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Comune di Bisegna

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Per Don Giambattista d’Arcadia la storia di San Sebastiano dei Marsi finisce qui. Come si dice, una storia breve, succinta e compendiosa. Ma nella foga dello scrivere l’Arciprete è stato tradito dalla sua primaria professione e le notizie, ineluttabilmente, hanno riguardato più la vita della Chiesa che non quella del contado. Mancano, per esempio, fatti e riferimenti del Seicento e del Settecento, due secoli che hanno visto la caduta dei Piccolomini, l’ascesa degli Sforza, l’infuriare della peste, il dilagare della carestia, gli assalti dei briganti, la rivolta di Masaniello e, seppur lontana, la Rivoluzione Francese che portà grandi fermenti anche nella vita quotidiana dei più piccoli paesi d’Abruzzo. 

Nell’anno 1601 la Terra di San Sebastiano era composta da 135 “fuochi”. Ad ogni “fuoco” o “focolare” venivano convenzionalmente attribuite cinque persone, quindi, in quell’anno San Sebastiano contava circa 670 abitanti che vivevano tra due terrori, quello della peste e quello, non meno preoccupante, del brigantaggio. La conformazione geografica della zona si prestava mirabilmente alla stanzialità dei briganti che trovavano il loro campo di lavoro sui passi di montagna e sicuro rifugio nelle grotte e nei boschi dei monti circostanti. Il passo di Campomizzo e quello di GioIa, dalla fine del Cinquecento, erano presidiati dalle bande di Marco Sciarra e da quella di un prete spretato, un certo Don Baldassarre Quatraro il quale, per incutere maggior terrore si faceva passare per lo stesso Sciarra. Questa “tecnica”, peraltro, veniva applicata con successo anche da altri malfattori alimentando cosi la leggenda di Marco Sciarra, bandito gentiluomo, presente in ogni dove. Con alti e bassi il banditismo avrebbe colpito la zona fino agli albori del nostro secolo. 

A testimonianza di quei tempi difficili troviamo ancora oggi su molte case di San Sebastiano alcune “bocche da fuoco”, quelle lunghe feritoie che partendo dal pavimento del piano superiore fuoriescono a lato del portone dell’abitazione; le feritoie consentivano agli occupanti della casa di fare fuoco sui malviventi senza esporre la propria persona alle fucilate dei banditi. Su via Sant’Angelo, poi, si trova murata una feritoia quattrocentesca da balestra, scavata nella pietra viva. Molto probabilmente la feritoia del balestriere fu smurata dalla cinta di difesa del vecchio castello e sistemata nella nuova casa a difesa dell’ingresso del vicolo. 

Una ricca cronaca fatta di rievocazioni, documenti, diari e straordinari racconti tramandati per via orale, dove storia e leggenda si mescolano rendendo difficile stabilire dove finisce l’una e inizia l’altra, caratterizza le vicende del brigantaggio in generale e quello dell’alta Marsica in particolare. Di certo sappiamo che il Vescovo dei Marsi, Monsignor Matteo Colli, in una relazione datata Pescina 3 novembre 1594, cosi scriveva: 

“Ho fatto molte visite pastorali, ma poi ho dovuto desistere per il pericolo rappresentato dal gran numero di briganti che infestano tutta la Diocesi e la provincia, e in certo qual modo la possiedono. A ferro e fuoco hanno trucidato più di centoventi uomini. Nella Terra di Gioja hanno depredato il denaro, bruciato i magazzini e distrutto quasi tutto, arrivando a taglieggiare i poveri abitanti della zona per un valore di centomila Corone. Sebbene per quasi tre anni, continuamente, la Diocesi sia stata ugualmente infestata da soldati stranieri, tuttavia tra le montagne si trovano permanentemente più di 150 ladroni, i cui capi sono Lutio Cocco, la “Volpe” ( alias Biasola ) e il brigante Guido. Per tutta la Diocesi e la provincia ne è derivata una gran povertà. A causa di questi pericoli e per non esporre maggiormente le popolazioni, sono stato costretto a interrompere le Visite Pastorali “. 

I Conti di Celano, come gli altri del Regno, per combattere la piaga del banditismo ricorsero a feroci rappresaglie che prevedevano l’arresto dei familiari dei banditi, l’imposizione di taglie sulle loro teste e l’obbligo, per le Università di pagare il mantenimento delle truppe impegnate nella lotta contro il brigantaggio.” Ciascun ‘fuoco’ pagava alla Regia Corte l’ordinario e lo straordinario a ragione di Carlini quindici e grana 1. Pagava le grana 48 per la fanteria spagnola, e cio mensilmente: grana 17per le genti d’armi; grana 9 per l’acconcio delle strade; il Bargello di campagna a ragione di 2 grana; cavalli 5 e un quarto, e ciò mensilmente; grana 7 e cavallo uno per la guardia delle torri, mensili “. Sul finire del secolo, nel 1591, Costanza, Duchessa d’Amalfi, ultima erede dei Piccolomini di Celano, vendette la contea alla nobildonna Camilla Peretti, sorella di Papa Sisto V. Gli “illuminati” Piccolomini, i mecenati dei tanti restauri, passarono cosi la mano ad altri feudatari. Di questa Donna Camilla troviamo subito un cenno all’interno di un conteggio sulle rendite del contado riportato nell’opera di Enrico Celani “Una pagina di feudalismo”, edito nel 1893 a Città di Castello.

Testi tratti dal libro Il Paese della memoria
( Testi del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta

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Il seicento

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