t1

Comune di Rocca Di Botte

t2

Le strutture architettoniche.

Tra leggenda di fondazione e storia, le strutture architettoniche, i
precedenti cicli pittorici. Petrus e Desiderio, insieme a un anonimo Maestro che convenzionalmente chiamiamo di Farfa, lavorano nel santuario della Madonna dei Bisognosi in Abruzzo (1), posto su un’altura detta Serrasecca in buona esposizione a sud-ovest, verso la sottostante piana del Cavaliere, contornata dai monti Sabini, Carseolani e Simbruini, spartiacque tra i bacini dell’Aniene e del Liri, cerniera tra la Marsica, il Reatino e il Sublacense, non distante dalla Tiburtina-Valeria diretta all’Adriatico.

Veduta panoramica del Santuario della Madonna dei Bisognosi

Vi si giunge per una comoda strada che si stacca dalla provinciale di collegamento tra Rocca di Botte e Camerata Nuova, ed è unito a Pereto da un sentiero montano e da una via campestre asfaltata. Fino agli ultimi anni Settanta un ampio flusso di pellegrini, organizzati in compagnie provenienti dalle vicine valli del Turano, del Salto, dell’Aniene, ma anche dal Fucino e da più lontano (2), percorrevano l’ultimo tratto a dorso di mulo o a piedi, seguendo il calendario di particolari ricorrenze. La devozione odierna invece, espressa in forma per lo più privata, si concentra in estate, mentre si sta perdendo il senso della ritualità e dei percorsi (3). Non è facile risalire all’epoca di fondazione del santuario, che ha avuto un’ininterrotta continuità di culto: una fonte rinvia ad un’altra, con conseguente manipolazione dei dati, e anche le informazioni che sembrano sicure vanno trattate con cautela (4).

Qualche aiuto può giungere dall’analisi delle strutture architettoniche e dallo studio della decorazione pittorica interna. La leggenda è stata riferita quasi ininterrottamente dal Mille a oggi (5), seguendo gli alterni ritmi di infiacchimento e rilancio votivo, con punte di redazione comprese tra il XVII e il XVIII secolo (6), con arricchimenti della trama selezionati per stimolare nei fedeli buoni comportamenti. Gli estensori hanno sempre rispettato il nucleo primitivo della vicenda e aggregato sezioni facilmente memorizzabili dalla gente (7). Era sufficiente che la trama fosse veridica più che vera, che funzionasse come un “rituale”, legando pezzi anche elaborati in epoche diverse, difformi per tipicità formulare (8), rispondendo al bisogno di exempla più che di effimere curiosità. Il racconto si è dunque adattato ai diversi momenti storici in cui è stato letto e creduto, con particolari ricavati dalla comune esperienza. Non si badava alla somiglianza con le storie di altri santuari(9), o che la vicenda apparisse costruita a tavolino in modo macchinoso. Essa soprattutto esaltava la fiducia incrollabile in Maria, soccorritrice in diverse difficoltà (nemici esterni, onde del mare, rovesci economici, dolorose perdite familiari), tale da giustificare il titolo di Mater egenorum, solerte e discreta nelle apparizioni, affettuosa nei dialoghi.

I frutti erano una famiglia ricomposta e la spontanea conversione al Cristianesimo di un ebreo, coronata da opere di carità, mentre a nulla erano valse le esortazioni precedentemente fatte dall’amico cristiano, forse aprendo uno spiraglio sull’inopportunità dei battesimi forzati, propagandati con successo nel Quattrocento dai frati Minori della Regolare Osservanza, e condotti per lo più in oratori al cospetto di simulacri divini o nel corso di divine apparizioni (10). Altri fatti invece, plausibili nel migliore dei casi, sono resi veritieri da precise coordinate storiche e geografiche. Ad esempio l’invasione in Spagna degli Arabi provenienti dall’Africa, con danno a Siviglia originaria sede del culto mariano, si dice oscilli tra il 606 e il 610, negli anni del visigoto cristiano Sisemberto e del vescovo Isidoro (11), ma sappiamo che i riferimenti vanno spostati di almeno cento anni (12). I navigatori toccarono poi le coste pugliesi, greche, spagnole e abruzzesi, tappe allora ben note del traffico mercantile, anche se nel contesto di impro-ponibili distanze e di incongrui tempi di percorrenza. Alcuni fatti invece sembrano certi.

