Storia della Marsica

IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 (testimonianze)

 

Francesca Biffi di Avezzano

La donna e un po’ emozionata, ha qualche difficoltà a raccontare e ricordare quella brutta giornata di gennaio. La troviamo in casa tutta intenta a cucire un vestitino in una macchina da cucire e porta avanti il lavoro senza inforcare gli occhiali. Ecco che cosa ci racconta: «Mio nonno Antonio Antonini detto ”I ping” da giorni andava ripetendo a tutti i vicini di casa che l’acqua del pozzo, stranamente, bolliva; era un’acqua calda che lasciava presagire un terremoto di vaste proporzioni.

Diceva sempre ”Dormite fuori casa, dormite fuori casa”. Infatti egli si salvo perché quando avvenne il terremoto già da otto giorni dormiva nella stalla. Non gli demmo retta, purtroppo. Quella mattina mi trovavo in braccio a mia madre (Teresa Antonini) vicino al camino, mi doveva vestire. All’improvviso fummo ricoperte di calcinacci e di travi; rimanemmo sepolte per due giorni e due notti; mia madre chiamava disperatamente aiuto, non si sentiva un’anima, il silenzio faceva più paura, eravamo al limite delle forze. Nella notte tra il 15 ed il 16 sentimmo delle voci da lontano e poi sempre più vicine, erano i bersaglieri che con molta accortezza ci liberarono. Io riportai una frattura alla gamba destra e mia madre varie ferite.

Mio padre, invece, era uscito di buon mattino, aveva un appuntamento al caffè ”Il Pagliaro” con il facchino ”Piovere”, insieme dovevano spedire un vagone di patate per Roma, mio padre non si è più ritrovato. Altre tre sorelle erano sotto le botti della cantina, i loro corpi furono ritrovati dopo sette mesi. Non siamo mai riusciti a capire come si trovassero in quel luogo, dovevano essere ancora nel loro grande letto, si dormiva insieme. Probabilmente cercavano qualche varco per salvarsi. I soccorritori ci portarono alla stazione ferroviaria pronti per essere spediti in un ospedale di Roma. Purtroppo, e non so il motivo, ci separarono e ricordo che mia madre non voleva separarsi da me, urlava disperatamente e grande fu la commozione dei parenti e degli amici che erano venuti alla stazione per salutarci.

Appena il treno incomincia a muoversi lentamente dalla stazione di Avezzano diretto alla capitale la disperazione fu veramente grande. A Roma fui ricoverata al Bambin Gesù e mia madre al S. Giacomo, l’una non sapeva dove si trovava l’altra. Mia madre aveva dato le mie generalità ed alcuni segni particolari ad alcune nobildonne romane e se non ricordo male fu proprio la contessa Ida Montelli che attraverso una foto mi riconobbe anche perché avevo ed ho una piccola ”voglia” in testa. Solo dopo nove mesi riabbracciai mia madre, già mi davano morta. Quando tornammo a casa, trovammo un cumulo di sassi e senza sorelle e padre. Fu una vera tragedia. Ci rimasero solo gli occhi per piangere».
Nicola Iezzi di anni 90 di S. Benedetto dei Marsi «Sant’Emidio! Sant’Emidio! Fu la prima invocazione di mia nonna che già presagiva il disastro. Mi ero appena alzato per andare a scuola quando vidi le sedie che ballavano, i tavoli ondeggiavano, le frasche vicino al camino sembravano esseri viventi. Avevo dieci anni e ricordo tutto, io mi salvai mentre un fratello ed un cugino morirono sotto le travi.

