Il passaggio di Carlo d’Angiò

I primi decenni del 1200 furono anni movimentati per le popolazioni delle nostre terre. In particolare, gli abitanti di Paterno dovettero sopportare le scorrerie del conte Tommaso e assistettero ai passaggi di Federico Il. Accanto a questi personaggi, uomini d’armi che riempirono con le loro gesta il Medio Evo, altri uomini umili e pacifici, ma non per questo meno importanti, passarono per la terra di Paterno: il beato Tommaso da Celano, autore del Dies Irae e il serafico Francesco d’Assisi, il quale non una, ma almeno tre volte passò per Paterno: una prima volta nel 1215; poi, nel 1220, quando da Celano, come attesta S. Bonaventura, si recò a Carsoli; infine nel 1225 (1).

Alcuni decenni più tardi comparirà un altro personaggio che lascerà tracce profonde nell’Italia meridionale: Carlo d’Angiò, proveniente dall’Aquila, seguì la via dei monti e, oltrepassata Celano, attraverso le valli dei Tre Monti, alle spalle di Paterno, arrivò ai Piani Palentini, dove già era giunto Corradino.
Tutto era iniziato alla morte di Federico II, avvenuta improvvisamente nel 1250. L’erede naturale Corrado IV, recatosi in Germania, affidò provvisoriamente il governo del regno di Sicilia al fratello Manfredi. Costui « … biondo… e bello e di gentile aspetto » (2), magnanimo e generoso, adorno di bei costumi e amante dell’arte e della scienza, attirò subito l’attenzione della parte ghibellina.

Ma nella battaglia di Benevento (1266), tradito dai baroni del regno, fu sconfitto da Carlo d’Angiò, il quale s’impadronì di tutta l’Italia meridionale.
Il partito ghibellino accolse con comprensibile disappunto la disfatta di Manfredì; perciò, quando nell’anno seguente, il figlio di Corrado IV, Corradino, l’ultimo rampollo della casa sveva, apparve in Italia per combattere Carlo d’Angiò, le città ghibelline, quali Verona, Pavia, Pisa, Siena, accolsero con gioia l’arrivo del giovanetto svevo. Da Roma egli si avviò verso la Marsica con l’esercito e, attraverso un percorso assai controverso nella narrazione degli storici, pervenne ai Piani Palentini, dove si accampò tra Scurcola e Magliano.
Nel frattempo Carlo d’Angiò, avuto sentore dell’arrivo di Corradino, abbandonò l’assedio di Lucera in Puglia e, con un esercito di tremila uomini, raggiunse l’Abruzzo; poi, mentre l’esercito piegò verso la Marsica seguendo la via Claudia per il monte Imeo (Forca Caruso), egli, con pochi compagni, di notte, si recò a L’Aquila per accertarsi se la città fosse dalla sua parte; rassicuratosi, senza entrare in essa, raggiunse la sua gente per la via dei monti, toccando Ovíndoli, e da qui, arrivato ai Bussi di Celano, rasentando la montagna, passò alle spalle di Paterno tra la Rocca ed i Tre Monti, andando a scendere nella piana di Cappelle (2).

Lo scontro avvenne nell’agosto del 1268. Ecco come l’Antinori, storico abruzzese, ci descrive la battaglia: « (Carlo) era di gran lunga mano inferiore al nemico; ma sua fortuna volle, che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberi, ossia di Valleri, cavaliere francese, che per venti anni aveva militato in Terra Santa contro degli infedeli, personaggio di rara prudenza ed esperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere della sua armata, e di tenersi egli in riserva con cinquecento dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l’esito della battaglia. Si azzuffarono i due eserciti nel 23 d’agosto. Aspro e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perché i più sogliono prevalere ai meno, cominciarono i Francesi e Provenzali a rinculare e a rompersi.

Stava il re Carlo, sopra un poggio mirando la strage dei suoi, e moriva d’impazienza d’uscire addosso ai nemici; ma fu dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finché si vide rotto affatto il suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perdute dietro alle spoglie degli uccisi. Allora Alardo rivolto al re Carlo, gli disse: ” Ora è il tempo, o Sire, la vittoria è nostra”. E, dato di sprone ai freschi cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che, senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quiví la vita, parte restò prigioniero, e gli altri cercarono di salvarsi con la fuga. Corradino e molti dei baroni suoi, che stanchi dalla fatica e oppressi dal gran caldo, s’erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell’avvenuta vittoria, veggendo la strana mutazìone di scena, si diedero a fuggire » (4).

Corradino, il gìovane duca d’Austria e i conti Galvano e Gherardo da Pisa, fuggirono verso Tagliacozzo con l’intenzione di tornarsene a Roma e quindi a Pisa; ma, arrivati al castello di Astura nelle paludi pontine, furono rìconosciuti e imprigionati dal signore del luogo, Frangipane, che li consegnò a Carlo d’Angiò. Tenuti prigionìeri nelle carceri di Napolì, furono condannati a morte, nonostante il tribunale istituito per giudicarli avesse dichiarato che non avevano commesso alcuna colpa nel tentare di riprendersi un regno che un tempo era stato degli Svevi. Ma il re ascoltò soltanto la voce di chi voleva la morte del giovinetto svevo e dei suoi seguaci. L’infame sentenza fu eseguìta sulla piazza del mercato in Napoli. Le armi hanno dato la gloria a Carlo d’Angiò, ma la morte del biondo giovinetto svevo gliel’ha offuscata e il giudizio che affiora alla mente di chi viene a conoscenza del fatto è soltanto di biasimo e riprovazione. « … lo vidi: era biondo, era bello, era beato; sotto l’arco di un tempio era sepolto » (5).

Fìnìva, pertanto, la dinastìa degli Svevi nella memorabile battaglia detta impropriamente di Tagliacozzo, perché in realtà avvenne tra Scurcola e Magliano; ma è passata alla storia come battaglia di Tagliacozzo, perché Dante per primo usò designarla così (6). Carlo d’Angiò, nel luogo ove era avvenuta la battaglia, volle che sorgesse una chiesa col. nome di S. Maria della Vittoria. Chiamò a farne il disegno Nicolò Pisano, architetto famoso al suo tempo; incaricò di sovraìntendere alla provvista del materiale occorrente l’abate del monastero di S. Maria Casanuova dì Paterno, col permesso di trasportare dalla decaduta Albe, tutti quegli oggetti di arte antica che erano necessari ad ornare il nuovo edificio (7).

NOTE
I. M. Cervone: « Compendio dei frati minori dei tre Abruzzi dal tempo di Francesco d’Assìsì ai giorni nostri », Lanciano, Carabba, 1893.
2. D. Alighíeri: « Divina Commedia – Purgatorio », canto III, v. 107.
3. R. Sclocchi: op. cit., p. 11, pag. 47.
4. A.L. Antìnori. riportato dallo Selocchi, op. cit., p. 11, pag. 47, 48.
5. A. Aleardì: « Corradino di Svevía », da « Monte Cercello ».
6. D. Alighieri: « Divina Commedia – Inferno », e. XXVIII, vv. 17, 18.
7. R. Sclocchi: op. cìt., p. 11, pagg. 48, 49, 50.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino