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Storia della Marsica

t2

IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 (il quadro generale)

 

Erano le 7,53 del 13 gennaio 1915. Improvvisamente la terra si mise a tremare così forte «da credere che stessero per crollare i cardini del mondo» (1); era il terremoto, uno dei più violenti e dei più lunghi che la storia sismologica di tutta Italia ricordi, superato solo dal terremoto del 1394 e da quello del 1885. Due scosse successive della durata complessiva di 60 secondi distrussero interamente Avezzano, la capitale della Marsica, seppellendo sotto le sue macerie 10.500 dei suoi 13 mila abitanti.

Non più di 2.000 superstiti riuscirono a porsi in salvo, i più nella vicina piazza Torlonia (piazza del Castello), mentre qualche animoso tentava di portare i primi soccorsi (2). Purtroppo il sisma non aveva ucciso soltanto il telefonista e il telegrafista e ferito gravemente il capostazione delle ferrovie, ma aveva annientato anche il distaccamento di soldati del 13’ fanteria, che avrebbe potuto apprestare qualche aiuto (3).

Altri centri abitati interamente distrutti o quasi, oltre Avezzano furono Sgurgola, Cappelle dei Marsi, Magliano dei Marsi, Rosciolo, frazione di Magliano, Pescina, Massa d’Albe, Lecce dei Marsi, Marano dei Marsi (4), Luco dei Marsi, Celano, Gioia dei Marsi, Scanno, Collarmele, Popoli, Trasacco, Sant’Anatolia, Corvaro, Torano e Spedino quattro frazioni di Borgorose, allora detta Borgocollefegato, Poggio Nativo, Sora, Isola de] Liri, Castel del Liri (5), ecc. In tutto 52 centri abitati distrutti. Anche Roma ebbe i suoi danni. Fu lesionato il colonnato del Bernini in Piazza S. Pietro e si apri una larga crepa nella scala a chiocciola, che conduce alla cupola della basilica di S. Pietro, di cui si ruppero anche tutti i vetri. A S. Giovanni cadde la statua di S. Paolo dal timpano della basilica; danni ebbero le chiese di S. Andrea delle Fratte, S. Ignazio, S. Carlo ai Catinari, S. Carlo al Corso, S. Maria del Popo]o, S. Callisto, la chiesta dei SS. Quattro, quella di S. Agata dei Goti, ecc. Gravi danni ci furono alle abitazioni di Rocca di Papa, Frascati, Zagarolo, Palestrina e Monterotondo. In quest’ultimo centro la magnifica torre secentesca, crollando, uccise un professore (Mignati) e due allieve (Anita Zampa di anni 14 e Nella Federici di anni 12).

A Penne cadde il campanile, e Giuliano di Roma ebbe gravissimi danni (6). Nella Marsica e nella Valle del Liri le perdite di vite umane furono gravissime, incalcolabili i danni. Alle ore 21 del giorno 14 un dispaccio dell’Agenzia Stefani confermava le agghiaccianti notizie: «I superstiti di Avezzano non sono più di 800. Le vittime superano le quindicimila. Nemmeno il castello ha resistito al formidabile urto. Nei paesi limitrofi di Cappelle, Magliano, Scurgola e Cappadocia urgono soccorsi. Occorrono camions e automobili per recare soccorsi alle vittime, non proseguendo il treno oltre Avezzano. Il sottoprefetto e il capitano dei carabinieri sono morti.

Sette soldati superstiti su settanta che erano accasermati ad Avezzano. Anche i Comuni di Paterno, Celano, Aielli, Cerchio, Collarmele e Pescina sono gravissimamente danneggiati. E’ confermata la gravità del disastro…». Il brano del comunicato Stefani, proprio con la frammentarieta e la inesattezza di talune notizie, conferma lo stato di confusione e la quasi impossibilita di sicure fonti di informazioni ancora dopo due giorni dal terremoto. Il mattino del 14 gennaio, il Giornale d’Italia usciva con questo titolo: ECATOMBE AD AVEZZANO ED A SORA. 25.000 MORTI NELLA CONCA DEL FUCINO E NELLA VALLE DEL LIRI.
Purtroppo, anche se la cifra ufficiale fu di 28.257 morti, il bilancio superò i 30.000, essendo perita quasi tutta la popolazione di quelle infelici regioni, o uccisa dal terremoto o per ferite dovute al terremoto.

