Comune Di Ortucchio

Testi a cura del Prof. Antonio Mario Radmilli maggiori info autore
A Paterno non si hanno tracce di contatti avvenuti fra le genti che abitavano il villaggio omonimo e quelle della cultura eneolitica rinvenuta nella zona tra le strade 28 e 29 del Comprensorio e che porta il nome di cultura di Ortucchio, per cui i pesi da rete di forma cílindrica presenti a Paterno non vanno considerati come peculiari della cultura di Ortucchio (Radmilli, 1981).
La presenza di questi pesi è particolarmente importante, perché, oltre a dimostrare che la popolazione del villaggio di Paterno svolgeva, unítamente all’attività agricola, anche la pesca, testimonia, in pari tempo, che essa ebbe contatti, altrove, con le genti di Ortucchio: ciò ci dà la certezza che nella piana debbono esistere altri insediamenti tipo Paterno, dove si potranno cogliere gli elementi per comprendere la formazione della cultura eneolitica di Ortucchio, la quale si presenta con una forte componente di tradizione neolitica. Per quanto concerne le caratteristiche eneolitiche, abbiamo la certezza che esse sono state introdotte da quei gruppi che, in vari momenti, alla ricerca probabilmente di minerali, arrivarono nella penisola italiana provenienti dall’area egeoanatolica.

La provenienza da una medesima area geografica, da un medesimo centro culturale, spiega la presenza di elementi analoghi nelle diverse culture eneolitiche italiane. Non vi è dubbio che per alcune forme vascolari, per alcuni motivi decorativi nella ceramica, per alcuni tipi di manufatti litici esiste una stretta affinità fra la stazione di Ortucchio e la stazione marchigiana di Conelle di Arcevia. Questa situazione non autorizza a considerare, però, Conelle-Ortucchio come un’unica facies culturale (Puglisi, 1962). Le caratteristiche dell’insedíamento di Conelle ed il complesso ergologico ivi rinvenuto, in gran parte, purtroppo, ancora inedito, rispecchiano condizioni di vita certamente non pacifiche delle genti che si insediarono sul pianoro di Conelle. difeso, su tre lati, da corsi d’acqua e sul quarto da un fossato scavato per circa otto metri di profondità. Ben differenti furono, invece, le condizioni di vita delle popolazioni che vissero nel villaggio di Ortucchio, su una area che, dopo le esplorazioni dell’Archeoclub di Avezzano, risulta estesa per circa otto ettari ed in altri villaggi che certamente debbono esistere nella piana.

I villaggi della cultura di Ortucchio erano abitati da genti che avevano una economia basata sull’agricoltura, come è documentato dalla presenza di macine, di macinelli, di elementi di falcetto e di qualche zappetta di corno cervino, economia integrata dalla pesca, per cui esse conducevano una vita pacifica in villaggi, del resto, senza alcuna protezione naturale e, da quanto è dato finora sapere, senza Protezioni artificiali. A parte queste differenze nelle condizioni di vita che già di per sé giustificano la separazione tra Conelle ed Ortucchio, in quest’ultima cultura molto forte si presenta la comPonente di tradizione neolitica che, come abbiamo visto, va ricercata presso le genti dei villaggi tipo Patemo; quindi non appare azzardato il sostenere che i villaggi tipo Ortucchio siano la risultanza di una fusione fra gli indigeni agricoltori, che già avevano acquisito alcuni elementi propri dello stadio dei metalli, ed un piccolo gruppo di ricercatori di minerali, il quale arrivò nel Fucino intorno ai 2200 anni a. C. Questo gruppo introdusse nuove e più progredite tecniche, introdusse nuove mode, nuovi gusti che, seppure assimilati dagli indigeni, non causarono un frazionamento della omogeneità culturale-ideologica del mondo neolitico fucense.

