Il racconto dei contemporanei

Il New York Times, di sabato 17 gennaio 1915, riporta le impressioni di un accompagnatore d’eccezione del re Vittorio Emanuele nella sua visita ad Avezzano. Si tratta nientemeno che di Guglielmo Marconi che dichiarò, tra l’altro: ” Avezzano ha assolutamente cessato di vivere. A Messina alcuni edifici, specialmente quelli di lungo mare, davano l’impressione di essere ancora intatti in quanto le facciate erano sopravvissute alle scosse mentre soltanto gli interni erano crollati.

Non è cosi ad Avezzano. Nessun muro li è rimasto in piedi. Sembra come se la città sia stata ridotta in polvere da una gigantesca macchina “. Ma l’inventore del telegrafo non poteva certo trascurare, in quella eccezîonale occasione, la possibilità di mettere in rilievo come quel mezzo fosse risultato utile. Raccontà, infatti, al suddetto giornale che, avvertito da un carrettiere, un ferroviere telegrafista, sistemato un telegrafo su un carro merci, aveva inviato a Roma le prime notizie del disastro. Chissà se qualcuno lo informò, mentre accompagnava il re fra le macerie di Avezzano e di Pescina, che il tentativo di quei due volenterosi che si erano serviti della sua invenzione, era stato vanificato dal fatto che il messaggio non era stato firmato da un sottoprefetto, essendo quest’ultimo rimasto sotto le macerie! Ma seguiamo, ancora per un attimo, il racconto dello scienziato al giornale americano: ” Durante il primo giorno dopo il disastro, i soccorritori erano cosi pochi da non poter persino provare a scavare in posti nei quali provenivano invocazioni di aiuto, tanto da dover piantare paletti qua e là in punti del genere con la speranza di poter ritornare più tardi con forze adeguate per tirar fuori le persone imprigionate.

Quando tuttavia i soccorritori sono veramente arrivati la maggior parte di quelle voci erano state ridotte al silenzio e i paletti erano li soltanto ad indicare i luoghi dove giacevano i corpi delle vittime “. Tutto ciò mentre la gente di Avezzano aveva dovuto fare una scelta drammatica: abbandonare il disseppellirnento dei cadaveri per concentrare tutti gli sforzi nel salvataggio dei sepolti vivi. Oggi, nel Fucino, in una località vicina ad Ortucchio, sorgono gli impianti della Telespazio, grazie ai quali, via satellite, è possibile il collegamento tra i vari continenti. All’ingresso di questo complesso, forse per uno di quei particolari capricci che, ogni tanto, anche la Storia si concede, è stata istallata la chiglia del panfilo Elettra a bordo del quale Marconi fece, per anni, importanti esperimenti. Nel secolo scorso, un pittore danese, C. Zahrtmann scopri, capitando per caso a Civita d’Antino, la straordinaria luce che illumina la Valle Roveto. Fra l’altro, aveva scoperto in una casa gentilizia una pinacoteca ed una biblioteca di incredibile ricchezza. Ma, soprattutto, il pittore, specializzato sia nella paesaggistica che nella ritrattistica, aveva scoperto, oltre alla luce che illuminava la Valle, anche degli splendidi occhi che illuminavano il volto di una modella. Fatto sta che ne nacque una vera e propria scuola di pittori danesi che andarono a vivere, per lunghi periodi, a Civita d’Antino.

La mattina del terremoto, essendosi protratta quella frequentazione per alcuni decenni, in paese vi era il giovane pittore D. Hvidt che, incontrando a Roma, pochi giorni dopo, un suo più illustre connazionale, G. Joergensen, venuto a vivere in Italia e soprattutto in Assisi dopo la sua conversione al cattolicesimo, cosi gli racconta: ” Ah, è tremendo, terribile! Tutti gli uomini con i quali ho vissuto durante qusesti ultimi otto mesi, si da conoscere anche le loro famiglie e la storia dei loro amori, sono morti tutti insieme, uccisi in un lampo, in un batter d’occhio… Finivo di vestirmi quando osservai che il pavimento cominciava a muoversi… il movimento divenne più forte, accompagnato da un sordo rumore… dal soffitto cominciò a venir giù il calcinaccio tutto intorno a me, e vidi le mura oscillare, tremare. Allora ebbi netta la sensazione che tutto stava per crollare. Come uscii fuori? Non 1o so… Nel parco dietro l’antico palazzo Ferrante, che lo si chiamava il Vaticano di Civita d’Antino per la sua vastità, s’era rifugiata una grande folla… ” (JoERGENSEN, 1931).