Basterà ricordare che a Pescina il 17 luglio morì Santa D’Alanno per ferite dovute al terremoto. Ad Avezzano primo ad accorrere fu il vescovo, mons. Pio Marcello Bagnoli, che da Roma, dove si trovava, era subito rientrato in Diocesi, per portare ai morti la sua benedizione e ai feriti la sua paterna parola di incoraggiamento. Sul posto si trovavano già l’on. Bissolati, il Medico Provinciale de l’Aquila dott. Striscia con i due medici Properzi e Marengo, che si adoperavano per porgere le prime cure ed apprestare i soccorsi sanitari più urgenti. Poco dopo mezzogiorno, del giorno 13, spinto da un generoso impulso di solidarietà umana, giunse dall’Aquila Luigi Alberto Ognibene con tre camions carichi di materiale di soccorso. L’idea era stata sua; i camions erano suoi, suo gran parte del materiale (Giornale d’Italia del 24 gennaio). Il racconto che fece più tardi all’inviato del Giornale d’Italia fu raccapricciante: «Da ogni parte di sotto alle macerie si alzavano grida d’aiuto: Sant’Emidio! Sant’Emidio! Aiutaci!» (7). I primi 10 feriti giunsero a Tivoli su un treno volontario, che aveva proceduto, fermandosi ad ogni ponte, per accertarne la solidità. Interrogati, rispondevano: «Non c’e più niente! Tutto e spianato». E i morti? «Tutti sono morti; tutti.

Non c’e più nessuno; non c’e più niente». Purtroppo era vero, e, per colmo di sventura, erano perite anche tutte le autorità che, in qualche modo, avrebbero potuto apprestare qualche soccorso: il sottoprefetto di Avezzano De Pertis, il sindaco Bartolomeo Giffi, il presidente del Tribunale, il pretore, il capitano dei carabinieri, ed erano periti anche i medici del luogo, i dottori Rainaldi, Sferra, Solone, Gasbarri. Era salvo solo il dottore Edoardo Corbi, che più tardi sara generale medico e Direttore dell’ospedale militare del Celio in Roma, e salvo era pure il Segretario Comunale Michelangelo Colaneri. Il primo treno di soccorsi giunse ad Avezzano alle ore 18,40 del successivo 14 gennaio, cioe due giorni dopo il disastro. Trasportava 300 soldati dell’8l’ fanteria e 200 bersaglieri al comando del maggiore Martinengo di Villadamo, che aveva ai suoi ordini altri quattro ufficiali, tra cui i tenenti Mariano e Deramo, una compagnia di sanità, 100 zappatori, i mezzi di soccorso della Croce Rossa (pochi in verità) e quelli del Vaticano, guidati da don Orione e don Guanella (8).

Si lavoro al lume di fiaccole, mentre i soldati si affiancavano ai gruppi di generosi accorsi dai paesi vicini; non molti: una squadra di volontari da Arsoli, guidata dal parroco, un’altra da Carsoli, guidata dal sindaco e dal parroco; tre volontari da Tivoli, 24 da Roma. Commovente l’iniziativa del parroco di Castel Madama, che, riuniti 20 giovani, attrezzati di pale e zappe, li guidò ad Avezzano, un po’ a piedi e un po’ in treno. Furono i primi ad arrivare. Ad essi poi segui una vera folla di volontari, giunti da ogni parte d’Italia (9). Un altro treno di soccorsi giunse la sera dello stesso giorno 14 gennaio con una compagnia di zappatori, una compagnia di sanita, 100 carabinieri, due serbatoi d’acqua, due carri ambulanza con attrezzi, medicinali, disinfettanti ed altri 500 uomini di truppa. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio poté essere messo in funzione un vastissimo ospedale da campo dove i feriti venivano fatti affluire, mentre si iniziava l’opera della Croce Rossa, che si era improvvisamente sistemata con un pronto soccorso in un vagone ferroviario, dinanzi al quale era stato posto un tavolo per le necessarie registrazioni. Frattanto medici e infermieri, materiale sanitario, medicinali, disinfettanti cominciavano a giungere con sempre maggiore frequenza.

