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Comune di Balsorano

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Ascoltiamo ora la guerra 1915-18 raccontata da un modesto e giovanissimo alpino balsoranese, il quale, al riguardo, ha fatto pervenire fino a noi il prezioso e storico manoscritto che si riporta di seguito. Manoscritto, conservato dai figli, dell’alpino Giuseppe Troiani, classe 1893, deceduto il 22 gennaio 1980, per i paesani Peppe il macellaio e, per chi scrive, Zio Peppino, essendo fratello della madre.

”Questo e un racconto sulla mia vita da militare di prima e durante la guerra 1915-18, ma non e tutto; manca, infatti, la narrazione di tanti e tanti altri sacrifici fatti. Come coscritto della classe 1893 partii il mese di giugno 1913 per essere sottoposto a visita militare ad Avezzano. Risultai abile di prima categoria. Il 10 settembre dello stesso anno nuova visita a Sulmona, sede del Distretto Militare, per la destinazione al corpo militare. Erano presenti ufficiali degli alpini, della fanteria, dei bersaglieri, ecc. e, tra le altre domande, chiedevano il mestiere che ognuno esercitava. Quando fu il mio turno anche a me chiesero, mentre misuravano il petto e 1’altezza, cosa facevo da borghese. Risposi che ero macellaio ed un ufficiale degli alpini esclamo che con la circonferenza toracica di 96 centimetri ero da considerare un buon alpino. Intervenne, sulla mia destinazione, anche un ufficiale della sanita, ma pur non capendo cosa dicessero, intuii che il medico non era dello stesso parere dell’ufficiale degli alpini.

Infatti fui condotto al mattatoio comunale di Sulmona ed in presenza di un veterinario dovetti ammazzare, scuoiare e sezionare una vitella. Fui rimandato a casa per quindici giorni e al ritorno a Sulmona, insieme con gli altri 35 coscritti paesani, mi ritrovai incorporato negli alpini, l’unico di Balsorano. La spunto, quindi, l’ufficiale degli alpini. Insieme con questo tenente partimmo per Udine. Qui mi fece capitare con il suo Battaglione, con la sua Compagnia e con il Plotone che lui comandava. Egli si chiamava Croce signor Giovanni. Fummo vestiti con giacca stretta al collo fatta a sacco, fasce strette alle gambe che m’impedivano di camminare e cosi via. Tutte le mattine facevamo istruzioni ai giardini, al piazzale della stazione e al castello di Udine. Arriva il primo ordine: zaino affardellato e partenza per Venezia dove c’era uno sciopero dei tabaccai della durata di una diecina di giorni dell’anno 1913. Ritornati a Udine sempre le solite esercitazioni e verso Natale nuovo viaggio a Venezia per rendere onore al Re ed alla Regina in visita in quella città. Di nuovo ad Udine e nuovo ordine: zaino affardellato e partenza per il campo invernale della durata di un mese sulle montagne di Prati di Resia e di Moggio, cariche di neve.

Tra le altre esercitazioni, le manovre consistevano nell’ammassare grandi cumuli di neve e poi bucarle in modo che ogni squadra vi trovasse rifugio per la notte e per il riposo diurno. Li dentro si dormiva e si riposava sulla paglia trasportata con i muli. Al termine del campo invernale tornammo ad Udine per le solite istruzioni e per il consueto addestramento giornaliero. Breve trasferimento a Gemona e, arrivata l’estate, partenza per il campo estivo della durata di due mesi. Siamo nelle grandi manovre dell’anno 1914. Il campo era in località Chiusa Forte sulle montagne di Dogna Pontebba. Ma poco dopo iniziate le operazioni, arriva un porta ordini: la 71’ Compagnia, alla quale appartenevo, doveva smettere le manovre e raggiungere, con gli zaini affardellati, la stazione di Chiusa Forte. Fummo fatti salire su una tradotta e durante il viaggio tutti chiedevamo ”Dove si va?”, ”Cosa andiamo a fare?” Ma nessuno lo sapeva. Dopo aver viaggiato per mezza giornata e l’intera notte finalmente arrivammo nella zona della Romagna. C’era un forte sciopero dei ferrovieri ed alla mia Compagnia tocco di fare servizio a Cesena, a disposizione di quel Commissariato di P.S. Dalla popolazione fummo accolti molto bene, particolarmente dai bambini, perché in zona gli alpini non erano stati mai visti.

