La consacrazione (episodi di vita)

Testi di Don Gaetano Meaolo
”Ho avuto modo di offrir qualcosa a Lui: il mio sangue”

L’impegno alacre a progredire nelle vie del Signore divenne quasi un assillo. Sembrava che Santina non avesse tempo, e la vetta della perfezione la dovesse raggiungere a tutti i costi. Di qui, le privazioni, i sacrifici, le mortificazioni continue. Santina non camminava sulla via della perfezione, ma addirittura volava. Sapeva che sarebbe vissuta pochissimo; di qui la sua fretta, la sua velocità, i suoi voli. Bruciava le tappe. ”Viam mandatorum tuorum curram, cum dilataveris cor nzeum”. (Ps. 118,32 ”Correrb” per la via dei Tuoi comandi, quando mi avrai dilatato il cuore”). Cercava di far tesoro di tutto. Gli insegnamenti della M. Maestra erano per lei come perle preziose. Caritatevole con tutte, era la prima in tutto. Ed ecco Gesù che picchia alla porta del Suo cuore, perché la vuole Sua ”Sposa di sangue”. Non dice forse S. Teresina che ”Gesù e uno sposo di sangue e vuole per Se tutto il sangue del nostro cuore”? Il 25 Marzo del 1947, festa dell’Annunciazione di Maria SS.ma, Santina ebbe la sua prima emottisi. Per nulla impressionata, considero la cosa, in se stessa allarmante, come ”una cosa da nulla”, ma anche come ”la prima e la più grande gioia della sua vita” e considero quel giorno come ”il più bello della sua vita”. Ecco come essa stessa ne parlo a P. Ireneo: ”in quel giorno, dopo che il caro Gesù entro nel mio cuore, la mia bocca si empì per la prima volta di sangue. Era la più grande grazia che mi regalava dopo il Battesimo. Un brivido freddo mi scosse, ma tacqui. Una pace profonda invase il mio cuore… ”. e spiegava: ”Nella I” Comunione, nella Cresima, e Gesù che ci da le Sue grazie; nella prima emottisi, invece, fui proprio io ad aver modo di offrire qualcosa a Lui: il mio sangue!”. Poi vedremo che anche tutte le altre emottisi Santina le offrirà tutte al suo caro ”Sposo di sangue”. Non diede peso eccessivo al suo male, e continuò a lavorare come se nulla fosse. E così fece vita normale, di comunità, per ben altri 4 mesi. Il male inesorabile, pero, le toglieva le forze e il respiro.

Il responso medico: T.B.C.!

Una tosse insistente comincio ad assalirla. ”Niente di grave” diceva lei, ma contemporaneamente sentiva una voce interna che le diceva: ”Santina. tu non sarai suora! ”. E lei non se ne preoccupò, perché viveva in Dio, tuffata nel suo oceano di pace. Sorrise, sorrise sempre, a tutte, indistintamente, per celare il suo male e le sue sofferenze. Fu fatta visitare. Ad una prima visita superficiale, i medici non rilevarono nulla di allarmante, anzi non pensarono neppure lontanamente al ”terribile male”, perché Santina presentava un aspetto floridissimo, rassomigliando ad una rosa di primavera. Anche la Superiora era dello stesso avviso dei medici. Ma, quando alla tosse si aggiunse la febbre, una febbretta continua, persistente, insidiosa, Santina fu sottoposta a visita radiologica. E il responso fu terribile: T.B.C.!

”Cominciò la mia salita al Calvario”

Niente da fare. Il 10 luglio Santina dovette lasciare la casa di Noviziato, la sua diletta Comunità, per essere ricoverata nel Policlinico di Roma (IV padiglione donne, letto X). Fu un colpo per tutte le consorelle che l’amavano tanto. Pero, anche in quella circostanza del doloroso distacco, Santina trovo la forza di sorridere tra le lacrime, e, reprimendo chissà quali sentimenti, depose la divisa delle Novizie per seguire la Suora, che la doveva accompagnare in Ospedale. Prima di lasciare la soglia della casa religiosa, volle baciarne le mura, mentre gli occhi le si inumidivano di pianto. E con animo virile disse:

”Comincio la mia salita al Calvario”.

Ma poi, quasi arrossi della sua momentanea debolezza…. Si disponeva cosi a far perfettamente la Volontà di Dio, sicurissima che Dio avrebbe fatto la sua e perciò metteva continue intenzioni al suo patire: chiedeva anime, vocazioni, santità, assetata com’era di perfezione, di zelo. Il giorno seguente, 11 luglio, Sr. M. Paola Bolis, allora Maestra delle Novizie e attualmente Madre Provinciale, scrisse immediatamente al fratello Don Bruno in questi termini: ”Santina non può far vestizione perché e malata!” e lo prego a prendersi 1’incarico di comunicare questa dolorosa notizia alla famiglia, e di farlo presto. La lettera, fra 1’altro, diceva cosi: ”Noi siamo oltremodo addolorate perché Santina e veramente un angelo e dava tante buone speranze. Ha compreso il suo stato ed ha pronunciato il suo fiat con una sottomissione alla Divina Volontà proprio santa. ”.

