La compromissione

La compromissione rappresenta una delle prove più alte e più ardue del Pomilio narratore. Pubblicato nel ’65, il romanzo può avere avuto il valore e il significato di un atto di chiusura rispetto a tutto il primo ventennio del dopoguerra e al tempo stesso, come già si disse, ha contribuito decisamente ad aprire un nuovo periodo della narrativa contemporanea. Dal punto di vista degli avvenimenti esteriori, La compromissione non ha una trama complicata e avvincente: l’intreccio a sorpresa non manca, ma, più che nella superficie delle vicende e dei personaggi, bisogna coglierlo nelle profondità dell’anima e della storia. Si tratta, evidentemente, di un romanzo, a suo modo, storico e introspettivo, ma con tante diverse implicazioni, che vanno da un realismo misurato e vigoroso fino ad un lirismo netto e talvolta compiaciuto. Lineare e semplice pertanto, solo in apparenza, il contenuto del libro, ambientato interamente a Teramo, provincia abruzzese, come già L’uccello nella cupola. Si e nel 1948.

Marco Berardi, professore di italiano e latino nei Licei, dopo aver militato nelle file del Partito d’Azione, e passato al Partito Socialista, adoperandosi attivamente per ricostituirne e rafforzarne la locale Sezione, di cui diventa segretario e come tale e senz’altro stimato dai compagni, per le sue doti d’ingegno, più che sinceramente amato e ben voluto. Egli e rimasto frastornato e avvilito per la sconfitta elettorale subita di recente dal Fronte Popolare, e tuttavia continua ad impegnarsi in una faticosa opera di proselitismo, ma per orgoglio d’intellettuale e per abitudini di vita più che per forza di convinzioni e speranze di successi. Non lo soddisfa la politica unitaria con il Partito Comunista, del quale non giustifica la visione materialistica della storia ne il rigido monolitismo sul piano organizzativo; finiscono per disgustarlo, perciò, quei compagni del suo Partito che, per brighe e interessi personali o per leggerezza politica, lasciano ai comunisti la presidenza dell’Amministrazione dell’Ospedale Civile in cambio della presidenza dell’ECA.

Messo in minoranza con scrutinio segreto in un’assemblea di iscritti, egli lascia la segreteria e cosi il controllo della sezione passa nelle mani di un funzion’ario, Osvaldo Pace, un ” gerarchetto ” responsabile regionale, venuto espressamente da Pescaxa. Questi convoca l’esecutivo e invita Marco Berardi a fare l’autocritica del proprio operato. Marco si rifiuta con fermezza, sostenendo che egli non si e iscritto al Partito Comunista proprio per ” non correre rischi del genere “. Sospeso per tre mesi, egli si dimette e restituisce la tessera quasi con la frenesia di liberarsi da un fastidio; ma le dimissioni vengono respinte e gli e inflitta l’espulsione ” per sabotaggio sistematico e frazionismo scissionistico “. A questo punto, esclamerà fra se, corrucciato: ” Peggio dei comunisti! Peggio ancora dei comunisti! “. Caduto in una sorta di vuoto spirituale, Marco Berardi riallaccia una tormentata relazione sentimentale con Amelia De Ritis, figlia d’un noto esponente democristiano, destinato a divenire senatore, ma per ora un cittadino assai facoltoso e uno dei più cari beniamini del vescovo, avvocato d’un certo prestigio, sempre al centro delle attenzioni dei notabili della città. Frequentando, in seguito, assiduamente casa De Ritis, Marco cede inesorabilmente ai richiami della vita borghese, a quei bisogni del quieto e insieme scettico vivere che fanno di lui il tipico rappresentante d’una larga schiera dei nostri intellettuali di sinistra.

