Il Vico Sanpelinese

Le tracce di questo vico (che secondo il Letta si potrebbero anche riferire ad una villa romana di età repubblicana) erano gia note agli studiosi di antichità marsicane. Infatti, gia sul finire del secolo scorso, erano state oggetto di una accurata analisi da parte del De Nino, il quale cosi esprime le sue osservazioni (23). “Presso l’attuale paese di S. Pelino a poca distanza da Massa, anticamente doveva esistere qualche pago considerevole, in relazione colla prossima Alba-Fucense. A Valle Folcara, a nord-est dell’abitato, e a nord-ovest di Peschio Corvaro, esistevano molti muri dell’età romana, che sono stati demoliti non ha guari”. “Nel vascone della fontana sotto S. Pelino c’e una lapide corrosa. Ora non vi si conoscono che quattro lettere ASSV (24).

Ancora più sotto si ammira un muraglione a grandi massi poligonali, senza cemento, lungo m. 35,25 e seguito da muro a calce, di tempo posteriore, lungo m. 10.00. In una frana verso la meta di detto muraglione, si e scoperta una vasca di laterizi, con pietra forata nel fondo. Vi sono avanzi innumerevoli di anfore e d’altre specie di vasi. Andando più al basso, nella vigna Sciarretta, di proprietà dei sigg. Jacovitti, vedonsi altri avanzi di muri senza cemento e poi muri a calce, inoltre frammenti di antefisse, di anse, di vasi aretini e campani. A certa distanza fu rinvenuto un sepolcro a mattoni murati, con dentro uno scheletro e una moneta d’argento che andò smarrita. Pare a me che quelle mura colossali, disposte quasi a scaglione, dovessero servire a mantenere il terreno scosceso, sul quale erano edificate le case del pago. La vasca succennata può anche indicare un bagno. Tutti questi avanzi non possono ridursi ad un solo edificio, perché occupano una grande estensione di terreno a grandi pendenze”.

Il De Nino quindi esclude che le tracce da lui osservate possano essere riferite ad una villa romana e afferma in modo esplicito di trovarsi in presenza di un vico considerevole che si estendeva verso nord-est di S. Pelino Vecchio fino alla Valle Folcara e verso sud-ovest di Peschio Corvaro fino alla Vigna Sciarretta; un vico di cui restava traccia sicura nei terrazzamenti poligonali, nei muri a calce e senza, nella vasca di laterizi con pietra forata nel fondo, riferibile forse a terme e nei numerosi frammenti di antefisse, di anse e di vasi aretini e campani. Ma il De Nino non e stato il primo ad aver individuato nci pressi di S. Pelino le tracce di un antico insediamento. Anche gli studiosi precedenti, compresi i più antichi come il Febonio e il Corsignani, concordavano nel riferire che in prossimità della Cuna esistevano i ruderi di antichi e imponenti edifici. La prima menzione di queste antichità si ha nell’Historia Marsorum” scritta da Muzio Febonio nel XVII secolo (25).

Al riguardo, scriveva l’autore che non lontano dalla fonte, in prossimità della chiesa di S. Lorenzo la quale era stata costruita su un antico pretorio, esistevano i resti dei pubblici bagni. La segnalazione del Febonio e integralmente ripresa e confermata circa mezzo secolo più tardi, dal Corsignani (26). Questi, infatti, nel parlare della villa di Vitellio (che gia dal Febonio era stata localizzata presso S. Pelino) e dalle altre ville di cui la zona sampelinese sembrava essere ricca, scriveva che: il sito delle dette ville era verso il castello, oggi appellato S. Pelino, vicino al quale, nella via Valeria, furono vedute le reliquia di un magnifico pretorio e di pubblici bagni degli antichi romani e de’ Marsi”. (27)

Assai famosa presso gli scrittori era la chiesa di S. Lorenzo in Cuna, “perocche ivi esisterono i pubblici bagni, e nel luogo proprio della menzionata chiesa vi era il Pretorio dove da Gentili si venerava il simulacro della giustizia”. (28) Passando poi a descrivere la terra di S. Pelino, cosi continuava: “Indi si erge la Terra di S. Pelino tra di noi antica dedicata a un tal Santo gia Vescovo di Brindisi che fiori nel 364 in quella chiesa, il quale fermossi nel detto sito dei Marsi, allorché da Roma passo in Corfinio ai nostri popoli vicino, dove poscia per la cattolica fede, termino la vita; e dopo del suo martirio, gli fu eretto in Marsi un celebre tempio sotto il suo nome, da cui il castello, S. Pelino appellossi; e cosi resto sacro quel suolo dove anticamente i romani gentili serbavano ville a loro fatti e lussuriosi diporti” (29).