Da Napoli giunsero, con un nutrito personale sanitario, tre padiglioni Doker e 500 tende da campo con una grande quantità di materiale vario e medicinali (10). Un nobile gesto di solidarietà fu compiuto dalla Signora Page, moglie dell’ambasciatore americano a Roma. Non avendo potuto il Governo Italiano accettare la sua offerta in danaro a causa della delicata situazione politica internazionale, la gentile Signora fece acquistare 10.000 lire di coperte e poi le fece distribuire ai paesi della zona di Sora. Altre migliaia di coperte furono distribuite, sempre per sua cura, nei paesi della Marsica. Frattanto si moltiplicavano gli attestati di solidarietà inviati al Governo da ogni parte del mondo, mentre nei luoghi del disastro l’opera di soccorso e di assistenza non conosceva soste. Generoso, qualche volta eroico, fu il comportamento delle infermiere, quasi tutte volontarie, come la maggior parte dei medici. Esse, dirette dalla Dama della Croce Rossa, signora Orlando Kaiser, erano le più direttamente e continuamente impegnate. Le loro bianche figure passavano incessantemente da una tenda all’altra, portando medicinali, viveri, doni, e, quando non avevano altro, un sorriso ed una parola di incoraggiamento. Profondamente radicato nel cuore di tutti rimase il ricordo della signora Le Maire, infermiera della Croce Rossa, che a Magliano dei Marsi, a Rosciolo, a Massa d’Albe riuscì a salvare tante vite umane (Giornale d’Italia del 24 gennaio).

Fra l’altro a Magliano essa istituì una tenda per le partorienti ed un’altra che chiamo «tenda del latte» per l’assistenza alle puerpere. Il giorno 15 gennaio, dietro precise istruzioni del Presidente del Consiglio, on. Antonio Salandra, il comm. Lutrario, Direttore Generale della Sanita, inviava il seguente soccorso sanitario: Un ispettore generale di sanità, un medico provinciale con medici e squadre di soccorso; 6 medici della Croce Rossa con infermieri, materiale da campo e medicazioni di pronto soccorso; 10 medici militari e 5 unita ospedaliere e 1 furgone di materiale sanitario. Ad AVEZZANO: Un ispettore generale di sanita, 1 medico provinciale, il medico provinciale dell’Aquila, 6 medici della Croce Rossa con infermieri, materiale da campo, medicinali e pronto soccorso; 10 medici militari, 5 unita ospedaliere.

La direzione sanitaria di Avezzano fu assunta dal maggiore medico Riva, di origine romana (diventerà poi generale e comandante dell’ospedale militare del Celio); l’ospedale da campo venne posto sotto il comando del prof. Pomponi. La città venne divisa in sei zone sanitarie, ciascuna con un proprio posto di soccorso. Comandanti delle sei zone furono il capitano medico Marotta, il cap. med. Jose con il tenente Peretti, il cap. med. Moneca, il cap. med. De Frana, il cap. med. Manzeri, il cap. med. Biliotta (11). Il comando di tutte le forze militari operanti nelle zone terremotate fu assunto dal generale Guicciardi, che affido la zona di Avezzano al ten. col. Clavarino, il quale, per Avezzano, divise le truppe in sei zone, analogamente a quanto avevano fatto i corpi sanitari. Un drappello della 12’ compagnia dell’ottavo reggimento di fanteria venne inviato ad Aielli sotto il comando del tenente Troili; un altro, al comando del capitano Calamara e dei tenenti Boccuccia e Lanza, fu distaccato a Paterno.

Altri altrove. Cominciavano a giungere da Roma le colonne automobilistiche di soccorso. Si trattava quasi sempre di macchine messe a disposizione da famiglie private. Il 15 gennaio il corrispondente da Tivoli del Giornale d’Italia segnalava il passaggio di una colonna di 150 automobili con materiali di soccorso diretta ad Avezzano. Lo stesso giorno giungeva nell’infelice città della Marsica il grande scienziato Guglielmo Marconi per mettere al servizio delle superstiti popolazioni il suo genio e la sua competenza per l’impianto di una stazione radiotelegrafica. Il 16 gennaio il Consiglio dei Ministri nominava Commissario del Governo per le zone sinistrate il comm. avv. Secondo Dezza, ispettore generale del Ministero dell’Interno. In quello stesso giorno, secondo quanto registra l’Osservatore Romano, giunse ad Avezzano un secondo ospedale da campo, che pose le sue tende sul viale, che conduceva alla stazione ferroviaria.

I feriti ormai avevano piena assistenza e i più gravi, dopo qualche intervento urgente, venivano trasportati con le barelle sui treni ospedale ed avviati a Roma, dove erano stati messi a disposizione, oltre ad alcune cliniche private come la clinica Bastianelli e la clinica ostetrica Pestalozzi, i seguenti ospedali: Policlinico, S. Giovanni, Santo Spirito, S. Stefano Rotondo, S. Giacomo, S. Cosimato, Ospedale militare del Celio, Bambin Gesu, Fatebenefratelli. Sua Santità Benedetto XV aveva già disposto, fin dal giorno 14 gennaio, l’allestimento del Pontificio Ospizio di Santa Marta. I profughi, circa 20.000, vennero alloggiati in edifici appositamente requisiti ed attrezzati (12), oppure negli alberghi cittadini. Il primo treno con 240 feriti giunse a Roma alle 18,30 del giorno 15 gennaio (13). Poi i treni si successero quasi ininterrottamente, portando feriti, profughi, sinistrati, dispersi, bambini rimasti orfani o che si erano smarriti e poi anche soldati e civili, feritisi durante la generosa opera di soccorso.