La bontà e l’affetto del futuro suocero finiscono col circuirlo e col far assopire in lui ogni voce di rimorso, ogni impulso della propria personalità: cederà, infatti, quasi senza volerlo, ad accompagnare l’avvocato De Ritis nel convento dei Cappuccini, dove si confesserà persino, senza alcuna convinzione e come per fargli un piacere del tutto personale. Amelia intanto, che già si era vivamente stupita dell’assenteismo politico di Marco, perché di lui si era innamorata quando egli faceva la sua più spericolata esperienza di socialista militante, si irrita fortemente e gli rinfaccia la propria insufficienza di volontà e di carattere, facendogli chiaramente intendere che non ha più stima d’un uomo capace di fingere addirittura una conversione religiosa. A nulla vale il tentativo di Marco di riconquistare l’amore perduto, impegnandosi nuovamente, ma superficialmente, nella lotta politica, prestando il proprio nome alla presenza del locale comitato dei Partigiani della Pace, raccogliendo di malavoglia le firme per le vie di Teramo contro il Patto Atlantico e la guerra di Corea. Amelia scruta nella eoscienza di Marco più di quanto egli non sospetti: ella sa che Marco non crede più in quello che fa, per cui si rinchiude in se stessa, nauseata e addirittura affranta. Marco, vedendosi alla deriva, affretta le nozze.

Il suocero e convinto ormai di averlo ” convertito “, in ogni senso, e spera di fare di lui, in qualunque modo, un notabile degno di rispetto. Ma Amelia s’incupisce e s’immalinconisce sempre di più. Sospinto da un naturale bisogno di spezzare il cerchio dell’apatia che l’opprime, Marco vorrebbe tentare un’avventura extraconiugale con Ida, una ragazza che esplicava il ruolo di ” officiosa accompagnatrice ” di Amelia fin dal periodo del fidanzamento e poi quello di segretaria dattilografa di suo padre; ma dopo un lungo tergiversare, egli riesce a fuggire la tentazione. Passano cosi, insipidi e incolori, alcuni mesi. Infine Amelia viene ricoverata d’urgenza in clinica, per la nascita del primogenito, che purtroppo muore: sciagura tremenda, che per Marco ha l’amaro sapore d’un estremo disinganno, che lo farà inabissare nella sua scettica solitudine, mentre per Amelia, non potendo avere altri figli, sarà ” un motivo di diuturna disperazione “. Questa, ridotta allo schema essenziale, la trama del romanzo. Al termine della lettura, sorge spontanea una domanda: e veramente ” strana, assurda ” – come egli stesso la definisce – la crisi di Marco Berardi? La risposta non pare assolutamente facile.

La crisi di Marco e soprattutto una crisi politica, ma in un senso cosi vasto e profondo da investire tutta la sua coscienza. Egli ancor giovinetto aveva militato nel Partito di Azione, ” col candore del principiante che crede in buona fede nella forza autonoma delle buone idee e fa fatica a capacitarsi che negli uomini manchi in genere ogni leale disposizione a lasciarsene convincere “. perciò egli era passato ” di delusione in delusione, sviluppando, per contrasto, un’intransigenza da moralista ” (p. 39). Come e perché ciò sia accaduto, lo spiega egli stesso ponendo la propria esperienza su un piano di oggettività storica e insieme di soggettività affettiva allorché afferma: Ma per me, per giovani come me, per quelli che nel 1945 avevano tra i venti e i trent’anni, occuparsi di politica non era solo una questione d’ideali, ma quasi la conseguenza d’una visione del mondo, una maniera, l’unica allora possibile, d’entrare a contatto con la realtà e di farsi uomini ” (p. 38).

Farsi uomo per lui significava non soffocare l’ansia del nuovo fiorita con la caduta del fascismo: ” dramma storico “, che ” aveva tagliato in due la vita di tutti “. perciò egli si distacca dalla ” gente colta e per bene “, quel ceto medio cui egli stesso appartiene e che per timore del disordine s’attacca al conformismo e alla conservazione. Dice a1 riguardo, con estrema chiarezza:
Inconsciamente, in poco tempo, avevo già fatto la mia scelta. Per la semplice ragione che essi erano a destra, io mi sentivo a sinistra; nella misura in cui il loro clericalismo, le loro convenzioni, la loro ritrosia a giudicarsi e rinnovarsi mi apparivano fenomeni di destra, la mia cultura, il mio laicismo, il mio disdegno del convenzionale mi collocavano a sinistra (p. 38).

