Il popolo delle vanghe e degli aratri diventa fascista (1922)



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Sconfitti dagli squadristi i «rossi», le violenze fasciste nella Marsica si trasformarono in giornaliera guerriglia civile, in un territorio che ancora aspirava all’esproprio del latifondo fucense, come pure a un diverso assetto proprietario, seppur appesantito da una lunga serie di difficoltà economiche dovute alla difficile e lenta ricostruzione.

Cominciò così, almeno per gran parte della borghesia agraria zonale, l’accettazione e il plauso delle camicie nere che: «restauravano l’ordine e liberavano il paese dal pericolo rosso»; anche se, in realtà, i prevaricatori dell’ordine pubblico, diventavano sempre più i cosiddetti «volontari della morte». Un fronte unico conservatore-reazionario della borghesia agricola, di quella commerciale e di quella industriale, deciso a sfruttare l’esaurirsi della «spinta rossa» cominciava prepotentemente ad avanzare, per provvedere egli stesso a quella reazione che il governo Giolitti non sembrò essere capace di affrontare. Come ben affermano due eminenti storici abruzzesi, anche se il panorama marsicano risultava «rissoso e ingarbugliato», le forze di ispirazione fascista, sempre più prevalenti sulle leghe socialiste, sostennero di perseguire l’obiettivo della «piccola proprietà», abbandonando l’idea di invasione del latifondo Torlonia (1).

Nonostante ciò, il 15 gennaio 1922 i socialisti, i repubblicani, i comunisti e gli anarchici, tennero un comizio di protesta ad Avezzano in favore di Sacco e Vanzetti. Tra gli oratori di spicco si notarono: Franco Amiconi, Filippo Carusi e Pietrantonio Palladini. Di contro, nell’ultima settimana dello stesso mese i fascisti, durante un’affollatissima riunione, elessero il presidente Ciro Cicchetti, Enrico Panfili, Valerio Desideri, il tenente Emilio De Cesare e Ottavio Baldi, tutti già ai vertici dei fasci di combattimento (2).

Altre manifestazioni di dissenso legate soprattutto alla sopravvivenza dei municipi, s’incrociarono con la lotta tra fascisti e forze di sinistra, in un convulso clima di abusi.

In proposito, nel giugno del 1922, Ettore Crocenzi scrisse da Luco: «Le cose nostre non procedono egregiamente; le infrazioni al codice, sebbene gravi, passano inascoltate ed impunite, i colpevoli dicono: noi troviamo protezione per tutto e in tutto». La denuncia raggiunse il funzionario di Avezzano, il prefetto e il procuratore del Re, richiedendo l’invio immediato di un commissario per «accertare quanto vi fosse di marcio» nel comportamento del sindaco Francesco Amadoro, che aveva sottratto denaro nel «Magazzino annonario comunale». Dalla cassa erano sparite ben 5.000 lire (3).

Oltretutto, nel bel mezzo delle tensioni zonali e durante il crepuscolo della vita parlamentare di Enrico Corradini (al momento con il governo di Ivanoe Bonomi), nella sala del consiglio provinciale: «Un’entusiastica ovazione accolse gli onorevoli Corradini, Paolucci e Sipari», una manifestazione da considerarsi, almeno per l’eminente avezzanese, una: «normale routine parlamentare, giacché, su un piano nazionale politico, la sua autorità permaneva grandissima». In quell’occasione, l’illustre oratore fu accolto ancora da frenetiche acclamazioni, tenendo un magistrale discorso «che è stato una geniale, profonda, palpitante disamina di tutta la vita Comunale Italiana e dei gravi problemi che da essa direttamente derivano», riuscendo a mantenere «un distacco apprezzabile sotto il profilo dell’indipendenza dai poteri forti, meno per la neutralità nel conflitto sociale che coinvolgeva diritti, interessi e categorie estese» (4).

Dopo l’ennesimo articolo polemico di Giuseppe Giffi, pubblicato su Il Risorgimento d’Abruzzo, altre invettive provenienti dalle autorità locali furono dirette contro l’Unione Edilizia nell’agosto del 1922: «La crisi dell’Unione Edilizia, danneggia tutto l’Abruzzo, politica e parlamentarismo contro un popolo senza tetto». Secondo il parere di molti, l’immobilità dell’apparato statale stava causando l’arresto di tutte le iniziative private e specialmente: «dalla mancata approvazione di tutti i progetti che dormono sui disertati tavoli del Consiglio di Amministrazione, mentre la stagione lavorativa inutilmente si protrae e si avvicina, crudo, inesorabile, con le sue nevi e i suoi geli, l’inverno» (5).