Eravamo tutti abbronzati e armati di bastone e fucile. Portavamo gli scarponi, lo zaino e una gavetta grande. Quando la sera si usciva per le vie della città tutti i borghesi, vedendoci entrare nelle osterie, ci seguivano per bere insieme e pagare tutto loro. Terminato lo sciopero tornammo a Chiusa Forte dove demmo inizio alla costruzione di strade nella zona di confine perché, si diceva, era prossima la guerra contro 1’Austria. Alla fine dell’anno 1914 fu istituita la nuova 71’ Compagnia, scegliendo gli elementi nel Battaglione, che venne battezzata ”Dei Briganti”. Prese questo nome perché eravamo tutti abruzzesi e friulani. Anche il tenente Croce signor Giovanni fece parte della Compagnia al comando del mio Plotone. Fu lui a volermi con se anche se in quel periodo mi dava poca confidenza per via di un cazzotto che detti in faccia ad un commilitone che si chiamava Armando. Egli venuto a conoscenza del fatto ci convoco tutti e due e dopo aver ascoltato le rispettive ragioni, disse a lui: ”Armando, quando Troiani ti darà un altro pugno, tu glielo devi restituire, hai capi?” Ecco 1’anno 1915, l’anno del terremoto nella zona della Marsica.

Tutti gli abruzzesi che eravamo nell’8’ Reggimento Alpini fummo mandati in licenza con il corredo al di fuori del fucile, corredo che mi fu necessario perché al ritorno a Balsorano trovai i genitori sfortunatamente morti sotto le macerie della nostra antica casa, al di sotto del castello medioevale. Ma io della morte dei miei non sapevo niente. Da Balsorano avevano fatto un telegramma ma il tenente Croce non mi aveva detto nulla. Solo a Sulmona mi accorsi di qualche cosa di male perché il tenente, che era venuto ad accompagnare noialtri abruzzesi, nel distaccarsi da noi saluto tutti, ma soltanto a me dette la mano e mi guardo con tanto affetto. Tornai a Balsorano il 21 gennaio e gia mamma e papa erano stati seppelliti. A casa, completamente distrutta, non trovai nessuno. Le mie sorelle Filomena, Rosetta e Mariuccia, tutte maritate, erano sotto le tende con i figli, mentre i miei fratelli Vincenzo, Antonio e Giovanni, da un Patronato, erano stati condotti prima ad Avezzano e poi a Roma. Mi soffermai a guardare le macerie della casa e mi resi conto che il danno maggiore lo avevano fatto i ”merli” del castello che, cadendo dall’alto, avevano sfondato il tetto completando in tal modo 1’opera di distruzione. Mi addoloro molto osservare che la porta del macello di mio padre era stata sfasciata dalla gente per asportare la carne ed altrettanto avevano fatto a casa per rubare ciò che vi era dentro.

Mi rivolsi ai carabinieri per avere una licenza maggiore ed infatti inizialmente mi accordarono due mesi e poi, il 21 di aprile, mi pervenne il congedo. Per campare impiantai una baracca di legno nel nuovo abitato che si stava ricostruendo nei pressi della stazione ferroviaria. Qui dentro dormivo e avevo arrangiato alla meglio un piccolo macello. Avevo compiùto da poco ventidue anni e ritrovarmi da solo mi angosciava molto. Le mie sorelle maritate, anch’esse sotto le tende, mi davano un po’ di conforto e spesso, ci vedevamo per mangiare insieme e per riandare ai tempi felici di quando eravamo bambini. Dei miei fratelli non sapevo nulla, ma li ritenevo al sicuro presso qualche orfanotrofio. Si guadagnava moderatamente perché i soldi erano pochissimi, ma io continuavo ad andare avanti alla meglio.

Il 24 maggio 1915, allo scoppio della guerra, fui nuovamente richiamato alle armi e ripartii con la stessa divisa e con lo stesso zaino. Da Udine dovetti raggiungere il mio Battaglione dei ”Briganti” di stanza a Gemona. Qui brevissima sosta e poi con il treno fino a Cividale. Scesi dal treno, raggiungemmo un casolare di campagna dove incominciai a sentire che venivamo cambiati di reparto. Infatti dall’8’ Rgt. passammo al 4’ Alpini. Subito esclamai: ”Oddio, il tenente Croce non lo vedro più !” ed infatti non lo rividi mai più . Poco dopo zaino a spalla ed a piedi lunga marcia per raggiungere il fronte dov’era dislocato il 4° Rgt. Alpini, Btg. Val D’Arco, 239 Compagnia, nelle trincee di Santa Maria e Santa Lucia. Durante il viaggio di trasferimento grande fu la mia gioia perché incontrai due compaesani e cioè Ricuccio Mezzabotta e Felice ”Brunitto” la Macchia, detto Veleno. E quando questi amici sentirono che dovevo andare nelle trincee di Santa Maria e Santa Lucia, mi dissero: ”Peppe, non andarci, cerca di evitarlo perché da li non e mai tornato indietro nessuno!” Io risposi: ”E allora come si fa la guerra se nessuno ci va?” Essi replicarono: ”Peppe, guarda, quella e la tomba degli alpini, ma tu fai come vuoi!” Si complimentarono offrendomi due bicchieri di marsala e ci salutammo.

