La città di Anxa

nxa (o Anxanum o Anxantium) e la città principale dei Marsi anxantini, quella dalla quale essi prendono il nome. Con l’erezione a municipio, diventa a tutti gli effetti la capitale di questo gruppo di Marsi. A tutt’oggi e una delle pochissime città marse la cui localizzazione presenti ancora incertezze e diversità di opinioni. Incertezze dovute talvolta alla mancanza di uno specifico interesse per questo particolare problema, con conseguente adozione di soluzioni affrettate, e talvolta al tentativo di sostenere delle tesi precostituite. In realtà, esistono validissime argomentazioni per localizzare l’antica Anxa nell’ambito del territorio sampelinese (51). Si deve subito premettere a tale proposito che la posizione dell’oppido e del vico sampelinesi sono di particolare interesse per le antiche esigenze militari e difensive che avevano i Marsi.

La posizione di questi centri, infatti, e elevata rispetto alla conca fucense e occupa la parte settentrionale del paese dei marsi, proprio nel punto in cui il confine appare più meritevole di’ essere sorvegliato. La posizione offriva un ampio campo di osservazione e consentiva di vigilare sulla sicurezza delle città e dei villaggi fucensi, con particolare riferimento proprio alla capitale Marruvio, contro i rischi di aggressioni che potevano essere arrecate dall’irrequieto popolo equicolano. Una posizione, insomma, che giustifica appieno la presenza di una forte e munita città cui affidare il compito di sentinella e di baluardo contro le incursioni nemiche. E una posizione, a ben vedere, che e uguale e contraria a quella che doveva avere la equicolana Alba, la quale, dall’alto della collina appariva anch’essa come una sentinella e un baluardo degli equicoli contro le eventuali aggressioni che potevano provenire da questa parte del confine. Ebbene, come dice il Febonio la posizione di Anxa doveva essere proprio contrapposta a quella di Alba: “in prospectu Albae sita erat, quod et modo Arce (corrupto vocabulo) nominatur”.

Passiamo ora a vedere quali sono gli indizi che ci inducono a localizzare proprio nell’ambito di S. Pelino questa città. Il più importante e rappresentato dalla esistenza di un toponimo e precisamente del toponimo di Colle Lanciano che indica il costone roccioso che partendo dalla vecchia fonte, o poco più su, risale fino alle “Collanelle” estendendosi dalla “Pietra Papalina” fino alla base della Montagna. In questo luogo sorgeva l’antico oppido indicato al n. 52 del Letta. Il termine e una diretta derivazione di Anxa o di Anxano. Prova ne sia che anche la attuale città di Lanciano, in provincia di Chieti, altro non e che l’antica capitale dei Frentani il cui nome era Anxa. Pertanto, l’esistenza di questo nome nei pressi di S. Pelino sarebbe tutto cio che resterebbe dell’antica città.

L’indizio non e da sottovalutare, soprattutto nel caso di S. Pelino in cui l’esistenza di toponimi che risalgono direttamente all’epoca romana e certa. Basti pensare a qualche altro esempio come la Cuna, l’antica ma sempre valida sorgente, vera culla di vita per il paese, il cui nome si e mantenuto intatto nel corso dei secoli; Santo Lorenzo, il luogo in cui e sorta una delle più antiche chiese cristiane innalzate nella Marsica; il nome stesso di S. Pelino, oppure di Valle Transito, che fa riferimento alla zona attraversata dalla via Valeria; oppure ancora di Panciano, dal significato misterioso. Toponimo a parte, un’altra indicazione ci e fornita da Tolomeo Claudio (52) il noto scienziato egiziano vissuto ad Alessandria nel II secolo dopo Cristo, il quale, nel descrivere l’ubicazione di questa città pone delle misure dalle quali si deduce che Anxa doveva trovarsi in prossimith di Alba e, approssimativamente, sullo stesso meridiano di questa, in direzione del Lago. La menzione di Tolomeo e importante perché costituisce l’unica indicazione che e stato possibile rinvenire, presso gli storici antichi, sulla esistenza e sulla ubicazione di questa città.

