Comune di Balsorano

La mattina del 13 gennaio 1915, mentre tutta l’Italia era infervorata in appassionati e decisive discussioni pro o contro la guerra, una violenta scossa di terremoto, pari o superiore al 12′ grado della scala Mercalli, distrusse quasi completamente, insieme con altri luoghi della Marsica e della Ciociaria, l’ abitato di Balsorano. Erano già incominciati i primi richiami alle armi e diverse cartoline portavano finanche l’indirizzo di qualche giovane ancora sepolto sotto le macerie. I lutti e la disperazione conseguenti al disastro tellurico fecero passare in second’ordine la parola “guerra” e ad alcuni militari di leva non fu perfino consentito di assistere alle esequie dei congiunti rimasti uccisi. La catastrofe del terremoto era un evento luttuoso presente e tangibile, con gli oltre settanta morti e la distruzione del novanta per cento delle abitazioni, mentre la guerra costituiva un fatto futuro, imponderabile, seppure imminente.

Nel periodo aprile maggio furono richiamate dieci classi, dei nati cioè dal 1883 al 1892 e, successivamente, gli uomini validi fino ai quarantacinque anni. Molti giovani balsoranesi dovettero abbandonare, in pieno inverno, i congiunti anziani, le giovani mogli incinte o con bambini appena nati, tutti affamati, infreddoliti e ricoverati sotto le fragili e gelide tende o in baracche di legno, oppure nei fienili e nelle stalle diroccate. Si dolevano i partenti dovendo lasciare i loro cari in un mare infinito di lacrime e di patimenti ma soffrivano soprattutto i restanti, consapevoli che i loro ragazzi andavano alla guerra rischiando di nuovo la vita, dopo essere scampati all’immane tragedia del terremoto.

Anche se ai giovani richiamati pesavano molto le situazioni familiari sconvolte e doloranti, in essi era viva e palpitante la memoria delle eroiche gesta, lette sui libri di scuola o sentite raccontare dagli anziani, degli artefici dell’unità d’Italia. Era molto sentito lo spirito del patriottismo, del senso del dovere civico, della fierezza di essere italiano e della difesa del sacro suolo della Patria. A quel tempo la non idoneità al servizio militare era considerata una mortificazione all’integrità fisica della persona e molti dei coscritti accolsero, pertanto, la cartolina di richiamo con soddisfazione ed orgoglio. Ed era in uso, all’epoca, un detto secondo cui per essere un buon marito un giovane doveva aver prima imparato a bestemmiare, a sapersi ubriacare e aver fatto il soldato. Ai ragazzi balsoranesi, avvezzi alle privazioni, ai pericoli ed alle contrarietà della vita, la guerra non faceva paura.

E quando a giugno del 1915 incominciarono ad arrivare le prime funeste e sconvolgenti comunicazioni relative ai decessi in guerra, si rinnovarono a dismisura i pianti per i morti del terremoto. I congiunti anziani gemevano in silenzio. Le mamme, le giovani mogli, le sorelle, le fidanzate trovavano sfogo in urla strazianti, in gesti incontrollati ed isterici che spesso rasentavano la follia; nei loro occhi, gonfi di lacrime, arsi dall’angoscia e persi nel vuoto, affioravano espressioni di incredulità e di smarrimento. Per una giovane donna sposata da qualche mese e già incinta era inimmaginabile doversi rassegnare a non rivedere, per sempre, il volto dell’uomo con il quale, pur se brevemente, aveva condiviso le gioie dell’amore, i progetti sul futuro e le speranze in una vita serena e colma di soddisfazioni. Ed era inconcepibile che un telegramma, con scarne parole, potesse avere il potere di distruggere la vita di un giovane pieno di vigore e di energia e stroncare sul nascere le illusioni di un nucleo familiare in germoglio.

