Il Re e Mazzarino tornano a Parigi

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Luigi xiv ricevette a Parigi un’accoglienza trionfale. I capi frondisti erano tutti scappati. Lo stesso zio del re, Gastone d’Orléans, era stato costretto ad allontanarsi dalla città. Il popolo affollò le vie che il sovrano percorreva sénza gran pompa, bensì scortato da un piccolo esercito ben organizzato. Le Tellier riferì così l’avvenimento: « Il re arrivò lunedì scorso in questa città e vi fu ricevuto con tutte le acclamazioni e le testimonianze di gioia e d’affetto che si possono immaginare. Quasi tutta la popolazione della città gli è andata incontro fino a Saint-Claud ».

Il giorno seguente fu riunito il parlamento, che prese atto della dichiarazione che annullava tutti i decreti emanati dopo il febbraio del 1651. Furono amnistiati i frondisti che si fossero sottomessi entro tre giorni.
Il 25 ottobre 1652 Le Tellier si recò da Gastone d’Orléans per fargli firmare la dichiarazione con la quale si impegnava a non prendere più le armi contro il re e « a non aderire più direttamente o indirettamente a qualsiasi azione intrapresa contro la volontà di Sua Maestà ». Da quel momento Monsignore usci definitivamente dalla scena politica. Il 2 novembre il re emanò una condanna contro i prìncipi di Condé e di Conti, la duchessa di Longueville, il duca di La Rochefoucauld, il principe di Talmon e tutti i loro partigiani.
Il 26 ottobre Luigi XIV aveva scritto una lettera a Mazzarino per chiamarlo ufficialmente a ritornare a Parigi e riprendere la direzione degli affari: « P, tempo », scriveva il re, « di far cessare le vostre pene che avete voluto soffrire per amor mio … Voi avete preferito l’interesse del mio servizio alla vostra personale fortuna … Appena avrete ricevuta questa mia lettera, desidero che vi mettiate in cammino per tornare quanto prima possibile presso di me, e, poiché i miei affari hanno estremo bisogno di voi, e sono impaziente di vedervi, desidero che prendiate ogni precauzione per la sicurezza del vostro viaggio ».Mazzarino per tornare a Parigi aspettò fino al 3 febbraio 1653.

Le ragioni per cui egli indugiò tanto per rientrare nella capitale, secondo il Boulanger furono due. La prima era di far sì che il re prendesse i provvedimenti contro i ribelli senza far apparire che ciò fosse ispirato da spirito di vendetta del Primo Ministro: questi desiderava la pacificazione e non voleva ostacolarla. L’altra ragione è che ancora il Condé non era stato debellato definitivamente e Mazzarino voleva seguire di persona la lotta contro di lui; difatti, fino al febbraio del 1653 lo inseguì n’ella Champagne, oltre CháteauPorcien e fino all’Aisne.

A queste ragioni crediamo che se ne debba aggiungere una terza. Quando Mazzarino diceva e scriveva di voler servire soprattutto il re e lo Stato, era sincero. Da autentico uomo politico capiva che, dopo tutto quello che era successo, per far tornare il paese alla normalità bisognava che il popolo, la nobiltà e il parlamento si convincessero che il re, nonostante la sua età (15 anni), era capace di governare e che egli era il vero sovrano della Francia e non il suo ministro. La presenza fisica di questi a Parigi avrebbe certamente appannato la fiducia che in lui si aveva e la di lui lealtà. D’altra parte Mazzarino aveva ben educato il re, suo figlioccio, e non aveva difficoltà a seguirne da lontano il comportamento.

Sta di fatto che Mazzarino è uno dei rarissimi esempi nella storia delle sommosse e delle rivoluzioni, che non abbia fatto seguire alla sua vittoria repressioni, condanne a morte e persecuzioni contro i suoi avversari. Gli unici provvedimenti presi contro i frondisti sconfitti, maggiori responsabili del la guerra civile durata tre anni, furono degli esili in provincia. Solo contro il Condé ci fu un supplemento di lotta armata, ma fu egli che la volle. Anche un arresto fu operato, nei confronti del cardinale di Retz, che, rimasto a Parigi, continuò a intrigare contro la corte l’arresto avvenne il 19 dicembre 1952.
Sul finire del gennaio del 1653 la rigida stagione invernale bloccò le operazioni militari contro il Condé e Mazzarino decise, allora, di rientrare a Parigi. Lo annunciò alla corte, e la regina Anna il 26 gli scrisse una lettera, che è anche un esempio dello stile mezzo cifrato con cui i due comunicavano, per sottrarsi al pettegolezzo: « Io non so più » dice Anna, « quanto dovrò attendere il vostro ritorno, giacché ogni giorno si presenta un nuovo ostacolo che lo ímpedisce … Se 16 [Mazzarino] sapesse tutto ciò che 15 [Anna] soffre per questo, sarei sicuro che ne sarebbe vivamente colpito. In questo momento io lo sono talmente da non avere più la forza di scrivere oltre né so più quello che dico. Addio, io non ne posso più ed egli sa bene perché ».

Il 3 febbraio Mazzarino, alle due del pomeriggio, fece il suo ingresso nella capitale. Il re gli era andato incontro a tre leghe dalla città e lo accompagnò all’Hótel de Ville con la sua carrozza. Il popolo lo applaudì e lo osannò per tutto il tragitto, e lo chiamò ripetutamente per farlo affacciare e applaudirlo ancora. Un cronista dell’epoca, jean Vallier, nel fare il resoconto dell’avvenimento, scrisse: « Quali adulazioni e quali bassezze non furono rispolverate e riportate in luce dai più insigni frondisti per far dimenticare il ricordo delle cose passate e rendersi più propizia questa divinità, che essi avevano poco prima tanto oltraggiata. Furono esageratí i modi e le parole come se si fosse trattato di acclamare il re al ritorno dopo la conquista di una grande provincia ».