Significative, nel secolo attuale, sono le riflessioni di Loreto Orlandi, ricercatore appassionato, oltre che studioso, di reperti antichi: “Nell’odierno S. Pelino, dopo Alba e presso la consolare, adagiato su amena e soleggiata collina con provvista di acqua di limpida fonte, vi sono le reliquia magnifiche di un Pretorio a megalitiche mura poligonie, e di pubblici bagni”. Tali reliquie “e quei muramenti poligonici senza malta …. confermano in quel luogo l’esistenza di un oppido validissimo”. “Non vi e dubbio che ci troviamo in presenza delle vestigia di un oppidum vicino ad Alba Fucense e alla Via Valeria, e probabilmente con l’avvento del Cristianesimo e con gl’incliti martiri, il superstite abitato assunse il nome di S. Pelino; ma quelle mura megalitiche con la vetusta patina si ergono maestose, mute e impenetrabili e solo potremo strapparne il segreto da eventuale rinvenimento di titolo epigrafico” (30).

Una considerazione emerge evidente dalle espressioni che questi studiosi hanno usato per descrivere i resti delle antichità sampelinesi: che questo vico non poteva essere un semplice, oscuro villaggio dei Marsi Anxantini ma doveva corrispondere ad un centro ben più importante che spiccava decisamente nel contesto insediativo di questo gruppo di Marsi. L’esistenza delle terme e di un pretorio é testimonianza inequivocabile di un rango elevato: di un rango che
si pone al livello di un municipio romano. Il pretorio infatti doveva corrispondere al luogo in cui i più alti magistrati municipali, i “duoviri iuredicundo”, la cui figura rievoca quella dei pretori-consoli della repubblica romana, amministravano la giustizia. La “dove da Gentili si venerava il siinulacro della giustizia, quantunque per lo culto assai malamente, per lo significato pero assai a proposito”.scrive il Corsignani a proposito di questo pretorio (31).

Consegue da quanto suddetto che le vestigia rinvenute nei pressi della Cuna non possono essere attribuite ad una villa romana e, in particolare, alla villa di Lucio Vitellio la cui costruzione risale ai primi anni dell’epoca imperiale. Il pretorio e le terme, infatti, in quanto strutture tipiche di un insediamento urbano presuppongono l’esistenza di una città. Con ciò non si vuole negare la presenza della villa di Vitellio nei pressi di S. Pelino. La bontà dei “follacciani” di Panciano e stata, a tale proposito, una prova cosi decisiva da non lasciare dubbi di sorta, visto che quella villa era stata famosa nell’antichità ed era stata citata da Plinio proprio per le pregiate varietà di fichi che Lucio Vitellio vi aveva fatto impiantare trasportandole direttamente dalla Caria (32). Stando alla relazione del Letta, sembra che la localizzazione di questa villa sia da ricercarsi nella parte opposta del paese vecchio e cioè nella zona di Panciano della quale scrive: “I cui resti grandiosi potrebbero riportarsi forse alla villa di Vitellio” (33).

Questi muri descritti dal De Nino e dall’Orlandi sono stati osservati anche da studiosi sempelinesi. Ricordiamo in proposito le ricerche svolte dal Lanciani e, ultimamente dal dott. Loreto Di Genova e dal dott. Sabatino Cofini il quale avanza l’ipotesi che la nascita dell’antico pago sampelinese possa essere correlata alla presenza in loco della villa di Vitellio. A conclusione delle sue osservazioni, egli non può esimersi dal constatare che di tanta antichita “non restino che pochi ruderi, tuttora chiamati mura antiche dai paesani” (34). L’ipotesi formulata dal dott. Cofini e che molti tra gli amici e il personale di servizio che si sono avvicendati al seguito di Vitellio e degli altri patrizi che avevano costruito ville nella zona di S. Pelino abbiano deciso di stabilirsi definitivamente sul posto, originando cosi il pago sampelinese. La tesi appare pero riduttiva.