Lì alle trincee per alcune settimane, ogni notte si verificavano degli assalti alla baionetta, sia da parte nostra sia da parte degli austriaci. Di giorno, invece, con il fucile puntato si mirava al bersaglio quando se ne presentava l’occasione. Di morti e di feriti ce n’erano in abbondanza, ma le posizioni erano sempre le stesse: noi di qua e loro di la; nessuno avanzava di un passo. I caduti ed i feriti leggeri venivano trasportati nelle retrovie di notte, mentre per i feriti gravi si tentavano, di giorno, delle sortite che, spesso, provocavano altri morti e altri feriti. I rinforzi e gli avvicendamenti si facevano di notte. Cambiando di postazione, sempre di notte, passammo dietro alla montagna di Monte Cucco, verso un casolare chiamato Voleria per raggiungere il trincerone , dirimpetto a Tolmino. Gli austriaci stavano a pochi passi perché le due trincee erano distanti qualche diecina di metri e come si accorsero dell’arrivo sferrarono un attacco con scariche di fucileria e bombe a mano, provocando molte vittime. Da parte nostra non vi fu alcuna reazione perché ci stavamo sistemando, ma la mattina, all’alba, fu dato l’ordine di aprire il fuoco con i fucili e le bombe a mano. Questa reazione fu molto violenta e da dentro la trincea nemica si udivano i lamenti dei colpiti a morte e dei feriti.

A questa nostra azione segui un violento cannoneggiamento del nemico il quale provoco, tra le nostre file molte vittime. Poco dopo entro in azione la nostra artiglieria. Per oltre venti giorni seguirono attacchi e contro attacchi, ma le posizioni erano sempre ferme in quel posto: nessun miglioramento, niente profitti da ambo le parti. Durante questi combattimenti il mio fucile, che tenevo poggiato tra le gambe, fu messo fuori uso da una pallottola nemica, penetrata dal buco della feritoia, che raggiunse e ruppe la fascetta del mirino. Lo sostituii immediatamente con l’arma di un commilitone morto che era al mio fianco, in attesa del buio della notte per essere trasportato nelle retrovie. Con questo fucile rincominciai a sparare conto la trincea nemica e la cosa duro per molte ore. In questi venti e più giorni di trincea soffrimmo freddo, fame e altri patimenti indescrivibili.

I conducenti di muli con il vitto non potevano raggiungerci perché dovevano transitare allo scoperto e cosi di notte, ogni plotone provvedeva direttamente al ritiro delle scatolette di carne e delle pagnotte nei posti dove potevano arrivare i muli. La suddetta località di Votil e passata alla storia della guerra per il sangue versato dagli alpini, dai fanti, dagli artiglieri e dai bersaglieri per la conquista di Tolmino, di Santa Maria e di Santa Lucia. Dopo venti e più giorni di trincea vi fu il cambio con altri soldati che non potemmo nemmeno vedere in faccia perché avvenne di notte. Pioveva a dirotto e faceva molto freddo. I superstiti della mia Compagnia fummo spostati in una posizione più a valle di qualche chilometro e per qualche giorno rimanemmo infilati dentro alcune stalle e pagliai diroccati dalle cannonate nemiche, ma a noi pareva di stare in paradiso. Dirimpetto vi era una montagna chiamata monte Imorli (?) alta e dritta.

Sopra, sulla vetta, c’erano gli austriaci che dominavano tutta la valle di Tolmino, del trincerone del Votil, di Santa Maria, di Santa Lucia, del monte Nero e di altre posizioni importanti. Arriva l’ordine di andare a cacciare il nemico sulla vetta e noi, subito, zaino affardellato e a spalla, via di notte lungo una mulattiera scabrosa, dissestata e scoperta. All’alba del giorno appresso ci trovammo di fronte i reticolati ed essendosi gli austriaci e i tedeschi accorti del nostro avvicinamento incominciarono un fuoco d’inferno con fucili, bombe a mano e artiglieria. Fummo costretti a ripararci alla meglio, scavando buche con le vanghette e i picconcini almeno per nascondere la testa. Poco dopo ebbe inizio un violento cannoneggiamento della nostra artiglieria che dovette procurare notevoli danni e vittime al nemico perché, per la restante giornata, le loro armi rimasero inoperose.