Con i miei occhi ho visto un pezzo di ferrovia venire alla luce, come pure ho visto la vecchia strada consolare Tiburtina Valeria che prima era ricoperta di terra. Fu una cosa spaventosa! Che Dio ce ne liberi! Faceva un freddo cane, tremavo e battevo i denti. Mi misero vicino al fuoco per riscaldarmi, ma la fiamma mi brucio i pantaloni, mi buttarono un secchio d’acqua addosso per spegnere il fuoco. Una zia si denudò per coprirmi, si tolse anche la sottana per proteggermi. Che disperazione! I cani randagi per la fame sbranavano i cadaveri. Alcuni carrettieri caricavano i morti e li scaricavano in una fossa comune del cimitero; i bambini morti li sistemavano, invece, nei cassetti del comò per evitare sempre la fame dei cani randagi. Avevo sempre una grande fame, i soldati preparavano da mangiare in un grosso calderone, c’era la cucina da campo. Il cibo che mi davano non mi bastava ed allora stavo sempre intorno alla mensa con la speranza di ricevere qualche piatto caldo oppure qualche pezzo di pane.

I soldati non riuscivano ad allontanarmi. Un giorno uno di essi mi fece arrivare uno schiaffone che per poco non mi faceva rotolare per terra. Avevo preso di nascosto un po’ di pane, forse era destinato ad altri disperati, forse era un pane razionato, forse dovevano rendere conto delle razioni distribuite; dovevano sfamare altre bocche, giustamente. Ero piccolo e non mi rendevo conto, pensavo alla mia fame e basta. Fu una vera disgrazia che non auguro a nessuno, dico a nessuno».

Rosa Del Rosso in Riccidi Avezzano

«Ricordo che ancora dormivo nel letto con i genitori e con due sorelle. Ci svegliammo di soprassalto e ci ritrovammo sotto le travi ed i calcinacci che ci seppellirono. Che spavento! che dolore! quante lacrime! Come se non bastasse poi venne pure la guerra. Già da alcuni giorni le vacche nella stalla davano segni di nervosismo e nella notte precedente al terremoto sembravano indemoniate, ruppero le catene della mangiatoia e scapparono via. Avevano avvertito che qualcosa di grave stava per accadere. Ho conosciuto un bravo prete di nome Don Luigi Orione, era venuto ad Avezzano e nella Marsica per prendere gli orfani, spesso veniva nel forno di mio padre a chiedere un po’ di pane per gli orfani che portava con se.

Questo prete era ben voluto dai pochi rimasti; ricordo che andava per i paesi a chiedere pane, farina, salsicce ed altri viveri per gli orfanelli. La disperazione era tanta e Don Orione, ricordo, ci diceva sempre coraggio! coraggio! la Divina Provvidenza non abbandona nessuno. Tra di noi vi fu una gara di solidarietà eccezionale, quel poco che si era salvato era di tutti. Questo prete faceva tanti viaggi di andata e ritorno Avezzano-Roma, sistemava nei collegi o negli ospedali i ragazzi e poi tornava, non si stancava mai, era sempre fresco di energie, era un bravo sacerdote e sapeva quel che voleva, era deciso in tutto. Vicino casa ritrovarono dopo otto giorni Isterina Gatti sotto alcune travi che l’avevano protetta. Sotto le macerie partorì una bambina che si chiamo Fortunata, proprio perché si salvo dal sisma. Isterina nell’atto di partorire si strappò una ciocca di capelli legandoli intorno all’ombelico della figlia. Si alimentò con gocce d’acqua che si scioglieva dalla neve. L’atto eroico fece tanta impressione che la Gatti ebbe un ambito premio».

Pompeio Micocci di Luco dei Marsi

«Quel brutto giorno mi trovavo a lavorare allo zuccherificio di Avezzano quando sentimmo un forte boato, era caduta la facciata dello stabilimento e precisamente la parte che da verso est, ovvero verso Fucino. Anche gli operai scapparono fuori dalla fabbrica. A Luco vi furono 152 morti, diversi feriti, cadde parte della torre campanaria, diverse abitazioni crollarono e molte rimasero lesionate, la parte di sotto del paese rimase quasi illesa. Noi eravamo carrettieri e a Luco c’era un impresario Paolo Ciocci che aveva l’incarico di rimuovere le macerie ed a sera dovevamo riportare i viveri per sfamare i terremotati di Luco. Dal mio paese partivano, ogni mattina, quaranta carretti, ogni mezzo era tirato da tre cavalli, un soldato doveva essere portato con noi per far
da scorta ai viveri che dovevamo riportare in paese, per strada, qualcosa poteva scomparire.