La scelta politica di Marco, dunque, fu determinata da un groviglio di insofferenze e persuasioni. Egli va a sinistra, ma porta con se ” una passione tutta intellettuale dell’onesta discussione e delle idee fine a se stesse “; passione essenzialmente aristocratica, questa, che lo farà apparire agli amici di sinistra quello che egli si sente effettivamente d’essere, un borghese:
Borghese era la mia mentalità, borghese la mia cultura, borghesi la mia visione del mondo e la mia concezione della liberta (p. 41). Egli si muove pertanto in un insanabile dissidio interiore, che si approfondirà sempre di più con l’iscrizione al Partito Socialista, in quanto seguirà ” una specie di compromesso ” tra la sua ” impalcatura di liberale illuminato indifferente ai sistemi ” e il marxismo accettato solo ” come uno strumento provvisorio di lotta contro l’inerzia e il conformismo della società alla quale appartiene “. (p. 44).

Marco Berardi, borghese per vocazione e per cultura, ma uomo di sinistra per esigenza di rinnovamento, socialista militante ma non convinto marxista, cerca di tagliare i ponti col suo vecchio ambiente di media borghesia e di trovare un rifugio all’interno del Partito, ma ” gli slogans di Nenni e la maniera in cui gli iscritti ne prendevano coscienza ” non appagano le sue inquietudini ideologiche. Egli passa quindi da un’insofferenza all’altra: Anche nel PSI cominciavo perciò a sentirmi uno sradicato. Dipendeva dalla sproporzione tra i miei ideali e la realtà? Dipendeva dal fatto che non riuscivo ad esser marxista? 0 magari dal nuovo clima che s’era stabilito dopo la sconfitta del Fronte, con la prospettiva di vent’anni di governo clericale e di lotte oscure e sofferte in cui tutti, chi più ehi meno, ci saremmo logorati? Nessuno può sperare che i suoi ideali resistano indefinitamente all’usura della storia o al ricatto silenzioso dell’ambiente in cui si vive e dal quale, nonostante tutto, si pretende un minimo di felicita (p. 47).

Da ciò si può comprendere quanto sia precaria la condizione ideologica di Marco Berardi: il suo pensiero e la sua fede si muovono come sul filo d’un rasoio; basterà una lieve scossa per farli crollare. R appunto quel che accade con la questione dell’ospedale, nella quale egli vede in gioco il prestigio del Partito e non l’interesse personale. Eppure, nella lettera di dimissioni, egli riaffermerà la sua fedeltà agli ideali del socialismo, traditi ” dagli uomini che pretendevano di rappresentarlo “. Ma provera, di la a non molto, ” il senso di colpa e il pudore segreto che chi e stato una volta in un partito di sinistra prova a lungo al pensiero d’averlo lasciato ” (p. 109). Certo fin qui, al lume della logica marxista può sembrare equivoca e falsa la situazione di Marco, ma nella sua coscienza equivoca e falsa essa non e: essa poggia infatti su strani paradossi, ammessi e sostenuti con estrema sincerità, come risulta da questo scontro con l’attivista comunista Giorgio Perrone: Ma io li amo i paradossi. Io stesso, a conti fatti, che altro sono? Amo un certo tipo di liberta, ma poi subito mi sento in colpa se voi mi dite che non e quella buona; amo un certo tipo di cultura, sono convinto che vi sbagliate quando la definite una cultura di classe, e poi mi schiero accanto a vai che vi battete per distruggerla. Mi ripeto che voi avete torto in mille cose, torto quando fate della politica la sola dimensione del mondo, torto, per esempio, quando dite quello che dite intorno al matrimonio.

E intanto a causa vostra m’avveleno perfino la vita intima. Pensa un po’ tu: voglio bene ad Ameha, mi sento felice a stare con lei, sono sicuro che e lei l’unica donna che vorrei sposare, e poi mi vergogno, a causa vostra, di questo amore e ho solo paura di dar l’impressione di voler contrarre un matrimonio borghese. perché questo? E tale una colpa essere quello che sono, che ad ogni passo ho bisogno di rinnegarmi per salvarmi l’anima? (p. 126).
Marco, e vero, ha bisogno di rinnegarsi per sopravvivere, ma non ha la coscienza del rinnegato, non ha la viltà del traditore. Dopo molto tempo che egli ha lasciato il Partito, ad esempio, in occasione d’un comizio di protesta contro il Patto Atlantico, vedendo una gran massa di popolo braccata dalla polizia in Piazza Martiri, corre anche lui ” a cercar d’offrire una seconda vita alle sue antiche ribellioni “. Sente, in verità, dentro di se ” qualcosa d’appassito “; non sa ” a quale gruppo accodarsi o dietro quale delle bandiere andare a situarsi “; avverte ” nell’adunata un che di rigido e d’artefatto, di troppo previsto, di troppo curato, che sapeva di prescrizione assai più che d’entusiasmo “, e che gli ” impediva di scattare nel febbrile allarme morale che in passato aveva trasformato ogni sua presenza ai comizi di sinistra in un severo atto di fede nella bontà dell’azione democratica ” (p. 177).