”Dov’e Santina?”

Quando le bambine dell’Asilo non la videro più, non se ne sapevano consolare e, quasi fra le lacrime, chiedevano: ”Dov’e Santina? perché se n ’e andata 7 Cosa fa 7 Quando tornerà?… ” Era molto difficile rispondere a queste angosciose domande. Un giorno, una bambinetta se ne usci in questa espressione: ”Santina e in Cielo! Se saremo buone come lei, la raggiungeremo lassù!”.

Dal Policlinico di Roma a ”Villa Rinaldi” di Pescina.

Santina rimase al Policlinico di Roma sei giorni appena. 11 16 luglio, infatti, festa della Madonna del Carmine, fu fatta ricoverare nel Sanatorio di Pescina, detto comunemente – dal nome del fondatore – ”Villa Rinaldi”. Si notino queste coincidenze nient’affatto casuali. Quando Santina ebbe la prima emottisi era una festa della Madonna (25 marzo); quando fu ricoverata nel luogo del suo Calvario, era pure una festa della Madonna (16 luglio); quando, infine, sarà operata, sarà pure una festa della Madonna (22 agosto). II viaggio da Roma a Pescina fu molto faticoso e spossante per Santina, ma non scalfi neppure minimamente l’ilarita del suo animo. Fu scelta Villa Rinaldi, a Pescina, per diversi motivi, quali, ad esempio, la non eccessiva distanza da Alfedena e da Roma, 1’aria ottima e, soprattutto, perché Villa Rinaldi era affidata alle cure delle Suore di Carità di S. Antida, ossia le Suore dell’Istituto che Santina aveva abbracciato. Villa Rinaldi e ancor oggi quel che era ai tempi di Santina. Trovasi sulla sinistra della Nazionale che proviene da Avezzano, all’imboccatura del paese. E’ modesto, ma calmo e accogliente. Ha un giardino sul davanti, e, dietro, come una collinetta. I diversi reparti, separati tra loro, sono collegati da scalinate coperte. Appena si entra, ci si imbatte nella quieta, modesta e leggiadra Cappellina, ove Santina trascorse tante ore in preghiera. A sinistra, presso l’harmonium, si scorge ancora l’inginocchiatoio sul quale lei si prostrava. A Villa Rinaldi Santina visse complessivamente tre anni e tre mesi, eccettuata la breve parentesi di tempo trascorso nell’ospedale di Sesto Fiorentino, ove si reco – come vedremo per subirvi 1’operazione di toracoplastica, operazione che poi non poté essere effettuata a motivo della febbre continua che la bruciava. L’ambiente trovato da Santina non era per nulla incoraggiante sia per i tristi tempi che si attraversavano (dopo-guerra), sia anche per 1’amministrazione interna, imposta – praticamente – dai comunisti. Infermiere o addetti di poco scrupolo giungevano a distruggere le lettere in partenza per… ricuperare i francobolli. Anche il vitto lasciava molto a desiderare al punto che una decina di degenti, fuggiti alla chetichella dalla clinica, si recarano a Roma per esporre le proprie lagnanze a chi di dovere… Anche moralmente la clinica lasciava molto a desiderare e, ad un’anima delicata, doveva sul serio far paura. Basti pensare che, nello stesso ambiente, vivevano malati di ambo i sessi. E’ vero che tra loro eran separati, ma, purtroppo, nelle ricreazioni all’aperto, avveniva spesso quel che si potrebbe immaginare… E spesso, troppo spesso, la purezza naufragava miseramente. L’ambiente pericoloso e malsano procuro subito a Santina viva delusione e profondo dolore. Ma, dinanzi alla dura prova, lei non indietreggio. Non chiese di andar via, altrove, ma concepì subito un piano eroico: risanare 1’ambiente a costo di qualsiasi sacrificio. Sarà proprio cosi. Il profumo della virtù di Santina, quasi insensibilmente, si effonderà non solo nell’ambiente ospedaliero, ma anche fuori. In breve tempo Santina diventerà un centro di attrazione: si andrà da lei, come a dolce sorella per un po’ di conforto, per consigli, per confidenze, e soprattutto – per ritrovare una fede, forse perduta. Scrive P. Ireneo: Villa Rinaldi assorbirà la santità di Santina ”come l’arida spugna assorbe avidamente l’acqua ”.

