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Storia della Marsica

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IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 (impressioni di un superstite)

 

Avezzano, 21 gennaio La vista della stazione orrendamente sventrata da un’idea, ma ancora incompleta, dell’immane disastro. Presso le rovine di questa i bravi ispettori del telegrafo e del telefono in due casotti di legno hanno impiantato i loro relativi uffici, ed i vari corrispondenti dei giornali cominciano a telefonare le prime notizie. Si passa una notte angosciosa all’aperto: non ancora l’ombra di un soccorso! Soltanto le brave squadre di Mandela, Arsoli, Carsoli e Tagliacozzo si danno attorno a rimuovere le macerie delle case piu vicine alla stazione ferroviaria, alla luce di torce a vento, ed estraggono in media da cinque a sei persone vive per ogni casa che ricercano. Come si vede, la percentuale e relativamente alta e confortante.

Ma le ore passano lunghe, eterne: i pochi soccorsi sul luogo pensano ai loro parenti sepolti sotto le rovine, che implorano aiuto e che essi non possono soccorrere, privi come sono di torce, di strumenti, di braccia. Domandiamo notizie all’ufficio del telegrafo: vengono soccorsi? – domandiamo – straziati dall’angoscia. – Si – ci si risponde – sono partiti duemilacinquecento soldati: il treno e presso ad arrivare a Tagliacozzo. Respiriamo: meno male; duemilacinquecento uomini subito al lavoro potranno estrarre almeno altrettante persone vive dalle rovine. Ecco che albeggia: sono le sei del mattino, si ode un fischio lontano: e il treno che arriva. E’ infatti il treno; accorriamo ansiosi e vediamo discendere dalle carrozze centocinquanta uomini! Dopo ventiquattro ore centocinquanta uomini, mentre ne sarebbero bisognati cinquemila ! E niente Croce Rossa, niente ospedali da campo; soltanto una carrozza per medicature. I pochi parenti delle vittime accorsi sul luogo domandano uno o due uomini per andare subito a procedere agli scavi nelle loro abitazioni.

Ma non e facile ottenerli: molti soldati sono distratti per andare a piantonare le sedi dei vari banchi: Roma, Napoli, Marsicano. Ci avviamo insieme coi soldati che hanno il loro zaino affardellato. – Capitano diciamo noi – faccia pure depositare gli zaini: altrimenti questi bravi giovanotti non potranno muoversi ! Vediamo a queste nostre parole il capitano impressionarsi; evidentemente la prima truppa inviata e quindi le persone del Governo non avevano nessuna idea dell’entita del disastro. Deposti gli zaini i soldati e noi insieme con loro procediamo cautamente sui rottami di via Roma, che raggiungono qua e la un’altezza da otto a dieci metri dall’antico livello, in mezzo a visioni raccapriccianti di cadaveri orrendamente sfracellati. Giunto in fondo a via Roma, sono solo; non c’e piu un soldato insieme con me. Sosto brevemente per orientarmi fra le rovine; volevo procedere verso la piazza Torlonia.

