Il terremoto del 1915 paterno di avezzano

Il paese, che lungo il corso deì secoli aveva sopportato tante traversie, tante calamità, tante distruzìonì, nei primi anni del nostro secolo stava risanando tutte le sue ferìte e, grazie alla popolazione solerte e laboriosa, andava mutando volto, ripopolandosi gradatamente, tanto che aveva raggiunto i duemila abitanti. Paterno, dunque, s’incamminava verso un avvenire lieto e tranquillo, gloriosa del suo passato, custode di un popolo intelligente e laborioso, adagiata in un declivio profumato di giardini, festante di vigneti e di ulivi, ridente al suo limpido sole, ai suoi montI possenti, al suo Fucino ubertoso.

Riposavano tranquillì i Paternesi in quella mattina del 13 gennaio 1915. Mio nonno si era alzato di buon’ora, come tutte le altre mattine, perché doveva recarsi a governare le bestie che teneva nella stalla, sìta alla fine di via Pietragrossa, ove iniziava la tenuta dei Torlonia. Appena uscìto dall’abitazione, avvertì qualcosa di insolito nell’aria; rientrò in casa e dìsse ai familiarì: « Non vi alzate, state al caldo, perché fuori tira un vento che provoca un rumore simile ad un terremoto ». Dì nuovo uscì e si allontanò. Poco dopo, erano le 7,50 circa, all’improvviso un traballare di case, uno sprofondarsi di mura, un aprirsi di abissi e, da questi, un rombo che si riversava sul paese, che, come ebbro, vacillava; grida angosciose di feritì, e, in mezzo a quell’inferno, donne, uomini ìmpazziti che urlavano, maledicevano e pregavano: in un attimo, in un baleno, al posto della vita, la morte.

Mio nonno Vincenzo che sì trovava giù a Pietragrossa e, quindi, lontano dal paese, a quel rumore improvviso guardò verso Paterno e vide una nube colossale di polvere che si ìnnalzava al cielo ed esclamò « Povera famiglia mia! ». Mio padre, che allora aveva cinque anni, dormiva con la sorella Olimpia, in una camera al terzo piano e, senza sapere come, si ritrovò in mezzo alla strada. Mia nonna, con una bambina di pochi mesi e con i miei bisnonni, rimase sepolta sotto le macerie. Lo spettacolo che si presentò agli occhi del nonno, giunto nel frattempo al paese, fu agghiacciante: dovunque grida, invocazioni, pianti, lamenti, gemiti. Incominciò a scavare tra le macerie della propria abitazione da dove proveniva un lamento flebile e ritrovò la madre che riuscì a liberare fino alla vita. « Lasciami in pace, non mi toccare, figlio mio, per me non c’è più niente da fare; pensa ai tuoi figli ». Ma come pensarci? Quelli che si erano salvati stavano lì atterriti, tremanti; e gli altri? Gli altri sotto le macerie.

La sera scese più fredda delle solite fredde serate di gennaio e quel fuoco acceso in mezzo alle rovine non riusciva in nessun modo a riscaldare i cuori diventati di pietra. Assieme a soldati regolari, arrivarono nella Marsíca a prestare la loro opera di salvataggio e di soccorso, volontari da tutta Italia. Lo stesso re Vittorìo Emanuele III, la mattina del 14, si recò nella zona disastrata, per rendersi conto personalmente dei danni causati dal terremoto. I soldati iniziarono a scavare tra le macerie e qualche persona fu trovata ancora in vita, anzi si dice che anche dopo una settimana furono trovate persone vive. Il caso più clamoroso si verificò proprio a Paterno, Michele Caiola, detto Michelone, rimase sepolto sotto le macerie per ventisei giorni. Il Caiola, la mattina del terremoto, si trovava ad accudire le bestie nella stalla, quando si sentì crollare il soffitto addosso; per sua fortuna, le travi gli fecero da tetto a pochi centimetri dalla testa e si ritrovò ìmprigionato sotto le macerie. Si nutriva di bietole da foraggio e beveva acqua piovana. Il sepolto vivo, pur sentendo le persone parlare, non riusciva in nessun modo a farsi ascoltare.