I due danesi decidono immediatamente di aggiungersi ai soccorritori volontari e lo scrittore racconta il loro passaggio attraverso i paesi distrutti. Qui ci limitiamo a riportare alcune pagine in cui Joergensen racconta l’arrivo al paese cosi caro a tanti suoi connazionali: ” Questa è Civita d’Antino: questa era Civita d’Antino: Fuirnus Troes. Lentamente camminarono per la cittadina, guidati da Sante, il basso e tarchiato marita di Teresa, la modella prediletta dei pittori Danesi. Sante ci guida parzialmente, identificando una dopo l’altra le case crollate: – Questa è la casa del vecchio signor curato! Là ai piedi del muro si nota una gran macchia rossa – sangue? – Si, sangue. Sante si ferma: in quel medesimo punto si trovava al momento della scossa: stava per andare alla stalla: – Ristetti quando sentii la terra muoversi sotto i miei piedi e vidi tutte le case ondeggiare come i panni al sole quando tira il vento. Mi strinsi tutto al tronco di uno di quegli alberi, alberi che il signor Cristiano (Zahrtmann n.d.r.) fece piantare e stetti immobile un minuto… poi saltai presso l’albero più vicino e l’afferrai. Dirimpetto a me si rizzava, nel vano d’una finestra, un uomo che si aggrappava disperato all’invetriata: ma d’un tratto tutto il muro crollo e lui assieme… qui cadde. Lo trovammo poi con il cranio spaccato… questo è il suo sangue – ” (JORGENSEN, 1931).

La visita prosegue ed il racconto diventa sempre più tragico: ” Mi appresso a due donne che guardano in basso nel cumulo delle macerie dove si sta scavando; penso che sia una cantina: ma che é una camera di un primo piano, tanto si ammassano in alto le macerie. Ovunque si incontrano i superstiti a piccoli gruppi… parlano sottovoce quasi per timore, scambiandosi la domanda ansiosa: – È vivo? È viva? – Mi dice Daniele Hvidt: Qui era la casa del sacrestano, è stato ucciso insieme alla moglie e a due delle loro quattro belle figlio1e… Qui abitava il ca1zolaio; lui s’è salvato miracolosamente: subito che senti la scossa tentò scappar fuori, ma appena arrivò sull’uscio della casa con i suoi tre figli vide precipitargli addosso quella dirimpetto. Ebbe giusto il ternpo di chiudere il portoncino molto solido, e fu la sua salvezza… Qui era la bottega del tabaccaio… Qui sotto è senza dubbio Filippo: un povero ragazzino paralizzato, figlio di una donna che noi stessi abbiamo dissotterrata: ma il piccolo non siamo riusciti a trovarlo… Qui, vi fu due mesi or sono uno sposalizio. Dalla finestra là in alto, gli sposi sorridenti ci lanciavano i confetti… Anche questa casa non è più… In quest’altra casa il proprietario ha fatto con le proprie mani quattro case: una per sua madre, una per sua moglie, e due per i suoi figli … Giungiamo in fine alla Casa Cerroni: l’alloggio dei pittori danesi, presso Porta Flora.

Lascio gli altri mi avanzo nell’interno per voltarmi ancora una volta a guardare, a lungo, la strada scoscesa che piena di murag1ie appare quasi una cascata pietrificata… Non si vede essere vivente; non s’ode una voce. Solo un piccione tuba dolcemente e solitario nel colombaio intatto di una casa dove tutti sono morti “. (JoERGENSEN, 1931). Del pari interessante e commovente appare il reportage di Giovanni Cena. Si tratta di una testimonianza preziosa che conferma, tra l’altro, le considerazioni che, purtroppo, si son dovute sin qui fare sui ritardi che aggravarono i contorni già drammatici di quella immane tragedia. ” Fa uno strano effetto – dice comunque l’illustre scrittore – rileggere i giornali del pomeriggio e della sera del 13. L’Agenzia Stefani dà notizia di danni in paesi della provincia romana situati all’estrema periferia del centro del disastro. Di Avezzano voci contraddittorie: si aspettano notizie dal sottoprefetto – che era morto insieme a quasi tutti gli altri funzionari dello Stato. Eppure a Tivoli alle 14 vi sono già dei feriti, giunti in treno da Avezzano, i quali affermano che la città è tutta spianata. Eppure la notizia di Avezzano è stata telegrafata a Roma da Tagliacozzo alle 11 del mattino.