Ma stentavo a raccapezzarmi in mezzo a strade larghe prima dai dieci ai venti metri. Superato un cumulo enorme di macerie, seguito da un mio bravo collega della scuola normale di Tivoli, il prof. Ivo Batisti, che aveva voluto ad ogni costo seguirmi, sbocco finalmente in piazza Torlonia. Quale orrore ! La bellissima e spaziosissima piazza non e diventata altro che un ristretto spazio circondato da cumuli enormi di rottami; soltanto la fontana nel mezzo e intatta e sembra singhiozzare dolorosamente fra le rovine che la circondano. Sulla piazza sono accampati alcuni dei superstiti, la maggior parte feriti, distesi sul nudo terreno, od a sedere: hanno Io sguardo smarrito ed una espressione di stupore sul volto che fa male a vederla. Quelli che mi riconoscono non sanno far altro che pronunciare un oh! lungo di meraviglia; qualcuno mi chiama a nome; non una imprecazione, non una parola esce dalle loro labbra livide, contratte. Giungo in piazza Castello. Il magnifico castello fondato dagli Orsini nel 1490 e passato poi alla famiglia Colonna, il castello che aveva dato ospitalita a Marcantonio Colonna vincitore della battaglia di Lepanto ed a Vittoria Colonna, amata da Michelangelo Buonarroti, e tutto precipitato al suolo: non rimangono che le basi degli enormi torrioni, le cui mura misuravano da dieci a dodici metri di spessore. A destra la bella via Napoli e scomparsa: il nuovo palazzo scolastico in costruzione, la caserma dei soldati, il campanile della chiesa S. Francesco, tutto e crollato: solo parte delle mura della chiesa ha resistito all’urto formidabile, che ha voluto in pochi secondi ridurre Avezzano ad un immenso sepolcreto. Giro attorno alle mura del Castello e giungo in quella che era la via Marcantonio Colonna: anche qui pochi scampati gettati tra i rottami.

Ma il sole intanto si leva, un sole splendido che accora nella sua muta e misteriosa inflessibilità, perche non si comprende come dopo un disastro cosi orribile e lacerante esso possa e debba ancora emanare la sua luce. E col sole e con la luce quel mondo di rovine comincia a popolarsi, se cosi si può dire: appaiono finalmente in quella zona alcuni soldati, dieci o quindici in tutto, e diversi parenti che sulle macerie delle loro abitazioni piangono, chiamando i loro cari con voci strazianti, rimuovono con le loro mani, da soli, i rottami con la speranza di rivedere e baciare almeno per l’ultima volta qualche loro congiunto. Vicino a me, intento appunto ad un pericolosissimo salvataggio, vi e una madre che grida disperatamente, che piange invano tutte le sue lagrime, che invoca in modo da lacerare il cuore a persona che venga ad aiutarla a salvare qualcuno dei suoi piccoli.

Non dimenticherò mai più i suoi lamenti strazianti. – Venite, aiutatemi; sono qui, sono vivi, chiamano, rispondono: salvateli, salvateli! Ma nessuno risponde, nessuno accorre; ed essa, poverina, da sola, con due calze infilate nelle mani, scava e scava affannosamente e piange e si dispera: – Ah! solo per me non c’e pieta, solo per me non c’e pietà! Mentre col prof. Batisti e con tre soldati continuiamo nel nostro lavoro di salvataggio, si avvicinano di quanto in quanto altri parenti che desiderano di riportare alla luce i loro cari: hanno lo sguardo invidioso, iroso, una espressione quasi feroce nel loro egoismo. Ma che cosa scavate qui; ma qui non c’e nessuno, qui son tutti morti: venite con noi, aiutateci o dateci almeno le pale ed i picconi! E protendono le mani, e vorrebbero quasi far seguire, l’atto alle parole, ed e una vera lotta per convincerli che purtroppo li c’e gente viva che implora aiuto e che attende di rivedere la luce.

Ed ahimè riusciamo finalmente, dopo dodici ore di lavoro, a far rivedere la luce ad una povera creatura che gemeva sotto le rovine da trentadue ore; ma vano fu tutto il nostro lavoro, vane le ansie, vane le lagrime di gioia ! Non c’e lettiga o barella per trasportarla: l’adagiamo su di una scala a piuoli; attraverso i campi saltando fossati, poiché non c’e piu nessuna strada praticabile, arriviamo presso la stazione ferroviaria con speranza di trovare una tenda per ricoverarla, poiché e in condizioni piuttosto gravi. Ma ne presso la stazione ne altrove troviamo una tenda; alle quattro pomeridiane del giovedì, cioe dopo trentadue ore dal disastro non c’era ancora un ospedale da campo ne un letto per curare un ferito od un malato grave! Noi non facciamo commenti, ma esponiamo i fatti nella loro obbiettività. La povera creatura, che non era trasportabile, per non lasciarla morire di freddo sul piazzale della stazione, fu collocata con tutta la scala a piuoli su cui era adagiata in una carrozza di terza classe. Non descriviamo gli strazi della poverina lungo il viaggio: non un medico in tutto un treno zeppo di feriti e malati gravi, che potesse In qualche maniera sollevarla. Appena ricoverata nell’ospedale di Tivoli, essa mori. Moltiplicate per cento, per duecento ed avrete un’idea della sorte toccata a tanti poveretti esumati dalle macerie dalla pietà dei parenti.

