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Comune di Collelongo

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Testi dell’avvocato Walter Cianciusi maggiori info autore
LA CANTINA (come magazzino) nella quale venivano riposte tutte le scorte alimentari e tutti gli attrezzi necessari alla vita della famiglia. Troviamo quindi necessariamente:

J’ARCÓNE
(tale in D.A.M. come cassone di legno per custodire il grano”) ed era costruito come L’arcuccia rinvenuta in cucina, ma di dimensioni molto maggiori. A livello del fondo esso presentava uno sportello a botola che, sollevato, consentiva di prelevare il grano (o i grani di mais) senza sollevare il coperchio. Solitamente ve n’era uno per il grano ed altro per il granoturco. Altri arconi, ma senza sportello contenevano di solito la farina di grano o quella di mais.

LA COPPA
(Coppe in D.A.M., che la registra come misura agraria di superficie (e tale essa era anche, per altro di estensione variabile da paese a paese: la coppa del Fucino e di 500 mq.; quella di Trasacco di mq.914; quella di Collelongo di mq.753, di Villavallelonga mq. 900 circa). Questa e misura di capacita e di peso, usata principalmente per il grano (pari a kg.11, nove coppe formano un quintale), per il granturco (pari a kg.10) ed altre granaglie. Sottomultipli sono la mezza coppa, i quartucce, pari a 1/4 di coppa e I STEPPEJIE (steppiejje in D.A.M.) pari ad una meta del quartuccio; multipli erano i cheppone, pari a due coppe (kg22) e la soma o salma, qui pari a dodici coppe. La salma (saleme in D.A.M.) era anche, assieme alla soma, la quantità di legna da ardere che poteva essere caricata su un mulo. Multiplo, in tal caso, era /a canna (di legna), pari a catasta di lunghezza di quattro metri steri per un metro stero di larghezza e di altezza.

I MĖTRE STĖRE
era lungo 104 centimetri, suddiviso in otto sezioni da 13 cm. L’una. Evidentemente esso apparteneva ad un sistema metrico anteriore e diverso, cosi come la coppa e le misure di peso onza (oncia) e libbra. La canna era anche usata per misurare le stoffe in pezza.

Ma troviamo anche le coscene

LA COSCENA (tale in D.A.M.) Recipiente confezionato con nastro (sfischia) di legno di faggio piegato ad anello. II fondo era fissato al cerchio con fettucce di legno o con giunchi annodati (Strenguie, tale in D.A.M., Stringhe). Venivano in paese, specie da Villavallelonga, i ”coscinari” che realizzavano recipienti della grandezza voluta o riparavano coscine vecchie o sostituivano le legature. Le coscene erano essenziali per molti usi ed attività della casa e della cantina e se ne avevano di molte dimensioni. Conformata come la coscena era

LA PELLICCIA (Pellecce in D.A.M.) Vaglio, Crivello, per mondar biade e legumi. Ve n’erano di molto grandi (i passature) montate su un trespolo di tre pali messi a capanna per gli usi dell’aia, per mondar granaglie e legumi al momento del raccolto e prima di riporli in magazzino, altre più piccole servivano per L’ulteriore mondatura, da fare in casa, II piano traforato (a seconda dei prodotti da mondare) era in rete di ferro a grossa maglia o a maglia più fitta e stretta, di solito in filo di ferro o in pelle (da qui il nome) i cui bordi venivano cuciti alla striscia di legno con le dette strenguie. Per separare i legumi secchi da eventuali impurità o da altre di specie diverse da quelli prescelti, era anche in uso una ”scifetta” tonda

I TAJIERE a Villavallelonga, nel quale muovendo nel gesto circolare venivano isolati i materiali da eliminare.

I VASE E LA MENÓZZA (Tali in D.A.M.), sono ceste di vimini; molto grande i vase, più piccola, – ma ce n’erano di diverse dimensioni la menozza. II D.A.M. registra Vase come ”pranzo funebre che durava un’intera giornata”, cioè il nostro console (a Villavallelonga I Vase), che specificatamente in D.A.M. e cònzele. L’accostamento e forse dipendente dal fatto che il trasporto alla casa del defunto di quanto costituiva il cosi impegnativo pasto (compreso il trasporto di piatti e stoviglie) esigeva un recipiente molto capiente. I vase era qui quasi esclusivamente usato per portare da casa ai campi il pranzo ai molti mietitori; pranzo qualificato anche questo, (anche come banchetto serale per festeggiare il raccolto) a base di maccarune e sugo di carne di pecora e patate. I vase era anche usato per il trasporto di vasellame e stoviglie dalla casa della futura sposa a quella coniugale, trasporto che si effettuava nell’ imminenza delle nozze. La menòzza (tale in D.A.M. ma con significato di organo genitale femminile – e L’accostamento non esige spiegazioni) era un vaso di vimini anch’esso, quantunque di varie dimensioni, per ogni sorta di uso compatibile.