Le espressioni di cordoglio delle autorità, il frasario ricorrente sulle circostanze della morte, suonavano alle orecchie delle mamme e delle spose come campane stonate; “deceduto da eroe in combattimento”, “ha immolato la giovane vita per la difesa del sacro suolo della Patria”: per esse tutte parole vuote, senza senso o, addirittura, irritanti. E nella baracca dei congiunti del Caduto era un accorrere di gente per portare conforto, sostegno e cibarie. Ogni mamma, ogni sposa aveva il congiunto in guerra ed il pensiero che analoga comunicazione potesse pervenire, da un momento all’altro, anche ad esse, le atterriva fino a farle partecipare con convinzione e commozione al coro delle grida e dei lamenti. Qualcuno, certamente lontano dal nostro paese, scrisse a proposito di terremoto e guerra:”…Evviva il terremoto…salvo la dovuta pietà per i poveri morti e per i poveri danneggiati in linea economica, io credo che (del terremoto) dobbiamo piuttosto rallegrarci che dolercene. È un avviso salutare che la Divina Provvidenza da agli sconsigliati che vogliono la guerra… Questo terremoto, forse, ci preserva dal terremoto più grande della guerra! (1)

Mai si poteva supporre che l’idiozia, l’impudenza e l’ipocrisia degli essere umani, ne siamo tutti convinti, potessero arrivare a tal punto! La mattina dell’11 giugno 1915, a meno di un mese dall’inizio della guerra, la signora Sofia Milone, direttrice delle poste di Balsorano, apri l’ufficio, adattato in un ricovero provvisorio messo su con tavole e bandoni di lamiera, posto al di sopra della stazione ferroviaria, fiduciosa nell’arrivo di qualche lettera del figlio Raffaele che era al fronte. Era con lei la figlia Bettina la quale la coadiuvava nel lavoro. Con mano tremante schiuse il sacchetto recapitato dal procaccia postale Francesco Villa detto Sorgiarello e le si illuminarono gli occhi dalla gioia: su una busta proveniente da “Zona dichiarata in stato di guerra” osservò a lungo il suo nome, scritto con grafia sicura dal figlio appena ventenne. Apertala con un tagliacarte con il manico di avorio, lesse in contenuto ad alta voce e tutto di un fiato.

La signora Sofia era rimasta vedova da qualche anno. Aveva dato il consenso affinché quell’unico figlio maschio frequentasse la scuola militare di guerra in quanto tale era stato il desiderio del defunto marito. E quando il ragazzo era venuto in licenza con addosso la fiammante divisa di aspirante ufficiale lei si era mostrata orgogliosa facendo insieme con lui delle interminabili passeggiate lungo le vie del vecchio paese. Abbracciò la figlia ed esclamò con suo caratteristico accento napoletano: Raffaele sta bene ed è contento di come vanno le cose al fronte: che Iddio lo protegga! Timbrò la restante corrispondenza in arrivo e la consegnò al portalettere per la distribuzione ai destinatari. Rasserenata e tranquilla, gnora Sofia fece fare il caffè dalla figlia, lo gustò lentamente e si mise al lavoro. Verso le undici il ticchettio del telegrafo richiamò la sua attenzione: era in arrivo un dispaccio e disse a Bettina di trascriverlo essendo la ragazza un’esperta telegrafista. Sin dalle prime battute ambedue capirono che doveva trattarsi di una comunicazione della massima importanza perché proveniente dal Comando del 2° Reggimento Fanteria ed era diretta al maresciallo della locale stazione dei carabinieri.