E’ difficile, per ora, poter conoscere chi fossero questi nuovi arrivati nel Fucino e se avessero o meno relazioni con le genti della cultura di Rinaldone le quali, seguendo per un tratto il fiume Aniene, arrivarono dal Lazio in Abruzzo, come è lecito dedurre dai corredi funebri rinvenuti nella tomba di Camerata di Tagliacozzo, in alcune sepolture presso Assergi ed in una sepoltura nel Fucino, andata distrutta, secondo quanto mi ha gentilmente riferito Umberto Irti.
La scoperta del villaggio di Ortucchio avvenne nel 1957 da parte di Giorgio Tempesti che mi segnalò la presenza di frammenti ceramici in superficie, dopo l’aratura dei campi, nella zona compresa tra le strade 28 e 29 del Coniprensorio. Ad un primo sopralluogo fecero seguito gli scavi del 1958 condotti da Salvatore Puglisi (Puglisi, 1962) e gli scavi del 1962. 1969, 1970 eseguiti dall’Istituto di Antropologia e Paleontología Umana dell’Università di Písa (Radmilli, 1970).

Complessivamente venne esplorata una superficie di 220 m2 ed è stato possibile accertare la seguente successione stratigrafica procedendo dall’alto verso il basso: Terriccio argilloso rimosso dai lavori agricoli A Limo argilloso grigio contenente diatomee; la frazione sabbiosa rappresenta il 12% ed è costituita per circa il 50% in volume da diamotee assímilabili a Melosyra arenaria Sabbia limosa nerastra, ricca di sostanza organica
Limo sabbioso giallastro contenente circa il 40% di CaCo3 che è stato esplorato solamente per una parte del suo spessore.

Nella maggior parte delle trincee è stata notata la presenza di una formazione a pietre di medie dimensioni, posta con ogni probabilità per isolare le capanne straminee dall’inumidita del sottostante terreno. In base alla posizione che occupava questa formazione a pietre o alla sua assenza nella serie dei sedimenti, le trincee di scavo sono state riunite in cinque gruppi. Nel gruppo delle trincee 13, 14, 23, la formazione a pietre si trovava sopra il deposito B, alla profondità compresa tra metri 1,35 e metri 1,60 e nella trincea 23 essa aveva uno spessore maggiore rispetto a quello notato nelle altre t, inoltre, conteneva ghiaia a minuti elementi, carboni, manufatti litid e frammenti ceramici posti a strati.

Nel gruppo delle trincee 2, 4, 5, 7, 12, 22 la formazione era contenuta nel deposito B alla profondità compresa tra metri 1,50 e metri 1,85. Il gruppo delle trincee 6, 9, 10, 21 aveva la formazione a pietre alla base del limo grigio a profondità compresa tra metri 1,50 e metri 2,10 e nella trincea 21 si rinvenne, sopra le pietre poste a metri 1,50 di profondità, un vasetto sferoidale, attribuibile alla cultura di Diana. La formazione a pietre risultò assente nelle trincee 1, 3, 8, 17, 19, 20. Le trincee 15 e 16 avevano due livelli a pietre e precisamente nella 15, il primo era contenuto nel limo grigiastro B, il secondo alla base e pertanto a contatto con la sabbia limosa nerastra C; nella trincea 16, il primo era sopra il limo grigio B ed il secondo era contenuto in esso.
Caratteristiche diverse presentarono le trincee Il e 24. Nella trincea 11 la formazione a pietre risultò inclinata, attraversava il limo grigio B e si estendeva per breve tratto, sulla superficie della sabbia límosa nerastra C. La trincea 24, di metri 5 X 5, conteneva sulla superficie del limogrigio B la formazione a pietre, però, poco fitte ed al contatto tra il deposito C e D chiazze di terreno che riempivano ben 43 piccoli buche, per molte delle quali non è stato possibile individuare l’inizio, mentre tutte finivano nella formazione D e non si è riusciti a capire la loro funzione.

La posizione che nelle trincee occupava il « lastricato » è dovuta a vari fattori, fra i quali il più importante è stato certamente il variare del livello delle acque del lago durante l’esistenza del villaggio nelle sue vicinanze, e di conseguenza le diverse posizioni, in senso altimetrico, dell’accorgimento usato per bonificare la zona dell’insediamento. La presenza del vasetto riferibile alla cultura di Diana nella trincea 21, un frammento di ceramica figulina con tracce di colore rosso nella trincea 13, la situazione riscontrata nel villaggio di Paterno, confermano la non soluzione di continuità fra gli agricoltori del neolitico e le nuove popolazioni. Limitando il nostro esame ai materiali provenienti dalle trincee scavate nel 1969 e nel 1970, che sono determinanti ai fini della conoscenza delle caratteristiche di questo villaggio e della sua cultura, si hanno i seguenti dati: la ceramica grossolana, con inclusi più o meno grandi, di colore grigio o bruno rossastro, spesso con chiazze dovute alla cottura a fuoco libero, spessore tra 1 e 2,5 cm, superficie opaca, spesso screpolata o con segni di steccature irregolari, è presente con seimilacinquecento frammenti; la ceramica semifine, di buon impasto, con inclusi minuti, colore che varia dal bruno al rossiccio, superficie opaca, frequentemente lisciata a stecca, spessore di circa 1 cm è rappresentata da duecento frammenti; la ceramica fine di colore nero, con superficie lisciata e spesso lucidata, spessore delle pareti compreso tra 0,6 e 1 cm, era presente con mille frammenti.