”Vede, Padre, anch’egli ha le emottisi come me!”

Santina aveva deciso di risanare l’ambiente, nel quale il Signore 1’aveva voluta. Ma, non si può essere apostoli senza vita interiore. Santina mise dunque la Vita Interiore come base e fondamento del suo apostolato. Santina sentiva Gesù non come una persona astratta e lontana, ma come il vero e proprio Sposo dell’anima sua. Lo amava intensamente. Ne parlava con entusiasmo. E le sue non erano frasi comuni, convenzionali, magari trite e ritrite, ma erano un indice del paradiso di gioia, della fiamma ardente d’amore che albergava nell’anima sua. Presentendo prossima la sua morte, diceva: ”Voglio ,morire con gli occhi aperti. Voglio vederlo Gesù quand’o giunge, se no, quando vado lassù, me lo mangio!”. Sapeva però che Gesù e uno ”Sposo di sangue” e che perciò, per seguirlo, occorreva salire con Lui a piedi nudi 1’erta del Calvario. Amava perciò ripetere: ”Dolce Cuor del mio Gesù, fa ch’io soffra sempre più”. Un giorno, P. 1reneo le regalò un Crocifisso. Lei ne fu oltremodo contenta, e, osservando come dalla bocca semiaperta di Gesù veniva fuori del sangue, disse: ”Vede, Padre, anch’Egli ha le emottisi, come me!”.

”La febbre, i dolori di testa… son le Sue carezze!”

Santina viveva intensamente la Vita Interiore, e perciò lo Spirito Santo le comunicava largamente i Suoi doni. Amava moltissimo il silenzio e il raccoglimento. I momenti più belli per lei erano appunto quelli della notte: ”quando le tenebre obbligano al silenzio, la febbre obbliga il mio povero asinello (il corpo) a vegliare; per la mia anima sono le ore più belle, perché sono i momenti più intimi con il mio Amore e nessuno mi distrae. Allora reciterò il Rosario… Delle volte la notte mi sembra un minuto, eppure conto tutte le ore” Era continuamente in meditazione. Per lei la meditazione non si riassumeva in quella mezz’oretta del mattino, ma durava tutta la giornata. Le sue meditazioni preferite avevano come oggetto: l’amor di Dio, la Madonna, la Grazia e la Comunione dei Santi. La preparazione alla sua Comunione era sentita e profonda; il ringraziamento lo passava quasi in estasi, rinnovando in continuazione la sua offerta di vittima. Le Visite a Gesù erano frequentissime, e, quando non poteva andare in Chiesa perché divorata dalla febbre, diceva: ”Vedete? Non posso andare da Gesù, e allora e Lui che viene da me! La febbre, i dolori di testa… son le Sue carezze! ” Per parlare con Gesù non aveva tanto bisogno di libri. In lei parlava il cuore. Quando, alle volte, si sentiva arida, apriva il Vangelo o l’ ”imitazione di Cristo”. La partecipazione di Santina alla Liturgia era viva e reale. Dei Misteri Cristiani non era spettatrice: le gioie di Gesù e della Chiesa erano le sue gioie; i dolori di Gesù e della Chiesa erano i suoi dolori. Perché anche gli altri partecipassero liturgicamente alla S. Messa, ne leggeva a voce alta le parti variabili sul suo Messalino. Nel 1950, fu organizzata fra le ragazze ammalate della Clinica una speciale Via Crucis meditata, adatta appositamente per loro. Anima di quel santo e pio Esercizio – riuscito sul serio tanto edificante e commovente – fu Santina. Le compagne tra loro dicevano: ”Lei queste cose le sa fare, perché le sente ”.

”Lo voglio far intendere solo a Gesù”

Quando poteva alzarsi per qualche ora dal letto, sua prima cura era d’andare a ringraziare Gesù in Cappella. Quando stava in piedi, gran parte del tempo lo passava come Maria di Magdala, ai piedi di Gesù. Preferiva trattenersi in Cappella specie quand’essa era vuota; e ne spiegava la ragione: ”La mia tosse fa capire agli altri che soffro. Invece io questo lo voglio far intendere soltanto a Gesù e voglio pure dirGli che ogni colpo di tosse e un bacio al Suo Costato aperto e, per ogni bacio, vorrei si convertisse un’anima infedele”,

”Fate, o Signora, che luce celeste spunti nel mio cuore”

