Il nuovo corso

Scritto nel 1957-58, all’indomani dei tragici avvenimenti dell’Ungheria che avevano scosso la coscienza di tanta gente d’ogni continente, Il nuovo corso fu da non pochi lettori scambiato per un libello politico e pertanto accettato o respinto, con entusiasmo o con riserve, a seconda delle proprie convinzioni ideologiche. Che quegli avvenimenti abbiamo offerto il motivo occasionale del libro, e indubitabile, come prova lo stesso titolo, mutuato dalla terminologia allora messa polemicamente in uso; ma la genesi vera dell’opera e nell’anima dell’autore, come sempre accade quando dalla realtà contingente si colgono spunti capaci di far approfondire temi e problemi di risonanza universale. E nessuno può negare che la libertà costituisca, oggi cosi come ieri e come sempre, un tema e un problema di fondo per l’uomo d’ogni latitudine e d’ogni generazione.

Mario Pomilio, con questo suo terzo romanzo, ha portato a compimento, non importa se volutamente o meno, una sorta di trilogia sulle responsabilità morali, religiose e civili che gravano sul nostro destino di creature terrene. La vicenda si svolge in una ” remota città di provincia d’un paese che potrebbe anche essere il nostro (allo stesso modo che quella città potrebbe essere stata o diventare domani la nostra città) “, nel mese di ottobre ” d’uno di questi recenti anni ” (p. 305). Una vicenda davvero strana e sconvolgente per un paese a regime totalitario: La voce della verità, organo ufficiale de1 Partito al potere, reco la notizia, improvvisa e inattesa, dell’inizio di un nuovo corso politico tendente all’affermazione ” d’un regime d’autentica, intera, definitiva liberta ” (p. 306). I programmi e i testi del Partito non escludevano, in linea teorica, un tale mutamento, ma la realtà dei fatti aveva sempre impedito ai cittadini di nutrire delle speranze. Di qui le ragioni d’un generale turbamento alla diffusione di quella notizia, che, si, era destinata ad apparire ben presto un grossolano falso propagatosi misteriosamente, ma intanto avrebbe provocato ” una specie di sollevazione collettiva e incruenta “, perché era fatale che degli uomini che non conoscevano la liberta. dopo avervi creduto un solo giorno, ” ne avrebbero trepidato e sofferto come se da sempre fossero vissuti nell’attesa di essa ” (p. 307).

Tra i primi, se non addirittura il primo, ad avvertire sorpresa e turbamento fu Basilio, forse il più modesto ma anche il più noto giornalaio della città, che faceva il suo mestiere con un senso di dignità non comune; ciò si capiva bene quando si accalorava discutendo con lattai e panettieri e fruttivendoli e rigattieri, per sostenere la sua tesi ” che vendere giornali non era, no, come vendere pane o scarpe, perché, si, questi servono per vivere, ma quelli servono per avere delle idee, e con delle idee si fanno i vestiti e le scarpe, ma con le scarpe non si fanno le idee ” (p. 309). Non e che Basilio avesse l’abitudine di leggere molto, tutt’altro; ma quella mattina del 5 ottobre, attratto da un titolone a lettere cubitali, si diede ad una lettura affannosa, tormentata da mille dubbi e incertezze.

Egli si chiedeva soprattutto se fosse credibile il fatto che, senza un moto di piazza o una congiura di palazzo, gli stessi uomini che per tanti anni avevano diretto il Partito e il paese con un regime di ferro, ad un certo punto decidessero di sciogliere il Partito perché constatavano ” come il paese fosse ormai incondizionatamente maturo per la liberta ” (p. 311). Preoccupato per alcuni motivi ed entusiasta per altri, Basilio quella mattina attese con ansia i primi clienti per sentirne o intravederne le reazioni: con stupore vide Pietro, lo spazzino, che per la prima volta comprava il giornale e con aria un po’ timorosa andava a leggerselo nella latrina pubblica; tento di scambiare qualche impressione con Andrea, il lattaio, il quale lo mise più in angustia facendogli balenare il sospetto che si trattasse di uno dei soliti imbrogli. Col passare dei minuti e l’avvicendarsi dei clienti, per lo più operai e impiegati, Basilio restava sempre più deluso, poiché ” invece che all’emozione e all’entusiasmo e sia pure ai dissensi che s’era aspettato, si trovava di fronte al medesimo ostinato, sordo mutismo, alla medesima prudenza dubitosa e crucciata ” (p. 317).