A tarda notte si hanno notizie gravi da Sora, da Sulmona, da Aquila, da Teramo: la zona è vasta… La linea ferroviaria fra Avezzano e Roma funziona, ma essendo ad un solo binario e con forti pendenze funziona in modo lentissimo: per lasciar passare i treni dei feriti avviati verso Roma, i treni ascendenti impiegano, invece che le normali tre are, fino a 24 ore. I1 giorno 17 il tragitto durava ancora 12 ore! … Anche questa volta l’opera privata fu più sollecita che l’azione governativa, quantunque entrambe troppo impari al bisogno. Tosto da Roma e da altri centri partirono, oltre a gruppi di soccorso e a squadre di pompieri, numerose autornobili cariche di viveri e di indumenti, che si distribuirono lungo la via Valeria e la strada di Mapoli, nei paesi del Fucino e delle valli del Liri e del Salto. Ma i paeselli di montagna – molti sono situati sopra i mille metri e parecchi non hanno che strade mulattiere – attesero a lungo assistenza e viveri… Quel che sarebbe stato prezioso e lodevole il primo giorno diventa insufficiente e criticabile il quarto e il quinto. Otto giorni dopo la catastrofe la distribuzione di viveri e coperte era regolare, ma allora occorrevano già le baracche ” (CExA, 1915).

Interessante appare anche una nota, che il Cena aggiunge al suo racconto, e che cosi recita: ” Ventimila profughi sono oggi generosamente ospitati in Roma. Ma è urgente sottrarre il maggior numero possibile di superstiti alle intemperie di eccezionale intensità che imperversano quest’anno nella Marsica. Mantenerli nelle città vicine, anche offrendo loro lavoro, sarebbe più facile e meno costoso al Governo che approvvigionarli sui luoghi, in attesa che vi siano costruiti dei ripari sufficienti. Analogo voto, su ordine del giorno di Camillo Corradini, ha fatto testé l’Associazione Abruzzese in Rorna ” (CExA, 1915).

Omettendo di riportare – come del resto si è fatto per altre testimonianze – il racconto dei singoli, strazianti episodi raccontati dal Cena, appare invece interessante una sua considerazione finale: ” Ma il compito di restaurare una regione cosi profondamente sconvolta non deve farci trascurare un problema che sorge dalla triste serie di disastri abbattutasi sull’Italia in questi decenni. Terribili esperienze ci dimostrano che non dobbiamo più fidare sull’impiego di mezzi e di uomini addetti ad altre e ordinarie funzioni per crearli organi di una funzione specialissima ed eccezionale, che non s’improvvisa, ma che richiede una preparazione tanto più lunga e permanente, quanto più subitanea e imprevedibile scocca l’ora della sua necessità. Il terremoto è una guerra. Vi sono delle difese preventive, le abitazioni antisismiche: infatti v’è chi dice che il problema è semplicemente un problema edilizio.

Ma noi abbiamo troppe meravigliose città monumentali per immaginare che in un prossimo avvenire gli italiani vi rinuncino per fabbricarsi delle città di legno; e intanto dobbiamo pure pensare alle sconfitte che questa guerra ci potrà ancora infliggere. Ormai quali regioni possono dichiararsi immuni? La guerra vuole una milizia. Per quello che è comune a questa come a tutte le guerre, l’assistenza ai vivi e il seppellimento dei morti, l’esercito ha i suoi organi già pronti.

È deplorevole soltanto che la mobilitazione di questi organi non sia avvenuta vasta e rapida sin dal primo giorno. Ma per il compito specifico, lo scavo delle macerie, la rimozione dei muri pericolanti, l’esercito non ha strumenti adatti né operai specialisti. I pompieri di Bologna e di Roma, ad esempio, han potuto fare in pochi molto più che centinaia di fantaccini muniti di solidi badili, come si vedevano in tanti villaggi. Tali specialisti sarebbero poi tutt’altro che inutili in guerra, dove l’artiglieria mo.derna, terrestre e aerea, rivaleggia col terremoto nelle devastazioni… Questa milizia accorra sempre, supponendo il peggio, lieta, se la mobilitazione sarà stata vana … ” (CENA, 1915).

La modernità e la preveggenza del Cena, in rapporto al problema della istituzione di servizi di prevenzione e di pronto intervento che ancora oggi stentano a decollare, è contenuta in un’altra nota, cosi concepita: ” Obiezioni possibili. Questa milizia resterebbe sempre inoperosa perché il terremoto è raro.