Sicuri di avere la strada spianata, all’alba del giorno successivo, dopo aver innestata la baionetta al fucile, con il grido di ”Avanti Savoia!”, partimmo all’attacco all’arma bianca. Un forte balzo e conquistammo la vetta. Arrivarono i rinforzi e prendemmo possesso della posizione installando mitragliatrici, bombarde e cannoni. Trovammo molte armi e morti ovunque i quali vennero seppelliti dopo aver provveduto al loro riconoscimento mediante i piastrini. Passarono diversi giorni di relativa calma, ma la reazione nemica non si fece attendere. Arrivo infatti un pomeriggio inattesa, violenta e terribile scatenando su di noi un fuoco d’inferno. I proiettili dei cannoni giungevano da tutte le parti seminando tra noi morte e distruzioni. In quei momenti pensavo a mia madre e a mio padre che vedevo in paradiso e che mi sorridevano e dicevano: ”Non aver paura, Peppi, mantieniti forte e ce la farai. Siamo noi, che, con l’aiuto del Signore, ti stiamo proteggendo!” Appena dopo il cannoneggiamento gli austriaci e i tedeschi fecero un assalto all’arma bianca che venne respinto su tutta la linea, da Santa Maria fino al monte Nero. Nei giorni che seguirono continuarono i loro bombardamenti, ma noi stavamo sempre sulla vetta.

Era arrivato il freddo e ai combattimenti, alla fame, agli strazi si erano aggiunti i primi congelamenti dei piedi. Avemmo, un giorno, la visita del colonnello comandante del reggimento il quale ci infuse molto coraggio e ci sprono a conquistare Tolmino che era li sotto, quasi a due passi. Ci assicuro che dietro di noi c’erano rinforzi di oltre quindicimila uomini pronti a seguirci e a darci il cambio ma ciò non si verifico perché mentre gli attacchi del nemico si susseguivano senza sosta a noi, oltre al mangiare, incominciarono a mancare le munizioni e le armi di ricambio. Evidentemente era incominciato il periodo di Caporetto ma noi lassù, in mancanza di armi e munizioni, incominciammo a difenderci coi sassi e rotolando a valle grossi macigni. In nostro soccorso venne anche un reparto di fanteria ma gli austriaci, rinforzati e rinfrancati, dopo un ultimo violento attacco che provoco in mezzo a noi molti morti, feriti e dispersi, ci costrinsero ad abbandonare la vetta e a ripiegare sulla vecchia posizione.

Tutto questo era accaduto per conquistare Tolmino, ma Tolmino non venne presa. Ritirandoci, ci appostammo in una trincea posta qualche chilometro più giù, sul costone di monte Nero, chiamata del Rampone, fatta a canale, rocciosa, scoperta e ben visibile al nemico. Sul posto c’era stata un’altra battaglia, sostenuta da un altro battaglione alpini per la conquista della posizione e noi demmo il cambio. In quel luogo rimanemmo molto tempo; era pieno inverno con tanta neve e moltissimo ghiaccio. Di tanto in tanto loro che erano al di sotto sparavano con le bombarde ed i cannoni e noi rispondevamo con i fucili, le bombe a mano, con le mitraglie ed anche rotolando grossi sassi. Anche se le vittime delle armi si erano appochite, ora c’era sia per noi sia per loro un altro nemico più insidioso e tremendo: l’assideramento e cioè il congelamento delle mani e dei piedi. Sostituimmo le pezze da piedi con i calzettoni di lana, ma questo nuovo nemico continuava a mietere vittime senza guardare in faccia a nessuno.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

Un giorno, con altri tre alpini, raggiunsi un posto avanzato costituito da un baracchino. Al di sotto, ad una certa distanza, si notavano degli elmetti austriaci. Presi il fucile ed incominciai a sparare colpi su colpi, senza sosta. Uno dei compagni, che era un piemontese, mi disse: – Troiani, smettila di sparare perché gli austriaci tengono il fucile a cannocchiale con le pallottole dum-dum; vedrai che ti daranno qualche lezione! Difatti non era passato nemmeno un secondo da che m’ero tolto dalla feritoia ed ecco una pallottola nemica penetrare dalla buca, poi un’altra e un’altra ancora. E il piemontese di nuovo: Hai visto, Troiani, che per poco non ti hanno fatto la ghirba? Al baracchino un giorno venne a darci il cambio un’altra squadra di alpini. Dovendo attraversare il canalone, profondo, scabroso e carico di neve, questa squadra ebbe diversi feriti per cadute, nonostante che alle scarpe avessero, come avevamo tutti, i rampini.