Da questa massa di resti ceramici è stato possibile ricostruire solamente ottantotto forme vascolari: quarantasei di ceramica grossolana, sette della semifine e trentacinque della ceramica fine nera. Dividendo i vasi per forma, quella troncoconica comprende otto recipienti grandi, sei scodelle e quattro tazze con apertura che varia dai 32 ai 43 cm. I vasi di grandi dimensioni sono di ceramica grossolana, hanno pareti lievemente convesse, e due conservano il fondo a tacco (fig. 7, n? l); uno di questi vasi ha sotto l’orlo unìnsa a nastro e a 3,5 cm dall’orlo una bugna conica; un altro, sempre sotto l’orlo, presenta una presa allungata con profonda ínsellatura centrale che forma due bugne coniche; in un’altro l’ansa è di poco sopraelevata sull’orlo ed infine un vaso ha sulla spalla arrotondata una bugna discoidale, ímpostata a sei cm dall’orlo. Delle ciotole troncoconiche una risulta di ceramica grossolana ed un’altra di ceramica semifine, con orlo diritto e pareti poco convesse; si hanno, inoltre, quattro scodelle di ceramica fine, con pareti a profilo teso e orlo diritto (fig. 8, nn’ 1, 3) che, in una di queste, è percorso nel mezzo da una solcatura.

Delle quattro tazze una è di ceramica fine, con presa triangolare a vertice arrotondato sotto l’orlo (fig. 8, n? 9); le rimanenti sono di ceramica grossolana: una con orlo diritto, parete a profilo teso e ansa sotto l’orlo, fondo a tacco, una a pareti convesse, fondo a tacco e presa orizzontale quadrangolare con estremità arrotondata (fig. 8, n’ 6, 7, 11). In questa categoria si possono pure includere due piccoli vasetti, sempre di ceramica grossolana, uno con fondo a tacco e l’altro con pieduccio cavo (fig. 8, n° 10).

La seconda categoria comprende undici vasi di grandi dimensioni e larga apertura, fatti in ceramica grossolana; uno con pareti convesse ha, sotto l’orlo diritto, impressioni digitali ed a 3,6 cm da questo corrono verticalmente due cordoni paralleli; in un altro i cordoni hanno andamento curvilíneo; un altro vaso presenta orlo diritto, appiattito, espanso verso l’esterno e pareti convesse; un altro ha l’orlo diritto, appiattito, interessato da larghe tacche, breve collo cilindrico, pareti convesse e grossa presa orizzontale a margini arrotondati impostata a 16 cm dall’orlo; un vaso, con orlo ingrossato e decorato a pizzicato sulla sommità, ha pareti convesse, con maggiore espansione a 11 cm dall’orlo, dove si trova una presa quadrangolare che, per forte insellatura centrale, forma due bugne írregolarmente troncoconiche e questo tipo di presa doveva ripetersi sulle pareti del vaso; un frammento di vaso, con orlo in parte diritto in parte rientrante, con impressioni digitali sulla sommità, presenta, subito sotto l’orlo, un segmento di cordone verticale schiacciato, un segmento di cordone semicircolare, una bugna a contorno semicircolare, un’altra a contorno circolare rilevato, che lascia vuota la parte interna, a cm 7,5 una presa cilíndrica a faccia concava; in un altro vaso, ad orlo diritto, spalla arrotondata e pareti convesse, sono presenti, sotto l’orlo, un cordone orizzontale e a 9 cm due prese orizzontali allungate a margini arrotondati; altri due frammenti di vaso, di dimensioni un po’ più piccole, con orlo diritto e pareti convesse, hanno, a 7 cm dall’orlo, una presa allungata a margini arrotondati e rilevati e l’altro un’ansa a nastro di poco sopraelevata sull’orlo.

