Il ritorno dall’esilio

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Mazzarino – come abbiamo visto – seguiva attentamente tutto ciò che succedeva a Parigi, ne era informato minuziosamente e, per quanto poteva, interveniva segretamente presso la regina Anna d’Austria per far prendere agli avvenimenti la direzione desiderata. Quello che egli mirava ad ottenere era soprattutto creare attorno al re, che si preparava a ricevere l’investitura del suo pieno potere monarchico, un partito lealista numeroso ed affiatato.
Salvata l’autorità e l’efficienza della monarchia, egli era sicuro di essere richiamato a fare il primo ministro, perché Luigi XIV ra ancora inesperto e lo rispettava e stimava; sul re, poi, la regina madre esercitava un’affettuosa e sicura influenza, e sappiamo quanto Anna ammirasse Mazzarino. Anzi, proprio con il protrarsi dell’esilio del fedele ministro, fra la reggente e lui si intensificò la corrispondenza, ed appartengono a questo periodo le lettere più confidenziali dei due, anche se nei documenti ufficiali la regina era costretta a mostrare tutt’altro atteggiamento.

Il 6 settembre 1651 Luigi XIV entrò nella maggiore età e il giorno seguente se ne fece la proclamazione solenne nel parlamento di Parigi con una cerimonia sfarzosa. Ciò significava anche che il duca d’Orléans e il Condé perdevano il diritto di intervenire negli affari di Stato. Il 6 settembre la regina e il re furono costretti a dichiarare che confermavano il bando dalla Francia a Mazzarino e ai suoi parenti, perché il Ministro era ritenuto colpevole delle disgrazie del paese. Sia Anna che Luigi xiv s’affrettarono ad informare il loro amico che il re non avrebbe ratificato una tale dichiarazione, una volta preso il potere. Ma Mazzarino se ne lamentò e si preoccupò lo stesso: « Il re e la regina », scriveva, « con un atto autentico, mi hanno dichiarato incapace, un ladro pubblico, e il nemico della pace cristiana, dopo averli serviti con tanta fedeltà, senza alcun interesse e con tanti successi! Questa dichiarazione già sta facendo il giro d’Europa, e il più zelante dei ministri che essi abbiano mai avuto adesso passa per uno scellerato, un infame ».

Mazzarino, però, non aveva ragione di dubitare di Anna e del re. La regina andava seguendo con intelligenza i suggerimenti del ministro, e molti personaggi di primo piano andavano rafforzando con la loro adesione il partito del re, manovre favorite dal comportamento del Condè, che si credeva sempre onnipotente e intoccabile. Questi si rese colpevole di troppe azioni offensive nei confronti degli altri nobili e dignitari, del parlamento e perfino del re. Non fu presente alla cerimonia della dichiarazione della maggiore età, si presentò al parlamento con una scorta armata per ritirare i sigilli al presidente Molé e consegnarli al segretario Séguier, suo amico; volle il governatorato della Guyenne confinante con la Spagna, con la quale si vociferava mantenesse segrete relazioni. Insomma, ne fece di tutti i colori per rendersi inviso a tutti.
Intanto altre circostanze intervenivano per spaccare l’unità della Fronda dei prìncipi. Il coadiutore di Parigi, Gondi, solleticato nella sua ambizione con la promessa formale di proporlo a cardinale, passò al partito del re e della regina madre. Così furono guadagnate alla causa lealista la Chevreuse e la Palatina, « due donne che valevano due eserciti » (Boulanger), e il presidente del parlamento Molé.

Condé continuava nel suo atteggiamento scontroso e sprezzante. Non si recò più al palazzo reale, pur facendo visita a tutti; arrivò perfino a non salutare il re che passava per le strade di Parigi. Fu colma la misura quando egli riprese apertamente le trattative con gli emissari spagnoli per invadere la Francia, con la scusa di combattere « la condotta violenta del cardinale Mazzatino, l’ostinata avversione che egli ha sempre avuta per la conclusione della pace fra le due corone e la sua temeraria impresa » contro i prìncipi. Questi fatti non potevano non consolidare le speranze di Mazzarino. L’8 ottobre 1651 il re dichiarò il Condé e i suoi seguaci colpevoli di lesa maestà. C’era ancora il duca d’Orléans che appoggiava il ribelle in parlamento, ma dopo l’intervento personale del re, il presidente Molé fece ratificare. il 5 dicembre, la dichiarazione di condanna.

Condé aveva già lasciato Parigi nel novembre e aveva dato inizio alla rivolta armata contro il re. Durante tutto l’inverno del 1651 e fino all’estate dell’anno seguente l’esercito regio dovette scontrarsi in varie regioni della Francia con i ribelli, fino a quando non li ebbe debellati definitivamente.