Essa non potrebbe esercitarsi, perché non si può allestire un terremoto artificiale… ” (CENA, 1915). Pochi mesi dopo, furono proprio queste le risposte di Salandra alle critiche di Sipari! (SIPARI, 1915). Il Cena, però, continua: “… ma le stesse obiezioni valgono per la guerra, più rara che non, ahimé, il terremoto in Italia. Eppure vi si dedica una preparazione permanente e meravigliosa per la sua complessità. Un servizio obbligatorio per la gioventù essendo utile all’individuo quanto alla società, io penso che il servizio militare evolverà verso un servizio civile e sociale. D’altronde, poiché già s’impiega l’esercito nelle pubbliche calamità, è doveroso prepararvelo ” (CENA, 1915). Ed ancora un’altra osservazione piace qui sottolineare, della preziosa analisi del Cena: ” E poiché questa guerra infierisce su donne e bambini, le donne parteciperanno alla nuova milizia.

Il loro concorso è necessario tanto per il salvataggio, quanto per la cura dei feriti, quanto per l’assistenza ai superstiti ” (CENA, 1915). V’è da considerare solo che nel nostro Paese non sono mai mancati né i profeti, né gli uomini capaci di prevedere le migliori soluzioni per i problemi più gravi: ma sono restati quasi sempre inascoltati, e gli uni e gli altri! Comunque, le conseguenze dei tanti disservizi che allora si verificarono, sono riassunte efficacemente in una lettera da Celano dell’avv. Carusi (1915 in SALETTA, 1971): ” È per chiudersi la prima fase, che caratterizza le grandi sciagure collettive, in cui l’anima della Marsica nostra si è piegata e travolta, stupefatta ed inerte, perdendo il ritmo della sua vita. Essa ha finora ascoltato la voce e sentita la carezza alleviatrice della magnifica solidarietà italiana. Riattivandosi man mano le funzioni del nostro spirito, noi che non abbiamo visto la nostra regione nella corsa febbrile verso le voci imploranti, ma l’abbiamo vissuta e vogliamo viverla ancora attaccati alla nostra montagna, da cui nessun scotimento potrà staccarci; noi che conosciamo tutte le direzioni e tutte le file, che tramano la sua esistenza, crediamo sia giunto il tempo di dire ordinatamente i nostri bisogni, indicare con serenità i solchi che devono incanalare i soccorsi, additare le tracce dei sepolti sentieri, su cui transitava il nostro lavoro e scorreva l’organizzazione sociale.

E prima di tutto faremo il lavoro inverso, nella nostra indagine, ai presupposti, che pare presiedano all’azione dello Stato. Useremo un metodo induttivo cioé, perché crediamo che l’azione del Governo debba tenere presente le caratteristiche demografiche della popolazione, distinguendo i centri piccoli dai grandi, i rurali dai meno rurali, quelli distrutti da quelli solo danneggiati, quelli dove le vittime hanno raggiunto una percentuale altissima da quelli che, sebbene rovinati, hanno tutta o quasi incolume la popolazione; questi specialmente che si trovano in una peculiare situazione: turba di gente sana, che bivacca presso il focolare abbattuto e fluttua senza direzione, essendo stata scardinata la sua vita quotidiana.

E parleremo, quando avremo esaminato ed esposto le speciali condizioni di tutti i paesi, della qualità e modalità degli organi direttivi; di tutta la gente straniera: consiglieri di prefettura, delegati di P.S., che devono essere i reggitori ed i propulsori della nuova vita marsicana, cercando di dimostrare come tutte queste ottime persone, il cui orizzonte di lavoro volge sempre lontano dai paesi rurali, sull’igienica ciambella di cuoio, nel piccolo e falso orizzonte della carta intestata, potranno assolvere il loro compito. E vedremo se i delegati di P.S., che in generale hanno una mentalità tutta propria, la cui cerebrazione si risolve in un’idea centrale: assembramento e tumulti, con le diramazioni dell’indagine articolata, e magari dell’intrigo, possono essere capaci in questi frangenti di raccogliere le anime disperse dei nostri borghi, possono attuare quelle funzioni delicate, loro gente estranea, in cui oltre alla esperienza è necessaria un’elevazione spirituale. Volete un saggio di capacità ? A Celano qualche superstizioso ha rotto il riparo alla sorgente d’acqua potabile. L’acqua è inquinata.