La stessa sorte tocco a noi per raggiungere la compagnia, ingrottata sotto una rientranza nella roccia che pareva una spelonca. Passarono altri giorni e restammo completamente bloccati dalla neve e senza viveri, ne acqua. Da lassù guardavamo il cimitero militare sottostante al Monte Nero dal quale, sopra la neve, affioravano migliaia e migliaia di croci. Arrivo l’ordine del cambiamento del fronte e dal Monte Nero fummo dirottati alla frontiera dello Stelvio. Dallo Stelvio giù verso Caporetto, Cividale. Qui prendemmo il treno e scendemmo a Tirano in provincia di Sondrio nella zona chiamata Valtellina. Dopo alcun giorni di nuovo partenza per Bormio, Santa Caterina e poi verso la frontiera sotto il Monte ”Tresoro (?)” che e una montagna alta circa tremila metri e una zona ghiacciata dove neve e ghiaccio non si sciolgono mai, nemmeno d’estate. E formato, questo monte, da una infinita di profonde caverne di ghiaccio e con enormi crepacci che mettevano paura solo a guardarli.

Fummo tutti riforniti di ramponi agli scarponi e racchette per camminare e non scivolare su quei ghiacciai insidiosi e orridi. Tutti i plotoni con le relative squadre presero posto nel luogo assegnato. Il giorno dopo, appena fatto lustro, gli austriaci, accortisi della nostra presenza, incominciarono un fitto fuoco di fucileria e qualche cannoneggiamento che non provocarono nessuna vittima fra di noi. Forse erano troppo lontani e per questo motivo noi non rispondemmo al fuoco. Facemmo dei lavori per migliorare le postazioni, ma un nuovo ordine ci obbligo a spostarci ancora più verso di loro. Su questa nuova postazione scavammo una trincea fino al terreno e facemmo dei collegamenti tra trincea a trincea attraverso la formazione di gallerie sotto il ghiaccio e sulla roccia. Fortuna fu che gli alpini, in massima parte, erano piemontesi e bergamaschi e che conoscevano i mestieri di minatori, di boscaioli, di falegnami e ragazzi alti e robusti; forse il più scarto ero io.

Un giorno mi chiama il capitano comandante della compagnia: Troiani, – mi fa tu devi andare a fare il corso di alfabeto morse per una quarantina di giorni a Santa Caterina, insieme con altri due alpini. Li trovammo un istruttore con un cavalletto uguale ad un giocattolo. Con un dito si dovevano battere su questo giocattolo linee e punti….. Dopo un po’ capii finalmente di cosa si trattava: le ventuno lettere dell’alfabeto si dovevano scrivere con i puntini e le lineette. Tutto dipendeva dall’imparare per ogni lettera quanti punti e linee erano necessari. C’era una macchina che si chiamava ”Apparecchio Faina” che di notte funzionava con l’acetilene e il giorno con il sole, attraverso gli specchietti. Terminati i quaranta giorni sostenemmo gli esami e tutto andò bene. Tornato nella Compagnia ritrovai tutti al fronte, ma più in avanti.

Raggiunto il posto, ogni tanto mi dovevo spostare lungo la trincea, tra quelle gallerie e caverne di ghiaccio con addosso oltre lo zaino affardellato e gli altri attrezzi di guerra come il fucile, baionetta, paletta e picconcino, anche l’apparecchietto con la cassetta del telefono; in sostanza ero carico come un mulo. Era il capitano comandante della Compagnia che disponeva: ”Troiani, vai qua, Troiani vai la, Troiani spostati su, Troiani raggiungi il tenente…, Troiani corri giù!” Ma ecco che una mattina il telefono non funzionava tanto bene; era successo che gli austriaci di notte, – non mi sono mai spiegato come avessero fatto attraversando tutte quelle caverne e quei dirupi, avevano collegato un filo al mio telefono per ascoltare le disposizioni che venivano impartite dai nostri comandi. Gli andò male perché furono scoperti da una nostra pattuglia in ricognizione e fatti prigionieri.

