Il testamento

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
L’8 febbraio 1661 Mazzarino si fece portare a Vincenne, poiché il suo male si era aggravato e sperava che quel soggiorno lo facesse sentire meglio. Ma verso la fine del mese si aggravò ancor più e fu a tutti evidente come fossero rimaste poche speranze per la sopravvivenza del Primo Ministro a quest’ultimo attacco della malattia. In una lettera indirizzata a Nicola Fouquet il 2 marzo si legge: « Non è affatto vero come si dice che egli abbia avuto un miglioramento da due giorni a questa parte … Egli ha avuto già due attacchi … il polso è debolissimo … si pensa che sia impossibile che possa resistere ancora a lungo ».

Il 3 marzo Mazzarino fece chiamare due notai da Parigi per dettare le sue ultime volontà. I due funzionari si trattennero presso il malato fino al 7 marzo. La redazione del testamento fu piuttosto laboriosa, non perché Mazzarino avesse perduto la lucidità, ma perché erano tante le persone a cui volle pensare e le ricchezze di cui disponeva. Al suo capezzale, in quegli ultimi giorni di vita, si trattennero quotidianamente il re, la regina Maria Teresa e la regina madre, Anna, che si erano portati anch’essi a Vincennes.
Nel testamento Mazzarino pensò subito di nominare erede universale il re di Francia. Luigi XIV, che doveva ratificare le disposizioni del suo Primo Ministro, rifiutò questa generosa e disinteressata offerta. Allora il malato pensò a tanta gente, ai suoi parenti, agli amici, alle persone di servizio, a letterati e artisti, a istituzioni benefiche e culturali.

Ringraziava nel testamento Luigi XIII, Anna d’Austria, Luigi XIV: i sovrani che per lui avevano rappresentato lo Stato e la Francia. Alla corona legò i suoi gioielli più belli, che si chiameranno per sua volontà « Gioielli Mazzarino »; altri gioielli dei quali proibì di fare l’inventario anche dopo la sua morte – li donò al re e alle due regine. Pensò quindi, quasi con pedanteria, ai suoi parenti. Notiamo solo che il palazzo Mazzarino a Parigi, dove c’era la galleria d’arte, toccò al duca Mazzarino, marito della nipote Ortenzia Mancini e, siccome in parte ci rientrava anche l’altro nipote Filippo, fu in seguito oggetto di intricate discussioni.

In particolare Mazzarino pensò all’istituto dei Padri Teatini, che egli stesso aveva chiamati in Francia nel 1644 e aveva favoriti con molti doni.
Fra i Teatini il cardinale aveva scelto il suo confessore. L’ultimo di questi, P. Bissaro, lo assistette negli ultimi giorni della malattia fino alla morte, e lasciò una relazione detta « degli accidenti » (in questo caso « accidenti » sta per « avvenimenti », « cose accadute »), nella quale si legge, oltre al resto: « In verità sua Eminenza ha vissuto sempre in Francia con una dignità e integrità tali che nessuno mai ha potuto tacciarlo di scandalo grave e quest’atto di giustizia gli viene reso anche dai suoi nemici.

Tuttavia, siccome egli venne costantemente distratto dagli affari politici e dai gravi fatti di guerra, non sembra che si sia applicato in maniera soddisfacente agli esercizi di pietà a cui lo chiamava la sua condizione di ecclesiastico ».