Non sapeva proprio come spiegare tanta riservatezza altrui di fronte alla liberta, che eg’li al contrario si sentiva ” scender dentro come un buon vinello che scioglie la lingua e fa cantare il cuore ” (p. 321). Sempre più incerto e dubbioso per l’accaduto, Basilio attese i funzionari del Partito nella speranza che avessero delle idee chiare e, soprattutto, possibilità e coraggio di manifestarle; ma neppure quelli riuscirono a tranquillizzarlo, benché si dichiarassero favorevoli alle decisioni venute dall’alto e facessero finta che tutto era scontato da un pezzo, e che da anni essi lavoravano per l’abolizione dello Stato e per la fine dei controlli polizieschi. Riesaminando la cosa tra se stesso, Basilio ad un tratto si senti assalito da una strana ebbrezza che gli faceva ridere gli occhi; senonché, vedendo il professore di storia del vicino istituto che scorreva il giornale con aria desolata, ” comincio a fissarlo e a sentirsi il cuore piccolo come di fronte a uno specialista che gli stesse visitando il figlio ” (p. 326); e saputo che in un mondo veramente libero l’uomo non servirà più a nulla ” dal momento che non dovrà più guadagnarsi la sua Storia ” (p. 327), Basilio si smarrì in riflessioni più grandi di lui e perse ogni entusiasmo.

Ma poco dopo, per sua fortuna, Andrea il lattaio lo informo che il Partito, per il bene di tutti, aveva deciso di prendere in mano il nuovo corso e Basilio, senza capirci molto, riapri l’animo alla speranza. Verso le undici Basilio comincio ad annoiarsi nella sua edicola e gli venne l’idea di recarsi al centro della città per assistere alla manifestazione organizzata dalla locale sezione del Partito per festeggiare l’avvenimento: in piazza del Municipio trovo una folla imponente che, ” tutta schierata e allineata come si fa coi soldatini sulle mattonelle d’un pavimento ” (p. 332), ascoltava docile e più docile applaudiva il discorso del segretario politico. Basilio, in disparte, era amareggiato nel constatare ” che da ieri a oggi nemmeno una cosa fosse cambiata, e nessuno, proprio nessuno, avesse voglia di farla cambiare ” (p. 333); e comincio a poco a poco, vedendosi osservato con una certa malignità, a sentirsi imbarazzato cosi solo ai bordi della piazza, dando l’impressione che ” fosse il solo, chi sa perché, a rimpiangere il vecchio corso e a non essere contento che oggi ci fosse la liberta “, quando invece ” lui era l’unico in tutta la città a capirla e a volerla e ad amarla come madre e moglie e amante e figlia, ma la liberta, ma quella vera, ma quella che a lui cantava in cuore e nulla aveva a che fare col Partito e le organizzazioni, e non la loro strana liberta d’inquadrarsi e di sfilare come quando non c’era ancora liberta ” (p. 334).

Questo avrebbe voluto far intendere a tutti con chiare parole, Basilio, ma era impossibile. Eppure, qualcosa di simile riuscì a farlo, con una mossa originalissima: vedendo, ai margini della folla, un gruppetto di giornalai con un grosso cartellone inneggiante al Partito, si avvicino rapidamente al collega che lo reggeva, se lo fece consegnare, modifico l’evviva in abbasso al Partito e nello spazio libero scrisse un energico ” Viva la Liberta “. Quindi, accompagnato da quella sparuta rappresentanza di categoria, s’incammino tra la folla, la quale istintivamente prese a seguirlo, travolgendo i funzionari che cercavano di fermarla. Per qualche ora la cerimonia continuo in maniera disordinata: chi discuteva, chi proponeva progetti, chi stendeva mozioni, chi attaccava manifesti, chi si costituiva in leghe e comitati. Tutti credevano ormai di aver capito qualcosa del nuovo corso.

A non saper proprio nulla dell’avvenimento erano i quattro cinesi che, arrivati senza preavviso e senza interprete in città il giorno precedente, dopo interminabili visite a quartieri ospedali centri assistenziali e fattorie sperimentali, s’erano ritrovati in mezzo a quella cerimonia grandiosa, che essi credevano fosse stata indetta in loro onore. Dopo aver girovagato per la città con la folla, sempre più imbarazzati per non poter scambiare qualche parola con gli ospiti di cui non conoscevano la lingua, si accinsero a ripartire con un grosso carico di volantini avuti dai manifestanti con la raccomandazione, fatta al pilota, di lanciarli in segno di saluto su tutte le città e le borgate sorvolate dall’aereo. E cosi, senza saper nulla, essi divennero ” centro, sostanza, anima del nuovo corso “, ma andarono incontro ad una tragica fine perché, ad un certo punto, l’areo fu intercettato da una squadriglia di caccia e rapidamente abbattuto. Cosa non meno strana avveniva, nel frattempo, nella fabbrica di via del Progresso, la sola in cui quel giorno non si poté interrompere il lavoro per la festa del nuovo corso. Eppure gli operai occupati dentro quelle mura erano cittadini come gli altri.