Per un lungo periodo ci furono attacchi e contrattacchi da una parte e dall’altra, ma le posizioni rimanevano sempre quelle; era d’inverno e la guerra di trincea non permetteva che risultati di nessun valore. Ma un giorno le cose si fecero più serie. Un aeroplano nemico, venuto ad esplorare le nostre linee, fu accolto da un spaventoso fuoco di fucileria. L’aereo incomincia a cacciare del fumo, poi si abbassa e atterra nella zona di nessuno. Gli austriaci escono dalle loro trincee con una bandiera bianca, raggiungono 1’apparecchio e salvano i piloti che erano dentro. Potevamo ucciderli tutti ma il comandante ce lo impedì, dicendo che sarebbe stata una vigliaccata. Dai comandi del Reggimento e del Battaglione incominciano ad arrivare fonogrammi su fonogrammi per sapere notizie di quell’apparecchio.

A me ogni fonogramma che arrivava era una sudata nonostante fossi in mezzo alla neve perché dovevo riceverlo per telefono, scriverlo e portarlo al comando di Compagnia. Certo, erano grossi pensieri perché scrivendo facevo molti errori, specialmente quando mi dettavano ”punto”,”virgola” e ”apostrofo” e io non sapevo dove metterli, particolarmente a principio dei righi. Allorché i fonogrammi dovevo trasmetterli era poco male perché avevo la possibilità di leggerli prima più volte, ma i guai incominciavano quando li ricevevo! più volte, mentre stavo trasmettendo per telefono, stava vicino a me il comandante di plotone Fiocca. Egli mi chiedeva se il telefono marcasse anche gli errori che facevo. Lo disse scherzando, ma io non la presi a male perché era vero che facevo molti sbagli. Su quella posizione, alta più di duemila metri, passammo un inverno rigido e nevoso.

Tutto era bloccato e per i viveri dovemmo ricorrere alle poche riserve disponibili. Si pativa il freddo, la fame, la sporcizia, qualche volta subentrava anche 1’avvilimento e ci si chiedeva il perché delle tante e tante privazioni e sofferenze. Eravamo ragazzi appena sbocciati ai piaceri della vita, ma la guerra ci stava riserbando soltanto dolori e delusioni, con il pericolo, in ogni momento, di rimetterci la pelle. Arrivo l’ordine del cambiamento del fronte nella zona dell’Isonzo e raggiungemmo la stazione di Edolo per essere condotti fino a Cividale, in provincia di Udine. Qui raggiungemmo il 6’ Reggimento Alpini sull’altopiano della Bainsizza. Attraversammo il fiume Isonzo su una passerella che sfiorava l’acqua e raggiungemmo il battaglione Vicenza che ora si chiamava ”Cesare Battisti” perché questo eroe era stato da poco fucilato dagli austriaci. Avevamo marciato dentro un camminamento tutta la notte e sotto un diluvio che non cesso un solo momento. Arrivammo, cosi, alla trincea a pochi passi da quella nemica.

Quelli del 6’ Alpini, essendo noi quasi tutti giovani, ci affidavano le missioni più rischiose. Non passo molto tempo e il primo attacco austriaco si manifesto violento con cannonate, mitragliamenti e scariche di fucili sia di notte che di giorno. E dentro le nostre trincee si contavano morti, si sentivano i lamenti dei feriti, c’era molto fango che impediva di camminare, tanta sporcizia e il fetore dei morti che non era possibile di seppellire. Ma la nostra reazione fu altrettanto violenta particolarmente con le bombarde francesi fatte a tre ali, che ridusse il nemico al silenzio di diverso tempo.

Un giorno un sergente veneto mi disse di andare con lui e fatti pochi passi mi mise in mano una ”pistolina” per traforare la pietra in modo da poterci spingere più avanti. Io gli disse di essere poco pratico di quell’attrezzo e lui fece finta di non sentire. Allora dissi fra me: Mo ti frego io! Appena che spara il primo colpo della mina mi butto sopra un piede una grossa pietra, attribuendo la caduto allo sparo. Il progetto era fatto ma allorché lasciai cadere il grosso sasso sul piede, il piede fu più svelto a tirarsi indietro! Passarono altri giorni e non andai più a fare il minatore perché non ne ero proprio capace; tornai, pertanto alla feritoia della trincea. Per oltre una settimana avvenne una battaglia che pareva l’inferno. Assaltavamo noi con l’appoggio dell’ artiglieria e assaltavano loro con l’assistenza dei mezzi pesanti ed anche se loro erano superiori per numero e per armi noi cedemmo di un solo palmo. Arrivo l’ordine di abbandonare le trincee e di ritirarci verso Ronzina, a nord dell’Isonzo. Quello che stava succedendo proprio non lo sapevamo, ma in ultimo venimmo a sapere che i tedeschi avevano sfondato a Caporetto e verso il Carso e se noi che eravamo nella zona della Bainsizza non ci fossimo ritirati avremmo corso il rischio di rimanere tutti prigionieri. Questo fatto venne anche pubblicato sui bollettini di guerra di quei giorni. Fu veramente penoso vedere la mia compagnia battere in ritirata, l’uno dietro l’altro, lungo il sentiero della montagna. Dopo aver riattraversato l’Isonzo e dopo una diecina di chilometri, io e altri due trovammo un ferito che chiedeva aiuto.