Che dire della devozione di Santina ammalata verso la Madonna? La Madonna era veramente la Mamma sua e, come gli abbiamo avuto modo di notare, tale sempre La considero fin dall’infanzia. Amava la Madonna d’un amore tutto speciale, fatto di fiducia e di abbandono. Tutto da Lei riceveva, tutto da Lei si aspettava. E diceva che se, qualche volta Essa tarda ad esaudirci, lo fa unicamente per provare il nostro amore e la nostra fiducia. Spesso ripeteva quella bella giaculatoria: ”Fate, o Signora, che luce celeste spunti nel mio cuore”. La buona mamma Margherita era solita narrare che, da piccola, aveva avuto come una visione: la Madonna le era apparsa e, mostrandole la Corona, le aveva detto: ”Con questa andrai sempre avanti e supererai tutti gli ostacoli”. Santina aveva appreso dalla mamma la grande lezione, perciò il Rosario era 1’arma invincibile alla quale sempre ricorreva. Quando, specialmente a motivo dei forti dolori di testa (che, come si e detto, chiamava ”le carezze di Gesù”), non poteva dire di seguito tutto il Rosario, temeva che la Madonna se ne dispiacesse. Come si preparava bene e come preparava bene gli altri alle feste della Madonna! Le sue preghiere, le sue mortificazioni, e anche la sua gioia, aumentava a dismisura. Tanto per un esempio, in una lettera dell’1/8/1947, cosi scrive ai genitori: ”Si avvicina la bella testa della nostra Mammina celeste, siamo generosi: offriamo tutti i nostri sacrifici, affinché Lei ce li cambi in gemme preziose per l ’eternità ”.

”Pietà Mariana”

Pensava alle Feste della Madonna a distanza. Eccone un esempio. In data 19/11/1945, cosi scrive da Roma ai suoi genitori: ”lo prego tanto per voi specialmente in questi giorni che ci preparano alla grande festa della nostra mamma celeste: l’Immacolata Concezione. Non mancate in quel giorno di accostarvi alla mensa celeste e gustare il Pane degli Angeli, che e pace e forza” Una cura tutta speciale metteva Santina nel prepararsi alla festa dell’Immacolata, specialmente col praticare il cosiddetto ”Stellario”. ”Oggi e sabato diceva a Sr. Erminia quanti fioretti ha fatto lei oggi per onorare la Madonna?” Ogni sera, diceva a Sr. Erminia: ”Dica un’Ave alla cara Madonnina perché domani mi faccia alzare onde tenere un pò di compagnia al Suo Gesù!” Quando le cambiarono camerata e la mandarono al n. 4, sua cura speciale fu di collocare la Madonnina in modo tale da poterla ben vedere dal suo lettino. Alla fine del mese di Maggio, era lei che teneva un discorsetto alle compagne ammalate, e le sue erano parole di calore e di fiamma. Andava in cerca delle socie più restie, faceva scegliere una stazione a loro piacimento, le aiutava a scrivere e insegnava loro anche a leggere con calma e adagio quanto era stato preparato. Tutto riusciva a meraviglia, e da tutte si sentiva il bisogno di ringraziare Santina.

”Spesso, durante il giorno, lo mando a Te. Lo senti?”

L’Angelo Custode di cui Santina era devotissima – era da lei considerato come il suo intermediario e il suo messaggero: non solo messaggero di Gesù a Santina, ma anche di Santina a Gesù: ”Spesso, durante il giorno, Io mando a Te. Lo senti?… ” (26/8/1948).

”Chissà come le sentiva essa stessa!”

Il P. Cappellano aveva stabilito che, all’Ora di Adorazione, quattro socie di A.C., una dopo l’altra, leggessero dinanzi a Gesù Sacramentato, dei pensierini, scritti da loro stesse in precedenza. Le socie volevano rifiutarsi ritenendosi incapaci. Ebbene, alla loro incapacità supplì Santina: era lei che preparava tutto. Chissà quante belle preghiere, quante invocazioni ardenti avrà scritte!… E chissà come le sentiva lei stessa. (Meno male che qualche saggio di queste preghiere ci e pervenuto tra i suoi scritti!). Quanto si e detto dell’Ora dell’Adorazione si verificava anche per la Via Crucis meditata da Venerdì di Quaresima. Tra i Santi prediligeva in modo particolare S. Teresa del Bambin Gesù e S. Gemma Galgani, perché aveva con loro comuni gli ideali e le aspirazioni. La Comunione dei Santi era per lei una delle realtà più grandi e più belle del Cristianesimo: Dio per Padre, -. Maria per Madre, i Santi per fratelli!….

”II tuo volto somiglia molto a quello di questa piccola Santa!”

Accanto al suo letto, su d’una sedia, Santina aveva parecchi libri, il primo libro, che balzava subito allo sguardo di chiunque, era il Manuale di Preghiere di Comunità, perché lo aveva sempre fra le mani e cercava di seguire il più possibile, assolutamente tutte, le pie pratiche della Comunità, compresi i Salmi Penitenziali. Un libro che prediligeva molto era ”Il Cantico della Verginità”. Un giorno, glielo vide il dottore e le disse: ”Di che parla?”. Santina giro subito la copertina e gli fece vedere l’immagine di S. Teresa del Bambino Gesù. E il dottore: il tuo viso somiglia molto a quello di questa piccola Santa!… ”, e non aggiunse altro. Aveva colpito nel segno!