Marco si va convincendo, ormai, che non solo i suoi ideali, ma anche gli ideali dei suoi ex compagni di partito e di tutti gli amici di sinistra stanno cedendo inesorabilmente ” all’usura della storia ” e ” al ricatto silenzioso dell’ambiente ” in cui vivono: anch’essi, chi più chi meno, salvo qualche caso di invincibile ingenuità, sono privi dell’entusiasmo delle prime battaglie, mancano di quelli che erano i veri pretesti della lotta d’un tempo, insomma anche in loro la fede si e come appassita. Se Marco talvolta si riavvicina a questi amici, lo fa come per ricercare e ottenere una ” verifica ” del proprio e altrui fallimento. Ecco che cosa confessa in proposito: E confrontandoli con me stesso, com’ero ormai diventato, un uomo attento solo a sorvegliare i propri compromessi, riflettevo a quale era stata la sorte della nostra generazione, spavaldamente illusa, fino a qualche tempo fa, d’essere chiamata a una specie d’appuntamento con la storia, e che ora soffriva per la caduta delle sue ambizioni come si soffre per un amore non consumato.

Eravamo stati, probabilmente, inferiori al nostro compito. E, forse, qualcosa ci aveva sopraffatti. E sarebbe magari spettato a un’altra generazione, in un tempo diverso, in un modo diverso, di riprendere il nostro lavoro, ma non alla nostra, certo, non alla nostra. Noi avremmo continuato a restare inchiodati alla nostra esistenza portandoci dentro le inerti spoglie del nostro passato e il rammarico d’aver perduto per sempre la nostra occasione. Mi dicevo ciò: e dilagava entro di me una sorta di vasta malinconia della storia,quell’angoscioso e irrazionale sentimento dell’irrecuperabile che ci coglie al pensiero della dissipazione ch’essa fa delle energie e degli ideali sbocciati dal suo seno (pp. 218-219).

R qui, a nostro parere, che la coscienza in crisi di Marco Berardi tocca il suo diapason e acquista il tono drammatico di una grandiosa collettiva testimonianza: nella misura in cui egli esce dal guscio del proprio individualismo e si fa specchio lucidissimo della comune disfatta, la sua esperienza, che inizialmente aveva tutto il sapore d’un prodotto pseudo-ideologico, riesce a spersonalizzarsi e oggettivarsi, sia pure come valore negativo, sul piano storico non meno che su quello umano. La compromissione di Marco, insomma, e la compromissione di tutti, almeno di quella parte della sua generazione che si batté per mettere in crisi i valori d’un mondo e non seppe crearne dei nuovi o vanamente s’illuse di farlo. Ascoltiamo quello che egli dice tra se, dopo aver presenziato nel municipio al matrimonio di Lucio con Vera, due attivisti di Partito: Ma com’e, mi dicevo, che siamo decaduti cosi? Com’e che non riusciamo più a sollevarci d’un solo millimetro al di sopra del nostro tempo? Abbiamo cominciato con l’idea di diventare l’anima del mondo, ed ecco la nostra sfida a che cosa s’e ridotta: a gloriarci di preferire un matrimonio civile a un matrimonio religioso, come se quei bravi borghesi dei nostri nonni non l’avessero già fatto almeno ottant’anni fa. Non abbiamo inventato niente, non abbiamo inventato proprio niente (pp. 258-259).