E troviamo, in armonico disordine:

LA CHEPĖLLA (Cupella in D.A.M.), Barilotto in doghe di legno, essenziale per il trasporto di acqua e di vino, nei campi o in montagna. Di solito la chèpella era munita di maniglia di ferro ed aveva per tappo un cilindretto in legno (anzi un legnetto a forma di cono) o un tutolo, tùrze (tale in D.A.M.) di granoturco. La chepella veniva il più spesso legata in piano sul basto dell’asino o del mulo; le più piccole, le chepellette, potevano anche essere portate a mano o legate alla cintola dei pantaloni.

LA BERRACCIA (Non in D.A.M.) Borraccia: ”fiaschetta di alluminio o di altro materiale usata specialmente dai soldati per conservarvi acqua o altre bevande”. (D.G.). Alcune, di legno, ancora reperibili, erano in dotazione ai soldati durante la guerra mondiale del ’15 – ’18. Non appartengono, quindi, alla tradizione locale, cui, invece, apparteneva la chepella.

LA CÁVELA
(non in D.A.M.) Cavola, Spina, per spillare il vino dalla botte. Essa veniva inserita nella botte dopo aver praticato in questa, con una Trivella (Succhiello) il foro adeguato, L’erogazione era regolata con un rubinetto inserito nella cavola.

J’ATTURABETTIJJE. II tappabottiglie.
Certamente non e uno strumento di fabbricazione locale o di tradizione soltanto locale, ma e stato in uso per decenni per turare le bottiglie di pomodoro preparate dalle donne per gli usi della cucina prima che si usassero i tappi metallici a semplice pressione. Nella bottiglia venivano inseriti, come ancora adesso, i pomodori tagliati. Poi si poneva nel vano dello strumento un tappo di sughero che, spingendo dall’alto lo stantuffo, si inseriva nel collo della bottiglia. Tolto lo strumento, il tappo restava nella sua sede e le bottiglie potevano essere messe a bollire nel caldaio colmo d’acqua. Quando L’acqua perveniva ad ebollizione, si estraevano le bottiglie per conservarle a far sugo durante tutto L’anno. j’ atturabettijje In un angolo c’e un mucchietto di torce:

LA TORCIA
(tale in D.A.M.) Torcia. Serie di torce di varia lunghezza, tra le quali quelle più piccole erano riservate ai bambini. La torcia si fa con un ramo verde di quercia. Esso, dal lato del diametro maggiore viene battuto con forza contro uoa grossa pietra finche il ramo si fende e si ”scannuccia”. Quindi lo si torce (onde il nome) per ottenere fenditure più larghe e invadenti, tra le quali possono porsi altri stecchi. La parte ”scannucciata” viene poi stretta con legacci di legno o di fil di ferro e, infine, la torcia viene posta a seccare nell’angolo del camino di casa. Le torce, usuali un tempo per illuminare il cammino durante le ore notturne, poi anche tenute accese lungo le strade nella forma primordiale della pubblica illuminazione, erano da noi bambini accese nella notte di Natale, quando si girava per le strade cantando ”Tarà, tarà, all’acciccia de Natà”. Ora esse trovano impiego coreografico e folkloristicamente rilevante nella processione della notte di S. Antonio. (16-17 Gennaio).