Si faceva strada frattanto un sordo malcontento tra le popolazioni superstiti della Marsica, del Cicolano e della Valle del Liri, le tre regioni maggiormente colpite dal sisma. Occorrera ricordare infatti che il terremoto non aveva colpito la sola città di Avezzano, bensì tutta la Marsica, quasi tutta la regione del Cicolano fino a Perugia, la Valle del Liri fino a Cassino e del giorno 15 gennaio (13). Poi i treni si successero quasi ininterrottamente a Sulmona (14) ed a L’Aquila; ad ovest, Tagliacozzo, Sora (15) e tutta la regione degli altipiani fino ad Arcinazzo ed a Subiaco (16); in tutto 150 centri abitati fra distrutti, parzialmente distrutti, devastati e danneggiati. Ed anche la si attendevano soccorsi, che invece, a torto o a ragione, si diceva fossero stati concentrati solo ad Avezzano. Rendendosi interprete di questi malumori, il Messaggero del 18-19 gennaio proponeva l’istituzione di altri due campi di concentramento di materiale di soccorso uno a Sora ed uno a Castellammare.

Certo non fu facile per il Governo fare giungere i soccorsi subito ed a sufficienza in tutti i luoghi colpiti, perché alla confusione dei primi ed all’impreparazione (che non ci doveva essere, perché già quelle infelici popolazioni avevano conosciuto gli orrori del terremoto del 1904) (17), si aggiunse l’inclemenza della stagione; la neve nelle zone montane, dove rimasero bloccati non solo i superstiti, ma anche i 15.000 soldati inviati per le operazioni di soccorso, la pioggia nelle valli e in pianura. Ma e giusto riconoscere che nulla fu risparmia,to, mentre da tutte le parti d’Italia giungevano soccorsi. Lo sforzo fatto dal Governo fu immane. D’altra parte la zona di Avezzano era la più idonea al concentramento dei soccorsi sia perche tutta la popolosa città era stata distrutta e quindi era tutta da disseppellire e ricostruire, sia anche perché fino ad Avezzano era in funzione la linea ferrata da Roma e sia perché la zona pianeggiante consentiva il sorgere di centri sanitari, la costituzione di grandi depositi di viveri e materiali, il posteggio di centinaia di camions e di automobili, che facevano la spola tra Roma e la Marsica.

Non si tratto dunque di scelta voluta e preferenziale, ne di discriminazione, ma di necessita. Comunque e certo questo che ancora nel 1921, cioè dopo 13 anni, in tutta la Marsica non era stato ricostruito neanche un quinto degli edifici distrutti: le loro macerie rimasero ancora per molti anni; in taluni paesi, come abbiamo visto noi stessi, rimangono ancora (vedi Torano, Collefegato, Sant’Anatolia, Cappelle dei Marsi, S. Benedetto dei Marsi, ecc.). Solo Avezzano fu ricostruito con una larghezza di mezzi veramente notevole, e la città fu riedificata con una pianta a vie ortogonali, che oggi la rendono assai ordinata e di piacevole soggiorno. Il concentramento dei soccorsi ad Avezzano porto, per forza di cose, ad un rallentamento nell’invio dei soccorsi ai centri più lontani ed ai paesi di montagna.

E cominciarono le proteste. Il 18 gennaio, il sindaco di Rieti, senatore Racenini, telegrafava tra l’altro al Messaggero: «Petrella e frazioni, Oiano, Colle Rosso, Santa Lucia, Fiamignano, Sant’Elpidio, Corbaro, Santa Anatolia, Collefegato… disastro orrendo». In quella marea incalzante di proteste e lagnanze ci doveva essere molto di vero, perché troviamo conferma in un editoriale del Messaggero del 20 gennaio a firma di Tommaso Smith, che così conclude: «Tutto, tutto si potrebbe perdonare: il ritardo dei soccorsi, gli indugi inspiegabili, la scarsezza dei provvedimenti; tutto, se almeno si cercasse di salvare l’esistenza dei superstiti. Ma no: a cento chilometri da Roma, dopo una settimana dal disastro, gli scampati alla rabbia del destino sono ancora esposti alla incuria degli uomini». Il 23 gennaio la marchesa Ginevra Solidati Tiburzi rivolgeva un accorato appello a donna Maria Salandra, consorte del Presidente del Consiglio e Presidentessa del Comitato Femminile per i soccorsi ai terremotati: «Monteleone Sabino, Varco
Sabino, Reigatti, frazione di Ascrea, Pratoianni, frazione di Concerviano, Roccasinibalda, Castel di Tora, Santopolo di Turano sono nella desolazione» (18). Taluni paeselli di montagna purtroppo attesero i soccorsi per molti giorni. Alcuni di essi furono raggiunti il 15 gennaio, altri il 16.