Man mano che l’alfabeto morse scorreva impietoso ed implacabile, Bettina incominciò a tremare e ad impallidire. Guardò la madre con gli occhi sbarrati e cadde a terra svenuta. Gnora Sofia gettò un grido disperato ed ebbe anche lei un malore. Da una donna che era andata alla posta per acquistare un francobollo fu dato l’allarme e nel giro di pochi minuti la baracca ufficio si riempi di gente. Accorsero anche il medico condotto ed il maresciallo dei carabinieri, ma nessuno fu in grado di capire e spiegare l’accaduto. Poco dopo raggiunse l’ufficio un’altra giovane impiegata, arrivata a Balsorano con il treno delle undici, proveniente da Avezzano, la quale era stata autorizzata a prestare servizio ridotto avendo avuto, al terremoto, la madre e ben cinque fratelli morti sotto le macerie. Fu lei a leggere il telegramma ai presenti. “Il 9 giugno corrente è morto in combattimento sul Podgora, alla testa del suo plotone, il sottotenente Raffaele Scacchi. Pregovi darne notizia, con le dovute cautele, ai familiari costà residenti, esprimendo, altresì, il cordoglio di questo comando”.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

Era il primo e, fino al termine della guerra, di questi luttuosi e dolenti telegrammi all’ufficio postale di Balsorano ne pervennero altri cinquantasette ed ogni volta si ripetettero scene di dolore straziante. Alcuni genitori, già sofferenti, non reggendo allo strazio, morirono di crepacuore. Lo scoppio della guerra coincise con l’arrivo dei primi tiepidi calori estivi. In brevissimo tempo Balsorano era stata spopolata dai giovani, dalle forze cioè che potevano dare una grossa mano alla ricostituzione delle famiglie ed alla ricostruzione del paese. Si vedevano in giro soltanto bambini mal nutriti e scalzi, anziani malandati in salute e con lo sguardo assente, donne vestite di nero, con i rosari in mano le quali, in lungo corteo si recavano al cimitero per accendere lumini sulle fosse contenenti i resti delle vittime del terremoto. La ricostruzione del paese, con lo scoppio della guerra, subì un netto rallentamento provocando, in tal modo, il prolungamento delle dimore nelle tende e nei pagliai.

Il fango delle vie fu sostituito dalla polvere, alle intemperie invernali successe il caldo estivo che portò con sé insetti e malattie infettive. Agli inizi dell’anno 1916 subentrarono anche la carestia e la fame. I cibi scarseggiarono fino al punto da costringere la popolazione a cibarsi soltanto di erbe, un poco di polenta e di un pezzetto di focaccia di mais. Soffrirono maggiormente i bambini e si manifestarono, tra i giovani, diversi casi di tisi. Le uscite del maresciallo dalla caserma, accompagnato da un carabiniere, erano seguite dalla popolazione con sbigottimento. Tutti si chiedevano: “Dove andrà? In quale casa porterà la notizia della morte del figlio o del marito in guerra?” E dietro di lui, a debita distanza, si formava una lunga fila di donne piangenti e sgomente. Le notizie dei decessi in guerra si spargevano come un baleno tra le baracche già costruite e tra quelle in costruzione. Alla fine di aprile dell’anno 1917, era il giovedì santo, il maresciallo si recò in casa di Rosetta Troiani. Trovò i figli Annamaria, Leonardo e Domenica, rispettivamente di otto, sei e tre anni che stavano giocando fuori dell’abitazione. Il maresciallo chiese alla più grande se la mamma era in casa. – No, non c’è! rispose la bimba – È andata al cimitero per accendere i lumini a nonna e a nonno che sono morti al terremoto! Tu volevi bene ai nonni? – Si che gliene volevo; mi davano sempre i soldi per comperare i confettini! E adesso chi te li compera i confettini? Nessuno perché mamma non ha i soldi e papà è in guerra!