Il popolo delle vanghe e degli aratri diventa fascista (1922)

Nell’agosto del 1922, Don Giovanni, figlio di Don Giulio Borghese e della principessa Anna Maria Torlonia, passò  le consegne a suo fratello Don Carlo, chiamato alla direzione dell’azienda del Fucino, il quale cercò sempre più di spostare il discorso «su un terreno produttivistico ed aziendalista», laddove rimaneva da sciogliere l’annoso nodo delle affittanze. In proposito, alcuni mesi prima il parlamentare fascista Giacomo Acerbo, in un intervento alla Camera dei Deputati (6 maggio 1922), aveva dichiarato di essere fautore della piccola proprietà che doveva realizzarsi assolutamente, invocando ragioni di ordine politico (6). Peraltro, Giovanni Torlonia, ormai senatore sin dal 1920, diventerà ancora più potente passando tra le fila dell’Unione Nazionale Fascista del Senato, con tanto di tessera del partito.

Morirà l’8 aprile 1938 (59 anni) e sarà ricordato dal presidente del Senato, Luigi Federzoni, nella «Commemorazione» del maggio dello stesso anno, con queste parole: «Del nostro caro camerata Torlonia possiamo ben affermare che alla nobiltà delle origini seppe associare la nobiltà delle opere. Agricoltore di vocazione, prodigò la sua attività personale e le sue ricchezze a imprese di vera utilità pubblica, con la vasta e ardita bonifica delle proprie terre». Leggendo la scheda informativa dell’insigne parlamentare, si possono rilevare altri pregevoli titoli acquisiti nel tempo e numerose onorificenze che dimostrano una condotta esemplare, aumentata però a dismisura dal regime fascista (7).

Nell’agosto dello stesso anno, gruppi di agguerriti fascisti marsicani, con la scusa di reprimere l’impeto «social-comunista e in difesa dei supremi interessi della nazione», moltiplicarono la loro aggressività, somministrando agli avversari: purghe, olio di ricino e manganellate. Altri fatti rilevanti mettono il luce che, Alessandro Sardi (astro nascente del fascismo e sottosegretario ai lavori pubblici), in un panorama bellicoso ma caotico, passò in rassegna alla stazione di Avezzano gli squadristi di Enrico Panfili, reduci da una spedizione punitiva ad Arsoli (8).

In quei frangenti l’olio di ricino venne somministrato all’insegnante Agata Zega di Balsorano, al dottor Ettore Tramazza di Avezzano e al sindaco Filippo Carusi di Celano. Nuove azioni violente a suon di bastonate, colpiranno numerosi operai, ferrovieri e socialisti marsicani, che talvolta reagirono con sanguinose rappresaglie.

In occasione della «Festa del tricolore» a Balsorano (nota amministrazione social-comunista), l’azione dei fascisti marsicani sarà inesorabile. L’inviato speciale del giornale Il Risorgimento d’Abruzzo, all’alba di domenica 27 agosto 1922, partì da Avezzano su un camion che trasportava una squadra di camicie nere, dirette nella Valle Roveto. Quando, però, l’automezzo giunse la contrada Boschetto, un forte nucleo di carabinieri su ordine del sottoprefetto Gennaro Sannini, bloccò i facinorosi. Il brigadiere del reparto, estraendo la pistola, intimò loro di tornare indietro ma i fascisti presero: «un’altra strada. Raggiungono Cappelle dei Marsi, Cese e Capistrello. Ma quivi vengono nuovamente alle prese coi carabinieri che avevano persino sbarrata la strada con grossi tronchi di alberi. I fascisti non si scompongono anche quando il camion viene sequestrato. Superano la resistenza dei carabinieri e si avviano verso Balsorano ancora lontano. Ma hanno fatto pochi chilometri e giungono alcune automobili che li accompagnano a destinazione. Il loro passaggio per i paesi della Valle Roveto è salutato con indimenticabili dimostrazioni».