Dio, cuore e testa

La santità risulta di due fattori: la Grazia di Dio e la nostra cooperazione: Dio, cuore e testa. In Santina ci fu una corrispondenza perfetta alla Grazia di Dio, al suo buon Gesù lei disse sempre di si, e perciò le fu facile raggiungere le vette più ardue della perfezione. Prove di questo dominio interiore della vita di Santina se ne hanno a iosa. Qui cercheremo di riportarne alcune. Con la sua forza di volontà, Santina era capace di balzare dal letto, anche con la febbre a 39-40 che la divorava, quando sapeva ch’era venuta la mamma o qualche fratello a farle visita. Dinanzi alla mamma, specialmente, non doveva sembrare ammalata. Povera mamma! Gli soffriva tanto nel sapere che la sua figliola era in Sanatorio! Cercava perciò di distrarla il più possibile parlandole di mille cose e magari ricorrendo ad uscite argute. Ma di queste parleremo a parte. Una volta, agli ammalati più gravi, per 5 giorni consecutivi, fu somministrata a titolo sperimentale, una medicina nuova, di gusto amarissimo, Il dottore che la preparava, non volle fidarsi di nessuno, ne della suora, ne dell’infermiera: volle somministrarla lui stesso e, per renderla un po meno amara aveva deciso di aggiungerci un po’ di zucchero. Ebbene, prima ancora che, nella medicina di Santina egli mettesse quel po’ di zucchero che aveva preparato, Santina 1’aveva gli trangugiata come se nulla fosse. Qualche volta, i sanitari trascuravano un po le religiose ammalate ricoverate a Villa Rinaldi, con la scusa che esse erano o dovevano essere più pazienti. Ma, un giorno, una religiosa ricoverata, compagna di Santina, lo fece notare al medico chiaro chiaro. Pero, appena il professore si allontano, Santina le disse: ”perché glielo hai detto? Ce ne sono tante di ammalate più trascurate di noi!”. Una sera, le giunse una lettera da parte del fratello benedettino, con la quale egli la esortava a ringraziare Iddio perché 1’aveva scelta come vittima per la perseveranza delle vocazioni dei fratelli e delle sorelle. Il suo volto allora si illumino, anche se gli occhi erano imperlati di lacrime, e disse: ”Se cosi vuole Gesù, Fiat!… ”.

”L’Angelo mi ascolta sempre!”

Un giorno, Santina era molto abbattuta per la febbre alta; senti per il corridoio una voce, la riconobbe bene. Penso: ”Che sarà mai se adesso… quella viene? Angioletto mio, pensaci tu. Non farla venire!” L’Angelo subito 1’ascolto… ”Ha visto, Sr. Luisa, che quella tale non e venuta? commento Santina L’Angelo mi ascolta sempre!”

”Quand’e cosi, Padre, mi dia l’Assoluzione”

Santina era di una semplicità infantile. Anche su questo punto, fu molto somigliante a S. Teresina, e amava farsi chiamare ”piccola”. Aveva messo accanto alla porta d’ingresso della corsia un acquasantino e attorno vi aveva apposta una bella scritta: AVE MARIA. Quando il Cappellano se ne accorse, per prenderla in giro, le disse: ”Ma lei, cosi ridicolizza le cose sacre! Domani, non potrà fare la S. Comunione!” Santina, allora si mise in ginocchio e disse: ”Quand’e cosi Padre, mi dia l ’Assoluzione ” In un’altra circostanza, Santina chiese a Gesù di darle un segno se era contento o meno di lei, mandandole qualcosa che le facesse piacere. Il Signore 1’accontento immediatamente, mandandole a pranzo le patatine fritte, che lei gustava moltissimo… Qualcuno sorride, forse maliziosamente, ma non cosi le anime semplici, le anime belle come quelle dei bambini. Nella sua semplicità, Santina amava la natura e leggeva in essa come in un bel libro aperto. Si stupiva dinanzi all’incanto della primavera, si perdeva come in un sogno beato, cullata dal cinguettio degli uccelli.