Fattosi consapevole d’essere divenuto una rotellina che non funziona più a causa del possente ingranaggio della storia che gli pare irrimediabilmente bloccato, Marco non sa ritrarsi dalla china di certo suo nichilismo, anzi va dritto e spedito verso una inesorabile autodistruzione morale: si convince di avere un animo ” tarato “, d’essere incapace di qualsiasi scelta responsabile. In tal modo, egli s’invischia in compromessi apparentemente sempre più gravi, ma che in realtà non toccano minimamente la sua coscienza, la quale non vibra e non si scalda più come cosa viva: accetta la presidenza del comitato dei Partigiani della Pace, pur sapendo che non gli si chiede altro che una presenza passiva; nel convento dei Cappuccini si confessa, non compiendo un atto di libera decisione, bensì affidandosi ad una sorta di puerile sorteggio (” Se il frate esce da sinistra, dissi in fretta tra me, mi confesso.

Altrimenti no! ” [p. 189]); si reca perfino a far visita al vescovo, cedendo al desiderio del suocero che voleva introdurlo nell’ambiente dei notabili, ma lo fa quasi inavvertitamente, senza calcolare l’importanza di progetti da lui non richiesti, conscio solo ” d’un’aspettativa tra incuriosita e impaziente, d’ansietà subito differite senza investirne la sua coscienza, di disegni velleitari e confusi e prospettive di vita diversa, meno stanca di quella d’oggi, più aperta e creativa, meglio redenta dalla certezza di non essersi estraniato in tutto dal suo tempo, visto che il suo tempo stava dimostrando di poter fare a meno di quanto in passato aveva presunto di potergli offrire ” (p. 275).
Un uomo che non ha più fiducia ” in niente e in nessuno, nemmeno in se stesso ” (p. 273), e destinato a percorrere fino in fondo la via della compromissione, ma può nel contempo non lasciarsi sfiorare dalla colpa della malafede, che sarebbe davvero imperdonabile.

Ebbene, Marco Berardi commette errori su errori, li vaglia attentamente e se ne riconosce colpevole, ma non e capace di tradire e di ordire, ne di ingannare e tramare: nel fondo del suo cuore amareggiato, dunque, resta sempre qualcosa di essenzialmente positivo ed e, appunto, la consapevolezza di agire in buona fede. Ecco che cosa risponde al suocero, che lo invita ad ammettere con franchezza i propri sbagli politici: Si trattasse solo di questo! Sbaglio più, sbaglio meno, uno fa presto a metterli in conto della vita. Ma quando uno da un’esperienza esce come succhiato dentro? Quando uno deve riscuotersi dagli anni migliori della sua esistenza e domandarsi all’improvviso: e adesso dove vado, dove sbatto la testa, a che cosa credo più? E c’e intorno a me, nel mondo storico che mi circonda, un ideale, uno qualsiasi, nel quale io possa riconoscermi, una verità che merita ancora che io ci spenda la coscienza? In buona fede, questo e il fatto, in buona fede, voglio dire: perché certo in malafede si possono fare tante cose. Vedi, francamente, se fossimo chiamati a votare domani, di sicuro io lascerei in bianco la mia scheda (p. 270).
Se dalla sua tormentata esperienza politica Marco e uscito ” come succhiato dentro “, ciò vuol dire forse che dell’uomo inquieto e ribelle ch’egli fu, resti solo ormai la corteccia insecchita, la buccia afflosciata e sbiadita?

Non ci par vero, in un certo senso, perché egli conserva intatta la facoltà di scandagliare l’anima sua e quella degli altri: questo coraggio, almeno, non gli viene mai a mancare. ” Siamo tutti borghesi “, risponde senz’acrimonia a Lucio che, dopo essere stato abbandonato dalla moglie Vera, rimasto solo e squattrinato come sempre, gli rinfaccia la ” carità borghese “, senza mostrare alcuna gratitudine per il denaro che ne riceve. E aggiunge con un certo rammarico: ” Siamo rimasti borghesi. Il guaio e che non siamo nemmeno riusciti a esserlo con dignità ” (p. 298). Ma, a ben riflettere, se Marco non e riuscito ad essere borghese ” con dignità “, ha però la dignità di riconoscerlo. E gli altri? Gli amici che costituivano “l’orgoglioso club dei cervelli ” del Bar Roma: Giorgio, Fausto, Arrigo, Lucio? La loro sorte non e meno triste:
Condannati a restare se stessi. Eppure non fanno quasi più politica. […] Qualcosa li ha scavalcati. Qualcosa: o la storia stessa.