Ed e anche importante per l’autorevole attendibilità dell’autore, studioso famoso di matematica nonché di astronomia e di geografia. Giova sottolineare a questo punto che S. Pelino si trova proprio in prossimità di Alba ed e situato quasi sullo stesso meridiano di quella, in direzione del Lago. Lo scostamento infatti e appena di tre centesimi di grado. Il testo di Tolomeo si presenta corrotto in più punti ed il nome della città e stato letto anche Aex da alcuni e Arx da altri. L’indicazione pero resta valida ed e stata ripresa dal Febonio (53) il quale scrive: “Arx autem, quam in nostro etiam situ Ptolomaeus ponit, in prospectu Albae sita erat, quod et modo Arce (corrupto vocabulo) nominatur”. All’indicazione di Tolomeo fa riscontro la qualità delle vestigia di cui la zona sampelinese doveva ancora abbondare all’epoca del Febonio e di cui lo stesso autore avrà potuto, forse, osservare le tracce. Il pensiero va, ovviamente alle terme e soprattutto al pretorio che si ripete e il luogo in cui le autorità municipali amministravano la giustizia.

Torna alla mente, a questo punto, la descrizione che quell’appassionato e paziente ricercatore, quale era l’ing. Orlandi, fa delle antichita sampelinesi: “Nell’odierno S. Pelino, dopo Alba e presso la consolare, adagiate su amena e soleggiata collina con provvista (li acqua di limpida fonte, vi sono le reliquie magnifiche di un pretorio a megalitiche mura poligonie e di pubblici bagni… E quei muramenti poligonici senza malta, ma a dispetto del tempo connessi per sempre da eterno cemento, confermano in quel luogo l’esistenza di un oppido validissimo e compendiano una storia antica non definita ne’ da noi definibile per questa misera, tormentata e sconnessa terra, ma pur sempre gloriosa” (54). Un ulteriore motivo di riflessione ci e offerto dalla osservazione di un bassorilievo, venuto alla luce in seguito ai lavori di prosciugamento del lago. Tale bassorilievo era destinato originariamente ad ornamento dell’antico Incile e rappresenta una cittadina aristocratica ed elegante adagiata su un pendio montagnoso e circondata da solide mura di forma quadrata.

l muro frontale della città, dell’aspetto solido anche se non eccessivamente alto, e costituito da quattro filari di massi squadrati e sovrapposti e presenta, in una posizione che appare centrale, un ampio portale la cui altezza supera quella del muro. Osserva, in proposito, l’Orlandi: “Nell’interno si vedono edifici costruiti ad opera quadrata e reticolata, con tetto a due falde “. “Due strette vie di pari passo tendono verso il monte, l’una in corrispondenza della porta, l’altra prossima e parallela al muro che recinge l’oppido dalla parte destra”. La descrizione dell’Orlandi ci richiama alla memoria le parole usate dal De Nino a proposito delle antichita sampelinesi: “molti muri dell’età romana che sono stati demoliti non ha guari” per non parlare degli “avanzi di muri senza cemento e poi muri a calce ” e, ancora, dei “frammenti di antefisse, di vasi aretini e campani”. Tornando al bassorilievo, osserva ancora l’Orlandi, (55) riprendendo una analisi fatta gia dal Fernique, (56) che attraverso le vie e ad altezza delle mura di cinta e delle coperture degli edifici, si vedono degli archi o ponti con i quali vengono congiunti gli edifici posti ai due estremi della via. “Scorgiaino in quegli archi o ponti dei veri ponticoli di canali, attraversanti in alto la città per fornire l’acqua a gravita nelle sottostanti abitazioni”.