I BBELANCIONE
(Non in D.A.M.) Bilancione. E una stadera senza piatto, per pesare grossi oggetti: necessario per pesare il maiale appena scannato. II gancio superiore veniva infilato in un travetto tenuto sulla spalla da due persone; ad uno dei ganci inferiori, a seconda dei peso prevedibile. veniva appeso L’oggetto da pesare. II grosso peso in ottone scorreva lungo L’asta graduata e quando questa si manteneva in piano si leggeva su di essa il valore raggiunto, come per la stadera. i bbelancione

LA BBELANCIA
(Bbelange in D.A.M.) Bilancia. Ma questa e la stadera (Statere. tale in D.A.M.), termine non reperito nel dialetto collelonghese: ”Bilancia con un solo piatto ed un lungo braccio graduato sul quale scorre un peso costante (D.G.). Le vere e proprie bilance, a due piatti e con gli indici di livello, sono entrate nell’uso comune sono molto tardi (anche a causa del loro costo elevato) e solo nei negozi, ai cui gestori fu imposto di servirsene, mentre fra la popolazione e sempre rimasta d’uso comune la vecchia stadera. La bbelancia

I PISE
(Taie in D.A.M.) Peso, per la bilancia. Serie di pesi deI sistema ponderaie ”inglese” (ma gia in uso presso i Greci ed i Latini) ed unita nella libbra (gr. 330 c.) e sottomultiplo nell’oncia (onze in D.A.M.) corrispondente a 30 grammi circa. Tale sistema ponderale era anche in uso nel Regno di Napoli, del quale Collelongo era parte. La seconda serie di pesi e del sistema ponderale in uso, con unita nei chilogrammo.

LA TAJOLA PE LE ZOCCHELE.
Trappola per le ”zoccole” grossi topi di cui spesso le cantine e le stalle erano piene.

I FLITTE:
La pompa del Flit non era certo particolare della nostra tradizione, che consentiva libera circolazione alle mosche ed agli altri insetti, anche più ”personali” e fastidiosi, ma per qualche decennio, dopo la seconda guerra mondiale, fu di uso generalizzato. La scatola si riempiva del prodotto chimico chiamato FLIT (poi D.D.T., come si legge daI tubo della pompa): liquido che aspirato e premuto con la pompa a stantuffo, veniva nebulizzato nelL’ambiente. II prodotto era nocivo anche per L’uomo che ne avesse ingerito respirando nell’ambiente saturo, per cui era opportuno chiudere la camera dopo averlo spruzzato e aprire le finestre prima di tornare ad operare nello stesso vano. L’apparecchio e poi stato sostituito dalle bombolette spray ma la disinfestazione generale operata a cura dell’ Amministrazione comunale ha reso inutile ogni altro intervento specifico.

LA TAJIOLA PE I LUPE (Tajole in D.A.M.) Tagfiola, trappola di metallo a scatto, per prendere la selvaggina” (D.G). Le tagliole più efficienti avevano le ganasce conformate a sega, con i denti sfalzati perché nei vuoti di una ganascia si incastrassero le prominenze dell’altra. A tajjola aperta, cioè caricata, il boccone (L’esca) veniva posto nei mezzo, collegato al meccanismo di scatto. L’animale veniva quindi afferrato alla gola. Alla tajjola, nelL’apposito anello, era legata una corda o una catena di metallo, lunga circa un metro, cui all’altro capo era legata

LA LOPA
(Lope in D.A.M.) che era un uncino a tre ganci. L’animale preso cercava di fuggire tirandosi dietro la tajjola, ma la lopa si incastrava tra i sassi e la vegetazione e tratteneva in trappola la bestia fino all’arrivo del cacciatore che facilmente uccideva L’animale. Quantunque la femmina del lupo sia qui chiamata lopa tale vocabolo appare difficilmente rapportabile a quello dell’uncino a tre ganci. La lopa, come uncino, era principalmente usata, appesa ad una lunga corda, per raccogliere secchi od altro che fossero caduti in un pozzo o in una voragine. Con tale indicazione e riportata in D.A.M. Se la preda era un lupo e se il lupo, anziché per il capo, fosse stato preso ad una zampa, la bestia se la tagliav8 a morsi e fuggiva. La tajjola era anche adatta a prendere volpi, faine,ed altri animali predatori. L’unico handicap era Che a tali animali: spesso bastava percepire L’odore dell’uomo che aveva predisposto la trappola per evitare di cadervi.