Santina e le Missioni

Tra i Sacerdoti Santina prediligeva quelli della prima linea, quelli, in trincea, cioè i Missionari. Su questo punto Santina sembra identificarsi completamente con S. Teresina fino a confondersi con lei. Come la piccola Santa di Lisieux, Santina avrebbe voluto recarsi in terra di Missione e morir martire per la fede. Non avendo potuto attuare questo suo ardente desiderio, non se ne rammaricava gran che, perché aveva fatto del suo ambiente la sua terra di Missione, e della sua malattia il suo lento martirio. Quand’era a Roma, il Confessore delle Novizie, P. Aristide Di Fausto, le aveva dato 1’incarico di interessarsi di un Missionario: un certo P. Andrea Mezza O.M.I. Santina non lo vide mai, ma fu veramente il suo angelo tutelare. Per convincersene, basti leggere qualche rigo delle 3-4 lettere intercorse tra lei e il Missionario. Ma sembra più conveniente premettere quanto lo stesso P. Mezza scriveva a P. Leone, fratello di Santina, in data 30 marzo 1951: ”Non ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente (Santina), ma ne ho sentito parlare con entusiasmo e commozione da P. Aristide Di Fausto, di caro memoria, morto recentemente a Roma, nella Casa Generalizia degli Oblati di Maria Immacolata. Ricordo bene che, nell’autunno 1947, prima di partire per le Missioni, lo pregai istantaneamente di farmi fare la sua conoscenza perché desideravo prenderla come sorellina spirituale. Me lo promise, ma poi, a causa di vari impegni, non potetti vedere realizzato il mio desiderio”. In mezzo a mille difficoltà, fra le solitudini glaciali, abbattuto e demoralizzato, P. Andrea Mezza si sentiva vicinissima la piccola Santina, che pregava e si immolava per lui, araldo del Gran Re. E cosi le scriveva per invogliarla maggiormente al sacrificio: ”Il sacerdote che non e santo, nel ministero corre il grande pericolo di dannarsi a causa delle tante occasioni e pericoli che incon1ra. Possa questo pensiero spingerla sempre più a pregare e a sacrificarsi. Se le riuscirà a strappare a Gesù la grazia della mia santificazione, stia sicura che faro un bene immenso e in cielo divideremo il premio… Dovrei parlarle ancora del freddo che scende fino a 50-60’ sotto zero, dei lunghi viaggi con i cani, pernottando all’aperto, nelle fosse di neve, ma tutto questo e altro e una sorgente di gioia se il missionario e santo” (lettera a Santina del 14 ottobre 1948). In un’altra lettera – dell’8 gennaio 1949 – lo stesso Padre cosi scrive: ”Spesso, troppo spesso, tocco col dito che soltanto un aiuto specialissimo di Dio mi può dare la forza di restare e continuare il mio duro genere di vita. E questo aiuto speciale di Dio me lo deve impetrare lei che ha nelle mani due armi potentissime: la preghiera e il sacrificio ”. Santina era veramente compresa di questa responsabilità e fino alla sua santa morte, prego e s’immolo per le Missioni, e specialmente per il suo ”fratellino” lontano: E questa presenza spirituale di Santina, anzicchè diminuirsi, s’accrebbe a dismisura con la sua morte.

”Non sarebbe bello se, assieme alle preghiere, spedissi anche un piccolo aiuto materiale?”

Un giorno, la buona mamma Margherita, andata a far visita alla sua prediletta figliola, le lascio dei soldi perché ci acquistasse della streptomicina. Quando pero lei se ne fu andata, Santina disse: ”Per me le cure sono sprecate. Non sarebbe bello se assieme alle preghiere, spedissi al mio fratellino missionario anche un piccolo aiuto materiale?” Ma la consigliarono ad obbedire all’intenzione della mamma. E, in verità, dalla cura Santina ricavo un notevole miglioramento… L’obbedienza fa miracoli!

”Santina e l’Azione Cattolica”