L’osservazione tecnica si ferma qui, ma in noi suscita intuitivamente l’immagine di una città adagiata su un pendio collinare-montagnoso, a valle di una ricca sorgente come la Cuna o la Fontana di S. Pelino dalla quale, attraverso un sistema di canali e ponticoli, riceveva acqua a gravita per le abitazioni. Una vera Anxa, nel senso letterale del termine. A destra della città e alla base del pendio, il bassorilievo mostra una villa sontuosa immensa nel verde di alberi rigogliosi. Ancora più a destra e in alto, un altro edificio, anch’esso so
migliante a una villa. Tutti sono d’accordo nel ritenere che questo bassorilievo, come anche gli altri frammenti rinvenuti nella stessi occasione, rappresenti una parte significativa del paesaggio che anticamente circondava il lago. I più, e tra questi l’Orlandi e il Pagani, convengono nel ritenere che la città rappresentata sia Anxa. Ebbene, nel condividere l’ipotesi che la città immortalata nel bassorilievo sia proprio Anxa, ci sembra che quel pendio montagnoso corrisponda pienamente a quello che ospitava l’antico vico di S. Pelino e che la città rappresentata sia proprio quella che in esso era ospitata, vista frontalmente, cosi come doveva apparire a chi la guardasse dal Fucino.

Il muro frontale che si osserva in primo piano potrebbe anche corrispondere a quello gia descritto che costeggia la strada per S. Pelino Vecchio, il quale appare proprio in posizione frontale a chi l’osservi dal lago. Liberando un po’ la fantasia, possiamo anche provare ad immaginare l’ubicazione di quel portone e di quella strada che si apre oltre il portone. In questo caso, il pensiero va a fissarsi nel punto in cui la vecchia scorciatoia per S. Pelino Vecchio (oggi tagliata in due dall’autostrada e quindi scomparsa) si dipartiva dalla strada normale per risalire frontalmente il pendio. In questo punto, infatti, all’altezza del vecchio “ponticejjo” e della croce delle quattro tempora, confluiscono ancor oggi due strade che, seguendo tracciati convergenti, provengono dalla attuale via Romana. Ma, fantasia a parte, c’e ancora un’altra osservazione da fare. La villa rappresentata a destra della città, in mezzo ad alberi rigogliosi, potrebbe benissimo identificarsi con la nota villa di Vitellio, circondata da quei pregiati alberi da frutta per i quali si era resa famosa ed aveva meritato la citazione di Plinio il Giovane nella sua enciclopedica “Naturalis Historia”.

E’ noto infatti che Lucio Vitellio, padre del futuro imperatore Aulo Vitellio e personalità di primissimo piano nell’aristocrazia romana, aveva costruito presso S. Pelino una villa sontuosa ed aveva introdotto numerose e pregiate specie di alberi da frutta come le varietà di fichi (i follacciani di Panciano, ben noti ai sampelinesi per la loro bontà) importate direttamente dalla Caria (57) e le noci, importante anch’esse da paesi stranieri ed elogiate da Plinio insicme a mandorle e pistacchi: “Et haec autem idem Vitellius in Italiam primus intulit, eodem tempore, simulque in Hispaniam Flaccus Pompeius eques romanus, qui cum eo militabat” (58). La presenza di questa villa, che essendo raffigurata a destra della città verrebbe a collocarsi nei pressi di Panciano, ci autorizza a ritenere che l’obiettivo principale della raffigurazione non fosse tanto quello di immortalare la città che pure nell’opera emerge chiara e maestosa, anche se mutilata della parte sinistra, quanto quello di immortalare proprio la villa di Lucio Vitellio al fine di rendere omaggio alla presenza in loco di una nobilissima famiglia romana che aveva raggiunto un prestigio di assoluto rilievo e che occupava le cariche più elevate dell’impero (59).