Ce n’era uno in particolare, il Trentacinque, che soffriva indicibilmente delle proprie condizioni di lavoro e aspettava con ansia il momento opportuno per riacquistare la sua coscienza di uomo: da più di vent’anni, infatti, nella cabina n. 35, egli agiva come un automa, non meno degli altri, nel preparare il pezzo a lui riservato, senza poter mai sapere a che cosa servisse. Quella mattina, dopo aver letto La voce della verità, credette bene di porre termine alla sua sofferenza: se si era finalmente liberi, si era dunque nel diritto di sapere per chi e perché la þ fabbrica costruiva i suoi misteriosi apparecchi. Ricorrendo ad un piccolo stratagemma, sulla catena di montaggio fece circolare dei biglietti con cui invitava i compagni a chiedere al direttore di informarli sugli scopi degli apparecchi che preparavano.

Il direttore li accolse sulla soglia della sua cabina: ” non crucciato o adirato o sdegnato – cosi avevano temuto -, ma solo silenzioso e insolitamente pallido ” (p. 351), dovette faticare un po’ per convincerli che neanche lui sapeva nulla del loro lavoro e li accomiato con un gesto scorato delle braccia. Il Trentacinque:
ne provo una stretta al cuore, una tristezza infinitamente più grande che se si fosse rifiutato di rispondere, perché il sentirlo partecipe della loro stessa miseria gli dava all’improvviso la misura della sua (p. 355).
Intanto, fuori, la folla cominciava a diradarsi, stanca e soddisfatta insieme. Verso le tre del pomeriggio la città venne assumendo un aspetto domenicale, con la sua gente distratta, divertita o impegnata in discussioni pacate. Anche Basilio si stava rilassando beatamente tra un bicchiere di vino e una partita a carte. Solo tre amici, che vivevano da tempo nella nostra città per ragioni di lavoro, ebbero l’idea di aggiungere altra gioia a quella già provata la mattina: decisero, cioè, di recarsi nella loro città d’origine, per vedere parenti e amici d’infanzia, raccontare ciò che loro avevano visto e farsi raccontare ciò che era successo. Essi volevano, in un certo senso, prolungare la festa del nuovo corso, come sentirla più intima e intera, perché e vero che ” se e bello sentirsi liberi ovunque ci si trovi, più bello e poterlo essere nel luogo in cui si e nati ” (p. 362).

Si diedero appuntamento alla stazione e all’ora stabilita si ritrovarono sul treno, ciascuno col suo bel cartellone inneggiante alla liberta e al nuovo corso, le tasche gonfie di volantini, bottiglia di vino e merenda in mano. Nello scompartimento ove presero posto, c’era un solo passeggero che, a vederli, scomparve in punta di piedi. Venuto poi il controllore, li squadro con cipiglio da capo a piedi e quando Alessio, il più grosso e possente dei tre operai, gli disse ridendo che s’erano improvvisati ambasciatori di liberta, scomparve anche lui e non si fece più vedere. Giunti alla stazione della loro città, piovigginava. Incamminatisi lungo la strada che portava al centro, dopo pochi passi cominciarono a meravigliarsi di non scorgere alcun segno di festa; poi si dissero che i cittadini dovevano essere tutti raccolti in piazza. Ma li attendeva un’amara delusione: la piazza era deserta, battuta dal vento e dalla pioggia crescente, e resa più grigia dall’ora del crepuscolo. I tre operai posarono le aste a terra e si guardarono intorno con immensa tristezza. Si raduno una piccola folla, ma si tenne a distanza, anch’essa triste e silenziosa. Poi giunsero degli agenti di polizia e caricarono sulle camionette i tre operai, che si lasciarono ” issare a bordo flosci e vuoti come sacchi ” (p. 365). Un agitato colloquio col commissario e il conseguente arresto posero fine alla loro strana avventura.