Infatti, se da un lato ha il pregio di sottolineare la forza attrattiva che il sito sampelinese esercitava gia in questa epoca, dall’altro lato ha il torto di
di sottacere l’eventualità che i l pago fosse preesistente agli insediamenti delle vi e romane. Una tesi, quest’ultima, che ci pare invece meritevole di molta attenzione. Recentemente, ne corso di alcuni lavori di sbancamento, uno di questi muri citati dal del Nino e dall’Orlandi é venuto alla luce ed 6 stato osservato personalmente anche dallo scrivente. Si trova ai limiti nord occidentali dell’abitato attuale, nelle vicinanze della strada che porta a S. Pelino Vecchio. R di tipo megalitico e cioè e formato da grosse pietre incastrate senza calce, le quali presentano la parte levigata rivolta verso sud. Costeggia, ad una distanza di circa 20 metri la strada che sale per il paese vecchio e si dirige verso S. Lorenzo stando a destra di chi sale. Potrebbe anche essere il muro esterno che recingeva la antica città o il muro che costeggiava l’antica via Valeria.

La sua presenza infatti e stata riscontrata e confermata anche in altri punti della stessa direzione dai proprietari dei terreni vicini. Avevamo raccolto, in proposito, le testimonianze di Filippo Madonna e di Fernando Ruscitti i quali, sempre in occasione di lavori di sbancamento, si erano imbattutti nello stesso muro (35). Ma, a proposito di rinvenimenti, non si può sottacere quello capitato, nel 1939, a Benedetto Collacciani detto “Muccicone”, su un terreno situato a S. Lorenzo. Durante i lavori di scasso per l’impianto di un vigneto, rinvenne vari oggetti antichi tra i quali alcune piccole statue e un tesoretto di sette o otto monete d’oro risalenti all’epoca imperiale. Il rinvenimento assume un interesse particolare perché anche il Corsignani accennava alla possibilità che tra i ruderi della vecchia chiesa di S. Lorenzo in Cuna si trovasse qualche tesoro. Scrive infatti che: “Partiti poscia i monaci cassinesi dalla detta chiesa e monistero di S. Lorenzo, resto quella abbandonata e senz’altra assistenza; e pero dalla sciocca gente ambiziosa di trovar tesori, a poco a poco fu diroccata, rattenendo appena il nome di S. Lorenzo in Cuna, con miserevoli avanzi avanti al pie del monte di Albe nella via Valeria” (36)

Questi rinvenimenti casuali rappresentano ormai l’unica fonte di informazioni nuove sulla esistenza dell’antico vico sampelinese. Un esempio recente si e avuto nel rinvenimento di una tomba di epoca romana su un terreno del sig. Bovini. Per il resto, c’e da notare che, a parte qualche pietra sparsa qua e la nei muretti interpoderali e qualche piccolo tratto affiorante di quei muri antichi menzionati dal De Nino bellissimo e tuttora imponente e il muraglione che si erge al di sotto della vecchia fonte – di ruderi antichi che facciano bella mostra di se alla luce del sole non se ne vedono.

Il guaio dei rinvenimenti occasionali (ne abbiamo avuto molti altri ma omettiamo di menzionarli per insufficienza di documentazione) e che sono poco utilizzabili perché quasi sempre sono stati seguiti dalla distruzione o dalla dispersione di quanto trovato. Anche da uno studioso di antropologia possiamo ricavare conferme sull’antichità dell’insediamento sampelinese. L’esempio ci e offerto dall’antropologo Giustiniano Nicolucci, (37) al quale si deve un libro sulle caratteristiche dei crani dei Marsi, in cui sono illustrati i risultati delle analisi condotte su un certo numero di crani, diversi per grado di antichità e per provenienza. Ebbene, tra le varie località di provenienza di questi crani troviamo anche San Pelino, in relazione ad esemplari che erano classificati tra i più antichi e che erano stati rinvenuti in tombe di epoca romana. Possiamo a questo punto trarre qualche conclusione a proposito delle origini di S. Pelino e della sua storia più antica.