La cronaca, dell’invasato giornalista, accentuò i toni di atteggiamento trionfale: «Sul gagliardetto che garrisce al vento mattutino, uomini che la vampa caldissima dei campi riarse, che l’aratro incurvò, giovani che il solco rese umili e pazienti, fanciulle tutto amore e bellezza, gittano fiori a mani piene. A Balsorano ogni finestra ha un tricolore, solo il Municipio, per opera del Regio Commissario che è un certo sig. Moxedano, lo espone quando la folla lo reclama con insistenza. La musica cittadina suona Giovinezza e le sue note suggestive ed elettrizzanti giungono a noi come un’onda impetuosa di tenerezza che ne riempie gli occhi di lacrime e ci strappa un grido dal cuore». Verso le diciannove, altre squadre fasciste di Morino (guidate da Checchino Ferrante) e Balsorano, si aggiunsero a quelle di Popoli, Sulmona, Avezzano; il viceconsole della Coorte Aquilana, tenente Enrico Panfili «sul cui petto brillano numerose medaglie», rese gli onori militari all’onorevole Alessandro Sardi che:«giornalmente si fa ammirare per la sua attività parlamentare, per il suo attaccamento all’Abruzzo, viene accolto dagli applausi frenetici di un popolo intero».

Dopo un breve intervento di Angelo Fantauzzi, sottosegretario politico della sezione fascista e la successiva consegna del gagliardetto da parte della marchesa di Casafuerte, l’avvocato Luigi De Simone, in rappresentanza della federazione provinciale, l’avvocato Resta, segretario politico di Avezzano, l’avvocato Ruggieri, e l’ingegner Rossetti, portarono il saluto dei «Fasci della Provincia: quindi l’on. Sardi pronuncia un’orazione che deve spesso interrompere per gli applausi della folla delirante».

In seguito a questi avvenimenti, il sottoprefetto di Avezzano fu redarguito dagli organizzatori, perché ritenuto troppo morbido con gli operai e duro con i fascisti, infatti: «In occasione dell’inaugurazione del monumento ai caduti di Celano e della costituzione della sezione fascista di Balsorano ha creduto di impartire misure di eccezionale severità, facendo anche perquisire ex combattenti, mutilati e tranquilli cittadini turbando così le cerimonie stesse e provocando con tale inopportuno e ingiurioso atteggiamento le pacifiche popolazioni marsicane che hanno dato sempre prova di disciplina e di rispetto dell’ordine e delle autorità, mentre invece lo stesso sottoprefetto, in occasione dello sciopero generale, abusando della propria carica ed invadendo i poteri della Polizia Giudiziaria e dell’Autorità Giudiziaria, ordinava in Avezzano la scarcerazione di alcuni noti agitatori che erano stati arrestati perché colti in flagrante reato d’incitamento allo sciopero e di istigazione a delinquere» (9). In questa esaltante descrizione degli avvenimenti, narrati dall’inviato speciale Fides (pseudonimo), ben si rileva il clima di quei giorni, dove gran parte della Marsica era ormai scivolata nel «delirio fascista».

NOTE

  1. R.Colapietra, Fucino ieri, 1878-1951, A.R.S.S.A., Avezzano, ottobre 1998, p.126. Afferma lo storico Costantino felice, nel suo saggio Azienda modello o latifondo? Il Fucino dal prosciugamento alla riforma, in «Italia contemporanea», dicembre 1992, n.189, p.657: «Con l’avvento della dittatura cade qualsiasi prospettiva di esproprio, come pure di un diverso assetto proprietario».
  2. G.Jetti, Camillo Corradini nella storia politica dei suoi tempi, Arti Grafiche Pellecchia, Atripalda (AV), settembre 2004, p. 155.
  3. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno IV, Num. 221-222, Roma, 11 Giugno 1922, Corriere di Luco dei Marsi. Il sindaco Amadoro di li a poco si dimetterà.
  4. R.Colapietra, cit., p.135.
  5. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno IV, Num.225-226, Roma, 25 Giugno 1922.
  6. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno IV, Num. 243, Roma, 27 Agosto 1922.
  7. Sito del Senato della Repubblica. Dati della Camera dei Deputati, lo definiscono personaggio eccentrico, scapolo senza figli, che aveva regalato a Mussolini Villa Torlonia.
  8. R.Colapietra, op. cit., p.126. G.Jetti, op.cit., pp.109-155.

Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno IV, Num.247, Roma, 10 Settembre 1922. Una festa del tricolore a Balsorano (da un nostro inviato speciale).