Comune di Collelongo

Testi dell’avvocato Walter Cianciusi maggiori info autore
LA CAMBRA (Cambre in D.A.M.) Camera e comunemente ”Camera da letto” Nella cambra c’erano:

I LETTE (Liette in D.A.M.) Letto. II letto non aveva assoluta necessita di fusto, cioè del telaio e delle spalliere o sponde che solitamente chiudono da capo e da piedi il letto: bastavano

I PETRIỦ (non in D.A.M.) Cavalletti, di legno o di ferro, per sostenere un tavolato sul quale si poneva

I PAJJONE (Tale in D.A.M.),o Saccone o Pagliericcio, grosso sacco cucito a mo’ di materasso,

I MATARAZZE (Tale in D.A.M.) che veniva riempito con le foglie più tenere delle pannocchie di granturco,

I CARTOCCE(Tale in D.A.M., con altro significato) DE I TUTARE (non in D.A.M., Tutolo) e che aveva, dalla parte superiore, due aperture chiuse con pattina sovrapposta, nelle quali la donna inseriva la mano muovendo, agitando ogni mattina i cartocce, che il peso della persona aveva compresso e indurito durante la notte. Ad anni alterni i cartocce venivano rinnovati. Le spalliere, quando c’erano, erano di ferro battuto, e talora avevano pretese artistiche di pomi e volute: ambiti lasciti di antiche nonne. Neppure era necessario il comodino,

LA CHELENNETTA, colonnetta, (non in D.A.M.), talora sostituita da una sedia. Nella chelennetta era riposto

I PESCIATURE , pisciatoio, (Tale in D.A.M.) Vaso da notte, Orinale, detto anche renare (Rennale in D.A.M.). Di tali attrezzi, essenziali, ne esistevano, prima in coccio e poi in ferro smaltato, due tipi: quello basso per urinarvi dentro e quello alto sul quale ci si sedeva per defecare. II risultato di tali … attività era gettato, al mattino attraverso una piccola apertura praticata in un muro perimetrale del fabbricato, nella tracerna ( Tracenna in D.A.M. come ”Spazio tra due file di case, dove si gettano i rifiuti”). Lo spazio della tracerna era largo circa cinquanta centimetri e veniva lasciato appositamente nel costruire le case; L’acqua piovana ripuliva la tracerna se il terreno era in pendio. Le case di abitazione, dunque, (salvo rare eccezioni) non avevano servizi igienici. L’alternativa a i pesciature era andare a defecare nella stalla, contribuendo alla provvista di concime stallatico.

Nella cambra era posta:

LA CASCIA (Casce in D.A.M.) Cassa, per riporvi la biancheria. Con il coperchio per lo più convesso, nella forma a baule, baujje (Bbaule in D.A.M.), essa era tipica per dimensioni e fregi, di solito a fiori incisi a fuoco con il compasso (come nell’arcuccia) e colorati con minio rosso. Le spose portavano nella casa maritale, che normalmente era quella dei suoceri, la cascia con la propria dote di capi di biancheria (i lenzd) vestiario e coperte. La dote di stoviglie e accessori di cucina veniva portata con i vase (V. oltre). Le donne della famiglia della sposa e le amiche formavano corteo lungo le strade del paese, dalla casa della sposa a quella dello sposo, qualche giorno prima della celebrazione delle nozze, portando sul capo casce e vase ricolmi degli oggetti costituenti la dote. Tutte le donne del vicinato erano per le strade a fare ala, a vedere e giudicare sul potere economico espresso dal numero di casce e vase e sulla possibilita di cavarsela della nuova coppia. La sposa portava per tutta la vita appesa alla cintura la chiave della cascia, a tutela dei propri beni.