Ne forse c’e più bisogno di gente del loro stampo; forse non servono più ne il loro estremismo ne la loro buona fede, ne la loro certezza di dover bruciarsi sull’altare della storia, ne la loro tendenza a porre un ideale o un’ideologia in termini di destino (p. 299). Con questa patetica, sconsolata considerazione della propria e dell’altrui esperienza, la crisi politica e umana di Marco Berardi sfocia in uno scetticismo depresso e deprimente, si conclude con un pessimismo esasperato, forse, ed esasperante. Eppure, tra le sue parole più accorate, si avverte uno spiraglio di luce per l’avvenire: ” E sarà magari un’altra generazione – egli dice in definitiva, ripetendosi un peregrino pensiero che già in precedenza gli era balenato nella mente – in un tempo diverso, in un modo diverso, a riprendere il loro lavoro, posto che valga la pena di riprenderlo: non la nostra, pero, non la nostra ” (p. 299).

Ma, se la crisi che sconvolge la coscienza di Marco Berardi sul piano storico-politico si può, forse anche con la nostra benevolenza, comprendere e perfino giustificare, si può dire altrettanto della crisi che, di riflesso, turba e minaccia il suo amore per Amelia? Anche qui la risposta non e facile. La relazione con Amelia, infatti, nasce un po’ sotto il segno dell’equivoco:
Avevo appena cominciato a corteggiarla, – afferma Marco – che già potevo comprendere – da un sorriso, da una smorfia, da una parola detta a caso – quale fosse il giudizio comune: ” Guarda guarda il compagno Berardi: va predicando la giustizia sociale, e intanto va dietro alla roba dei De Ritis “. E magari, da un sogghigno di complice furbizia, riuscivo a intuire anche il resto: ” E che e fesso? Fa bene “. Ed era in me, allora, una sorda irritazione la quale, nell’impossibilità di manifestarsi altrimenti, mi si riversava tutta contro Ameha, come se fosse la relazione con lei a costringermi a tenere un piede dall’altro lato della barricata (pp. 45-46).

Marco e un tipo fortemente apprensivo: la sua irritazione, pertanto, appare del tutto naturale. Egli, poi, non e un qualsiasi intellettuale di sinistra, ma una figura molto in vista nell’ambiente politico e culturale della eitta. Come si potrebbe pretendere da lui di restare impassibile alle maliziose mormorazioni della gente? E, d’altra parte, come pretendere che il suo amore per Amelia non ne soffra? Se in lui fosse un freddo calcolo d’interessi materiali, forse resterebbe imperturbato; ma il suo amore e sincero, disinteressato, fiorito in un cuore ribelle a tutti i conformismi; non e giusto, perciò, che venga torturato da certe basse insinuazioni. Ma c’e un altro equivoco ancora alla base di questa relazione: Marco e un laico miscredente, Amelia e una cattolica osservante. In tali condizioni, un amore può prosperare solo col rispetto reciproco. E cosi, in effetti, avviene nei primi tempi. Amelia, in uno dei loro primi incontri, gli aveva detto: ” Proprio perché so per esperienza quanto sia difficile riuscire a credere, riesco a capire e rispettare chi non crede “. ” Me compreso? “, chiede Marco. ” Proprio te! “, risponde lei (p. 95).

Il rispetto di Amelia si estende, naturalmente, anche alle idee politiche di Marco. Anche se non s’interessa di politica, dentro di se si compiace dell’impegno aperto e battagliero del fidanzato, e quando lo vede rabbuiato per la sconfitta del Fronte Popolare, gli rivela di aver votato anche lei per ” loro “. Nonostante tutto, dunque, c’erano le condizioni perché Marco e Amelia potessero, col tempo, coronare il loro sogno d’amore; ma, purtroppo, alla prima esplosione della crisi di coscienza di Marco, la relazione subisce uno scacco imprevedibile. Poi, col precipitare degli eventi, nelle lunghe e tristi ore che si costringe a trascorrere in casa, Marco spesso si lascia sorprendere dal pensiero d’Amelia e, con esso, prova ” uno struggimento e un desiderio improvvisi “. I due fidanzati tornano a rivedersi, ma non sono più gli stessi di prima: lei non e più ” vivace, scattante, insofferente all’idea d’apparir simile alle altre “; lui ha qualcosa ” d’involuto “, in se, ” quasi il senso d’un torto patito nell’immaginazione “, che si rammarica ” di non veder diventare reale ” (p. 113).

