t1

Comune di Collelongo

t2

Testi dell’avvocato Walter Cianciusi maggiori info autore
In Ampie zone della campagna, nei nostri paesi, sono tenute a prato naturale, piccoli appezzamenti, invece, vengono coltivati ad erba medica e lupinella. L’esperienza ha determinato gli ambiti: per Collelongo la eccessiva umidità, a primavera, della Conca di Amplero (’Nammelere) la rende inadatta alla coltivazione di granaglie, di legumi e di mais, la distanza eccessiva dal paese e la sterilita dei campi invasi da ciottoli torrentizi determinano L’uso a prateria di Angro (nanghre) per Villavallelonga. Cosi ”Nammelere e Nanghre” sono riservati all’uso di fienagione e di pascolo brado di ovini, bovini ed equini dopo la falciatura, che costituisce la prima vera attività di raccolta dell’anno. I singoli appezzamenti, le singole quote, di ciascun proprietario non sono riconoscibili sul terreno, ma i contadini sanno dov’e il loro terreno e ciascuno falcia entro i propri confini.

Era il Sindaco – anzi L’Assessore di campagna – che stabiliva la data in cui si poteva falciare, e il banditore ne dava sonoro avvertimento. Cosi si evitavano danni da calpestio e ci si controllava a vicenda. La falciatura si effettuava a mezzo della falce fienaia, non facile da usare con perizia; L’erba falciata doveva restare sul fondo per qualche giorno ad asciugare; poi veniva raccolta in grandi reti che, imposte ad asini o a muli nel trasporto in paese simulavano piccole mongolfiere tenute al suolo da lieve zavorra. L’erba veniva poi riposta nei fienili (i pajjare) che erano per lo più nel piano sopraelevato della stalla e ad essi si accedeva dall’esterno attraverso i ”finestroni”, dall’interno attraverso una botola (i veccitte a Collelongo; /a cataratta a Villavallelonga). Passando da tale botola il contadino faceva scendere nella sottostante mangiatoia, magnatora, la quantità necessaria al vitto giornaliero delle bestie. La falce doveva essere ribattuta prima dell’uso.

Prima colpendo la lama con leggeri colpi di martello, su una incudine o su una grossa pietra, poi passando sul bordo tagliente una pietra particolare, detta cote (in lingua e in dialetto) si affilava il taglio e bisognava affilarlo spesso anche durante la falciatura. Dopo la falciatura i prati naturali venivano e vengono lasciati al pascolo brado mentre negli erbai coltivati vengono eseguite ripetute fienaggioni, finche L’erba ricresce. Anche questi giorni del raccolto sono occasione di festa: le famiglie al completo si trasferiscono nei prati, i bambini giocano tra loro, le donne aiutano a fare i mucchi e distendono sul verde tappeto la tovaglia (i mantile) per il pranzo, gli animali si saziano del loro cibo migliore. La gioia della festa del clan traspare evidente nella bella e antica (ed anonima) poesia-canzone che la tradizione di Villavallelonga tramanda, trascritta nel testo del volume Storia di Villavallelonga, di Leucio Palozzi, dalla quale traggo il ritornello:” Oili oila Jme a nnànghre a favecià”.

I macchinari usati per l’occasione erano:

MÀCANA PE SVÀCUIA I TÚTARE. (Macchina per sgranare il granturco) II granturco costituiva un elemento fondamentale nella economia rurale delle zone di montagna. La sua coltivazione impegnava i contadini durante tutto L’arco dell’anno: L’aratura e la semina a primavera; la zappatura e il rincalzo (a raccanna) con L’aratro nei mesi di maggio e giugno; la difesa dalla fauna selvatica nel periodo in cui il granoturco era tenero (i tutare lattarine) con la realizzazione nei campi di grandi spaventapasseri (i mammocce) pensati pero non tanto per spaventare i passeri ma per allontanare L’orso che a volte distruggeva intere coltivazioni; a settembre la raccolta delle pannocchie, la scartocciata, la sgranatura con macchine come quella qui esposta e la stenditura al sole sui caratteristici pannoni che colorava di un bel colore arancio vivo piazzette e slarghi del paese ed infine la molitura con L’ottenimento della farina roscia preziosa durante L’inverno per fare i panareglie (piccoli pani di farina rossa in uso a Villavallelonga), /a pizza roscia e la polenta. La coltivazione e la raccolta di grano e granturco scandivano e regolavano i ritmi di vita, le abitudini e la vita sociale nel paese; ogni attività privata e sociale era programmata tenendo conto dei lavori da fare, ed anche le feste patronali furono fissate in date successive alla trebbiatura del grano che a Collelongo terminava nella meta di agosto; (a Villavallelonga le feste patronali sono ad inizio settembre, a Pescasseroli si celebrano a fine settembre in quanto in questi paesi la maturazione del grano, per la maggiore altitudine, e quindi la trebbiatura avvengono in periodi più tardi). A Collelongo il granoturco assume una valenza anche religiosa in quanto di esso si fa dono a S. Antonio Abate con L’offerta a tutti nella sera del 16 Gennaio dei cicerocche (granturco cotto alle cottore) in onore del Santo e per invocare la benedizione di S. Antonio per il futuro raccolto.

LA SVECCIATRICE (termine adottato dalla lingua italiana) Macchina pe sveccià il grano. Era usata per separare il grano da altri semi (veccia, loglio, orzo ecc che dopo la trebbiatura erano presenti nel grano) e che prima di portare il grano ai mulini dovevano necessariamente essere rimossi per avere una buona farina. Di produzione industriale (generalmente prodotte in Nord Italia) in paese ne esistevano pochissime e venivano utilizzate a turno dalle famiglie che erano impegnate in tale lavoro per uno o due giornate con tutti i componenti del nucleo familiare, dai bambini agli anziani, ognuno con un proprio preciso ruolo. Tale macchina si e sostituita alle donne esonerate cosi dal lungo e faticoso lavoro di cernere il grano con la pelliccia. II grano ripulito veniva subito lavato e steso ad asciugare su i pannune (grandi teli di iuta) davanti le abitazioni o i magazzini (a Collelongo cantine) prima di essere depositato negli arconi.

LA MACENĖLLA (tale in DAM) e uno strumento antichissimo, ancora in uso presso popoli primitivi, per macinare granaglie e qui usato fino a meta del secolo XX’ per frantumare (sfarra) legumi e granaglie da dare In pasto al bestiame. E’ composto di due parti: un piatto tondo e un recipiente a forma di bacino, entro il quale il piatto viene fatto girare. Tali elementi sono in scura pietra vulcanica porosa e pesante. Al centro del piatto e praticato un foro nel quale si versano i legumi da frantumare; nel bacino e praticato altro foro dal quale i legumi frantumati fuoriescono per essere raccolti in un recipiente sottostante. Il piatto viene girato a mano muovendo un bastoncello di legno inserito in un apposito alloggiamento al margine del piatto superiore. Mano a mano che i semi calano nel bacino, viene riempito il foro di entrata, mentre i semi frantumati escono dall’altro foro. Per rendere meno faticosa tutta L’operazione, la macinella veniva montata su un supporto di legno a forma di sgabello sotto al quale si poneva il recipiente raccoglitore.

avezzano t2

t4

avezzano t4

t3

avezzano t4

t5