E si può dire che, anteriormente all’anno 302 a.c. e cioè alla deduzione della colonia romana in Alba Fucense, l’area di S. Pelino non si presentava deserta ma era abitata. Ed era abitata non da popolazioni equicolane ma da comunità di Marsi che appartenevano a quel particolare gruppo di Marsi che era detto anxantino. Quest’area dunque era parte del territorio marso e ne rappresentava il lembo settentrionale ai confini con la nazione equicolana e quindi ai confini antichi del Lazio. Le risorse economiche che doveva offrire ai suoi abitanti erano costituite dalla pastorizia in primo luogo e quindi dall’agricoltura e dalle altre attività. Sicuramente, il primo insediamento umano non si ebbe nel vico che si estende verso la Cuna, ma nell’oppido che era situato sul “Costone a quota 964, tra la rocca di S. Pelino, e Colle Lanciano al di sopra della villa romana di Panciano e dell’attuale S. Pelino”.

Questo, infatti, mostrando una maggiore antichità, doveva per forza preesistere all’altro. Successivamente, e quindi in epoca posteriore all’anno 302 a.c., si creo più in basso e cioè verso la Cuna, la Vigna Sciarretta, S. Lorenzo e verso il pendio che separa l’attuale paese dal vecchio, in una nuova cittadina, il vico, che crebbe e si sviluppo economicamente grazie al lungo periodo di pace che segui a quella data e grazie anche alla raggiunta tranquillità dei confini conseguente alla disfatta degli equicoli e all’incorporamento nel territorio albense. Ricordiamo infatti che in conseguenza di quell’ampliamento, il confine tra albensi e marsi era avanzato fin oltre Celano; e S. Pelino si era ritrovato inclusa nello stato albense subendo un radicale cambiamento della propria originaria funzione. Non era più in zona di frontiera, ai confini del Lazio, ma era ormai all’interno del Lazio. Ne aveva più da espletare le originarie mansioni difensive. Cosi, gli abitanti del vecchio oppido preferirono trasferirsi più in basso, nella nuova città che offriva i vantaggi di presentarsi più vicina alla pianura coltivabile, alla Sorgente della Cuna e alla via Valeria che collegava con Alba. Questa migrazione non deve apparire strana, perché presenta analogie con quella che si e registrata ultimamente, nel corso di questo secolo, e che ha visto lo spopolamento di S. Pelino Vecchio a favore del nuovo paese. R vero che in qu~st’ultimo caso lo spopolamento e stato provocato (o accellerato) dal disastroso terremoto del 1915.

Ma nulla esclude che anche per l’antico oppido non si sia verificato una qualche occasione che abbia favorito il fenomeno migratorio. I possibili danni subiti nella guerra dell’anno 302 o in quella del 90 a.c. potrebbero rappresentare dei probabili esempi di tali occasioni. Dopo la guerra sociale la funzione originaria dell’oppido resta solo un ricordo. Esso infatti non e più sede di insediamento perché la popolazione si e ormai trasferita, quasi completamente, più in basso. Non ha più scopi militari perché Marsi e albensi sono tutti cittadini romani e non corrono più alcun rischio di restare coinvolti in conflitti locali. Continuerà ad essere frequentato saltuariamente per scopi religiosi o ricreativi, oppure per riparare il bestiame in caso di maltempo. Lo spopolamento dell’oppido sampelinese costituisce l’anticipazione di un fenomeno generalizzato che interesso tutti gli oppidi marsicani. La causa e ovunque la stessa: la generale pacificazione delle genti italiche e l’estensione a tutti della cittadinanza romana hanno annullato le vecchie barriere ed hanno spazzato le vecchie esigenze difensive.

Che nome avesse questo vico sampelinese non lo possiamo sapere in forma diretta perché nessuna epigrafe e stata finora rinvenuta con tale specifica indicazione. Ne e stato possibile rinvenire presso gli storici antichi delle testimonianze dirette e di assoluta certezza. Anche qui, la mancanza di testimonianze dirette ci obbliga a ricavare la soluzione dagli indizi che abbiamo. E anche qui, nell’avviare il discorso, dobbiamo ripartire da una osservazione gia fatta: l’esistenza di un pretorio e dei pubblici bagni attestano che quel vico doveva corrispondere non ad un oscuro o modesto villaggio dei Marsi anxantini, ma ad una città ben più importante e significativa. Ne si dica che l’area sulla quale il vico sorgeva appare essere troppo esigua per potervi ipotizzare la presenza di una vera città. Infatti e ben noto che tutte le antiche città dei marsi avevano delle dimensioni piuttosto ridotte. “Moenia quae campi iugera pauca tenent”, commentava Ovidio riferendosi alla sua città natale, Sulmona, per sottolinearne la modesta estensione della cinta urbana. L’unica, vera città dei Marsi era l’antica capitale Marruvio e solo essa poteva misurarsi con la grandezza di Alba.