I primi soldati arrivati sul luogo del disastro fecero il loro dovere in un modo ammirabile, superiore ad ogni elogio; essi compirono veri atti di abnegazione e di eroismo. guidati e diretti sapientemente dagli ufficiali del genio, capitano Azzariti, tenente Biagi e sottotenente conte Rasponi. E mi duole di non ricordarli per additarli qui alla pubblica ammirazione i nomi degli ufficiali e di tanti soldati del reparto di fanteria e bersaglieri che giunsero poi col treno successivo e compirono tutti miracoli, veri miracoli. Ma furono pochi, troppo pochi al bisogno. Sono tornato mercoledì 20 corrente sul luogo del disastro. Molto si e fatto, ma molto rimane ancora da fare. Dopo una settimana dal disastro non c’e ancora in funzione una sola cucina economica e non una baracca che ripari dal freddo intenso qualcuno di questi poveretti. Presso la locale segheria elettrica giacevano in deposito legnami e tavole pel valore di oltre trecentomila lire, al dire di uno dei proprietari ingegnere Venditelli. Ebbene tutto il legname e stato requisito dal genio militare e adibito alla costruzione di baracche per gli uffici militari e per gli ufficiali.

Ho visto presso la segheria appunto una bella ed ampia baracca dove i soldati comodamente lavoravano a tagliare e preparare la loro carne. Ma in tempo di guerra la carne sarà tagliata pure sotto le baracche? Perché il genio militare ha requisito tutto quanto il legname? Perché non adottare una ragionevole misura di giustizia distributiva, dividendo a meta il legname e distribuirne una parte ai cittadini? Il generale Marini, che fu molto cortese con me e mi tratto con molta benevolenza, e che ringrazio quindi dalle colonne di questo giornale, s’interesso personalmente della sorte di noi cittadini superstiti, e di sua iniziativa dispose che fosse distribuita una certa quantità di legname. Ma purtroppo era troppo tardi; tutta la riserva della segheria era ormai terminata. Un altro inconveniente da rilevare e il seguente: il Commissario e tutti gli impiegati non conoscevano il paese: quindi non conoscono le persone. Sarebbe opportuno quindi che essi richiedessero la collaborazione delle persone superstiti che conoscevano e conoscono uomini e cose.

Tali persone se dovessi dar retta ad una mia impressione, dovrei dire che sono quasi evitate. Questo sarebbe un errore gravissimo; perché nessuno dei provvedimenti adottati dal Governo, come la ricostituzione dei registri di stato civile, la compilazione dei ruoli, le presunzioni di morte, l’attribuzione della proprietà dei beni immobili e via dicendo puo essere eseguito senza la collaborazione di persone che conoscano un po’ i luoghi, le fimiglie, le persone, l’ammontare approssimativo della loro proprietà. Nella speranza che meglio, dunque, si organizzino i soccorsi e che sia sopra tutto provvisto subito alla costruzione di baracche in grande quantità ed all’impianto di cucine economiche che possano procedere alla distribuzione di razioni di minestre calde, io termino oggi con una previsione, che dimostrerò in altri articoli. Avezzano risorgera ! Com’e risorta Reggio, com’e risorta Messina, com’e risorta Casamicciola. cosi risorgerà Avezzano. E’ la naturale sua posizione topografica quella che non solo lo permette, ma lo vuole !

Testi di Ercole Nardelli

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IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 ( impressioni di un superstite )

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