L’ fficiale sanitario ha reclamato la ricostruzione del riparo ed il delegato ha risposto che temeva ferire i sentimenti della popolazione ed un conseguente tumulto. Ma tutto cià scaturirà dal nostro esame ed abbiamo speranza di evitare in tempo, almeno in parte, tutti quegli inconvenienti che neutralizzano l’azione benefica della Nazione e dello Stato non solo, ma creano delle difficoltà che altrimenti non esiterebbero affatto. Cominciamo da Celano. Da Celano per due ragioni: perché è il centro della Marsica; perché è quello in cui si hanno a deplorare meno vittime, pure essendo stata enorme la rovina: 50 morti su 12.000 abitanti. Diciamo subito che in quindici giorni, all’infuori dello slancio e dell’abnegazione dei soldati, è mancata e manca qualsiasi direzione, qualsiasi metodo, qualsiasi indirizzo… È mancata e manca ancora una visita diligente e minuziosa delle case lesionate con tutti quei suggerimenti che ispirano fiducia nella popolazione… Pretura e Municipio sono nelle condizioni della mattina del 13 … Si è lasciato il paese in balia degli sciacalli notturni, che hanno depredato le case distrutte, senza che venisse piantonato la notte nessuno dei pubblici uffizi… Noi chiediamo ordine e disciplina; chiediamo che i commissari preposti non si ritengano soddisfatti quando hanno fatto la distribuzione del pane quotidiano, ma che d’accordo con le migliori persone del paese operino con attività consapevole …”. Nel numero unico ” Per i danneggiati del terremoto abruzzese e per la Croce Rossa Italiana “, pubblicato nel maggio del 1915, furono chiamati a collaborare personalità del mondo scientifico, di quello giornalistico e della letteratura. Il Prof. Filippo De Magistris dell ïstituto Geografico De Agostini, contribui con una dotta relazione che interesserà altri aspetti di questa monografia (DE MAGISTRis, 1915).

Cesare De Titta scrisse una poesia in latino dal titolo ” Ave-Jane “, che Antonella Gentile ha cosi tradotto: ” Quella che prima fu città fiorente – ora giace, grande rovina. – Distrutte tutte le cose si perdono nei sassi – quelle che furono cose belle, – e porte e vie, e templi e teatri e case – Se qualcuno dei miseri sopravvivesse – al mondo del sole, –
stupisce, con il cuore fatto – improvvisamente di pietra. – Passò forse la Medusa a scuotere le idre – dalla cavità della terra? – tutto tiene la pietra. Le orecchie si porgono al silenzio dei sassi, – dai sassi gli occhi hanno morte. – Anche la luce è sasso, – se appena tristi si allontano le ombre. – La stessa voce, invocando i morti, gela. – Fw. qui, Xiobe, tramutata dal dolore in pietra? – O Madri, quanto giova essere insensibili? ” (DE TITTA, 1915). Benedetto Croce, invece, si limita a disquisire, per un paio di pagine, sulla sua incapacità di scrivere per l’occasione (CRocE, 1915). Tutti gli altri, con Gabriele D’Annunzio in testa, si limitarono ad arricchire la pubblicazione, con scritti certamente preziosi, ma non strettamente attinenti alla materia del terremoto (D’ANNUNZIO, 1915). Panfilo Gentile, quasi in controtendenza, si abbandona alla seguente riflessione: ” La morale ci è insegnata di solito dai libri e dai pedagoghi. Talvolta può esserci insegnata anche dalla natura e dalle sue collere furibonde. 

Il terremoto ci fornisce due insegnamenti: – in trenta secondi possiamo perdere la vita e le ricchezze. Impariamo a vivere proponendoci scopi che trascendono la nostra vita e le nostre ricchezze; – trenta secondi ci avvertono che lo spirito non ha ancora vinto la natura; impariamo a liberarci dall’impero d’una causalità indegna dell’uomo ” (GExrx,E, 1915). Nella lettera pastorale di Mons. Bagnoli, citata all’inizio di questo lavoro, si legge, fra l’altro: “… la Marsica, figli dilettissimi, risorgerà, e risorgerà presto. Le cause della rinascita sono nella Marsica stessa. La ricchezza della nostra regione è nella terra meravigliosamente feconda; è nell’indole e nelle abitudini della razza laboriosa ed onesta ” (BAGNOLI, 1915). Che dire di più, se non che la fede portà a Mons. Pio Marcello Bagnoli, in quell’ora cosi triste e drammatica, anche virtù profetiche? 

Enzo Gentile