Lucio Vitellio, infatti, non solo aveva ricoperto per tre volte le cariche di console e di censore ed era stato proconsole in Siria (Caria) dove aveva riportato importanti successi militari contro i Parti, ma era stato anche a capo del governo dell’impero, nel 43 d.c., quando si verifico l’assenza dell’imperatore Claudio a causa della sua partecipazione ad una spedizione militare in Britannia. Come prestigio, dunque, non aveva pari a Roma ed era secondo solo alla famiglia dell’imperatore. Nel52 d.c., nello stesso anno in cui si concludeva il prosciugamento del Fucino, Lucio Vitellio moriva di paralisi e lasciava al figlio Aulo Vitellio tutta l’autorevolezza e la dignità che aveva saputo accumulare. Quest’ultimo era nato nel 15 d.c. e, grazie all’influenza paterna, era stato amico intimo di tutti gli imperatori romani che si erano succeduti da Tiberio a Nerone. Amante dei giochi, degli spettacoli, delle baldorie e della buona tavola, fu proconsole in Africa negli anni 60 e 61 e legato in Germania nel 68 d.c.

Nel 69 d.c. era da poco in Germania, e forse vi era stato mandato apposta da Galba per allontanare da Roma un personaggio troppo amico del defunto Nerone e della estinta famiglia Giulia le vicende che seguirono alla morte di Nerone e alla violenta successione di Galba lo trascinarono in una avventura forse più grande di lui e che, comunque, fini per prendergli la mano. Le legioni germaniche che non avevano mai riconosciuto l’autorità di Galba, lo proclamarono imperatore e, vinta sul campo ogni resistenza del rivale Otone Galba nel frattempo era morto-, riuscirono nell’intento di condurlo a Roma quale vincitore ed unico candidato alla propria imperiale e di insediarlo al potere previo riconoscimento da parte del Senato. Probabilmente, 1p stesso Aulo Vitellio sentiva di non essere molto portato per questo nuovo ruolo che si accinge ad assumere non tanto per una precisa scelta personale quanto per uno straordinario concorso di circostanze.

Con la morte di Nerone e la mancanza di pretendenti legittimi, infatti, egli si era ritrovato ad essere uno dei candidati più titolati per coloro che non volevano riconoscere la successione di Galba. Vitellio assunse il titolo di Germanico ma, forse per deferenza verso i precedenti imperatori dei quali era stato l’ottimo amico, rifiuto il titolo di Cesare e solo malvolentieri accetto quello di Augusto. La storia effettivamente, lo ricorderà come un personaggio che poco si adatto alle responsabilità che alla carica imperiale erano connesse. La sua intemperanza, la prodigalità, la passione per il gioco e per gli spettacoli nonché la ghiottoneria eccessive lo portarono sempre a preferire i piaceri della tavola e delle baldorie al governo dell’impero; cosa peraltro prevedibile se si ricorda che era stato l’ottimo compagno di imperatori come Caligola e Nerone, noti per i loro eccessi.

Non riuscì quindi a conquistarsi il consenso popolare e quel che e più grave il consenso delle legioni stanziate in oriente. Non poté quindi evitare che la situazione gli sfuggisse di mano e non poté evitare l’avanzata di un nuovo autorevole candidato alla carica imperiale, Flavio Vespasiano, che gli subentro nel potere. Ebbene, e nel quadro di queste vicende storiche che si colloca la creazione dei bassorilievi i quali, essendo contemporanei o di poco posteriori al prosciugamento del lago, dovrebbero risalire a150-55 dopo Cristo. L’ipotesi che di un omaggio specifico si tratti a questa autorevole famiglia potrebbe essere rafforzata dalla contemporanea presenza di un altro elemento: un bassorilievo, anch’esso destinato ad ornamento dell’antico Incile, nel quale era rappresentato un tempio che, secondo una ipotesi sostenuta dall’Orlandi e dal Pagani, era dedicato a Giove Statore e cioè al Dio protettore dell’Augusto Imperatore.