Il maresciallo si girà di lato per asciugarsi gli occhi, poi mandò il carabiniere a comperare un cartoccetto di confettini colorati. Nel frattempo li intorno si era radunata un po’ di gente. E mentre egli stava consegnando i confetti, in fondo alla strada apparve Rosetta con altre due donne le quali erano andate con lei al cimitero. Il maresciallo fece allontanare i bambini da alcune delle presenti e la cosa non sfuggì alla povera donna. Rosetta non ebbe nemmeno la forza di fare ancora un passo; gettò un grido straziante e cadde seduta su un muricciolo. Il maresciallo tornò in caserma e, ripensando a quei piccoli orfani, si chiuse in ufficio e non volle vedere nessuno. Verso sera, accertatosi che i bambini erano stati portati presso alcuni parenti, andò ad espletare il triste ed ingrato dovere. Pur se in mezzo ad un mare di difficoltà, la vita a Balsorano stava riprendendo. Fu portata a termine la costruzione delle casette asismiche, venne eretta una chiesetta parrocchiale, in legno e di modestissime dimensioni ed altrettanto fecero i frati di S. Francesco.

Tra l’immane tragedia del terremoto e le notizie dei morti e feriti in guerra che pervenivano man mano, quei luoghi di culto davano almeno la possibilità di stare più vicini a Dio e di averne conforto. Le novità sull’andamento della guerra venivano apprese da un quotidiano al quale era abbonato un benestante del paese, che arrivava con qualche giorno di ritardo. A volte, per gli scioperi o altri impedimenti, il ritardo si protraeva per diverso tempo ed allora ci si affidava ai “si dice” e ai “pare che”. In tal modo si passava, con disinvoltura, dal pessimismo più crudo all’ottimismo più sfrenato. Le fucine delle menzogne erano i forni e i mulini. Un breve cenno, una parola sussurrata all’orecchio ingigantivano man mano fino a diventare fatti certi e documentati. E c’era anche qualcuno il quale si divertiva a creare allarmismi ed inquietudini specialmente quando si trattava di omonimie. Infatti, i cognomi Fantauzzi, Tuzi, Buffone, Valentini e Perruzza con i nomi Antonio, Francesco, Giovanni, Giuseppe e Pasquale rappresentavano oltre il novanta per cento della popolazione maschile locale e, sovente, alle autorità era difficile individuare i destinatari delle comunicazioni riguardanti i Caduti, i feriti ed i soldati fatti prigionieri.

Il fato, purtroppo, non si accontenta mai di una sola calamità e quando, ormai, alla fine dell’anno 1918 le ferite del terremoto si stavano cicatrizzando e le funeste notizie dai fronti di guerra si erano un poco attenuate ecco l’insorgere fulmineo e tragico di una tremenda epidemia: la spagnola! In meno di due mesi il morbo provocò numerosi decessi, in particolar modo tra le giovani donne intorno ai venti anni. Da parte dei superstiti si verificò un esodo massiccio verso le campagne alla ricerca di posti più sicuri. E per questo motivo i corpi delle sventurate vittime spesso rimanevano nelle case per diversi giorni prima di essere trasportati al cimitero. Ma anche quest’orribile evento passò, come passò la tragedia del terremoto e furono mitigati i tanti lutti della guerra. A Balsorano il 4 novembre 1918 venne festeggiato con il suono delle campane ed i reduci furono accolti trionfalmente. Ma nell’animo delle madri, delle mogli e delle fidanzate di coloro che non tornarono rimase sempre, viva e struggente, una ferita che sanguinò per tutta la vita. Senza ombra di dubbio i quattro anni che trascorsero dal 1915 al 1918 furono i più funesti della storia millenaria di Balsorano.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

Note
(1) Periodico: L’Idea Nazionale, articolo “La morale della favola” 14.1.1915, dal libro “13 gennaio 1915 Il terremoto della Marsica” a cura di di S.Castennetto e F. Galadini C.N.R. pag. 14. I vivissimi ringraziamenti dell’autore vanno al dinamico e tenace ricercatore locale Giuseppe Tullio, il quale gli ha dato modo di rilevare quanto su riportato.
Testi a cura di Giovanni Tordone 

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Il terremoto del 1915 e come fu vissuta a Balsorano la guerra 1915-18.
Il terremoto del 1915 e come fu vissuta a Balsorano la guerra 1915-18.

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