Il prestito a interesse, ad esempio, con mallevaria di un testimone e garanzia della restituzione calcolata a un anno (margine insolitamente ampio per tale tipo di contrattazioni) era usuale mezzo per avviare e sostenere modeste imprese nel tardo Quattrocento. Ed è quella la probabile epoca del rimpasto della narrazione, ripresa in probabile concomitanza della ristrutturazione dei locali (13). Aggiungiamo anche l’illecito tasso di interesse nel prestito su pegno e la dubbia credibilità della parola data da un mercante ebreo, ovviamente ricco e praticante usura, a un cattolicissimo andaluso. Ricordiamo inoltre che la nostra sede si trovava nel tardo XV secolo in un distretto del regno di Napoli in cui il piccolo prestito era comune strumento creditizio, e che gli Aragonesi, più che tollerare gli ebrei, li sfruttavano con la fiscalità ordinaria e straordinaria condizionata dalle variabili del calcolo politico, offrendo protezione e immunità che le altre categorie laiche ed ecclesiastiche, specie gli agguerriti Osser vanti, non tolleravano (14). Tali fattori dovevano essere dunque presenti al colto estensore della leggenda, che fu compilata per narrare una vicenda che oltrepassava la devozione e i confini del luogo geografico (15). Non era poi casuale che si trasferisse in una nuova sede, anche se modesta, una statua lignea della Madonna, già colma di venerazione in un santuario antico e magnifico, in una regione ove il cattolicesimo era da tempo penetrato, ai limiti del mondo allora conosciuto, minacciato dagli “arabi”. Noi sappiamo infatti che nel Quattrocento i musulmani trasformavano in moschee le chiese dedicate alla Vergine.

Siviglia inoltre a quell’epoca era un animato porto fluviale sul Guadalqivir, drenato periodicamente da correnti, fiore all’occhiello della politica navale dei re spagnoli perché snodo obbligato dei traffici tra il Mediterraneo, l’Europa nord-atlantica e i paesi arabi, frequentato da intraprendenti mercanti di ogni nazione, compresi gli italiani, porto specializzato nell’esportazione di prodotti alimentari (vino, olio, cereali, pesce) e materie prime (lana, pelli, piante tintorie), ma anche scalo e deposito di merci importate (soprattutto oro, prima dall’Africa e poi dall’America Latina), nonché solida piazza finanziaria, gestita in un clima di pacifica convivenza da cattolici, ebrei e conversos (16). Le tappe del viaggio erano la Puglia, nota per i numerosi approdi e il consistente volume dei traffici (17), e la costa frentana (18), legate commercialmente via mare (19) come anche dal breve e impervio tratto della via degli Abruzzi, pericolosa per la larga frequentazione (20). Si trattava dunque di aree confinanti, punteggiate da numerosi scali naturali, che coincidevano con gli sbocchi fluviali, meno sabbiosi a quell’epoca e più percorribili, con attrezzature efficienti anche se modeste (21), utili agli scambi procurati dalle fiere e dai transiti interni lungo i maggiori assi stradali e lungo una fitta rete di sentieri.

Uno di questi fu forse calcato a ritroso dalla mula con la cassa, morta appena giunta sul nostro pianoro dei Simbruini (22), secondo un consolidato topos narrativo (23). Infine il culto, introdotto nel circuito minimo delle grazie concesse a privati, sedava conflitti forse maggiori di quelli procurati da centri equamente distanti (24), anche se all’epoca della presunta fondazione non esistevano ancora nuclei abitati (25). L’oratorio tuttavia doveva esistere tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, quando si diffuse largamente in Europa il culto alla Vergine (26). Ne dà conferma la più antica, anche se dubbia, tradizione letteraria e documentaria (27), mentre nel Duecento si parlava genericamente di un’abbazia (28). Per quanto attiene l’architettura, non è facile datare le strutture più antiche (29).

L’originario oratorio, edificato dai leggendari protagonisti, custodiva la statua
della Madonna tuttora venerata (30), la cassa (arca) usata per il suo trasporto, il
bastone da viaggio di Fausto (31), le sue ossa e a quelle dei compagni, onorate come reliquie. Sul fianco settentrionale dovevano esistere anche alcune stantiole piccole per la residenza e il servizio dei pellegrini, complesso poi ampliato con le offerte dei devoti (32), consacrato secondo la tradizione dal papa marsicano Bonifacio IV l’11 giugno del 610 sciogliendo un voto di guarigione a Maria (33), quando emise un gran numero di indulgenze coincidenti con il festivo di s. Barnaba, discepolo di Paolo, e con il successivo giorno dedicato all’eremita Onofrio (34). È certa invece l’esistenza della chiesa di S. Maria di Serrasecca (santuario è termine tardo), unita alla vicina S. Maria di Oricola tra quelle del circondario di Carsoli che servivano i bisogni della rada popolazione rurale resistente alla generale crisi tardomedioevale di spopolamento, obbligate nel 1324 a versare le decime al competente vescovo dei Marsi (35). Nel 1402 la nostra chiesa era gestita da un rettore (36). Ora anche i più antichi affreschi del santuario, coperti in parte da quelli oggetto del nostro studio, vanno datati tra il secondo Trecento e il primo quarto del XV secolo.