Il giorno 15 a Celano avvenne un episodio veramente straziante: una madre, ai pochi soccorritori giunti in quel momento, gridava: «10.000 lire, regalo 10.000 lire a chi salva mio figlio» e additava il tetto della casa, su cui, ferito, un giovinetto gridava e chiedeva aiuto. Non fu possibile fare nulla. Quando il giorno dopo alcuni volontari poterono raggiungere il tetto, trovarono il povero giovane morto per dissanguamento ed assiderato: la madre fu trovata svenuta all’orlo della strada. Il giorno 16 lo studente Ferdinando Pompei si presentava alla redazione romana del Giornale d’Italia, sollecitando soccorsi per Magliano, Cappadocia, Cappelle dei Marsi, Corona e Alba, ancora non raggiunte dalle squadre di soccorritori. Il 19 gennaio dallo stesso giornale il Pompei lanciava la seguente protesta «Alzo la voce dolorante e fremente contro questo stato di cose, perché anche noi abbiamo diritto alla pietà».

Ne il Pompei ne gli altri avevano torto, ma neanche il Governo era imputabile, perché troppe cose erano da prevedersi e tra queste l’aggravarsi delle condizioni metereologiche. Ne l’avv. Dozza, Commissario del Governo per le zone sinistrate, si concedeva requie, anzi appare significativo al riguardo un suo telegramma, in data 4 febbraio (significativa la data), al Ministro dell’Interno: «Purtroppo inclemenza stazione e difficoltà comunicazioni impediscono spesso raggiungere molte località» (19). Le vie che da Cappelle dei Marsi sulla Via Tiburtina-Valeria portavano al Cicolano ed al Reatino erano disseminate di profondi crepacci. Infatti a piedi, e non prima del 19 gennaio, poterono giungere a Cittaducale, capoluogo dei Comuni del Cicolano, 8 squadre di soccorso (20). Il 18 gennaio un pastore di Forme scese a Cappelle, che era stato trasformato in centro logistico per il conferimento e la distribuzione dei soccorsi (Cappelle e a pochi chilometri da Avezzano), invocando viveri per se ed i suoi concittadini, rimasti senza casa. In quello stesso giorno un monaco si aggirava disperato per la stazione di Avezzano, gridando: «Nessuno va a Le Cese». Riuscì ad ottenere una colonna di soccorsi.

Ma quando i soccorritori giunsero nei pressi dell’abitato, si videro davanti una spessa macchia biancastra, che impediva la vista. Vicino a loro, bocconi su un mucchio di sassi, esausto stava un vecchio. «Cos’e quella macchia.». Nessuna risposta. «Rispondete! Cos’e quella macchia.». Lentamente il vecchio riuscì a dire: «Era Le Cese». Lo sventurato paese, a 1.200 metri di altezza, su 1.250 abitanti aveva avuto più di 1.000 morti (21). Un carabiniere, unico superstite fra tutti i suoi commilitoni (non saranno mai abbastanza i ringraziamenti per ciò che allora i bravi militi dell’Arma Benemerita seppero fare), dopo avere tentato invano di raggiungere in bicicletta qualche centro abitato in cerca di aiuti, non avendo trovato che rovine, era tornato indietro, per prestare aiuto ai superstiti, gridando a tutti: «E la fine del mondo». Il giorno 15 gennaio l’avv. Ernandes così telegrafava da Tagliacozzo: «Cappelle dei Marsi, paese di 1.500 abitanti, e totalmente distrutta; 1.300 vittime sono sotto le macerie. Da 36 ore non un medico, non un soldato, non un ingegnere, non un pane per i, superstiti. E ciò a 100 chilometri dalla capitale. Voglio elevare una voce di protesta in nome dell’umanità» (Messaggero, 15-16 giugno).

Il giorno 18 gennaio giunse al Presidente del Consiglio un disperato appello del Sindaco di Sora: «Urgono soccorsi per 17.000 persone, che mancano di tutto e il mal tempo pregiudica gravemente la salute dei superstiti. ciò che arriva e assolutamente insufficiente. Abbia pietà di Sora in questo tragico lutto» (22). E impossibile, perché fa male al cuore ancora oggi, riportare tutti gli appelli alla pietà, che in quei giorni si ammucchiavano sui tavoli dell’on. Salandra e dei Ministri. Ma, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, superato il primo momento di inevitabile smarrimento, nulla il Governo trascurò in quel suo sforzo immane, fraternamente assecondato da tutto il popolo italiano, di portare soccorso, il più presto possibile, ai feriti, di dare sepoltura ai morti, un tetto ai sinistrati, un’ospitalità decorosa a migliaia di profughi (più di 20.000 nella sola Roma) ricercare i dispersi (23) per i quali giungevano pressanti richieste da tutte le parti del mondo, specie dagli Stati Uniti e dal Canada, oltre ovviamente da tutta Italia. «Per carità – telegrafa da Catanzaro un padre – datemi notizie di mio figlio Morace Pasquale e moglie, cancelliere della pretura di Civitella Roveto».

Altro non lieve problema, che gravava quasi interamente sul Comitato di Signore presieduto da donna Maria Salandra, era quello di rivestire i feriti che venivano dimessi dagli ospedali e di convincerli a ritornare ai loro paesi: bisognava restituire la fiducia in quei cuori ancora scossi, e restituire la vita a quei paesi già prima ferventi di lavoro e di benessere. Purtroppo aveva contribuito a ingenerare sfiducia il disservizio delle ferrovie, mentre la confusione dei primi giorni e le errate o parziali informazioni avevano fatto dirottare verso altri centri meno colpiti (Tagliacozzo, Sante Marie, Tivoli, Subiaco, Palestrina, Montecassino, Caserta, ecc.) i primi preziosi urgenti soccorsi. Quante vite umane si sarebbero salvate! Ancora oggi resta inspiegabile la cocciuta irriducibile incomprensione di taluni dirigenti, grandi o piccoli, delle ferrovie dello Stato: lo scalo merci di S. Lorenzo a Roma rigurgitava di viveri per i sinistrati (caffè, zucchero, cioccolata, pane, farina, riso, pasta, sale), di coperte, di vestiti, di tavole, ecc., che non venivano inoltrati ai luoghi di destinazione con scuse burocratiche, inconcepibili in tanto disastro.

Il Governo aveva dato ordine di spedire un treno interno di abiti pesanti: furono spediti abiti di tela e nel solo bagagliaio. Un treno di feriti provenienti da Celano e da Paterno, fu tenuto fermo 24 ore alla stazione di Avezzano. «Il servizio ferroviario – scrisse ironicamente l’inviato di un giornale romano – in questa tragica occasione e stato anche superiore alla poco lusinghiera fama che gode in tempi normali». Il giorno 15 un treno di soccorsi urgenti fu tenuto fermo 2 ore e mezza a Tagliacozzo per incrociare un treno di feriti, quando si sa che da Tagliacozzo ad Avezzano ci sono solo 15 minuti di strada ferrata. In questa inumana, direi delittuosa, incomprensione si distinse, secondo il Messaggero del 21-23 gennaio, il capostazione di Tivoli. Egli non solo obbligava a scendere dal treno i soccorritori o i sinistrati sforniti di biglietto ma obbligava coloro che venivano dalle zone sinistrate o a pagare il biglietto o a viaggiare nei carri con i cadaveri.

Il giorno 20 gennaio, il Consiglio Provinciale di Roma inviava all’indirizzo dell’avv. Gino Pierantoni, Consigliere Provinciale di Roma, distaccato a Cappelle dei Marsi, il seguente materiale di soccorso: 3 colli coperte; 4 colli lardo; 13 colli tende da campo; 2 colli sale. Il materiale, spedito da RomaPortonaccio, non giunse a destinazione, perché il gestore delle ferrovie di Cappelle lo classifico come merce destinata ad un privato e lo restituì a Roma-Portonaccio. Solo il 19 febbraio i colli furono rintracciati e consegnati al destinatario, ma dopo l’intervento del Presidente dell’Amministrazione Provinciale presso il Ministero dell’Interno e di quest’ultimo presso il Presidente del Consiglio. Un mese e tante laboriose fatiche per l’irriducibile incomprensione di un ferroviere! (Arch. Centr. di Stato – Terremoti – Buste 2-3). A leggere a distanza di anni le documentazioni giacenti all’Archivio Centrale di Stato (Buste Ministero dell’Interno) su tanto scarsa volonta di collaborazione non si riesce a trovare una spiegazione, resa ancora più difficile dalle forzate dimissioni del Direttore Generale delle Ferrovie del tempo.