Un giorno ebbe la fortuna di avvertire delle voci amiche proprio sopra la sua testa. Gridò con tutto il fiato che gli era rimasto. Gli amici riconobbero la voce, ma all’inizio non vollero credere alle proprie orecchie, pensando si trattasse di un fantasma. Poi, prestando maggior attenzione, incominciarono a scavare nel punto da dove proveniva la voce e il Caiola, in preda ad indicibile gioia, poté rivedere la luce del sole, dopo ben ventísei giorni di sepoltura.
I numerosi cadaveri, portati al cimitero, venivano accatastati e bruciati.
Paterno, assieme ad Avezzano, S. Benedetto, Venere, Cese e Cappelle, fu uno dei centri maggiormente colpiti. Di duemila abitanti se ne salvarono soltanto 360; il 15% dei nuclei familiari scomparve interamente. La totale distruzione del paese si spiega anche per il fatto che le case sorgevano l’una addosso all’altra e solo qualcuna che stava alquanto distaccata non crollò. Il terremoto fu di tale intensità che si estese per circa 16.000 Kmq. A sud fu avvertito fino a Caserta, a nord fino a Perugia, ad est raggiunse Castel di Sangro, ad ovest la Piana del Cavaliere.

Tutta l’Italia si commosse di fronte all’immane sciagura che aveva colpito la Marsica. Gli Italiani seguivano attraverso la stampa le varie iniziative che man mano venivano intraprese per avviare il lento lavoro di ricostruzione.
Ma, purtroppo, un nuovo, terribile avvenimento fece passare le notizie riguardanti i terremotati in second’ordine: l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915. Fu subito avanzata una proposta per esonerare i Marsicani dal servizio militare. Ma, in una conferenza tenuta ad Aquileia (Udine), un capitano di S. Benedetto dei Marsi si oppose a tale proposta, ripetendo- presuntuosamente e anacronisticamente: « Non si vince la guerra senza i Marsi! ».

Così, anche i cittadini di Paterno diedero il loro contributo alla causa della Patria. Molti di loro, scampati al cataclisma tellurico, lasciarono la, loro giovinezza sui campi di battaglia, combattendo per l’Italia.
In onore di loro tutti e a ricordo perenne della memoria, il popolo dì Paterno eresse un cippo che attualmente si trova in Piazza del Popolo, dove è stato trasportato da Piazza Pola. Vi si legge la seguente dedica: Il popolo – di Paterno – ai suoi figli caduti per la Patria – 1915-1918. 11-6-19391 XVII dell’era fascista. Durante la guerra a Paterno, come negli altri paesi colpiti dal terremoto, furono inviati molti prigionieri per aiutare il lavoro di ricostruzione. Essi furono alloggiati in una grande baracca di legno che sorgeva sul terreno comunale a Pietragrossa.

I contadini, che avevano bisogno di mano d’opera, mediante domanda all’autorità militare, potevano usufruire dell’aiuto di questi prigionieri in qualsiasi lavoro; molti venivano impiegati a sradicare le querce nella selva dei baroni Masciarelli. Ma l’apporto maggiore veniva dato al lento lavoro di ricostruzione del paese, il quale, distrutto completamente dal terremoto, ricominciava a delinearsi, snodandosi verso il piano ai lati della strada che, partendo dalla Tiburtina Valeria, raggiungeva le terre del Fucino. Queste, però, erano abitazioni che sorgevano per opera di privati cittadini, impazienti di avere un nuovo tetto, sotto il quale poter accogliere la propria famiglia e toglierla così dalla baraccopoli, interamente in legno costruita immediatamente dopo il terremoto.

Lo Stato si stava interessando, in verità, alla costruzione delle case per dare un alloggio ai terremotati; ma i lavori procedevano lentamente, perché fu necessario prima sbancare e appianare il terreno, sul quale poi pian piano sorsero quelle casette, che dovevano essere provvisorie, ma che, purtroppo, ancora oggi ognuno può vedere. 1 primi sei alloggi furono appaltati dalla Società Gabellini di Roma e, solo tra il 1922 ed il 1926, il Genio Civile terminò la costruzione di altri 10 alloggi. Anche il Torlonia, per venire incontro alle popolazioni colpite abbassò, per circa tre anni, il canone d’affitto dei terreni; inoltre, alla fine della guerra, concesse 5.000 mq. (10 coppe) di terreno del Fucino ai pochi scampati dall’immane conflitto.