Divenuto ufficiale il fidanzamento, i rapporti fra Marco e Amelia si fanno lentamente sempre più tesi. L’uscita dal Partito, il distacco dai compagni sgretola via via la coscienza di Marco fino al punto che egli non si sente più d’impegnarla ne in discussioni ne, tanto meno, in azioni. Tutto questo, di riflesso, comincia a turbare la stessa Amelia, sia perché lei può riceverne l’impressione non manifesta d’essere stata involontariamente la causa di quanto e avvenuto, sia perché può avere il sospetto d’essere amata non per quella che e, ma per quello che possiede. Il dissidio, comunque, covato per qualche tempo, scoppia in modo irreparabile dopo la visita al convento dei Cappuccini. Alcune imprudenti battute di Marco, fatte con superficiale sorriso, danno ad Amelia la triste sensazione ch’egli abbia profanato la Confessione e, per conseguenza, la dispongono ad una energica reazione propria di chi si sente ingannata nel suo intimo. Infatti, gli dice addolorata:
” Gia, tu insisti a ridere, fai l’uomo superiore. Ma lo capisci che io invece mi sento secca, vuota, perché non so come debbo fare per riuscire a stimarti ancora? ” ” E ad amarmi? ” incalza lui. ” Giudica tu “, chiude decisa lei (p. 205).

La celebrazione del matrimonio, fatta in chiesa, non apporta nessun miglioramento nei loro rapporti sentimentali: Amelia intristisce e si spegne nella sua solitudine spirituale, non s’interessa delle idee e del lavoro di Marco, non sa che farsene d’un uomo che sia soltanto ” marito “; Marco tenta di riconquistarne la stima e l’amore, ma, nel drammatico scontro avvenuto dopo la visita al vescovo, egli e costretto ad ammettere di non riuscire ” a voler bene nemmeno più a se stesso ” e che, se ha sbagliato compromettendosi oltre ogni misura, ha sbagliato anche per colpa di lei e di suo padre. Amelia s’inasprisce fino ad accusarlo di debolezza, di arrendevolezza, di mancanza di personalità: dell’uomo che comincio ad amare, non le resta niente, le resta solo ” un omuncolo così ” (p. 284). Forse solamente la nascita d’un bambino avrebbe potuto riportare l’armonia in quella casa: ma il bambino, come si e già detto, muore. Marco e Amelia, d’allora in poi, avranno cura di tollerarsi a vicenda, di convivere con rispettoso muto distacco, di guardarsi anche, come di sfuggita, di sorridersi perfino, ma ” d’una reciproca, disseccata pietà ” (p. 297). Fallimentare, dunque, anche sul versante dell’amore, la vicenda personale di Marco Berardi.

Gli si possono concedere almeno delle attenuanti? Che egli abbia amato inizialmente con sincerità, non si può mettere in dubbio; ma e certo paradossale che le sue disavventure ideologiche e politiche abbiano poi determinato un tale inaridimento nel suo cuore da fargli ridurre, forse inconsapevolmente, l’indefinibile dimensione dell’amore alla sola fuggevole dolcezza d’un bacio o d’un amplesso carnale. A questo punto, ci pare doveroso rilevare che la deficienza di valori etico-religiosi in Marco si fa profonda e spaventosamente preoccupante. Solo entro i limiti di tale deficienza ci si può spiegare come egli riesca ad andare in chiesa e confessarsi e baciare la mano al vescovo pur senza credere minimamente, e addirittura riesca a ridere degli scrupoli di Amelia che tenta di non cedere alle sue voglie di maschio. Si può asserire che il suo svuotamento morale cresca nella stessa misura in cui si approfondisce il suo scetticismo politico. Ma un disinganno politico può legittimamente annullare ogni altra verità umana, specie quella dell’amore e della famiglia? In Marco, senz’altro, lo può.