Rientrano in questa categoria anche uno scodellone con orlo diritto, corpo emisferico con ansa a nastro verticale e costolatura trasversale, impostata a 4 cm dall’orlo, tre vasi di medie dimensioni e larga apertura, sempre di ceramica grossolana, aventi orlo diritto, pareti convesse ed uno di questi anche una presa orizzontale, quadrangolare allungata, con estremità appiattita (fig. 7, n’ 12) impostata a circa 5 cm dall’orlo e sei vasi, sempre di medie dimensioni, conservanti il fondo a tacco, in cinque esemplari, piatto nel sesto; uno di questi, di dimensioni più piccole, con pareti poco convesse, conserva, a 4 cm dall’orlo diritto, una bugna conica; una presa verticale allungata con margini arrotondati è presente a circa 6 cm dall’orlo diritto di un vaso, nel quale le pareti convesse si restringono in prossimità dei fondo; in un altro vaso, a 3 cm dall’orlo diritto, corrono, sulle pareti convesse, tre segmenti verticali e paralIeli di cordone applicato (fig. 7, n? 4); sotto l’orlo diritto di un vaso a pareti convesse si trova una fila di impressioni digitali e a 5 cm due prese allungate con margini arrotondati, una più piccola e l’altra più grande decorata con impressioni digitali (fig. 7, n° 9); un vaso con corpo a botte ha sòtto l’orlo due file orizzontali di impressioni digitali poco profonde, un’ansa verticale a nastro e su tutta la parete bitorzoli disposti a distanza regolare (fig. 8, n° 13).

Alla categoria dei vasi a corpo emisferico appartengono una ciotola a fondo piatto di ceramica semifine, cinque scodelle con orlo diritto mancanti del fondo, due di ceramica grossolana, le rimanenti di quella fine, e di queste, una presenta sotto l’orlo una coppia di piccole prese oblique allungate, coi margini arrotondati e una bugna díscoidale. Rientrano in questa categoria pure due tazze di ceramica grossolana, in una delle quali corre sotto l’orlo una fila orizzontale di impressioni con unghiate, intersecate da due cordoni verticali, uno lungo cm 8,3, mentre dell’altro, posto a 3 cm di distanza, rimane solamente l’impronta (fig. 8, n? 2) e quattro ciotole, sempre a corpo emisferico, due di ceramica grossolana e due di ceramica fine, una delle quali avente spalla rientrante con linee incise disposte obliquamente: a 2,2 cm dall’orlo è presente una presa semicircolare con l’estremità arrotondata decorata con una serie di puntini, mentre la parete inferiore è interessata da quattro file di puntini, la prima ad andamento obliquo, le altre orizzontali, e presso gli attacchi della presa si trovano due fasce di linee oblique parallele e parallele verticali (fig. 8, n° 17).

Alla categoria delle tazze con corpo più o meno cilindrico appartengono un esemplare di ceramica grossolana con pareti leggermente convesse, Inunito di ansa a nastro verticale poco sopraelevata sull’orlo e costolatura trasversale sulla sommità (fig. 8 nO 14), e un esemplare di ceramica fine con un’ansa a nastro impostata sull’orlo. Le scodelle con pareti più o meno convesse sono cinque, delle quali due di ceramica grossolana, con pareti convesse verso il fondo (fig. 2, no 19) ed una di queste con presa semicircolare applicata a 4 cm dall’orlo diritto e leggermente ingrossato, una scodella di ceramica semifine, e le rimanenti due di ceramica fine di colore nero: l’una con orlo e spalla diritta e pareti convesse, con profilo teso sulla parete inferiore (fig. 8, no 16) e l’altra con orlo diritto, pareti leggermente convesse e carena arrotondata, poco accentuata, sulla quale si imposta una bugna conica. Si hanno inoltre, di ceramica grossolana, una tazza a pareti convesse con breve gola e orlo riverso, sotto il quale corre un piccolo segmento di cordone verticale, ed una, tazza di ceramica fine. A questa classe di ceramica appartengono, pure, due ciotole con orlo riverso e pareti convesse.