I CHEMMO’ (non in D.A.M.) Como, con il piccolo mobile munito di specchio poggiato su di esso, non appartiene alla nostra tradizione più antica, cosi come estraneo ne era

I VESAVI’ (Visavi in D.A.M. proprio per Collelongo) Vis a Vis, in D.G. come ”Armadio con specchi sulla parte esterna degli sportelli”, specchi d’epoca che rimandavano immagini distorte e sgraziate. Chemmò e vesavi sono mobili costosi e dell’industria più che dell’artigianato e perciò non se ne trovano molti in paese. V’era poi

I LAVAMANE (tale in D.A.M.) Lavabo, Portacatino con i baccile (tale in D.A.M), Catino, di latta o di stagno, sostituito con quello in lamiera smaltata e poi in ceramica, talora di pregio. Sullo stesso trespolo di ferro, costituente i lavamane, sotto al catino v’era L’alloggiamento del sapone, posto in un piattino di metallo o di coccio, e poi quello della

BROCCA (Brocchele in D.A.M.), Brocca, con L’acqua da versare nel catino. Anche il piattino e la brocca nelle migliori espressioni erano di ceramica pregiata. Vedemmo gia che baccile era anche chiamato un grosso tegame in coccio, a forma di catino, nel quale si versava la minestra dopo la cottura e dal quale si scodellava. Questo era spesso anche munito di cheppine (Cuppine in D.A.M.), Mestolo.

Quella che invece c’era sempre era LA CÛNNIA (Connele in D.A.M.),Culla, di legno nella classica forma qui rappresentata, che consentiva alle nonne di cullare (cunnia) i nipoti muovendo, con il proprio piede, il piede di quella nel dondolio predisponente al sonno e riservando L’uso delle mani ai ferri da calza che intanto manovrava.

I FASCIATURE (Tale in D.A.M.) Fascia, rotolo di panno, normalmente bianco e spesso, piuttosto ruvido e rigido, con il quale fino a circa 50 anni fa si avvolgevano i bambini durante i primi mesi di vita. Aborriti dai pediatri, e poi dall’intera società evoluta, degli ultimi decenni, come strumenti di vera tortura per i neonati, incapaci di reagire se non col pianto ininterrotto, i fasciature (le fasce) sono stati completamente e definitivamente smessi. Se ne asseriva la necessita per irrigidire il corpo dei neonati, in modo che nel prenderli e sollevarli dalla culla e nel tenerli in braccio essi non subissero la frattura della spina dorsale, e per mantenere diritte le loro gambe ed impedire le slogature: segno e che i modi della vita nelle epoche trascorse potevano obbligare le madri a trattamenti piuttosto rudi e sbrigativi.

I PRÉTE (tale in D.A.M), Prete. Nelle notti del lungo e rigido inverno si usava scaldare le coltri prima di coricarsi mettendo tra le lenzuola i prete, con dentro un braciere. Tolto il braciere e poi il prete, la persona subito si introduceva nel letto caldo. I prete e detto nella vicina Villavallelonga I MONACHE (tale in D.A.M con lo stesso significato). Nei due casi, e L’uno conferma L’altro, il nome e intriso di ironia volendo maliziosamente riferirsi sia alle antiche abitudini di preti e monaci di infilarsi nel letto di alcune giovani donne del paese sia alla costante di sicurezza (e calore) che preti e monaci hanno dato a coloro che gli consentivano di scaldare il letto. II pericolo di questo ”Prete” era (non tanto che arrivasse il marito tradito) che il braciere desse fuoco alle coltri. E un ”intelaiatura in legno entro cui si pone lo scaldino con brace e che si mette tra le lenzuola per scaldare il letto (D.G.) i prete .

i scallalette Diverso era

I SCALLALETTE’ (Scallaliette in D.A.M.), Scaldaletto, di rame, nel cui interno si poneva la brace viva; con manico lungo, che consentiva di inserire L’attrezzo tra le lenzuola muovendolo variamente e rapidamente per stiepidire il letto. Di un marito sfaticato e pigro si diceva che serviva da scallalette.

J’ARELLOGGE’ (Arlogge in D.A.M.), Orologio a sveglia, cioè con suoneria. Estremamente rari sia come orologio la tasca che come sveglia fino al XIX secolo prima del quale le ore del giorno erano scandite dalle campane che suonavano Mattutino, Mezzogiorno, Tocco, Vespro e Ave Maria. Ancora nei primi decenni del Secolo XX alla richiesta di che ora fosse le vecchiette rispondevano: ” Ha senate i tocche, ha senate i Vespre, ha senata L’Avemmaria, e di notte a scuro ”E n’ora de notte, o ddu ore de notte, ecc.)

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