Tempio e villa dovevano essere gli edifici più importanti della zona circostante. Questo accostamento della villa al tempio potrebbe essere interpretato in senso allusivo alla vicinanza di Vitellio alla carica imperiale oppure, più semplicemente, nel senso che l’omaggio alla famiglia di Vitellio non doveva ritenersi disgiunto dal doveroso omaggio all’autorità imperiale cui, tra l’altro, andava il merito del prosciugamento del lago. Questo accostamento inoltre potrebbe indurci a ritenere che, al pari della villa, anche il tempio dedicato a Giove Statore, ossia il più gran tempio che i Marsi Anxantini abbiano avuto, doveva trovarsi non all’interno della città di Anxa, come vari studiosi hanno ipotizzato, ma all’esterno di essa. Per quanto riguarda poi le vicissitudini successive di questa villa che resta famosa per la menzione fattane da Plinio, nulla sappiamo, cosi come nulla sappiamo delle vicende del tempio. Se pensiamo pero che la lotta tra Vitellio e Vespasiano fu aspra e conobbe momenti particolarmente cruenti che portarono alla morte di Flavio Sabino prima e dello stesso Vitellio dopo, dobbiamo dedurre che la vita nella villa non poté continuare come nulla fosse successo.

Le vicende umane e politiche devono aver pesato sulle vicende successive della villa la quale, se non andò distrutta o confiscata dalla nuova dinastia di imperatori, certamente non poté conservare l’antico splendore. Quanto alla seconda villa che si scorge nel bassorilievo, in alto a destra della città, essa ci appare naturalmente collocata nella località di Panciano; una località che, per il verde degli alberi e la veduta panoramica, doveva rappresentare un luogo ideale per ospitare le ville romane. In conclusione, sono molti e soprattutto saldi, gli indizi che inducono ad identificare nell’antico vico sampelinese la città di Anxa (60). Tutti gli altri tentativi fatti finora per giustificare una diversa localizzazione sono, al confronto, inconsistenti se non addirittura arbitrari. In particolare, il Brogi (61) colloca in Antrosano l’ubicazione di quella città, perché in quel luogo fu rinvenuta la gia ricordata epigrafe che il senato anxantino aveva dedicato a quel tale Amaredio.

In realtà, la presenza dell’epigrafe attesta tutt’al più l’appartenenza di quel vico o di quel personaggio ai marsi anxantini. Il Febonio la localizza nei pressi di Poggio Filippo perché qui anticamente sarebbe esistito un villaggio chiamato S. Anso e S. Ansino; il Clouvier la confonde con Antino; il Gori la pone sotto Rocca di Cerri e Tremonti nel Carsolano; il De Santis, sostenendo che il testo di Plinio e corrotto e che il termine anxantini debba essere letto come Arxatini, pone la città di Arx nei pressi di Civitella Roveto; il Del Re e il Corsignani affermano che si dovesse trovare presso Poggio Ginolfo; il Di Pietro la pone nei pressi di Ortona dei Marsi; lo Sclocchi e il Colantoni la ritengono presso Pescina dove esisterebbe un’altra localita detta S. Anso. Un’attenzione particolare meritano in proposito le tesi sostenute dell’Orlandi, seguite con dovizia di argomentazioni del Pagani (62) e riportate con un certo scetticismo dal Lopez, (63) secondo le quali l’antica città di Anxa corrisponderebbe all’attuale Avezzano. Scrive l’Orlandi che la conclusione delle sue argomentazioni conduceva inevitabilmente “alla identifica dell’antica Anxa nell’ambito della odierna città di Avezzano dove gia nel 200 a c esisteva un abitato di una certa importanza documentato tra l’altro dal cippo votivo ad Ercole dei milites africani… e dall’esistenza del tempio consacrato ad Augusto nella piazza del Pantano, cioè Pan-Theon, tempio ivi eretto a tutti gli Dei.

