Il terremoto

Dopo circa sessant’anni i voti di Francesco Saverio Sipari venivano realizzati. L’ultima spallata a Gioia Vecchia l’aveva data il terremoto del 1915. Il paese, già abbandonato, venne giù senza causare lutti nè eccessivi rimpianti, crollarono le case vuote, crollò la Parrocchiale e, purtroppo, ne crollà anche un’altra, una delle più belle e rare chiese gotiche dell’alta Marsica, una chiesetta caratterizzata da un possente campanile merlato utilizzato nel medioevo come torre di difesa. croce scolpita tra due chiavi di violino e la fatidica data 1915, rendeva probabilmente omaggio alla memoria di un musicofilo, figlio di quei sansebastianesi che il Febonio definiva “cultori dell’arte del suono della lira “. 

Quel freddo mattino di gennaio, cambiò volto alla Marsica e a San Sebastiano. Le ultime case di via della Fontana, compresa quella che viene indicata come la casa natale di Santa Gemma, costruite a picco sulla roccia del Fosso dell’Orso, si sgretolarono per metà; la parte che affacciava sul dirupo precipitò portando con se cose e persone. Le stanze costruite sul retro restarono in piedi, squarciate come tante ferite aperte sul nulla; i colori delle pareti, bianche, rosa o celestine, si offrirono impudiche alla vista di tutti. Il terremoto si era portato via anche quella gelosa e costumata forma di privato che adorna ogni casa di questo paese. 

I primi soccorsi arrivarono tre giorni dopo, ma i sopravvissuti, a mani nude, cominciarono a rimuovere le macerie tra una scossa di assestamento e l’altra sfidando i possibili crolli. Animatore di questa generosa corsa contro il tempo fu un siciliano, il maestro Mario Scalisi, il quale prese in mano il comando delle operazioni, organizzando gruppi di lavoro e, guidandoli con insospettata perizia verso i cumuli di detriti, riuscì a salvare la vita ad un buon numero di persone. Mariano Grassi visse tre giorni sotto le macerie della sua casa e venne salvato proprio da uno dei gruppi organizzati dal maestro Scalisi. Candelora Di Bartolomeo, che abitava accanto all’attuale Bar Giovenco, era uscita di casa per andare a trovare una parente alla “Pecera”; il terremoto la sorprese in strada e fini sotto il crollo di una casa. 

Per un intero giorno visse l’incubo di una morte lenta ed inesorabile: sentiva la gente che le passava sopra scalando le macerie della casa, ma le sue deboli invocazioni non riuscivano a superare la spessa coltre di pietre e calcinacci. Poi a qualcuno sembrò di percepire un lamento, e il gruppo di soccorritori prese freneticamente a scavare. Mano a mano che toglievano pietre, travi e mattoni, i lamenti si facevano più distinti. Alla fine trovarono Candelora che doveva la salvezza a loro e ad un trave che l’aveva parzialmente protetta. Purtroppo la sorte non fu benigna con tutti. Alla fine San Sebastiano piangeva i suoi morti: settantatre figli che lo spaventoso terremoto si era portati via in un momento. La prima notte i sopravvissuti la passarono all’addiaccio avvolti in coperte e imbottite. Nessuno dormi sotto un tetto; neppure quelli a cui il terremoto aveva risparmiato le case. 

La paura di una nuova devastante scossa era cosi forte da non far sentire né il freddo, né la pioggia, né la neve che a sera prese a cadere sulle povere case distrutte e sulla popolazione che non aveva più neppure la forza di lamentarsi contro la cattiva sorte che dopo il terremoto mandava anche il maltempo. Al primo calare delle tenebre vennero accesi grossi farà attorno ai quali cercarono conforto e calore vecchi e bambini mentre uomini, donne e ragazzi in grado di lavorare continuarono a scavare nelle macerie. Quando il buio avvolse tutto, anche i soccorritori si avvicinarono ai fuochi stringendosi nelle coperte che non avrebbero mai potuto dare loro il calore che cercavano. Quello era rimasto sepolto sotto le case crollate. Il mattino successivo al terremoto, un giovedì grigio e nevoso, ebbe inizio quella che si potrebbe definire la prima opera di ricostruzione di San Sebastiano: anche in questo caso l’iniziativa parti dal maestro Scalisi il quale destinò un gruppo di lavoro alla costruzione delle baracche. 

Più che di vere e proprie baracche si trattava di un accampamento fatto con palanche, tavole, coperte e lenzuola in grado di garantire un posto coperto per tutti. La povera tendopoli venne sistemata nello slargo della “Cellarella” che si trovava dove attualmente sono le case di Annina D’Anselmi e Clelia Di Flauro e, a sera, anche i soccorritori ebbero il conforto di un posto al coperto. I soccorsi ufficiali arrivarono dopo tre giorni, nella tarda mattinata di venerdì 15 gennaio, un drappello di militari e infermieri della Croce Rossa entrarono in San Sebastiano. La precaria tendopoli venne sostituita dalle tende dell’esercito. 

I militari allestirono una prima cucina in un rustico a due piani che aveva resistito al terremoto; la costruzione si trovava all’inizio del paese, vicino alla vecchia Aia, dove adesso abita Concetta Grassi che allora aveva due anni. Un mese dopo il terremoto gli uomini della Croce Rossa sistemarono le prime baracche di legno tra l’Aia e la strada, dove verrà poi costruita la scuola tramutata oggi in Museo: una baracca in legno divisa per due, da una parte l’aula per i bambini dalla prima alla terza elementare, dall’altra quella riservata agli scolari della quarta e della quinta. 

Le prime “casette” videro la luce un anno dopo, nel 1916; le costruirono un gruppo di operai venuti appositamente da Milano portandosi dietro tutto il materiale necessario. In breve tempo tirarono su gli alloggi “di sicurezza” che, come assicuravano gli esperti, avrebbero retto alle temute scosse sismiche. Nazzareno Berardini, Michele Di Bartolomeo, Nunzio Di Bartolomeo, Angelo Di Carlo, Sebastiano Di Flauro, Secondino Grassi, Vincenzo Grassi, Alfredo Ubertini e Donato Ventura, richiamati alle armi, non le videro mai. Un altro “terremoto”, quello della Grande Guerra, se li portò via per sempre. 

Testi tratti dal libro Il Paese della memoria
( Testi del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta )