Il viaggio e altri racconti Presentazione

di Cesidio Di Gravio

Il Viaggio e altri racconti di Cesidio Di Gravio

Il libro:
“Il viaggio”

Era una bella giornata di primavera. Non erano ancora le otto e sentii bussare alla porta del mio studio. La segretaria sarebbe venuta alle nove. Quando aprii, mi apparve una donna molto elegante e molto anziana.
“L’avvocato?.”
“Si”.
“Posso entrare.?”
“Si accomodi “. Io ripresi il posto dietro la mia scrivania. La donna si mise a sedere davanti a me. Sorrideva piacevolmente.
“Sarà una nuova cliente” pensai.
“Lei non mi conosce, avvocato. Ho ottantadue anni e vengo da Roma. Mi ha accompagnata mio nipote e sono venuta molto presto, perché avevo timore di non trovarla.
Le chiedo ancora perdono dell’orario”.
“Non si preoccupi… mi dica”.
La donna tiro fuori dalla sua borsetta un libro. Riconobbi subito “Quando le strade erano bianche”.
Ecco avvocato… vorrei la sua dedica…” lo rimasi confuso e non potevo credere che una donna cosi anziana avesse fatto tanti chilometri solo per una dedica.
“Non è venuta da Roma soltanto…”
“No, certamente. Sono venuta a dirle che, dopo aver letto i i suoi racconti, ho riscoperto la gioia di vivere, i valori dello spirito, l’amore per la natura, il significato della bontà della semplicità.
Io ero molto triste e lei mi ha ridato un soffio di gioventù…”
“Non esageriamo… ” “Non esagero. Ho da chiederle solo un piacere”.
“Mi dica “.
“Scriva un altro libro e lo spedisca in contrassegno a questo indirizzo. Aspetterò”.
La donna si alzo senza aggiungere altro. Il colloquio fu breve ed il saluto fu caloroso. lo dissi qualcos’altro, ma non ricordo esattamente cosa.
Ero disorientato.
Quella figura cosi austera e quelle parole avevano turbato il mio animo. Passarono molti mesi.
Spedii “Un avvocato racconta” all’indirizzo indicato. Il libro torno al mittente. Non ho più visto la donna e ne ho chiesto notizie di lei.

lo ho scritto questo libro scavando ancora dalle zolle della mia terra gli aneliti profondi, i grandi sospiri, le inutili ‘tese, le continue amarezze, le interminabili delusioni. Amara e la considerazione, quando non vedo spuntare sulle mie colline il sole di primavera. L’uomo è ancora il protagonista delle mie storie.
E’ un uomo stanco e deluso. E’ un uomo rassegnato e impotente a realizzare cose nuove. E’ un uomo che chiede aiuto e che, dopo le amare esperienze, torna nella solitudine e nel silenzio. Ho paura di me stesso e degli altri. Ho paura di questi palazzi, di queste piazze, di queste strade. Ho paura dell’aridità che ha colpito il nostro spirito. lo voglio essere il fanciullo incosciente che ama la libertà correndo nei prati, tuffandosi tra le fratte e rotolando nelle pozzanghere, senza il macigno dei pensieri sempre tesi al materialismo più scatenato.

lo voglio ancora sentire rumoreggiare i cespugli e poi incontrare le coppie degli innamorati rossi in volto per i lunghi baci affettuosi. Io voglio ancora ricordare il sorriso e la voce di quanti guidano dal cielo i nostri passi e le nostre fatiche quotidiane. Io voglio tornare dove ho dato il primo bacio, tremando tutto, quasi svenendo, godendo le dolcezze del mistero e dell’incantesimo.lo voglio abbracciare gli amici e cantare con loro l’inno della semplicità e della speranza. lo vorrei a te, caro lettore, stringere la mano e dire che vale ancora la pena, nonostante le brutture, vivere la vita. Anche qui. Anche in questa città cosi angustiata, cosi triste, così martoriata dalla natura e dagli uomini. E solo perché nostra, tutta nostra.

Racconti
IL VIAGGIO

Quando l’aereo comincio a muoversi e ad alzarsi dalla pista, la fronte di Alessandro si copri improvvisamente di sudore. La paura gli attraverso tutto il corpo, dalla punta dei piedi fino ai capelli. Rimase immobile attaccato al sedile. Gli altri passeggeri rimanevano nella loro indifferenza, parlavano, leggevano, guardavano la città che si allontanava. Ad Alessandro, prima della partenza, gli avevano detto che si muore più facilmente per strada che in aria, e che gli incidenti aerei, in un anno, potevano contarsi sulle dita.
La cosa non allentava la tensione, perché pensava che tra i pochi aerei che potevano cadere, poteva esserci proprio il suo.

Egli non si dava ragione di come si potesse essere sospesi nel vuoto, magari sorbendo un caffè. Dava la colpa alla fisica e alla matematica che non aveva mai capito facilmente. Quello era il suo primo viaggio. Lo scalo era previsto a Toronto, dopo otto ore. Il tutto accadeva nel 1966. Era accompagnato da un amico che lo fece passare per dipendente della compagnia area di cui era rappresentante.

Il posto era addirittura in prima classe. L’agitazione si attenuo, quando una voce di donna annuncio che era cominciata la discesa. “lo riparto domani disse l’amico ad Alessandro non pensare a nulla. Divertiti e mangia poco perché in Canada è tutta un’abbuffata, dovunque vai”. Una macchina lunga e lussuosissima prelevo Alessandro all’aeroporto di Toronto. Erano venuti in molti ad attenderlo e lo portarono quasi in processione. Era la prima volta che un italiano si recava in Canada a far visita ai suoi paesani, dopo la grande emigrazione degli anni Cinquanta.

Alessandro, dopo l’esperienza emotiva del volo, comincio ad ammirare la grande metropoli con i palazzi conficcati nel cielo, i grandi supermercati ed i negozi sfavillanti. Il suo arrivo, nel quartiere italiano, fu salutato con entusiasmo. Rivide alcuni compagni di scuola che non avevano potuto continuare gli studi e che non avevano voluto lavorare la terra.
Li abbraccio affettuosamente e chiese notizie di loro e delle loro famiglie.
“ll lavoro e duro – dicevano – ma siamo felici. Ci manca solo “L’Italia”.
Rivide anche le loro mogli, dolci creature che avevano sognato un mondo diverso e che non avrebbero mai pensato ad [………….]