Divenuto P. Michelin Cappellano effettivo della clinica ”Villa Rinaldi”, una delle sue prime cure fu quella di impiantare una sezione interna di Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Si trattava ora di scegliere la Presidente, e fu scelta all’unanimita: non poteva essere che Santina. In lei, infatti, c’erano tutti i requisiti d’una vera Presidente d’A.C.: era energica, attiva, aveva un sorriso perenne sul labbro ed uno sguardo luminoso, che conquidevano e trascinavano, senza parlare poi delle sue profonde conoscenze e convinzioni religiose. Pero, c’era di mezzo una grave difficoltà. Santina era quasi sempre allettata. Come avrebbe potuto assolvere al suo compito, tanto più onerosa quanto più si trattava di sezione incipiente? Il Vescovo dei Marsi, informato della cosa, diede una mirabile risposta: ”Santina, dal suo lettino di dolore sarebbe stata Presidente in modo più efficace” I fatti dimostrarono le previsioni: Santina dimostro di essere veramente degna e capacissima. Trattandosi – come s’e detto di Sezione incipiente, in pratica Santina non era solo Presidente, ma anche segretaria, delegata ecc. Anche quando aveva la febbre alta, era lei che scriveva i verbalini, preparava con cura gli argomenti da trattare, lavorava per la diffusione della buona stampa nei vari reparti, provvedeva medicinali e indumenti per le socie più gravi e meno abbienti. In poche parole era l’anima dell’Associazione. E se la si rimproverava per l’attività superiore alle sue forze, ella col più del sorriso rispondeva: ”Tanto non c’e nulla da fare, finche ho forza, lo faccio!…” Disse di lei la V. Presidente, sig.na Albina Proietti: Suo grande desiderio era che le giovani acquistassero il vero spirito dei militanti dell’Azione Cattolica. Si dispiaceva molto perché, essendo gravemente ammalata, non poteva intervenire alle adunanze e assai di più alle lezioni di Catechismo impartite dal Cappellano. Qualche volta, anche con 39’ di febbre, interveniva. Anche alla vigilia della sua morte (come vedremo), volle sapere di cosa aveva parlato il Cappellano nella lezione di Catechismo tenuta in quel giorno. Santina era anche iscritta all’Unione Cattolica Malati e ne viveva lo spirito.

Santina e i suoi cari

Santina amava molto i suoi cari e ne era particolarmente riamata. Ma il suo amore era essenzialmente spirituale, soprannaturale. Poiché si interessava particolarmente della loro base spirituale, della loro santificazione. Quante volte, nelle sue lettere, torno su questo motivo: ”Fatevi santi; Amate Gesù; AmateLo folle-mente!… ” Amava di amore particolarissimo i suoi genitori. Considerava un nulla la sua sofferenza in paragone dei sacrifici, compiùti dai genitori, e particolarmente dalla mamma. Gia abbiamo avuto modo di notarlo in tante circostanze: quell’angelo tutelare, quella mamma eroica, fu accanto a Santina in tutti i momenti più importanti della sua vita, specialmente nei momenti del dolore. Le fu vicinissima durante la guerra, durante la sua malattia, quando dovette affrontare i faticosissimi viaggi a Pescina, Sesto Fiorentino,… Quando non poteva andare a farle visita, le mandava un pacco con un biglietto tutto riboccante di amore, ma d’un amore forte e generoso. Se nel pacco c’era lo scritto della mamma, Santina lo leggeva subito, anche se, in fondo, erano poche parole, a volte scritte ai margini delle lettere che le scrivevano i fratelli religiosi. Quando lo scritto era invece dei fratelli, sorridendo diceva: ”Leggeremo con calma, in seguito,… tanto son sempre le solite prediche” Santina avrebbe voluto avere la mamma accanto specialmente negli ultimi giorni, quando la malattia si era fatta più preoccupante. Pero, pensando alla sorella Assunta che, nel settembre s’era partorita, diceva: ”Ora la mamma e più necessaria ad Assunta!… ” Se la mamma dinanzi alla terribile malattia della figlia, si rassegno completamente alla Volontà di Dio, non fu cosi del papa. Egli preferiva non andare a far visita alla figliola, preferiva non vederla neppure. E, una volta che vi andò, nonostante gli sforzi fatti da Santina per mostrarsi contenta e giuliva, lui si mise a piangere come un bambino. Santina pensava sempre al suo papa e, quando la mamma passava a visitarla, lei aveva sempre il papa sul labbro: ”Cosa fa papa ? Come sta? e perché non viene?… ” Per il papa Santina era preoccupata; sembrava che per lui non fosse troppo tranquilla, come lo era invece per tutti gli altri famigliari. Al P. Cappellano, che le aveva domandato chi volesse vicino in Paradiso, Santina rispose: ”Vicino, vicinissimo a me, voglio papi, assolutamente, e poi gli altri”. Per il papa pregava incessantemente e si sacrificava. Amava teneramente e stimava sommamente i due fratelli religiosi. Ne leggeva spesso le lettere, le gustava e meditava. Però, rinunciando ad una innocente soddisfazione, scriveva loro molto di rado e diceva: ”A loro non servono lettere, ma preghiere per la loro santificazione!”. Pur essendo più piccola delle tre sorelle Suore e dei due fratelli, oggi Sacerdoti, dava loro consigli quasi materni, tanto eran delicati. E, come più piccola, riceveva con umiltà tutti i loro suggerimenti al bene. Chissà quante volte avrà letto e riletto il breve trattatelo sulla perfezione inviatole dal fratello Don Bruno! Particolarmente legata alla sorella Assunta, di poco più piccola di lei, fu sempre la sua consigliera e la sua mammina spirituale, specie nel tremendo dubbio che 1’angustio, se cioè dovesse farsi suora o sposarsi. Quando i suoi andavano a farle visita a Villa Rinaldi lei era raggiante di gioia, faceva sforzi da gigante per nascondere la febbre. Dinanzi alla mamma, non mise mai il termometro, e, se costretta a farlo, Io teneva male per non farlo segnare. Pur provando nausea per qualsiasi cibo, dinanzi ai suoi mangiava tutto quanto le veniva offerto… In poche parole, si sforzava per apparire in ottima salute. P. Leone riferiva a me personalmente che, quando andò a farle visita nel 1948 e si trattenne con lei alcune ore, gli sembro che stesse non solo bene, ma addirittura benissimo… E invece poi seppe che il colorito era dovuto alla febbre alta che aveva addosso e che lei sapeva tener nascosta. Le poche parole che le scriveva la mamma le davano sempre una gioia profonda. Più volte le rilegge,”i, magari alla presenza delle persone con le quali aveva più confidenza e spiegava il motivo per cui le erano carissime: perché erano sgorgate dal cuore materno senza preamboli e raffinatezze. Forse Santina conosceva quella nota poesia che, parlando del modo con cui scrivono le mamme, cosi si esprime: ”Come su neri spini improvvisi esplodon fiori, scrivono grosse lettere con bellissimi errori. – Ah! se nel buio tempo tornasse li la loro – Maestra di terza a raccogliere il lavoro, – con quel ”cuore” cosi grande sfuggito con la q, chissà che voto avrebbero con la matita blu! Ma e li così bello tra le lacrime e preci che alla mamma che scrive, ogni figlio da dieci e forse dieci più”.