E poiché a tale tempio furono addetti i Seviri Augustali e ivi furono rinvenuti l’omaggio a Traiano e la colossale statua eretta all’imperatore per il restauro dell’emissario claudiano, esso non può non essere il più gran tempio dei Marsi Anxantini, ossia il tempio a Giove Statore” (64). All’Orlandi fa eco il Pagani: “che Avezzano sia stata degli Anxantini non v’e ormai alcun dubbio perché la zona in cui sorge e la medesima di quella occupata dal detto popolo”. Cosi afferma nella sua opera, per concludere che “Anxantium era ubicata entro i limiti del territorio occupato dalla moderna città di Avezzano” (65). In realtà, la stessa esistenza di un vico anxantino, risalente all’età repubblicana di Roma, e fortemente dubbia per la zona in cui sorge Avezzano. Le ricerche illustrate dal Letta non rivelano tracce di antichi villaggi in tale località. Ma questa non e una novità. Anche il Fernique, alla fine del secolo scorso, concludeva la sua ricerca evidenziando che nel sito dell’attuale Avezzano non erano state rinvenute vestigia di antichità.

A ben guardare, l’unico indizio concreto citato dall’Orlandi e dal Pagani per dimostrare l’esistenza di un pago antico risalente all’età repubblicana di Roma consiste nel rinvenimnto di un cippo dedicato ad Ercole dai milites africani, i legionari reduci della II guerra punica (66). Troppo poco per presupporre l’esistenza di una città marsa, spccie se consideriamo che quello stesso cippo e stato qualificato albense e non anxantino da un autorevolissimo studioso quale e il Mommsen. Tutti gli altri argomenti che poi si riducono al tempio consacrato ad Augusto e ad una colossale statua dedicata a Traiano ci riconducono invece ad un’epoca più tarda e cioè all’epoca imperiale. E cosi, nulla prova che in Avezzano sia esistito un antico insediamento dei Marsi risalente alla età repubblicana di Roma. L’insediamento avezzanese sorse certamente più tardi e forse non come derivazione anxantina ma albense, in occasione dei lavori di prosciugamento del lago. Questi lavori dovevano avere in Alba la loro base logistica e organizzativa.

E’ probabile quindi che gli stessi albensi abbiano dovuto realizzare in prossimità del luogo dei lavori una base operativa più funzionale la quale si e poi trasformata in un centro stabilmente abitato. Non si deve dimenticare infatti che i lavori richiesero l’impiego di circa 30.000 operai per almeno 11 anni di attività. La possibile origine albense di Avezzano trova qualche riscontro, a parte quanto gia detto sul cippo dei milites africani che e considerato albense dal Mommsen, in alcune significative indicazioni. Ricorda il Corsignani (67) che “nel mese di dicembre dell’anno 1737, cavandosi dagli operai alcune pietre per la nuova fabbrica della chiesa dei minori conventuali di Avezzano…. fu rinvenuto un antico pilastro da essi gia franto, ed appena in un pezzo del marmo si leggevano le seguenti parole”.
I…….III…….I.
III.IMEN………..PATR……….
SENAT. POPULUS…….
ALBENSIS.

Uno seconda epigrafe, citata dallo stesso autorc, ((i8) fu rinvenuta nei pressi di Penna e riporta le seguenti parole:
ALICIUS
MARCO FAUSTO
LIBERTO
SEVIR AUG
DENTROFORO
ALBENSI ET
TROPHIME MATRI
Le due epigrafi rappresentano una testimonianza più che attendibile di una possibile presenza albense nell’area in cui sono state rinvenute. A ciò, si potrebbe aggiungere la notizia riportata dal Pagani (69) secondo la quale, dopo il terremoto de11915 fu rinvenuto in Avezzano, a circa 300 metri dalla chiesa di S. Bartolomeo, un tesoretto di monete romane repubblicane tra le quali spiccavano anche alcune delle rarissime e introvabili monete coniate a Alba; un altro collegamento, anche se solo ideale, con la città di Alba di cui non si dimentichi Avezzano sarà destinato a raccogliere e continuare la funzione urbana e di città capoluogo della regione marsa.