Eppure, almeno una volta, egli riesce perfino ad implorare l’aiuto di Dio: precisamente quando, in una sala operatoria, due esseri umani che dovevano essere a lui carissimi, si dibattevano tra la vita e la morte. Poi, succede quel che succede, e che già si sa; ed egli, reclinato il capo sulla spalla di Amelia, pensando di aver pregato inutilmente, ne piange con dolore, ” in preda a quella vigile sospensione della volontà che e l’invincibile forza dei deboli “. ” E fu quello – egli riconosce – l’estremo limite di religiosità da me mai toccato ” (p. 293). Per concludere, si può ben dire che La compromissione rappresenta efficacemente il travaglio di un momento storico molto confuso e tuttavia proteso alla ricerca di una sistemazione ideologica; esprime la faticosa evoluzione di una società neocapitalistica che si pone traguardi sempre più ambiziosi di benessere, nel tempo stesso in cui in essa si insinuano nuovi fermenti morali e religiosi. Nel suo tessuto più intimo, il dramma individuale non si giustappone artificiosamente al dramma generazionale, ne accade il contrario: la crisi viene fantasticamente espressa, nel suo lento maturarsi, in fattori interni ed esterni all’anima di un uomo che assume, di volta in volta, la veste di reo, di testimone, di vittima e addirittura di giudice.

Tra la confessione, la testimonianza e il giudizio che non può non essere di condanna, sia pure con la concessione delle attenuanti generiche, s’intravede agevolmente non solo un debole filo di logica personale e intuitiva, ma ancke una solidissima cognizione ideologica delle coordinate storiche entro cui la sentenza finale e pronunciata; cosicché la scelta volontaria del compromesso risulta stigmatizzata come colpa della coscienza individuale e, insieme, della coscienza sociale. Per la originalita e attualita del contenuto, non meno che per la purezza della lingua e la vigoria dello stile, il romanzo va collocato in una posizione d’inconfondibile rilievo nella narrativa del dopoguerra: esso chiude definitivamente il momento del velleitarismo ideologico e apre quello di una più pensosa e consapevole creatività, su cui tuttavia incombe il pericolo, evidente solo in qualche tratto, di un moralismo e di un intellettualismo un po’ accentuati. Le strutture fondamentali della narrazione sono senza dubbio realistiche, ma di un realismo medio-borghese e provinciale, nella accezione del Russo e oltre, che tende ad inserirsi tra la protesta proletaria e la ” revanche ” capitalistica e, in qualche modo, tra il populismo marxista e l’integralismo cattolico, con la fervida speranza di ritrovare l’uomo, oseremmo dire dantescamente, nel suo attuale ” status miseriae “, un uomo ” naturaliter christianus “, legato alla storia nel bene e nel male. Alla sua prima apparizione,

La compromissione fu salutato come un prototipo del romaggio-saggio, sorta di nuovo genere narrativo che, a giudizio di qualche ” esperto “, doveva e poteva offrire l’unico rimedio efficace alla crisi del romanzo tradizionale, intorno alla quale appunto in quegli anni si faceva un gran parlare. A distanza di qualche anno da quelle polemimiche, si può serenamente riconoscere che in gran parte esse furono oziose, perché la ricerca del romanzo di idee non e affatto una peculiarità degli scrittori degli anni sessanta. E chi, infatti, potrebbe realmente dimostrare che romanzi come Guerra e pace, come I miserabili, come I promessi sposi siano una pura effusione o divagazione sentimentale e non, all’opposto, meravigliose e solidissime costruzioni di idee? Ma e davvero concepibile un romanzo senza idee? e non sarebbe un romanzo senza contenuti? Constatare, come spesso e accaduto negli ultimi tempi, che un gruppo di scrittorelli ambiziosi di novità non sono più capaci di affidare un messaggio purchessia alle proprie pagine, può bastare per sostenere che il romanzo e per sempre finito o che, comunque, va attraversando un momento assai critico? Noi crediamo ancora nel romanzo, nel romanzo di sentimenti e nel romanzo di idee. E, quel che più conta, anche Pomilio ci crede, come testimoniano irrefutabilmente le opere fin qui esaminate.