La categoria di vasi a corpo globulare è rappresentata da quattro esemplari, tutti in ceramica fine (fig. 7, no 8), uno dei quali, di forma globulare schiacciata, presenta spalla alta rientrante, stretta apertura, orlo rilevato; sotto questo è presente una piccola presa a ferro di cavallo, attraversata alla base da un foro verticale mediano e da due obliqui a raggiera (fig. 7, no 6); un altro vaso, con fondo piatto, presenta, poco sotto l’orlo, una fila orizzontale di fori circolari.

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Quattro sono le ciotole basse con ventre arrotondato, tutte di ceramica fine; una presenta sulle pareti una decorazione di due fasci di linee a zig-zag e fondo piatto (fig. 7, n? 7); un’altra ha, sulla zona più arrotondata della parete, un motivo a fascio orizzontale di sei linee parallele incise, ed una è dotata di un’ansa a nastro verticale che dall’orlo arriva alla carena. Sempre di ceramica fine sono i vasi con carena arrotondata e con carena a spigolo vivo; rientrano in questa categoria due scodelle con orlo riverso, alto collo cilíndríco e pareti con andamento troncoconico; in una di queste sono presenti, a circa 3 cm dall’orlo, due segmenti paralleli di cordone; in un’altra si hanno tre segmenti, di cui quello mediano è schiacciato nel mezzo, dando origine ad un motivo ovale; un vaso. di forma schiacciata, con pareti troncoconiche unite al fondo da carena arrotondata, ha un’ansa a nastro verticale che. da sotto l’orlo arriva alla carena; due ciotole di cm*, una con carena a spigolo vivo, fondo convesso e spalla- a profilo teso e rientrante e l’altra con orlo leggermente riverso, breve gola e fondo piatto, con due fasci orizzontali di tre linee incise sulla spalla, le quali racchiudono un terzo fascio di linee con andamento a zig-zag; questo motivo decorativo si interrompe prima dell’ansa vertícale a nastro poco sopraelevata sull’orlo; un vaso di piccole dimensioni con orlo diritto, collo cilindríco, carena arrotondata e tracce di una presa, attraversata, alla base, da due fori e impostata a 5 cm dall’orlo; un vasetto con orlo riverso, breve gola, spalla rientrante e carena arrotondata; infine un frammento di vaso con ansa a nastro sopraelevata sull’orlo e due fasci paralleli di linee incise.

Nella categoria dei vasi a corpo schiacciato di ceramica fine di colore nero con stretta apertura, collo cilindrico, breve gola, e motivi decorativi sulle pareti, rientrano un frammento con un motivo angolare, formato da fasci di linee sottilmente incise, altemantesi a fasci di segmenti a dentelli obliqui, i quali contengono una banda centrale di linee a 2ág-zag; in un altro il motivo consta di due linee incise Parallele con andamento a zig-zag, riempite da file di linee ondulate. La categoria dei vasi a fiasco è presente con tre esemPlari: due di ceramica semifine, uno di ceramica fine conservato solo nella parte superiore; dei due primi esemplari, uno con orlo diritto, alto collo cilindríco e pareti convesse, presenta un’ansa a nastro che dal collo arriva al punto di maggiore espansione del vaso (fig. 7, n° 15), l’altro ha fondo piatto, corpo sferoidale e collo cilindrico che si restringe verso l’orlo mancante.

Come abbiamo visto, nei vasi appartenenti alla ceramica grossolana e a quella semifine, i motivi decorativi sono generalmente rappresentati dall’applicazione di cordoni lisci con andamento rettilineo o curvilineo, oppure con impressioni digitali, o a tacche. Molti sono i frammenti con una o più file di impressioni digitali (fig. 9, n? 4) e cinque hanno motivi decorativi a linee incise e punti impressi; meritano di essere ricordati: un frammento con decorazione impressa a linee dentellate, ottenuta, probabilmente, con stampo a dentellatura, formata da linee dentellate che, incrociandosi, danno origine a un reticolo a losanghe e triangoli, racchiuso tra due linee parallele sempre dentellate; un frammento con cerchi irregolari profondamente incisi ; un frammento con motivo quadrangolare racchiuso e attraversato da linee incise, dentellate, oblique, disposte in quattro file.

