasti scontenti degli accordi fra il parlamento e la regina, perché in essi non era stato fatto alcun cenno ai loro interessi ed erano state ignorate tutte le loro ambizioni.

Mazzarino, per evitare l’mmediato ritorno del re nella capitale, sostenne che fosse necessaria la presenza di Sua Maestà fra le truppe francesi in guerra contro la Spagna. L’abile diplomatico si rendeva anche conto che la pace era necessaria per riportare la calma all’interno e assicurare la piena autorità del re; perciò bisognava chiudere quanto prima la campagna militare contro la potenza rivale. In ciò non fu fortunato. Inoltre c’erano regioni della stessa Francia dove era presente un attivo e forte partito frondista, che bisognava riportare all’ordine e ristabilirvi l’autorità regia. Egli condusse il re con sé e svolse in quel periodo un lavoro enorme.

Riportiamo a questo proposito una pagina del Boulanger, che ritrae molto efficacemente il Primo Ministro in questo periodo: « Come non meditare profondamente su quello che dovette essere il gabinetto di un Mazzarino, quando un uomo solo doveva interessarsi ai negoziati, alla guerra, all’approvvigionamento e al reclutamento delle truppe, all’amministrazione interna dello Stato, ai rapporti con la Santa Sede, alla pacificazione delle province, all’ordine nelle città, alla flotta, ai porti, alle finanze? Quanti segretari aveva Mazzarino? Non si sa. Se li trascinava certo con sé da per tutto. Nelle stanze glaciali di Saint-Germaín o di Compiègne, o sotto qualche ogiva di Saint-Quentin, Amiens, il plotone silenzioso si applicava ai fascicoli di documenti e ai grossi registri.

Quasi ogni lettera scritta o dettata dal cardinale veniva ricopiata; e il cardinale corrispondeva con tutti: per indicare ciò che conveniva dire ai plenipotenziari svedesi; per raccomandare di far scomparire una determinata notizia nella «Gazette”; per impartire direttive ai lealisti di Bordeaux; oppure, purtroppo, per chiedere denaro, sempre denaro, perché lo Stato era povero e la guerra non finiva mai ».