Il Vangelo Della Passione

La Via Crucis, voluta da Monsignor Franco Michetti, si affianca, nel tempietto moderno della SS. Trinità di Avezzano, alla prima operazione teologico-artistica, basata su un’idea iconografica della Eucaristia, tradotta visivamente dal pittore Marcello Ercole in undici magnifiche tavole. Completato cosi il ciclo, non solo ai fedeli, ma anche a un pubblico più vasto italiano e straniero, sarà data l’opportunità di una chiara lettura del sacro. Le quindici “stazioni” della Via Crucis sono firmate da artisti italiani assai noti: Ricci, Conta, Primavera, Wolf, Bremer, Stefani, Cugurra, Simone, Bonaccorsi, ancora Ricci, Terreni, Bertoldi, Murer, Strachota, Ercole, citati secondo l’ordine progressivo delle rispettive opere. Artisti di diversificata matrice, uniti nel segno delle verità evangeliche.

Ad esse si sono ispirati, ognuno dentro il proprio modulo espressivo, con il carico della propria esperienza, con le emozioni e la profondità dei propri sentimenti tradotti in immagini e cromie, mutuate nei quindici quadri attraverso una singolare circolarità, quasi vi avesse messo mano lo Spirito. Una circolarità che irradia dinamicamente le facies allegoriche e che l’occhio assume ad indice unificatore. Dalla molteplicità all’unità. Immediatamente si percepiscono, nelle tavole, la plasticità compatta e spettacolare di Ricci, l’allusività ambigua di Conta, la trasversalità luminosa di Primavera, l’incisività icastica di Wolf, il timbro chiaroscurale di Bremer, la fissa tragicità di Stefani, il chiarismo nitido di Cugurra, la densità cromatica di Simone, la trasparente umanità di Bonaccorsi, il realismo lirico di Terreni, la pietà consolatrice di Bertoldi, l’espressionismo tonale di Strachota, e infine, la metafisica spiritualità di Ercole. Pagine e segmenti di un libro sacro.

Le scelte degli artisti, lungi da ammiccamenti a facili soluzioni decorative, si calano in un acre senso della vita, ieri passione di Gesù, oggi bisogno di comunicare e di essere non tanto per sé, quanto negli altri. “Sai, amore mio, che quel che c’è di più duro per l’anima è soffrire, non dico per gli altri, ma negli altri. Fu questa la terribile agonia del Salvatore”. La frase è di Léon Bloy. Sulla medesima lunghezza d’onda si sono sintonizzati gli artisti della Via Crucis.
L’impianto figurativo delle quindici tavole, il costante riferimento ad una sintassi iconica, priva di orpelli, con le sue accensioni materiche, gli scatti di luce che staccano la figura del Cristo dai suoi comprimari, le larghe campiture varianti dal rosso al viola, dal verde al bianco-grigio, tra notturni e albe impalpabili, le ritmiche scansioni delle scisse gestualità, l’azione e interazione dei personaggi della passione, intessono una trama narrativa sospesa tra la tragedia e la catarsi. In guisa che lo stupore, che sempre si accompagna alla percezione estetica del bello, si compone nella meditazione sul destino dell’uomo. È il nodo centrale di questa Via Crucis. La consapevolezza degli artisti, chiamati a darne un’interpretazione, traspare in tutta evidenza: una realtà teologica può essa stessa tradursi in fruizione sensibile?

La risposta, che sembra uscire dalla prove pittori che, custodite in quel museo d’arte sacra che è oggi la SS. Trinità di Avezzano, è univoca: se l’arte è espressione della totalità dello Spirito e la Chiesa prende dello Spirito e dell’Umano, la rappresentazione storico-allegorica della Via Crucis sintetizza l’uno e l’altro. Cambia, semmai, il linguaggio espressivo, in quanto ognuno dei maestri ha scavato nel più profondo della sua sofferenza creativa, rendendo culturalmente plausibile la sua interna tensione fino a donarci la grazia ineffabile del divino, dell’eterno e del metafisico. Linguaggio come veicolo del sentire del popolo di Dio. Non è possibile, infatti, postulare una grande arte senza un grande pubblico che la susciti e l’adotti. L’osrnosi tra l’artista e il pubblico è la prima risposta autenticamente significativa. Osserviamo bene le quindici tavole. In ognuna, oltre alle peculiarità prima rilevate, coglia mo, in felice sintesi, la realizzazione di figure stilizzate con la rude grazia di certa arte popolare. Non campo aperto ai varchi di fantasiose incursioni nell’informale o nelle seduzioni sperimentali, spesso presentate per arditezze creative, ma uno stare, per ciascun artista, nel solco già tracciato dai sacri testi e, ancor di più, nel cuore di una tradizione sedimentata in quasi due millenni di fede.

Il confronto, di per sé inevitabile, è di tale portata da far tremare le vene nei polsi. Il rischio di reiterare, trascinandosi nell’opera rimandi e soluzioni epocali, è palese, persino nelle tecniche esecutive. Basti ricordare – lungo i secoli della civiltà cristiana – la cosiddetta “Bibbia dei poveri”, là dove alla raffinatezza delle corti e alla sfarzosità delle signorie, si contrapponeva la disadorna iconografia delle chiese, aperte al culto dei fedeli.  La generosa committenza dei signori rinascimentali verso artisti eccelsi del loro tempo non deve indurre in inganno. Oggi – tuttavia – il tasso di ricettività e di fruizione è notevolmente alto, grazie anche all’accresciuto senso di partecipazione, favorito dai massmedia, dallo scambio incessante di esperienze, dalla circolazione di idee, di cultura.

Etica e Fede convivono reciprocamente. Per tali motivi gli artisti della Via Crucis, pur nella continuità della tradizione, possono ascrivere alla loro autonomia espressiva una discontinuità di contenuti e di proposte; discontinuità che si evidenzia, in modo positivo, nelle diversificate figure ora allungate e attorte, ora realisticamente immerse nella crudezza del nostro tempo, quasi a significare, in una sorta di lirica rivisitazione, una mitologia del quotidiano. La stesura plastica e prospettica dei quindici quadri della passione, si carica di vibratile tensione all’assoluto. Anche i volti, spesso tirati verso il basso, recano il tormento dei lunghi silenzi. Si connotano di una riflessione emblematica sul negativo dell’esserci, delle sue cadute e delle sue resurrezioni. Come non avvertire in ogni tavola della Via Crucis il segno inquietante dei tremori e delle paure degli stessi artisti e, di riflesso, di noi tutti? 

Leonello Farinacci