Se plausibilmente il piccolo luogo di culto era in principio rivolto a nord-est, verso il sentiero montano che giungeva da Pereto (37) , questo divenne in seguito il presbiterio di un’aula aggiunta alle spalle, diversamente orientata, con ingresso e archi gotici, dipinta sembra a più registri con scene commentate da epigrafi. Gli ambienti erano uniti da un corridoio, anch’esso affrescato a partire dal tardo Trecento (38), con un arco aperto per agevolare la visione della statua mariana e del crocifisso ligneo (39), schermati da una cancellata in ferro. Di lì a poco fu aggregata quella che oggi chiamiamo l’aula quadrata (m. 5,30×6,05), innervata da cordoli di crociera che poggiano su colonne con capitelli in pietra poi dipinti, ambiente utilizzato per specifiche liturgie o come coro da una piccola comunità di religiosi. Il primo strato di affreschi di tale vano, come alcuni pannelli nel citato ambulacro deteriorati o consunti dal passaggio dei pellegrini, sono di un tale Jacopo di Arsoli, un pittore attivo tra gli anni Venti e Quaranta del Quattrocento. Lo documenta un’epigrafe a caratteri gotici corsivi, analoga ad altre frammentarie e sparse, di difficile lettura (40).

I dipinti furono scalpellati quando si pensò di rilanciare l’ambiente con il ciclo mariano, eseguito per lo più da Desiderio da Subiaco [21, 27], collaudato pittore di scene edificanti, sembra in diverse tappe verso e poco dopo il 1488 (v. cap. III. 2. 1) (41). Contestualmente Petrus decorava sulla parete est il solo riquadro con s. Anna, la Madonna e il Bambino venerate da un francescano protetto da s. Sebastiano e opposto a un devoto ([26]; v. cap. V. 2. 1), mentre il Maestro di Farfa, forse all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, interveniva nel presbiterio interno allora riattato ([22]; cap. III. 2. 1), dipingendo i santi Rocco e Sebastiano nei pilastri interni dell’arco di ingresso le storie mariane sulla volta ovoidale e quattro episodi della leggenda di fondazione sulle pareti, di cui ne restano due (42): l’arrivo della mula cavalcata da Maria e da Gesù in carne e ossa, (43) e Fausto che miracolosamente e dopo peripezie ritrova Procopio: lieto fine per una vicenda ricca di colpi di scena e densa di significati. Furono invece intenzionalmente conservati alcuni dipinti dell’antica chiesa, tra cui quelli nella faccia interna dei pilastri dell’arco presbiteriale risparmiato dal nuovo edificio, costruito tra il 1768 e il 1780 su iniziativa e spesa dei Colonna (44) e progetto dell’architetto Francesco Fontana di Avezzano (45), forse un membro di quel numeroso gruppo attivo nell’Urbe e in provincia (46), erede dei numerosi lombardi specializzati, migrati lungo i corridoi appenninici e da tempo residenti in Abruzzo non solo lungo la costa (47).

Testi tratti dal libro Pittori di frontiera

NOTE
1) In custodia dal 1832 ai PP. Minori Riformati della Provincia di S. Bernardino negli Abruzzi, è passato nel settembre 2000 ai Frati Minori polacchi della Provincia dell’Assunzione della Beata Vergine Maria; ha lasciato la sede anche p. Nicola di Pietro, cui siamo debitori per la disponibilità tante volte mostrata.

2) Sonsini, pp. 92-94 aggiunge Sora, Caserta e le lontane Puglia e Calabria; v. anche Zinanni 1988, pp. 239-240.

3) Di Renzo, p. 41.