Bisogna obiettivamente riconoscere che quello fu l’unico settore dell’impalcatura statale, che non seppe o non volle adeguarsi a tanta sventura. Si aggiunga a ciò il fatto, pur esso rimasto incomprensibile, ma che può trovare una sua giusta collocazione in ciò che abbiamo detto prima, che le prime notizie sul disastro, portate a Tivoli da un treno di reclute, partito da Avezzano qualche minuto prima del disastro, non venne creduto. «Eppure – scrisse il De Magistris – e stato necessario un giorno intero per comprendere che, se Avezzano, invano chiamata per telegrafo, non rispondeva, non a pigrizia di uomini si doveva il silenzio, bensì all’annientamento di tutto, uomini e cose… Un treno che aveva lasciato la stazione di Avezzano poco prima del terremoto, ha dato la notizia a Tivoli e quindi a Roma. Ma la notizia non fu creduta» (24). C’e in queste parole del De Magistris dolore e risentimento, ma c’e anche, come abbiamo già scritto, molto di vero. Tuttavia, se vogliamo prescindere dall’ingeneroso atteggiamento di taluni dirigenti delle ferrovie, dobbiamo riconoscere che ciò e quanto avviene quasi sempre nelle grandi improvvise calamita, che dapprima ingenerano incredulità, e non per insensibilità, ma per una specie di legittima difesa, di istintiva reazione dello spirito individuale, che, in un primo momento, reagisce come se voglia cancellare la realtà.

E certo tuttavia che ancora per giorni e giorni si trassero dalle macerie, non soltanto morti e feriti, ma anche gente rimasta incolume. Ad Avezzano, a 36 ore dal disastro, venne tratta in salvo una bellissima bambina: era rimasta tutto quel tempo accanto alla madre ed alla sorella morte; i suoi capelli, già biondi, erano incanutiti. Ai soccorritori disse: «E da questa mattina che sono sepolta». Non si rendeva conto di essere rimasta sotto le macerie due giorni. Una donna di Avezzano partorì sotto le macerie da sola. Per la sua fermezza ed il coraggio, le verrà poi conferito il premio Carnegie; la regina Elena offri il corredino per il neonato. Il 17 gennaio, alcuni soldati del genio, che rimuovevano le macerie, sentirono un richiamo di aiuto. Con mille precauzioni s’iniziò l’opera di salvataggio. Era una madre; gridava: «Alberto, Alberto, figlio mio! Dove sei? Dov’e il mio Alberto?». Alberto e il padre erano tra i soccorritori; per tutti quei giorni non si erano mai mossi.

Fu salvata dopo 4 ore. Il 24 gennaio, cioè 8 giorni dopo il terremoto, il Giornale d’Italia dava una notizia, che doveva commuovere tutto il mondo: era stata tratta in salvo dalle macerie ad Avezzano la signora Annina Manzo in Cuocolo, salva insieme con il figlioletto Antonio. Il fatto commosse l’opinione pubblica mondiale, specie quando si apprese il modo con cui essa era riuscita a mantenere in vita il figlio. Non si saprà mai abbastanza fino a che punto può giungere la dedizione di una madre! I salvatori furono l’ing. tenente Graziani e il dott. Gregori del Corpo Pompieri di Bologna. Lo stesso giorno pure ad Avezzano furono tratti in salvo dalle macerie due soldati del distaccamento di Avezzano (25). A Sant’Anatolia, frazione di Borgorose, distante da Avezzano non più di 24 chilometri, i primi soccorsi furono portati il giorno 16, cioè quattro giorni dopo il terremoto, dalla 7’ compagnia del 60’ Reg.to fanteria, comandata dal ten. Adriano De Cicco e dai sottotenenti Mario Carusi e Francesco Mengarini. Oltre ai 500 feriti, c’erano sotto le macerie ben 300 morti su non più di 810 abitanti. Eroico fu il comportamento del sottotenente Carusi, indefessa la sua attivita. esemplare il suo altruismo.

I morti venivano allineati sopra la neve, che subito li ricopriva e li congelava. Questo fu il fatto, spaventoso ed inevitabile, che si verifico in quasi tutti i paesi sinistrati, ma fu anche la causa della mancata insorgenza di epidemie. A Sant’Anatolia, la famiglia Placidi, la più importante del luogo, che aveva subito gravissimi danni al suo palazzo e che era stata salvata dalle macerie, mise a disposizione dei bisognosi le sue larghe possibilità, dando nobilissimo esempio di altruismo (Giornale d’Italia del 5 febbraio). Ma dopo quel giorno 16, molti altri dovettero passarne prima che giungessero altri soccorsi, perché la neve, che sulla via di accesso superava i due metri, imprigiono tutti, morti, feriti e soccorritori. E così dicasi del vicino centro di Spedino, i cui abitanti abbandonarono l’abitato per accamparsi attorno ad una casa, rimasta incolume, in pianura e da cui gli abitanti erano fuggiti. Gli abitanti della popolosa frazione di Corvaro stettero accampati in mezzo alla neve per molti
giorni. così quelli di Torano.