Le altre, al confronto, apparivano agli osservatori esterni poco più che modesti villaggi o, tutt’al piu, delle graziose ma piccole cittadine. Tutto questo ci e riferito direttamente dagli storici antichi e tra questi Strabone (38) e Silio Italico (39). Il primo, in particolare, ci riferisce che i Marsi preferivano abitare sparsi per i villaggi piuttosto che essere concentrati in poche citta; il secondo precisa, non senza un po’ di esagerazione, quale fosse secondo lui la differenza tra la forte e ricca città di Alba e quelle dei Marsi: “… interiorque per udos, Alba sedet campos, pomisque rependit aristas. Coetera in obscuro famae, et sine nomine vulgi, sed numero castella valent”, Che i Marsi, a differenza di altri popoli, preferissero vivere sparsi per i villaggi piuttosto che essere concentrati in una o poche città e una caratteristica ancora attuale e ancor oggi riscontrabile nella miriade di paesi e paeselli che costella la conca del Fucino e le alture circostanti. Ovviamente i marsi avevano le loro citta. Angitia, Anxa, Antino, Cerfennia, Fresilia, Marruvio, Milonia e Plestinia sono quelle di cui la storia ci ha tramandato il nome.

Esse pero agli occhi degli scrittori antichi che conoscevano la vastità dell’impero e la bellezza delle sue grandi città, non dovevano suscitare una forte impressione. Tornando dunque al vico sampelinese, dobbiamo concludere che la superficie occupata, per quanto modesta possa apparire, era certamente idonea ad ospitare una ricca e forte città dei marsi, quale doveva essere Anxa, il municipio capitale dei Marsi Anxantini. Ma vediamo ora di chi sono questi Marsi Anxantini.

Note
23) De Nino: Notiziario Scavi 1885, pagg. 484-485.
24) La stessa lapide e riportata dal Mommsen al n. 3934 del C.I.L. con la seguente iscrizione: KSAR BASSLJS VI(;ID V I I1I.I S(‘U
25) M. Febonio: Historia Marsorum, pag. 166.
26) – Pietro Antonio Corsignani, marsicano, vescovo di Venosa. Nel 1738 pubblicò la sua ponderosa opera in due volumi “Reggia Marsicana, ovvero memorie topografichestoriche di varie colonie, e città antiche c. moderne della Provincia dei Marsi e di Valeria”.
27) Corsignani, op. cit. pag. 175.
28) Corsignani, op. cit. pag. 366.
29) Corsignani, op. cit. pag. 364
30) Orlandi : I Marsi e l’origine di Avezzano.
31) Corsignani, op. cit. pag. 364
32) I follacciani di Panciano rappresentano, per la loro origine carica, i veri fichi carici o carracini; nome con il quale sono chiamate in Abruzzo i fichi secchi. La bontà dei fichi di Panciano rappresenta l’eredita lasciata da Vitellio ai sampelinesi.
33) Letta: op. cit. pag. 129.
34) Sabatino Cofini: Le origini di S. Pelino, in “La voce di S. Pelino” numero unico 1974.
35) Fermando Ruscitti durante i lavori per la costruzione del magazzino non aveva trovato soltanto il muro, ma anche delle grosse pietre levigate che sembravano scalinate e una tomba.
36) Corsignani, op. cit. pag. 175. L’autore riporta anche una curiosa notizia tratta dal Febonio, secondo la quale nel territorio albense con particolare riferimento a S. Pelino, nascerebbe l’oro, non si sa bene se per naturale beneficienza della terra oppure per virtu di talune erbe:
37) G. Nicolucci: I crani dei Marsi, pag. 6 [da: Pagani, pag. 82]
38) Strabone; Geografia V,241.
39) Silio Italico; Vlll, 508.

San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini

Pasquale Fracassi