La piaga più grossa di Paterno rimase però il problema degli alloggi. Alcuni anni fa, sembrava che le baracche dovessero essere demolite per via di due leggi, la prima del 30 marzo 1965 n. 225 e la seconda del 4 gennaio 1968 n. 5; ma, purtroppo, ancora oggi l’annoso problema non è stato ancora risolto. In verità, alcune moderne palazzine sono state costruite al posto delle malsane casette antisismiche: tre palazzine per un totale di 12 appartamenti furono costruite nel 1960, altri 12 appartamenti furono costruiti nel 1966 e, nel maggio 1972, furono finanziati altri 12 alloggi, per un totale di tre fabbricati, poi ridotti a due, a causa dell’aumento dei prezzi. Per altro i lavori dei due fabbricati, per complessivi 10 alloggi, furono sospesi per il fallimento della ditta appaltatrice, con grave disagio di coloro che, fattasi distruggere la baracca nella quale abitavano con la promessa di un nuovo moderno appartamento, hanno dovuto attendere tanto, troppo tempo per riavere un tetto sotto il quale poter alloggiare la propria famiglia.

Finalmente, il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Abruzzo comunicò al Genio Civile di Avezzano e per conoscenza al comune che, con D. P. 2-6-1977, era stata approvata per l’importo di L. 68.514.651 la perizia di completamento dei 10 alloggi, dì cui alla legge 4.1-1968, n. 5; la relativa gara d’appalto fu indetta il 28 luglio 1977 presso la sede del Genio Civile di Avezzano e il lavoro di completamento fu ripreso e portato a termìne.
Per la verità, era prevista la costruzione di altri alloggi; infatti, furono stanziati a suo tempo 316 milioni che dovevano essere maggiorati di circa il 50%. Tutto sommato, si dovevano costruire 18 appartamenti di circa 110 mq. ciascuno nella zona del Tufo. Le intenzioni sembravano buone e con una sollecita realizzazione dei fabbricati, anche se il problema dei braccati non veniva risolto, diverse famiglie avrebbero potuto trovare adeguata sistemazione.
E la popolazione di Paterno ha bìsogno dì appartamentì. Dal censimento delle baracche e degli alloggi malsani fatto dalla Pro-Loco e presentato al Sindaco di Avezzano il 20 maggio 1972 risulta che, su 400 nuclei familiari, 78 hanno bisogno di un alloggio decente, per un totale di 266 persone.
Di questi 78 nuclei familiari, 69 abitano ancora nelle casette asismiche. Purtroppo, però, nessuno ha mai più parlato dei 316 milioni: che siano stati corrosi dal … tempo?

Fatti simili lasciano l’amaro in bocca e la popolazione di Paterno va perdendo la fiducia verso coloro che sono responsabili di un simile stato di cose.
Questa è la realtà dolorosa di Paterno ad oltre 60 anni dal terremoto, una realtà destinata a durare a lungo, molto a lungo, come lasciano presagire due provvedimenti del Genio Civile, uno del 1968 ed un altro del 1974, con i quali si dava la possibilità ai baraecati di diventare proprietari effettivi degli alloggi.
Inoltre, il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Abruzzo, con lettera in data 4 luglio 1977, informò la Curia Vescovile , il Ministero dei Lavori Pubblici e l’Ufficio del Genio Civile di Avezzano di aver approvato la perizia di variante e suppletiva dell’importo di L. 37.500.000 per la costruzione della casa canonica e dei locali del minìstero pastorale della chiesa parrocchìale di S. Sebastiano. Conseguentemente, si è realizzato uno dei tanti sogni dì don Paolo Salomon, parroco di Paterno, dal lontano 1940 (1).

NOTE
1. Diverse notizie sono state trattate dal giornale del CIC di Paterno.

Mario Di Berardino