Molto più varie e complesse sono le decorazioni presenti sulla ceramica fine nera. Oltre a quelle già menzionate, ricordiamo altri motivi presenti sopra sessantasei frammenti. Si tratta del motivo a fasci di linee incise orizzontali che si intersecano o si dispongono ad angolo, oppure hanno andamento a zig-zag (fig. 9, n’ 5, 7, 8, 10); del motivo a fasce di puntini, o punti impressi non marginati che si svíluppa sopra alcuni vasi con una sintassi decorativa molto complessa; dei motivi ottenuti dalla combinazione di fasci di linee con i puntini; del motivo metopale, incorniciato da due fasci di linee incise, tra le quali è presente una banda di puntini impressi, che racchiudono motivi angolari formati da linee rette alle quali si sovrappongono linee a zig-zag; del motivo formato dall’alternanza di fasci di.linee sottilmente incise e fasci di segmenti impressi a dentelli obliqui, che contengono una banda centrale di linee incise a zíg-zag; del motivo alberiforme, presente nella parte interna di una ciotola (fig. 9, n? 15) ed infine di quello, molto comune, ottenuto con impressione di cannuccia palustre.

Gli scavi del 1969 e del 1970 hanno restituito trenta pesi da rete: alcuni fusiformi, attraversati in senso longitudinale da foro centrale; essi sono di ceramica di buon impasto, con pareti lisce, talvolta lucidate, ed alcuni raggiun
gono gli 11 cm di lunghezza (fig. 10, n’ 5, 6). Si hanno, inoltre, cinque cilindri di terracotta con diametro di 5 cm e foro centrale longitudinale (fig. 10, n° 7), alcuni con pareti lievemente concave, tre dischi piatti con un foro e uno con due fori simmetrici in prossimità dei margini (fig 10, e 1). Le fuseruole sono quattro: una a facce piano-convesse, una a facce convesse, una conica ed una troncoconica. Da ricordare ancora sei piastre di uso incerto, fatte di ceramica molto grossolana, con spessore di 3 cm e facce piatte, una delle quali liscia, e l’altra con striature irregolari. L’industria litica risulta formata da millecentotrenta manufatti, di cui ottocentotrenta sono scarti di lavorazione, sessantacinque schegge ritoccate, centoventisette lame o frammenti, non ritoccate, ventinove lame con ritocco diretto, inverso, alterno, minuto, erto, denticolato; una lama con troncatura doppia convessa ad una estremità, obliqua sull’altra; un bulino laterale su frattura, quindici oggetti con puntine e becchi, un rettangolo, quattordici semilune ottenute con l’abbattimento del dorso, dieci cuspidi di freccia a ritocco bifacciale, di cui quattro a profilo elittico con ritocco totale su una faccia, limitato al margine sull’altra, due con codolo e alette, una lunga cm 9,5 con rítocco bifacciale e denticolato ai margini. Ricorderemo ancora un elemento di falcetto lungo 14 cm con ritocco invadente, lievemente dentícolato, su un margine, il quale è molto lucente, e ritocco minuto sull’altro; ventotto nuclei e due grattatoi: uno doppio su scheggia di ravvivamento e l’altro circolare.

Di ossidiana si hanno un nucleo, due schegge, un frammento di lama, un grattatoio. Evidentemente, in detto periodo. deve essere notevolmente diminuito il commercio di questa materia prima rispetto ai tempi del villaggio di Paterno. Molto numerose sono le macine: alcune hanno superficie concava liscia, altre picchiettata e la loro forma è strettamente legata alla forma della pietra utilizzata. Sono stati, inoltre, rinvenuti due frammenti di asce-martello: uno con l’estremità opposta al taglio ben levigata e conservante parte del foro conico, l’altro di pietra calcarea levigata con foro biconico. L’industria su osso e su corno è costituita da un punteruolo, da qualche zappetta di corno cervino, rinvenuta durante gli scavi del 1957 e 1958, da un pendaglio di forma quadrangolare con foro; presente pure una conchiglia forata ad una estremità.
I resti faunistici appartengono alle seguenti specie:
Canis familiaris 2 fr. 2 fr. 178 fr. 20 fr. 18 fr. 16 fr.
Vulpes vutpes
Cervus elaphus
Sus scrofa
Ovis vel Capra
Bos taurus