Santina e il suo Istituto.

Santina amava molto il suo Istituto e si sentiva felice di appartenervi, anche se non ne indossava le sacre lane. Un giorno, disse a Sr. Erminia: ”Se non le dispiace, mi chiami sorellina, ed io faro altrettanto con lei.. tanto siamo ambedue figlie di S. Antida. Solo l’abito ci distingue. Ma l’abito non fa il monaco!”. Era amatissima della sua Corona di Suora, c”.c aveva presa all’Altare e che le fu lasciata anche da malata, dietro sua insistente richiesta, dalla bontà delle sue Maestre. Una volta, vedendo in camera d’una Suora 1’abito nuovo, adagiato sul letto, se ne vesti ad insaputa della proprietaria; poi, fece chiamare la Suora e disse: ”Non ero una bella Suorina? … Eppure il Signore non ha voluto!…” In altra circostanza, disse: ”Avevo chiesto che, alla mia morte, mi vestissero almeno con I’abito di Novizia. Anche quello mi e stato negato. Il Signore non mi vuole Suora… Fiat!… Tanto non e l’abito che fa il monaco”.

L’immagine di Santina

Scrive di lei P. Ireneo Capp.: ”sotto un abito di seta… nascondeva un’armatura di ferro”. Una sola era la sollecitudine che la divorava: santificare se stessa, pensando e sacrificandosi per la santificazione altrui.. gli abbiamo visto e spiegato il motivo della sua fretta a santificarsi. Anelava al Paradiso: ”Da una festa all’altra giungerà alla mia, ossia al momento in cui la anima, libera dai lacci di questa terra, si unirà in eterno al suo Creatore”. (1/11/1948). Santina aveva una intelligenza vivissima, una volontà ferrea, una memoria sorprendete. La sua generosità a tutta prova destava ammirazione in quanti l’accostavano. Esteriormente si presentava dal corpo slanciato, dalla linea elegante, da un volto straordinariamente bello su cui rifulgevano, come due stelle, due occhi azzurri luminosi e profondi, rivelatori del mare di pace che albergava nel suo cuore.

La barriera sta per cadere

La barriera stava per cadere. Santina, adorna di tante virtù, come una sposa adorna di monili preziosi, attendeva fiducioso 1’amplesso dello Sposo Celeste. A Te parla il mio cuore, Te cerca il mio volto; cerco il Ti,io volto, o Signore… (Salmo 26,v.8). Non hai voluto il sacrificio e l’offerta, mi hai aperto le orecchie. Non hai richiesto l’olocausto e la vittima per il peccato; allora ho detto: ”Ecco vengo; nei libri sacri e scritto di me: Il mio diletto, o Dio mio, e fare la Tua volontà, e la Tua legge I’ho fitta nell’intimo del mio cuore t’ Ho annunziato la giustizia in mezzo a grande assemblea, non ho chiuso le mie labbra; Signore, Tu l’hai saputo. Non ho nascosto la Tua giustizia nel mio cuore; Ho celebrato la Tua fedeltà e il Tuo aiuto. Non ho occultato la Tua grazia e la Tua fedeltà a grande adunanza. (Salmo 39, vv. 7-1 1).

Santina Campana un giglio tra le spine