I FUSE
(tale in D.A.M.) fuso Fusi per filare la lana. In paese tutte le donne sapevano filare la lana, fin dai tempi antichissimi (vogliamo ricordare L’epitaffio latino” Domi mansit, casta vixit, lanam fecit”?). E tutte filavano la lana con la quale poi, lavorando con quattro ferri, facevano le calze o, con due ferri, le,” maglie e le mantelline. I fusi erano fabbricati da tornitori specializzati; in Collelongo Giuseppe Di Pietro era detto i fusare. i fuse

I SCARDALANA
(tale in D.A.M.) Scardasso, ”strumento con denti di ferro uncinati per pettinare la lana” (D.G.). ln tempi andati molte famiglie possedevano sia pur poche pecore. La lana ricavata dalla tosa veniva lavata e scardata e, cosi ripulita, poteva essere filata dalle donne di casa, che ne facevano calze e maglie. L’eccedenza veniva portata a i tintore (tintore), di Celano o di Pescina, dove erano /e valechere (che sfruttavano i corsi d’acqua perenne ivi esistenti) per la tinteggiatura, onde poi farne coperte al telaio, o veniva portata ad Isola Liri e ad Arpino per la permuta con le coperte e i tessuti che si confezionavano nei lanifici ivi esistenti.

I FERBECIÓNE
(forbece in D.A.M.) Forbicione per tosare le pecore. E oggetto di artigianato, singolare sia per la forma delle lame sia perché il fulcro (la molla) non e al centro dell’attrezzo, come nelle normali forbici, ma nel manico.

Sempre in cantina troviamo, appeso ad un chiodo,

I MAZZAFRUSTA
(tale in D.A.M.), Correggiato: ’Strumento formato da due bastoni di legno uniti da una correggia, che serviva un tempo per battere il grano” D.G. La correggia e da noi sostituita generalmente da una robusta catena. II termine dialettale e certamente più chiaro e significativo di quello in lingua in quanto il bastone più corto in effetti si brandisce e si usa come una mazza e L’altro (Vattende in D.A.M.) che si abbatte sui legumi da sgranare, funziona come una frusta. Dopo la trita, cioè la trebbiatura, restavano a terra modeste quantità di spighe non sgranate, che pure venivano trattate con i mazzafrusta.

I CHIÓVE PĖ I TRACINE
(Chiovere in D.A.M.), che non conosce tracine ma riporta tracena per trascinare. Chiodo per trascinio. II boscaiolo (ma qui tutti erano boscaioli) trascinava dalla montagna al paese ed alla sua casa i tronchi degli alberi raccolti nel bosco; con L’accetta (la scure) e con la ronca (la roncola) toglieva i rami; quindi inseriva nella testata del tronco il chiodo; legava poi all’anello una corda e, avviandosi in discesa, si tirava dietro il tronco, che strisciava a terra per la maggior parte della sua lunghezza. Effettuavano i tracine soprattutto coloro che non avevano bestie da soma, cioè i più poveri, bestie da soma essi stessi. Le donne pure andavano al bosco a fare

LA TORZA
(Torse in D.A.M.; come ”fascio grande di sterpi di legna da ardere”) legate con lo spago o, più frequentemente, con LA TORTA (Torte in D.A.M. ritorta, ”vermena verde per legare fascine”) che si faceva torcendo (onde il nome) un ramo verde e pieghevole. La drammatica rappresentazione di tali attività e nel quadro del Patini intitolato, appunto, Bestie da soma.

LA RÓINA
(Rojne in D.A.M): ”Strumento del maniscalco formato da una lama rettangolare tagliente,(con i due orli laterali rialzati) e infissa in un manico, per pareggiare le unghie delle bestie quando si ferravano”).

LA TENÁJIA
(Tenajje in D.A.M.) Tenaglia. E questa una comune tenaglia, ma di notevoli dimensioni, ad uso del maniscalco che se ne serviva per estrarre dagli zoccoli degli animali da ferrare i chiodi infissi nella precedente ferratura. Con la stessa tenaglia il maniscalco piegava e ribatteva le punte dei nuovi chiodi nella parte che emergeva dall’unghia della bestia.

I FĖRRE DE I VÓVE.
Ferri da bue. I bovini hanno L’unghia spaccata, sicché occorrono due placche (come nella foto, ma queste sono spaiate) per ’ferrare” uno zoccolo di bue. A questi ferri non e connesso alcun valore apotropaico.

I FĖRRE DE I CAVAIJE
(Fierre in D.A.M.) I ferri da cavallo erano più grandi e più ampi di quelli da asino o da mulo. Se ne trovano ancora oggi dietro alle porte delle abitazioni e delle stalle, perché ritenuti apotropaici, ad evitare influenze malefiche.

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