Era la fame che caccia i lupi dal bosco. A vedere quel cumulo di macerie faceva impressione, ma quel che mi spaventò fu il numero di cadaveri, non mi vergogno di riferire che spesso le ruote dei carretti passavano sopra i morti, senza pietà. Ricordo che era una crudeltà, mi veniva la pelle d’oca, i primi giorni provavo difficoltà, ma bisognava pur lavorare. Erano tanti che non sapevamo, in alcuni giorni, come evitarli. Ho partecipato alla rimozione del cumulo di pietre della Scuola Normale (oggi Istituto Magistrale), si trovava di fronte al Municipio, sotto quei sassi trovammo sepolte ragazze di 17/18 anni, belle giovinette, ben vestite, ben pettinate, ordinate, diverse già erano sui banchi con i libri aperti, forse stavano ripassando la lezione.

Quanto erano belle anche da morte! Dopo alcuni giorni passammo a sgomberare i magazzini ed il palazzo del principe Torlonia. Nel magazzino trovammo tante botti piene di vino, ma non assaggiammo neanche un bicchiere. Notai che i cerchi delle botti e gli zipoli erano di ottone, una cosa che non ho più visto in vita mia. Lavoro ce ne era tanto. Vennero altri impresari sia dal Sud che dal Nord Italia, molti di essi sono rimasti in città. Infatti Avezzano e tuttora ”Poliglotta” ».

Immacolata Trabucco di anni 89 Ortucchio

«Se non fosse stato per Don Luigi Orione forse la mia vita sarebbe stata diversa, ovvero in peggio. A distanza di anni Immacolata Trabucco di 89 anni ancora ricorda bene il prete che assieme ad altre sette orfanelle fu ricoverata all’Istituto delle Suore del Sacro Cuore, in via Cavour, di Roma. Dice Immacolata che stava piangendo la madre morta quando fu avvicinata dal sacerdote e fatta salire su una bella macchina, presa di forza al Re Vittorio Emanuele III in visita tra i terremotati della Marsica. Nell’istituto romano la Trabucco rimase per circa dieci anni. Tornata ad Ortucchio si sposo ed ebbe dieci figli». Le testimonianze sono state raccolte e trascritte da Luca Salvi.

Nonna Concettina di Avezzano

Mio padre, Antonio Pascale, frequento la scuola delle belle arti a Roma e si diplomo da intagliatore su legno e, poiche era un bravo flautista, faceva anche parte della banda musicale «Città di Avezzano», diretta dal maestro Edoardo Castrucci. Avendo già l’atto di richiamo per l’America, dopo i 15 giorni di festeggiamenti per l’inaugurazione della fontana di villa Torlonia, parti per l’America del nord spinto da un sogno di fanciullo: far rimettere i denti d’oro alla madre Concettina. Arrivato negli Stati Uniti d’America, iniziò a lavorare in una fabbrica di tagliole per i topi e fece l’atto di richiamo per il padre Giacomo e per i due fratelli, Leopoldo ed Enrico.

Poiché seppe che in Pensilvania i minatori avevano una ricompensa superiore a quella che guadagnava nella fabbrica, partì come minatore per la miniera di carbon fossile. Riusciva a mandare, alla madre, i dollari d’oro nascosti dentro le confezioni metalliche di caffè e di cacao. Nonna Concettina ebbe i suoi denti d’oro, ma mio padre non li vide mai, poiché il 13 gennaio del 1915, Avezzano fu distrutta dal terribile terremoto e si salvarono 300 persone circa. Da quella nuvola di polvere rimase in piedi una sola casa, fabbricata in cemento armato dal cementista Palazzi: detta casa e ancora in buono stato in via Garibaldi n. 56, però ebbe uno spostamento rotatorio di un metro, dalle scosse telluriche, ondulatorie e sussultorie. Mio padre saputo del disastro (tutti i giornali d’America pubblicizzarono la notizia) ritornò ad Avezzano, anche se i due fratelli e il padre fecero del tutto per non farlo tornare anche per il pericolo della guerra del 1915-1918. Mio padre non vide i denti d’oro, ne la madre sepolta. Vagò per le macerie, cercava anche il fratellino Checchino e la sorellina Adelina.