L’idea che Avezzano sia sorta dalle rovine dell’antica Alba e peraltro condivisa dal Febonio (70). Per quanto riguarda poi il tempio che sarebbe esistito nella località detta Pantano, nulla autorizza a credere che si trattasse proprio di quello, famoso, dedicato a Giove Statore e cioè del più gran tempio che i Marsi anxantini abbiano avuto e per la cui cura avevano addirittura istituito una apposita carica municipale di “curator apud Joven Statorem”. Ma, anche a voler ammettere che proprio di quello si trattasse, nulla cambierebbe nelle conclusioni perch6 non e detto che l’ubicazione del tempio dovesse necessariamente coincidere con l’ubicazione della città. Il tempio infatti non necessariamente doveva situarsi all’interno della città potendo benissimo trovarsi all’esterno e in posizione isolata. Anzi, se ammettiamo che Anxa e la città raffigurata nel bassorilievo trovato nell’Incile, dovremmo con ogni probabilità concludere che la posizione del tempio e proprio all’esterno della sua cinta urbana. In questo caso si comprenderebbe anche meglio perché fu necessario istituire un’apposita carica municipale finalizzata alla sua cura e perché la notizia di tale carica sia stata rinvenuta in varie epigrafi provenienti da varie localita anxantine.

Comunque, se al toponimo Pantano deve essere riconosciuta una precisa derivazione antica, allora bisogna ammettere che il tempio da cui si origino doveva essere dedicato non a Giove Statore o a Giano Bifronte, ma a tutti gli Dei: un vero Pantheon, insomma, da cui e derivato il toponimo Pantano. Da quanto e stato detto, appare cosi inconfutabile che Anxa debba corrispondere all’antico abitato sampelinese. A chi voglia prove ulteriori si potrebbe rispondere con un invito, rivolto ovviamente alle autorità competenti, affinché si effettuino ricerche approfondite prima che l’espansione edilizia finisca per cancellare le poche tracce rimaste. Ciò che appare assolutamente certo, su questo argomento, e che nessun’altra località può vantare una candidatura più titolata.