Lo caricammo in barella e lo portammo ad un primo posto di medicazione che incontrammo. Tornai indietro per raggiungere la Compagnia ma questa non c’era più . Da solo come un cane mi addentrai in un bosco non sapendo cosa fare. Ripensando al terremoto di Balsorano, rivedevo tutto come avvolto in una nebbia. Ora mamma e papa, dal paradiso, mi guardavano con le lacrime agli occhi, facendomi coraggio; Pensavo alle mie sorelle Filomena, Rosetta e Mariuccia con i bambini, ancora sofferenti sotto le tende e ai cognati Pietro, Antonio e Alfonso, loro mariti, anch’essi in guerra.

E poi c’erano i miei fratelli minori Vincenzo, Antonio e Giovanni, chissà, forse anche loro chiamati a fare la guerra, sebbene giovanissimi. Incominciai anche a pensare più intensamente a una bellissima ragazza, con il viso di madonna, che abitava poco distante da casa mia, sulla quale avevo messo gli occhi addosso perché, per la sua grazia, la sua riservatezza, era impossibile non ammirare. Mi venne da piangere ma le lacrime non mi venivano. Mi pare di aver sentito la voce di mio padre che mi diceva: ” Peppi, e mo’? Ti sei arreso? Vai, cammina che ancora hai tanta forza!” Ripresi coraggio e camminai tutta la notte e all’alba del giorno dopo, sulla vetta di un monte, c’era una Compagnia della fanteria che stava proteggendo la nostra ritirata. Venni accolto a fucilate ed io gridai con tutto il fiato che tenevo: ”Sono italiano, sono italiano, non lo vedete?” Il capitano volle sapere il motivo della mia presenza e io gli spiegai tutto. Allora egli mi disse: ”Non puoi restare con noi; vai a raggiungere la tua compagnia!” Ripresi a camminare avviandomi verso Cividale.

Strada facendo non incontrai nessuno. Cividale era stata evacuata dai nostri soldati e nella fuga avevano lasciato ogni ben di Dio. Vidi un mattatoio pieno di carne e, dentro una staccionata, vi erano ammassate molte vacche vive. I negozi erano chiusi, non si vedeva in giro nessun borghese. Se fossi stato un ladro scaltro mi sarei arricchito! Tutto il mio rubare fu questo: in un negozio di tabaccaio, lasciato aperto, riempii un tascapane di sigari! Gironzolando per certi vicoletti incontrai un gobbo che mi invito a casa sua. Mi fece accomodare e per la cena ammazzo una gallina per fare il brodo.

La notte dormii li. Appena fatto giorno il gobbo venne ad avvertirmi: ”Alpino, guarda che gli austriaci hanno circondato tutto il paese di Cividale: siamo tutti prigionieri!” ”Io me ne scappo!” risposi e, cuccio cuccio, raggiunsi la ferrovia. Protetto dalle spinacacie che correvano lungo il tracciato, mi avviai verso Udine. Incontrai anche tanti altri sbandati, ma ognuno camminava per proprio conto. Attraverso paesi, frazioni e casolari riuscii finalmente ad arrivare a Udine. Entrando in città mi venne la palpitazione di cuore perché la ritenevo come il mio paese, anzi per dire meglio, come la casa mia paterna. Rividi la caserma dove avevo fatto le istruzioni come coscritto, i giardini pubblici, il piazzale della stazione! Lungo le strade si vedevano soltanto i soldati italiani sbandati e i negozi erano tutti chiusi.

Passai la notte in uno scantinato, mentre gli austriaci aveva gia circondato la città. Scappai di nuovo verso il Tagliamento sotto un temporale che faceva paura ed in mezzo al fango. Vidi un aeroplano tedesco che ogni tanto lasciava cadere qualche bomba, mentre altri aeroplani italiani seguivano la nostra ritirata senza essere disturbati da nessuno. Arrivo anche una pattuglia del nostro genio militare che stava avvertendo di fare presto ad attraversare il fiume perché di li a poco il ponte sarebbe saltato in aria per fermare 1’avanzata austriaca. Stavamo scappando soldati e civili e dopo aver percorso tre o quattro chilometri sentii, dietro alle mie spalle, un boato pauroso: per la fretta il ponte era stato distrutto mentre soldati e civili lo stavano ancora attraversando. Vi furono molte vittime, come si seppe dopo. Superato il ponte ci buttammo nell’aperta campagna alla ricerca di zucche e cavoli e chiedendo 1’elemosina presso le case che si incontravano.