Dormì sui vagoni ferroviari, fu confortato e ospitato nel Convento del Salviano dall’amico Padre Fedele, Superiore del Santuario. Quando il Re Vittorio Emanuele III venne ad Avezzano con la Regina Elena, l’On. Corradini, il Prefetto Mormini e il Delegato Baldi (allora vi erano le guardie Regie e non la P.S.), provvide a mandare a Roma i bambini orfani, i feriti gravi e le donne in procinto di partorire. Arrivarono bersaglieri, alpini, soldati del genio, soldati del 13’ fanteria e la grande Opera di umanità di un giovane sacerdote (Don Orione). Mio padre, per otto mesi, vago per Roma con un permesso speciale rilasciato personalmente dal Re, visito collegi, istituti, ospedali con la speranza di ritrovare i suoi cari. Un giorno, passando vicino al cancello di un collegio, vide un gruppo di bambini e senti una voce chiamare Nini (diminutivo di Antonio): era la voce della sorellina di 8 anni Adelina che lo chiamava. Gli si butto in braccio e per la grande commozione non riuscivano a parlare; poi la sorellina disse «portami da mamma non mi lasciare».
Mio padre fece ritornare il padre dall’America, ma a mio padre tocco di essere mobilitato ed inviato al fronte, perché l’Italia era in guerra contro l’Impero Austro-ungarico.

Il giovane segretario Comunale, Michelangelo Colaneri, gli negò qualche giorno di proroga alla partenza, proroga che serviva per sistemare il padre e la sorellina Adele. Non seppe mai la fine della madre e del fratellino Checchino. Dopo la guerra zia Adelina morì a causa dell’epidemia (la spagnola) e mio padre non si rassegnava alla perdita dei suoi cari; il dolore lo accompagno fino alla morte. Mio padre mon a 72 anni e in punto di morte rifiuto i sacramenti, e chiedeva dove fosse la madre morta e spiro. Mia madre, Busico Maria, perse il padre, Luigi Busico, Capoguardia delle carceri: lo ritrovarono sotto una parete della stazione ferroviaria, dove ogni mattina andava a prendere il giornale e poi andava in servizio. Il fratello di mia madre Domenico Busico, Corazziere, che si trovava in Avezzano in occasione della festa della fontana, lo ritrovarono morto sotto le macerie, con il dito tagliato, quello dove portava l’anello con il sigillo reale, tipico dei corazzieri a servizio della Regina. Mia cugina Busico Amelia fu ritrovata dentro la madia del pane, dopo 5 giorni, con la madre Caterina morta accanto alla madia. Mia cugina Amelia, orfana di padre e di madre, aveva tre anni e fu portata in un Istituto di suore, ove si laureo in medicina e chirurgia e prese il posto da dottore, al sanatorio di Sondrio. Poiche era rimasta scioccata dal disastro, volle fare la caposala e non il dottore, perché non voleva prendersi la responsabilità delle diagnosi.

Un altro caso doloroso fu quello di Francesco Pantano, che dopo 50 anni di ricerche, ritrovo la propria figlia Anella, scomparsa all’eta di 6 anni, in un convento di suore a Roma, ma ella aveva perso la memoria e quando il padre la riporto ad Avezzano all’eta di 56 anni, la figlia Anella, dopo pochi giorni, volle ritornare al suo Convento delle suore a Roma. Vi sono stati altri tristi casi come quello di due giovani, che dopo aver formato la famiglia, vennero a sapere che erano fratelli carnali.