Note
51) Che Anxa possa corrispondere all’antico insediamento sampelinese condiviso, con qualche dubbio, dal Letta (op. cit. pag. 134 nota n. 123).
52) Tolomeo Claudio: Geografia, libro III, e 1(da: Pagani, op. cit, pag. 91)
53) M. Febonio: Historia Marsorum, pag. 117.
54) Orlandi, op. cit. pag. 219.
55) Orlandi, op. cit. pag. 58.
56) Fernique, op. cit. pag. 70.
57) Plinio, XV, 83 “Omnia haec in Albense rus e Syria intulit L. Vitellius, qui postea censor fuit, cum Legatus in ea provincia esset, novissimis Ti. Caesaris temporibus”. 58) Il riferimento di Plinio e rivolto non soltanto alle noci, ma anche e soprattutto alle mandorle di Alba, nonche alle nocciole e ai pistacchi. 59) – Aulo Vitellio fu nominato legato nella Germania Inferiore alla fine dell’anno 68 d.c. I12 gennaio de169era solo da pochi giorni in quella regione – fu acclamato imperatore delle legioni germaniche che vollero contrapporlo a Galba, il discusso successore di Nerone che esse non avevano mai riconosciuto come tale a causa della rigida disciplina che voleva mantenere nell’esercito. L’iniziativa fu appoggiata dai governatori della Gallia Belgica, della Lugdunense, della Rezia, dell’Aquitania, della Narbonese, della Britannia e della Spagna e pur se era sorta principalmente contro Galba, non si arresto piu, neanche alla notizia che, il 15 gennaio dello stesso anno, Galba era stato assassinato ed era stato sostituito da Otone. L’esercito di Vitellio scese in Italia articolato in due colonne: una, di 40.000 uomini, al seguito del generale Valente e l’altra, di 30.000 uomini, al seguito del generale Cecina. A Bedriaco si scontro con le legioni di Otone e ne ebbe ragione. Il 17 aprile Otone, sconfitto, si uccise. Rimaste cosi padrone del campo e senza più ostacoli le legioni germaniche poterono entrare in Roma vincitrici ed assicurare la porpora imperiale al loro candidato. Vitellio pero non fece nulla per rendersi popolare. Preferi soddisfare i propri piaceri personali, e per la tavola, e per il gioco, e per gli spettacoli da circo, trascurando gli affari di governo. Non si preoccupo quindi di frenare la crescente autonomia dei suoi generali i quali, veri artefici della nuova situazione, approfittavano anche troppo della vittoria conseguita. Cosi il malcontento verso il nuovo imperatore crebbe e sfocio ben presto in un atto di ribellione. Il primo luglio dell’anno 69, le legioni di Siria e d’Egitto presero l’iniziativa e proclamarono imperatore il generale Flavio Vespasiano, un personaggio di indiscusso valore e probita, cui andarono anche i consensi degli eserciti della Giudea, della Mesia, della Pannonia e della Dalmazia. A quel punto, Vitellio e le sue legioni germaniche, che restarono fedeli, vennero a trovarsi in una posizione di inferiorita. La battaglia avvenne nuovamente nei pressi di Bedriaco, ma questa volta con avversa fortuna. Vitellio, che era rimasto in citta, pensava di poter risolvere la situazione cedendo il potere a Flavio Sabino, prefetto di Roma e fratello di Vespasiano. Spinto pero dalla folla a misurarsi con lui, lo affronto con coraggio e lo costrinse a rifugiarsi nel Campidoglio, dove, nell’incendio del tempio di Giove Capitolino, trovo la morte. Lo scontro fu coraggioso quanto inutile perché nulla ormai poteva cambiare il corso degli eventi. L’unico effetto fu quello di accrescere l’odio tra i contendenti e di rendere impossibile il passaggio incruento delle consegne. Il giorno stesso in cui Flavio Sabino moriva, le prime legioni di Vespasiano entravano a Roma e chiudevano cosi quella tormentata parentesi storica aperta con la morte di Nerone. Vitellio si nascose ma non riusci a fuggire. Scoperto e catturato, mori il 22 dicembre dell’anno 69. aveva 54 anni ed era stato imperatore per circa 8 mesi.
60) Vedasi anche quanto si dirà più avanti, a proposito del Vescovo Pelino. 61) Brogi, op. cit. pag. 22.
66) C.I.L. n. 3907:
62) Pagani, op. cit. pagg. 41-94. 63) Lopez, op. cit. pagg. 114, 116 e 117. Sottolinea questo autore che il nome di Avezzano compare per la prima volta in uno scritto di Leone Ostiense risalente all’anno 867. Nessuna indicazione esiste che attesti l’esistenza di tale città prima di quella data.
64) Orlandi: “Un popolo senza Storia”, in: Marsica Nuova n. 38 del 26.11. 1947.
65) Pagani: op. cit. pagine 68 e 93. Relativamente alle tesi del Pagani, afferma il Lopez che “l’ipotesi e la dimostrazione sembrano suggestive, ma l’autore vi dedica molte parole, sicché viene alla mente la considerazione che le notizie fondate non hanno bisogno di molte parole” (pag. 117). Conclude inoltre affermando che nell’età repubblicana di Roma “Avezzano certamente non esisteva se non forse quale uno degli anonimi villaggi marsi, forse dei marsi anxantini, destinato ad emergere molto più tardi, quando la stessa Roma viveva solo in virtu del ricordo della sua grandezza.
66) – C.I.L. n. 3907
HERCULEI. D.
MILITES AFRICA
CAECILIANIS.
MAG. CURAVIT
C. SALTORIUS. C.F.
67) Corsignani, op. cit., vol. II. pag. 586.
68) Corsignani, op. cit. pag. 121. La stessa epigrafe e riportata dall’Orlandi (op. cit. pag. 251) e del Mommsen (CIL 3938).
69) – Pagani, op. cit. pag. 77. 70) – La notizia e tratta da: Lopez, op. cit., pag. 117.

San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini

Pasquale Fracassi