4) Molte sono le piste da seguire per la ricostruzione tendenzialmente globale della storia di un san-tuario. Guarnieri, pp. 498-505, 517-519 suggerisce di integrare le fonti scritte, prodotte dalle autorità ecclesiastiche e civili (comprensive della tradizione letteraria colta, privata o di ropaganda) con quelle devozionali a carattere popolare, fino a includere l’ampia casistica dei miracoli.

5) Racconta che presso la riva del mare di Siviglia alcuni abitanti onoravano la Vergine, raffigurata con il Bambino in una statua lignea, custodita in un’antica chiesa a lei dedicata. Trovandosi Fausto, uno di loro che si era prodigato nella cura dei pellegrini e dei poveri, in necessità economica, e avendo bisogno di un prestito per rilanciare la sua impresa commerciale, fu consigliato dalla Madonna di rivolgersi a un ricco ebreo, ben sapendo di dover aggiungere alla somma da restituire l’interesse. La sua nave salpò e fu colpita da un temporale al largo della Puglia; il figlio Procopio si perse nei flutti. La Madonna rassicurò il padre che lo avrebbe ritrovato e gli ordinò di tornare a casa per trasferire in Abruzzo, sopra il monte Carsoli, la sua statua di culto, minacciata in Spagna dall’invasione araba. Scaduto il tempo della restituzione, Fausto collocò il denaro con l’interesse in una cassetta, che affidò al mare e alla protezione di Maria, invocata come garante. L’ebreo avvistò e recuperò il tesoro, lo nascose e finse di fronte alla sacra immagine di non aver ricevuto nulla. Poi, intimorito dal rimprovero della Vergine, chiese di essere battezzato e seguì Fausto nel viaggio con i compagni. Giunti a Francavilla, acquistarono per il trasporto della cassa contenente la statua una mula, che arrivata sul luogo indicato da Maria cadde a terra; intanto Procopio fu riabbracciato dal padre. In quel luogo venne costruito a memoria in quel luogo un piccolo oratorio, utile a sedare anche le liti tra i vicini abitati.

6) La bibliografia dell’ampia tradizione letteraria, disposta in ordine cronologico tra il Cinquecento e i giorni nostri, è raccolta nell’Appendice I, cui rinviamo anche per alcuni autori qui di seguito citati, seguiti, per comodità del lettore, dalla data di pubblicazione della loro opera; gli altri che vi hanno fatto un rapido cenno sono indicati invece nella bibliografia generale a fine testo. Per le notizie relative alla storia del santuario segnalate da precedenti fonti, v. in questo capitolo la nota 27.

7) Analoghi casi sono trattati da Gurevic 1981/1986, pp. 9, 17, 23-29, 78, 87; Vecchi; Zoff 1991, pp. 52-59, 99-100, 109-111 (con argomenti sostanzialmente ripresi in Eadem 1992). Non è opportuno indagare le categorie narrative più idonee al riguardo; ne parlano Vecchi (v. Zoff 1991, pp. 64-65) e
Profeta (ivi, p. 82), il quale, seguendo il metodo morfologico e la sintassi con la quale si combinano gli elementi, è giunto a conclusioni considerate artificiose da Gulli, pp. 159-16; Zoff 1991, pp. 65-79 riduce le variabili dei possibili modelli narrativi.

8)
Già Pierantoni V, c. 252 propose come modello per la matrice del racconto un evento descritto da Vincenzo di Beauvais (Vincentius Bellovacensis) nel suo enciclopedico Speculum historiale, opera composta con l’aiuto dei confratelli domenicani verso la metà del Duecento. Il fatto è tra quelli miracolosamente operati da Maria dopo la sua Assunzione, o meglio dallo stesso Gesù. Si parlava di un cristiano di Bisanzio che aveva dissipato le proprie ricchezze, costretto a chiedere prestiti a un ebreo che si ostinava nel non riconoscere il Messia. Il denaro, tornato per il saldo in una cassetta trasportata dalle onde del mare (garante era lo stesso Gesù), fu nascosto dal giudeo, che incontrato il cristiano lo accusò della mancata restituzione. L’avvenuta consegna fu poi dichiarata in una chiesa al cospetto divino, mentre l’ebreo e la famiglia si convertirono spontaneamente al Cristianesimo. Ricordiamo che l’Historiale, terzo tomo dello Speculum maius, era largamente utilizzato nel tardo
Medioevo e nel Quattrocento come agile repertorio di dottrina e pozzo di curiosità. La prima stampa dell’opera completa (diversi manoscritti circolavano da tempo anche per le singole sezioni) fu condotta tra il 1473 e il ‘79 (Scarpati, pp. 109-110 nota 5). Il brano è ricavato dall’edizione, largamente emendata, pubblicata a Douai nel 1624, ristampata a Graz nel 1965, l. VII, cap. 82, p. 251.