Il racconto d’un ferroviere

La Tribuna pubblica anche un colloquio col sorvegliante ferroviario Marioni che si trovava questa mattina ad Avezzano. Egli ha detto: ”Io ero ad Avezzano ed aspettavo il treno proveniente da Celano che doveva portarmi a Tagliacozzo e poi a Roma. Erano allora le 7.25 precise. Alcuni minuti dopo si e inteso un rombo terribile come un grande boato, lontano dapprima e che poi via via, si avvicinava. Intanto la terra ha cominciato a tremare. Non era più possibile stare in piedi. Io mi sono lanciato fuori dalla tettoia in mezzo alla linea e in quel breve tratto ho camminato come un ubriaco. Appena sono stato fuori da1la tettoia, questa e rovinata. Sono salvo per miracolo. Questo crollo e sembrato il segnale della rovina di tutti fabbricati dentro e fuori la stazione. Della stazione non sono rimasti in piedi che il casotto della ritirata e il rifornitore dell’acqua. E non quello nuovo in cemento armato, ma quello vecchio, che pareva dovesse cadere ad ogni istante. Se dentro Avezzano e avvenuta la stesa cosa che alla stazione, Avezzano non deve essere più che un’immane rovina. Intorno alla stazione c’erano una ventina tra fabbriche e botteghe: non ce n’e più una in piedi. I palazzi degli Stangolini, tutti abitati, sono egualmente crollati e certamente ci devono essere parecchie vittime. Quelle che ho vedute io stesso sono la moglie del capostazione di Avezzano, che e stata estratta morta dalle macerie, una parente di lei, che e stata trasportata a Tivoli in gravissime condizioni, e il casellante del chilometro 100, morto insieme a sua moglie. ”

Una Visione spaventosa

Un redattore del Giornale d’Italia ha avuto occasione di avvicinare un ragazzo certo .Vicolino Berardi, di anni 13, da Avezzano cola dimorante con la madre, il quale era scampato miracolosamente all’immane disastro e, raggiunta la stazione, con molti altri era salito sul treno giungendo a Roma poco dopo le 12. Il Berardi esercitava il mestiere di vetturale e stamane si era recato nella scuderia, essendo stato accaparrato da un viaggiatore per condurlo a Massa d’Albe. ”Verso le 7 – egli ha detto siamo partiti da Avezzano. Eravamo appena usciti dalla città quando all’improvviso il cavallo, che prima si era arrestato, rampando insolitamente il terreno, si e di nuovo rifiutato di proseguire. Nello stesso tempo si e inteso come un forte rombo. II viaggiatore ha creduto fosse il rumore del treno: ma uno spettacolo di terrore ci si presentava alla vista. Nella località dove ci eravamo arrestati vi sono, a destra e a sinistra della via, delle cave di breccia e pozzolana che, come mosse da un invisibile, enorme piccone, hanno cominciato a franare.

Un istante dopo giungeva fino a noi l’enorme fragore prodotto dalla rovina di numerosi edifici che erano come avvolti in una grande nube. Un bambino di circa cinque anni, nudo, correndoci incontro piangente e spaventato ci ha supplicato di recarci ad aiutare il padre a scavare fra le rovine di una casetta li prossima, dove erano sepolti alcuni della famiglia sorpresi dal disastro mentre stavano alzandosi dal letto. ”Noi siamo accorsi, ma mentre stavamo per prestare l’opera nostra, e avvenuta una seconda scossa che ci ha messi in fuga. Un uomo ci avvertiva di non proseguire oltre perché il villaggio di Cappelle, poco distante e che noi dovevamo traversare, era quasi tutto distrutto. ”Mi sono allora recato, sempre insieme col mio compagno, verso la stazione di Avezzano il cui edificio non esisteva più

Testi di Francesco Pascale

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IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 ( testimonianze )
IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 ( testimonianze )

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