Arrivai in un paese che si chiama Cotroipo e notai due barche che trasportavano delle mele: ne presi una ma un borghese mi redarguì come si fa ai cani. Seguito a camminare ed arrivo a Casarsa. Qui busso in una casa e viene ad aprire un uomo anziano al quale chiedo qualcosa da mangiare. Mi da un bel pezzo di polenta e con questo tirai avanti per un po’. Non appena mi ero allontanato da questa famiglia ecco un aeroplano tedesco che incomincia a sganciare le bombe. Terminato il bombardamento riprendo il mio vagare senza meta e con la disperazione nel cuore. Entro nella provincia di Belluno e prosegue la mia marcia senza speranza. Continuando a camminare seppi che molti sbandati si erano suicidati per porre fine alle sofferenze, ma a me tale proposito non mi sfioro mai. Sapevo che dal paradiso i miei genitori mi proteggevano e ciò continuava ad infondermi tanta forza e speranza in un avvenire migliore.

Arrivai, dopo molti giorni e attraverso stenti e sofferenze di ogni genere, in un paese che, poi seppi, era Bassano del Grappa. Qui avvenne come un miracolo perché ritrovai la mia Compagnia dispersa sull’Isonzo. Tutti mi si strinsero interno per chiedere cosa mi era successo per rimanere lontano per cosi lungo tempo. Raccontai nemmeno la terza parte di ciò che mi era accaduto, cosi come la sto raccontando adesso. Infatti per descrivere tutta la tragedia, i patimenti, i pericoli e la morte sempre davanti agli occhi avrei avuto bisogno di chissà quanta carta e soprattutto di una buona memoria. Venni riarmato e riequipaggiato e rientrai nella mia squadra.

Qualche giorno ancora per motivi organizzati ed ecco la nuova marcia verso il fronte del trentino a Monte Fiore. Poco prima di arrivare sul posto, era di mattina perché avevamo marciato tutta la notte, sentivo la testa gonfia che mi bruciava e marcai visita. Il medico della Compagnia riscontro 39 di febbre e mi invio all’ospedale di Bassano. Qui mi fu detto che la febbre era di natura viscerale e mi chiesero cosa avessi mangiato. Risposi che i miei scarsi pasti erano consistiti in zucche, cavoli ed altra verduraglia. Venni trasferito, cosi, nell’ospedale di Novi Ligure, in provincia di Genova, ed anche qui sempre domande su domande su ciò che avevo mangiato. Dissi la verità, fui curato con digiuni e pasticche e dopo quindici giorni, guarito per modo di dire, rientrai all’8’ Reggimento Alpini di stanza a Mondovi.

Poi fui inviato, dopo oltre un mese di permanenza in questa città, a fare un corso di mitragliere a Brescia. Si trattava di un’arma nuova in dotazione di un Battaglione, di recente formazione, composto da una Compagnia Alpini, una di Fanteria ed una di Bersaglieri. C’era con me anche il compaesano Francesco Rotondi detto Francesco Ciriciccia. A corso terminato, il quale fortunatamente duro molto tempo, ben equipaggiato, mitragliatrice e conducente, nuova partenza per il fronte con destinazione in un paesetto chiamato Trichetto. Qui nessuno sapeva quale era il nostro compito. Ci spostavano una volta in un posto e una volta in un altro. Avanzavamo senza trovare alcuna resistenza anche se a volte eravamo in seconda e anche in terza linea. In ultimo e quasi a guerra finita si seppe che il nostro era un battaglione di Riserva.

4 novembre 1918 armistizio: e finita la guerra. Rientrammo a Brescia per riconsegnare tutto 1’armamentario di guerra e dopo diversi mesi, che non passavano mai, il giorno 6 settembre 1919, cambiamento di reparto in una Compagnia di Sussistenza a Milano. Il 16 settembre 1919 di nuovo al Deposito Mitraglieri di Brescia e finalmente il tanto sospirato congedamento. Chi legge nell’avvenire questo mio scritto non deve farsi un sorrisetto per gli errori grammaticali che ho fatto, su tutti i punti di vista, in queste pagine. Ma se e un benpensante saprà comprendere il mio pensiero sulle tante cose che avrei voluto esprimere, ma mi e mancata l’istruzione.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

Testi a cura di Giovanni Tordone 

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La 1° Guerra Mondiale 24/05/1915

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