9)
Molti sono i possibili casi, ma è fuorviante il confronto proposto da alcuni scrittori con quella del santuario di Loreto, v. Mazzolari 1781, p. 10; la ristampa del 1905 dell’opera di Giuseppe da Nemi 1841, pp. 22-23 nota 1; Pansa 1924, vol. I, p. 151 nota 1.

10)
Cfr. in questo capitolo la nota 339.

11)
Anch’egli, secondo la tradizione, fu avvisato da Maria dell’imminente assalto arabo in Spagna, v. Corsignani 1738, p. 241 e Giuliani 1763, p. 30.

12)
Lo segnalavano già Pierantoni V, c. 251 e Corsignani, cit., p. 240.

13)
Anche il Teramano, scrivendo la storia del santuario di Loreto, temeva che la moderna sede non valorizzasse l’antica cappella, v. Grimaldi 1984, p. 54.

14) Cfr. da ulimo Petralia, pp. 80-84, 105-106.

15) A Vallinfreda, presso Carsoli, si narra di un ebreo che aveva fondato la chiesa di S. Nicola (Di Cre-scenzo, p. 67). Ebrei abitavano anche in aree vicine alla nostra, v. Berardi, specie note 14, 59, 60, 155 per la vicina Tagliacozzo; la studiosa non è riuscita a trovare notizie su Pereto, ivi nota 46.

16) Per approfondire, si leggano Perez Embid; Ladero Quesada; Unali; Bernal Rodryguez, Collantes de Teràn Sànchez.

17) A dire il vero nelle diverse redazioni della leggenda si parla una sola volta di Barletta, v. Viaggio istorico… 1849, p. 19.

18) Gli autori segnalano Francavilla (per l’abitato, v. M. T. Marino, specie pp. 106-110), ma non dimentichiamo i vicini scali di Pescara e di Ortona, favorite nel XV secolo dagli Aragonesi. A quest’ultima si opponeva la vicina Lanciano, sede di una grande fiera internazionale esente da dazi e gabelle, decisa a inglobare a fine secolo il porto di San Vito, costringendo Giovanni da Capestrano a intervenire da paciere; molti ebrei vivevano nei due centri.

19) È utile consultare la sintesi storica di Felice 1983, pp. 3-9, 14-15, 24.

20) Cfr. Sabatini, pp. 67-69 e Grohmann 1969, pp. 48-49.

21) Per le relative distinzioni terminologiche, v. Aquilano, p. 62.

22) Cfr. Corsignani, cit., pp. 238-239. De Nino, p. 107 a fine Ottocento raccoglieva in proposito solo una fiacca tradizione orale. La mula lasciò l’impronta lungo il sentiero che proveniva da Rocca di Botte, ma anche Pereto vanta un’analoga tappa sull’opposto versante del monte, punteggiato da
due cappelle, una delle quali era arricchita nel Quattrocento da affreschi commissionati da un tale cardinale Prospero Veronese (sic), giunto nel santuario per sciogliere un voto di guarigione (v. per primo Febonio 1678, trad. it. p. 223; la notizia è discussa criticamente da Corsignani, cit., pp. 239,
243-244, seguito dal citato Viaggio istorico…, p. 38 e da Sonsini, pp. 44, 65; v. in sintesi Basilici 1981, p. 52). Il dotto teologo francescano orientalista Giamberardini, più volte ospite nel convento annesso al santuario, compilando nel 1972 un quaderno di appunti depositato nell’attiguo archivio in trasferimento (c. 43), dichiarava di aver visto dipinti (ma in quale cappella? risalenti a quale epoca?) Maria con il Figlio a viso proteso e dito alzato, la mula a terra, Fausto con due compagni in atto di ringraziamento, due iscrizioni laterali e due croci abrase, composizione diversa da quella che Balla 1986, p. 145 pubblica da un disegno di Gian Gabriello Maccafani 1780.