Si tratta di un elenco quantitativamente misero rispetto al a superficie scavata, dal quale, se non si possedessero altri elementi, sarebbe ben difficile trarre conclusioni di ordine economico, o meglio, si vedrebbe nella comunità di Ortucchío la presenza di una spiccata attività della caccia. In realtà la forte presenza di resti di cervo è dovuta al fatto che dalle sue ossa e dalle corna venivano ricavati gli strumenti, quali le zappette. Queste unitamente alle macine, al falcetto ed ai resti degli animali domestici sono in favore dell’esistenza di una economia basata sull’agricoltura ed integrata con l’attività della pesca e marginalmente con quella della caccia. Largo sviluppo dovette avere, presso le genti di Ortucchio, pure la tessitura. Sappiamo, altresì, che esse usavano seppellire i propri defunti nelle grotte, come si rileva dalla sepoltura di un pescatore avvolto nella sua rete da pesca, della quale si sono conservati 22 pesi, presente nel livello eneolitico della grotta Maritza; da questo livello provengono, pure, pochi oggetti litici, fra i quali una cuspide di freccia e due lame ritoccate, ed un centinaio di frammenti di ceramica.
Nella vicina grotta La Punta i resti della cultura di Ortucchio sono rappresentati da centosessantacinque frammenti ceramici, da sei pesi da rete, da sette tra lame e lamette, cinque delle quali ritoccate, da sei schegge ritoccate, da un grattatoio su estremità di scheggia, da una cuspide di freccia cuoriforme, con ritocco invadente, solamente per un tratto, le due facce. Si tratta di pochi resti che attestano visitazioni sporadiche, certamente per l’esplicazione di riti che non conosciamo.

In conclusione, le genti di questa cultura conducevano un modo di vita, se non analogo, certamente molto simile a quello delle precedenti popolazioni agricole del neolitico. Si potrebbe, pertanto, pensare che le genti di Ortucchio, allorché arrivarono nel Fucino, avessero modificato il loro tipo di economia in conseguenza dell’ambiente adatto ad attività basate sulla lavorazione dei campi e sulla pesca. E’ però, più verisimile l’ipotesi che i nuovi arrivati, essendo in numero esiguo, non si fossero sostituiti agli indigeni, ma fusi con essi.
Non siamo in grado di precisare quale sia stato il ruolo che ha avuto in Abruzzo la cultura di Ortucchio. P, vero che alcuni frammenti ceramici trovati nel deposito della grotta Sant’Angelo di Civítella del Tronto e nella grotta dei Piccioni di Bolognano (Cremonesi, 1977), per le caratteristiche delle forme vascolari e soprattutto della sintassi decorativa, rientrano nella cultura di Ortucchio, ma è altrettanto vero che le stesse caratteristiche sono presenti, pure, nella cultura di Conelle.

Non sappiamo, dunque, con certezza se le popolazioni della cultura di Ortucchio abbiano avuto contatti e relazioni con quelle che vivevano lungo il versante Adriatico, tanto più che il livello con la ceramica tipo Ortucchio della grotta dei Piccioni è di 200 anni più vecchio (2356 -± 45 a. C.) rispetto al campione proveniente dal villaggio di Ortucchio (2110 -± 180 a. C.), fatto questo, però, che potrebbe, anche, non avere alcun signíficato, sia perché le due date si accavallano, sia perché i nostri scavi possono avere interessato l’area più recente del villaggio, che, come si è detto, si estendeva su un’area di otto ettari.

Se ammettiamo poi una distinzione fra la cultura di Conefle e quella di Ortucchio, non vediamo proprio come quest’ultima, in considerazione anche del modo di vita della popolazione, possa aver contribuito alla formazione della civiltà appenninica nel Fucino. Sta, però, il fatto che alcuni elementi della sintassi decoratíva dei vasi di Ortucchio si ritrovano poi nella ceramica appenninica. Dobbiamo, altresì, tenere presente che in questi ultimi anni sono stati individuati i resti di numerosi villaggi appartenenti alla cultura appenninica nella piana del Fucino. Allo stato attuale, però, delle nostre conoscenze non siamo in grado di conoscere se questi villaggi appennínici vanno intesi come il proseguimento nel tempo di quelli propri della cultura di Ortucchio.
Il contributo, dunque, che la cultura di Ortucchio può o non può aver dato alla formazione della cultura appenninica è un problema che certamente troverà una soluzione allorché verranno ripresi, e bisogna riprenderli, gli scavi -nel villaggio di Ortucchio e nel territorio limitrofo, dopo le importanti cheoclub di Avezzano.

Tratto dal libro Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo-Ed. Urbe

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La cultura di Ortucchio
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