Lo stesso inconveniente si verifico a Collarmele, che poté essere raggiunta solo il 2 febbraio da una missione della Croce Rossa. Il freddo, che nella notte scendeva anche ad 11 gradi, e la neve tennero fermi i soccorritori per un altro giorno prima che potessero entrare nella cittadina. Rosciolo, frazione di Magliano dei Marsi, distante solo 7 chilometri da Avezzano, ricevette i primi soccorsi il 25 gennaio. Per fortuna le vittime furono grandemente limitate dalla generosa prestazione del medico, dott. Di Cola, che, pur avendo perduto tutti i familiari e pur avendo egli stesso riportato non lievi ferite nel crollo della sua casa, si prodigo senza respiro. così dicasi de] dott. Sebastiani di Cerchio. Purtroppo dopo il terremoto, che si ripete alle ore 10,25 dello stesso giorno 13 gennaio, dopo la neve, che rese ancora più difficile l’opera di soccorso, dopo le alluvioni, che aggiunsero nuovi disastri ai precedenti, un altro pericolo minacciava le misere popolazioni: i lupi.

Richiamati dal sangue e forse anche dall’odore dei cadaveri, le feroci belve scendevano a frotte dai monti, entravano negli abitati, raggiungevano i casolari isolati rimasti distrutti, avventandosi su tutto e su tutti. Pagliara, Balsorano, Civitella, Sorano, Petrella, Tagliacozzo, Avezzano stessa erano minacciati dalle belve affamate, che ad Avezzano si spinsero fino ai ruderi del municipio, ed a Tagliacozzo entravano tutte le notti fin dentro l’abitato. Furono distribuite cartucce a mitraglia alle sentinelle, ma non fu sempre facile o possibile rifornire di questo tipo di cartucce i numerosi piccoli distaccamenti, sparsi per tutti i 150 paesi colpiti dal disastro tellurico, e che erano stati fatti prigionieri dalla neve. La mattina del giorno 15 gennaio tre automobili, sorprese dalla tempesta di neve sul monte Bove, rimasero immobilizzate per oltre tre ore tra il freddo e l’ululato dei lupi. Un furgone militare, rimasto in mezzo alla neve subito dopo Tagliacozzo, si trovo assalito da un branco di belve, dalle quali riusci a liberarsi solo dopo una fitta e lunga sparatoria. Tra marzo ed aprile ebbe inizio il rientro dei profughi, che coincise quasi con l’assegnazione delle baracche. Ma tale assegnazione, non essendo parsa alla maggioranza ne giusta ne scevra di favoritismi, fu causa di malcontento, esploso in disordini in vari centri abitati.

Il Messaggero del 5 maggio segnalava disordini a Magliano dei Marsi per la mancata assegnazione delle baracche (26). In realtà le baracche, costruite per essere abitate per un periodo massimo di sei mesi, rimasero poi sempre ed ancora oggi se ne vedono assieme ai ruderi del terremoto. A Cappelle e ancora oggi possibile leggere su una delle facciate di quelle baracche il nome dell’Ente offertore. Due donne, rientrate a Pescina il 28 aprile, cercano invano ospitalita presso i compaesani; scrivono al Sindaco: «Maledetta l’ora che siamo ritornate; era meglio andarci a buttare nel Tevere». E poi, dopo la firma, un proscritto: «Scusate del male scritto; l’abbiamo scritto per terra». Ma forse sara interessante per il lettore apprendere quanto e contenuto nella seguente lettera, finoggi sconosciuta e forse scritta più per uno sfogo personale che per essere divulgata. Questo prezioso documento e una testimonianza delle terribili contingenze in cui si trovarono quelle infelici popolazioni dopo il terremoto, per mancanza di precise disposizioni, e forse anche per la mancanza di quel senso di umiltà e di amore che doveva trovarsi in fondo al cuore di chi era stato preposto alla ricostruzione verso chi aveva perduto tutto. La lettera porta la data del 26 gennaio, viene da Celano ed ha la firma dell’avv. Filippo Carusi (27). [ La lettera ]

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IL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 1915 ( il quadro generale )

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