23) Tra i confronti proposti da Pansa 1924, vol. I, p. 151, nota 1 scegliamo i vicini santuari di Pietrac-quaria, presso Avezzano (pp. 149-150) e di Roio, presso L’Aquila (p. 151). Ricordiamo anche la leg-genda di fondazione della collegiata di S. Maria della Vittoria a Scurcola Marsicana: la statua della
Madonna, trovata per miracolo in una duplice cassa nell’antica chiesa abbandonata in pianura, fu trasportata su una lettiga da muli nella nuova parrocchiale urbana. Non è casuale forse che ciò avvenisse nel 1525, per ordine del competente vescovi dei Marsi Giacomo Maccafani, impegnato
come i predecessori ordinari del suo casato a rilanciare il culto a Maria in diversi santuari del distretto (Corsignani, cit., pp. 332-335; G. Marini, per estratto pp. 38-42).

24) Cfr. Pierantoni V, cc. 250-251 e Sonsini, pp. 47-48.

25) Tali insediamenti apparvero solo a partire dal tardo XI secolo, v. Sciò 1986, ripreso in Zinanni 1988, p. 402 nota 22.

26)
Cfr. Guarnieri, pp. 520-521 e Vauchez 1993, p. 472.

27)
Non sono originali i documenti segnalati da Basilici, cit., p. 28. Per i testi letterari ci riferiamo a ottanta versi rimati composti da un tal Ubaldo verso la metà del Mille (Sonsini, p. 4 ne rintracciò solo trentadue), trovati da Annibali da Latera 1780, p. 107 in calce a un’antica storia custodita ai suoi tempi in casa Maccafani; segue un’elegia perduta in versi sciolti (del XII secolo?; Sonsini, pp. 4, 52) e una pergamena manoscritta del XII secolo, ormai tutta lacera […] in rozza lingua, che rimase esposta in chiesa sino al termine dei lavori dell’edificio settecentesco, quando la vide Gian Gabriello Maccafani, che ne chiese perizia al dotto abate di Rocca di Botte D. Pietro Lazzari (Sonsini, p. 3), testo chiave per le successive redazioni, che Basilici crede elaborato a inizio Quattrocento (lo ringraziamo per la disponibilità mostrata nei colloqui). Priva di fondamento è anche la notizia della presenza di s. Romualdo a inizio XI secolo; l’equivoco nasce da un errore di trascrizione nel testo della vita del santo, conformato al modello dei padri eremiti del deserto egiziano, v. L. Lippomanus, Vitae sanctorum, vol. VIII, Roma 1560, cc. 268r-283v, ove Pereto è scambiata con Perèo, isola nelle valli di Comacchio, ora San Alberto presso Classe-Ravenna, v. Golinelli 1978/1996, p. 184; l’errore passò negli Annali Ecclesiastici del Baronio, tomo X, sub anno 996, e da qui nel citato Febonio, lib. III, trad. it., p. 193 e nei successivi scrittori, ad esempio nel citato Annibali da Latera, p. 107, nota 1; Zazza, c. 10v; Sonsini, p. 63. La tradizione suggerisce anche la frequentazione verso la metà del XII
secolo del citato s. Pietro “eremita”, oriundo ed itinerante predicatore (v. Zinanni 1988, pp. 405 nota 22, 504, 602 e Idem 1998, p. 31).

28)
Cfr. la visita condotta dal cardinale Rainaldo dei Conti di Segni (futuro papa Alessandro IV) e alcuni documenti membranacei, oggi dispersi, consultati in casa Maccafani da Sonsini, pp. 62, 64.

29) Del complesso esistono piante delle diverse quote alla scala 1:100, realizzate nel 1986 dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici, Ambientali, Artistici e Storici -d’ora in poi B.A.A.A.S.- Per l’Abruzzo di L’Aquila; per il piano terra, v. il disegno [20].

30)
Cfr. Architettura e arte nella Marsica, vol. II, 1987, p. 121; per il suo restauro, curato dal sig. Cicchitti tra il 1983 e l’ ‘85, v. la relazione nel “Bollettino del santuario”, n. 87, marzo 1997, pp. 6-20. Analoghe statue sono presenti a Carsoli in S. Maria in Cellis (v. Architettura e arte…, vol. II, pp. 119-120) e a Colli di Montebove, frazione di Carsoli, nella chiesa di S. Nicola (ivi, p. 176).

31)
Alcuni pezzi furono custoditi nel santuario fino al 1730, v. Corsignani, cit., p. 240 e Gian Gabriello Maccafani, citato da Sonsini, pp. 36-37, nota 1.

32) Il primo a parlarne è Vetoli 1687, p. 2; lo segue Sonsini, p. 54.

33) Egli era nato a Marruvium-Valeria-Marsia, l’attuale San Benedetto dei Marsi (prov. L’Aquila), ove da benedettino fondò un monastero nella sua abitazione sul tipo di quello sul colle Celio eretto da Gregorio Magno, personalità alla quale ispirò l’intero suo pontificato. Venne onorato nell’Ufficio
liturgico benedettino nella diocesi di S. Sabina, che aveva Valeria come sede, posta lungo l’asse dell’antico centro, v. Cerasani; D’Amato, note 109-110, pp. 193-194. Il papa autorizzò i vescovi nello stesso 610 a nominare sacerdoti i monaci idonei all’apostolato (v. ancora D’Amato, pp. 126, 128, 189-192 con le note 106 e 107; lo riprende Michetti, pp. 26, 53, 55, 83; v. anche Bertolini); un anno prima egli aveva consacrato alla Vergine e a tutti i martiri l’antico Pantheon di Roma.

34)
Il culto del santo orientale fu introdotto in Occidente il 13 giugno solo dopo la Controriforma (v. Sauget, Celletti), ma era diffuso sin dal Medioevo nelle aree montane e in Abruzzo, v. Baschet 1991a, p. 87 nota 141.

35) Cfr. Sella, Marsia, p. 39 n. 670. Sembra figuri con il titolo di S. Maria de Sera tra le chiese di Oricola, ivi, p. 52 n. 934. Ricordiamo che i confini della diocesi dei Marsi si precisarono fra la metà dell’XI e la metà del XII secolo (Melchiorre 1985a, p. 8 e Grossi, p. 143 nota 130). Già nel Duecento e nel Trecento Pescina ne era sede, ma fu riconosciuta solo dal 1580, cogliendo l’occasione dell’atteso restauro della primitiva S. Sabina, per lungo tempo abbandonata e invasa dalle acque del lago Fucino (v. Clementi, pp. XXVIII-XXX, nota 26 e Melchiorre, cit., p. 13).

36) Lo segnala Savini, p. 212 n. 81 in una lettera spedita da papa Benedetto IX. Tra le fonti letterarie dubbie, non precisabili se del Trecento o del Quattrocento, citiamo anche un manoscritto anonimo in pergamena, oggi perduto, esposto fino al 1870 presso l’altare della Madonna, poi custodito
nell’archivio Maccafani di Pereto, n. XXIX ( Sonsini, p. 4).

37) La ricostruzione che proponiamo è frutto di personali osservazioni, scaturite dal confronto tra diverse fonti. Il Febonio, in genere preciso, è più chiaro nella versione latina, p. 219; v. anche i citati Vetoli, pp. 2-8; Pierantoni, V, c. 251; Corsignani, pp. 240-241, 244; Giuliani, pp. 10, 27, 30-33, 36, che segue Vetoli e Pierantoni.

38) Rinviamo alla nostra Appendice II per la descrizione e la discussione critica sui dipinti, con relative illustrazioni [141-144]. Il ciclo sembra condotto a più mani e in epoche diverse. Generiche sono le indicazioni fornite dai citati Giamberadini, cc. 53v, 55r e Basilici, pp. 31-32.

39) Solo la tradizione (ad esempio Giuliani, cit., p. 36 e Sonsini, pp. 52-53) identifica quello moderno (che ha dato il nome all’altare della cappella fino al 1724) con quello donato da papa Bonifacio IV; il più antico, se c’era, è perduto.

40) MASTRV · JACOBV · PINT[O]RE · DE ARSVLI · PENZIT. Sosteniamo Bertini Calosso 1920, p. 204 (che trascrive PINZIT) e Calvani pp. 13-16, mentre Balzano, p. 105 diceva de Carsuli, e brevemente accennando agli affreschi, li datava al Trecento o alla fine del Duecento. Per questo ed altri interventi
del pittore rinviamo alla nostra Appendice III, con relativo corredo illustrativo [145-148].

41) Non convince l’ipotesi formulata da Basilici, p. 36 (e sostenuta da Balla 1986, pp. 98-99) circa la parziale rovina delle strutture a causa del terremoto del 1456, perché è strano che i danni si limi-tassero alla sola aula quadrata. Costantini, p. 283 citava solo Carsoli, mentre il sisma toccò la Campania, la Basilicata, il Molise e l’Abruzzo meridionale (v. Figliuolo 1985, specie pp. 774-775, 787 e Idem 1988-1989; Magri, Molin; Catalogo dei forti terremoti…, pp. 229-233, con bibliografia a pp. 630-636); una cronachistica poco documentata confondeva anche i dati con quelli di altri terre-moti, specie quello aquilano del 1461.

42) Il primo a parlarne fu Mazzolari 1785, p. 23.

43) In un angolo in basso vi è la zampa piegata del quadrupede e parte della didascalia esplicativa che inizia con QUANNO GIONSE L[…], integrata ove possibile da Basilici, p. 35. La congiunzione temporale in apertura era usata nel Quattrocento nelle cronache e nelle storie per indicare il con-tenuto
dei capitoli, v. P. D’Achille 1987, p. 174 e più in genere Idem 1992/1997, p. 236.

44) Reggeva allora il feudo d’Abruzzo Lorenzo, seguito da Filippo, mentre era al governo del santuario Pietro Colonna Pamphili, figlio del gran contestabile del Regno Filippo II (l’ultimo cognome originava dalla nonna Olimpia, pronipote di Innocenzo X, sposa in seconde nozze di Filippo Colonna, v. Lugini, p. 314). Egli subentrava a Girolamo Colonna, che nel 1754 aveva affidato il san-tuario,
riservandosene il diretto dominio, alle cure dei pp. Minori Osservanti della Provincia romana, ma la convenzione fu stipulata solo nel 1762, v. Maccafani, San Silvestro, c. 27r e Giuseppe da Nemi 1841, pp. 36-38; in sintesi, v. Basilici, p. 41. I Colonna sborsarono 7.000 ducati, uniti alle elemosine raggranellate dai fedeli (v. Giuseppe da Nemi 1841, p. 62; Sonsini, pp. 80-82; forse più esatto è il citato Viaggio istorico…, pp. 52, 56, che indica circa 8.000 scudi spesi per la chiesa e il nuovo appartamento dei frati, un quartino di quattro camere). Al rito di consacrazione nel 1781 presenziò il fratello del defunto rettore Marcantonio Colonna, cardinale vicario di Roma e pro-tomaggiordomo di Benedetto XIV (Basilici, pp. 42-43). Era intanto fallito il progetto di riattare la vicina chiesa e il convento di S. Silvestro (v. oltre nel testo), uniti per le comuni deboli rendite al santuario dal 1533, quando i Colonna ne tolsero lo iuspatronato a Giovan Eustachio Maccafani, un
membro della nobile famiglia di Pereto che da metà Quattrocento lo aveva in gestione; il titolo fu concesso allora, con brevi incarichi, a cappellani di fiducia dei Colonna.

45) La gente prestò la forza lavoro, mentre per il progetto fu dato un semplice regalo di due soli zecchini (v. la lettera inedita di Antonio Jacomi del 18 ottobre 1773, spedita da Tagliacozzo a Lorenzo Colonna, oggi nell’Archivio Colonna II, CS 5 trasferito da Roma nella biblioteca di S. Scolastica a Subiaco). Dal libro dei morti della parrocchiale di S. Giorgio a Pereto (3 luglio 1779, c. 9) sappiamo che il Fontana era nato ad Avezzano nel 1715 (la tradizione letteraria del santuario precisa vi fosse anche domiciliato); fu poi accolto nell’annesso convento, ove morì prima della conclusione dei lavori, e vi
fu sepolto senza l’onore di una lapide, v. Basilici, pp. 93-96. A lui attribuiamo anche la ricostruita parrocchiale del SS. Salvatore a Oricola, che reca inciso sull’architrave del portale maggiore l’anno 1773, opera dubitativamente assegnata da Laurenti, p. 97, secondo la tradizione, a Domenico Fontana, vissuto però due secoli prima.

46) Non risulta tra i Fontana “romani” attivi anche per i Colonna, v. In Urbe architettus, pp. 368-376.

47) Era forse legato a un altro Francesco, capo di lavoranti inclini a un ragionevole e semplificato neo-cinquecentismo alla toscana, lontano dai tardivi estri barocchi (v. Benedetti, pp. 285, 293, 302-303; Spagnesi, pp. 508-510; sono interessanti le indicazioni fornite nel citato Viaggio istorico…, p. 52). Il rimaneggiamento o la ricostruzione di chiese conventuali gestite in epoca tarda da Francescani è fenomeno tipico del Settecento abruzzese, e si limita in genere alla riqualificazione degli interni, manomessi da successivi restauri, mentre veniva solitamente rispettato l’esterno, cfr. Villetti
1982/1984, pp. 242-243 e Bartolini Salimbeni 1993, pp. 157-163.

Testi tratti dal libro Pittori di frontiera

Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia

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