Altre cose tristi accaddero quel giorno di festa. Nella città del ” nuovo corso ” viveva un vecchio mendicante di nome Lazzaro, che le autorità responsabili lasciavano girare per le vie con la sua pianola scassata, per far ricordare agli oppositori del regime tutto un passato di miserie. Lazzaro capiva di essere tollerato solo come simbolo e documento d’una civiltà tramontata e non se ne dispiaceva, anzi in segreto se ne inorgogliva perché sapeva che gli altri avevano bisogno di lui e della sua povertà più di quanto lui non avesse bisogno del loro denaro e della loro compassione. In un certo senso egli era ben lieto del suo s-tato ” in quanto – soleva dire – si e sempre più felici del bene che facciamo che dei benefici che riceviamo ” (p. 369). Quella mattina Lazzaro, uscendo tardi come al solito, fu l’ultimo a sapere la notizia del nuovo corso. Quando giunse in piazza, la cerimonia era ancora in pieno svolgimento e nessuno si degno di guardarlo: si apparto in un angolo e si senti per la prima volta insignificante e meschino.

Quando poi, alla uscita dei cinesi dal Municipio, s’accorse che qualcuno ” cerco di scantonare perché gli ospiti non lo vedessero, quasi che lui fosse all’improvviso una cosa di cui vergognarsi ” (p. 371), ebbe una gran fitta al cuore, perché comprese lucidamente di non avere alcun diritto di sopravvivenza in un mondo che per sua natura doveva escludere tristezze e sofferenze. Riprese allora la sua pianola e, senza angustie e senza rimpianti, pienamente rassegnato, andò a morire in silenzio e con dignità nelle acque del fiume. L’unico commento, giusto in parte ma crudele, che si udisse in piazza a proposito della sua fine, fu espresso da Basilio in questi termini: ” A modo suo, ha fatto bene. In fondo, uno s’affeziona perfino alla propria sofferenza: e lui, si capiva, non era capace d’altro ” (p. 367). In verità Basilio, quel giorno, si sentiva ingigantito dalla passione per la liberta e non si lascio sfuggire nessuna occasione per far notare la propria presenza. Con gli amici, con i conoscenti, con gli estranei, s’impegno fino a tardi in discussioni ora pacifiche ora accanite, per fugare dubbi e incertezze e paure.

A notte inoltrata, con la voce roca, stanchissimo ma felice, se ne torno a casa pregustando, lungo tutto il cammino, la gioia che avrebbe provata l’indomani nel riaprire La voce della verità, dove senz’altro sarebbero apparse notizie al tutto chiarificatrici. Ma non appena si fu sdraiato a letto, anziché abbandonarsi ai soliti rimpianti malinconici del suo stato vedovile, si mise a riesaminare ad uno ad uno i corni dei tanti dilemmi che nella giornata avevano tormentato lui e gli altri e, alla fine, cadde nel sonno mentre il cervello continuava per suo conto a interrogarsi e a rispondere. Dormì solo qualche ora senza riposare affatto, poiché il pensiero non smise mai di angustiarlo con una sequela ininterrotta di sogni terribili: un treno traballante in un tunnel che lo trasportava verso la notte, un giornale tutto bianco che egli tentava di leggere nel buio, una folla che scesa con lui dal treno lo seguiva verso la tipografia de La voce della verità, un palazzo di vetro grosso come una montagna che lasciava trasparire giornalisti e funzionari del Partito ancora in divisa, una pioggia di giornali prima stampati e poi cancellati lasciati cadere dal direttore sulla folla, una fuga affannosa nelle tenebre con un figlio appena nato stretto contro il petto, infine l’arresto e le sue grida disperate: ” Lasciatemelo vedere, lasciatemelo toccare, e mio figlio, lasciatemelo tenere! ” (p. 380).

A quel punto Basilio si sveglio, tutto sfinito e bagnato di sudore. Albeggiava. Appena ebbe ripreso coscienza di se e dei suoi pensieri, si senti come sollevato da un incubo insostenibile. Non volle riaddormentarsi, per non ricominciare a sognare. Si alzo e volle indossare ” l’abito buono, quello blu per le feste, com’era giusto che fosse per la giornata che l’aspettava ” (p. 382). Mentre si dirigeva verso la sua edicola, che per lui era ” cara come può esserlo per un uomo un luogo d’amore, la casa in cui ogni giorno e certo di ritrovare, appassionata e fedele, la compagna della propria vita ” (p. 384), si avvide d’essere tornato sereno nell’animo e svelto e leggero nelle membra, ma trepidava nell’intimo come chi va per la prima volta all’appuntamento con l’innamorata. Sbucato in via del Commercio, l’edicola gli apparve più bella che mai.

Quando vi giunse vicino, ebbe appena tempo di aprire l’uscio che si accorse dei pacchi delle nuove copie de La voce della verità depositati li accanto. Sull’istante ne apri uno e si tuffo nella lettura ansioso e felice insieme; ma ben presto sul suo volto apparvero i segni della perplessità e dello sgomento:
perché, per quanto cercasse e scorresse ormai febbrilmente titoli, colonne e pagine, nuovo corso non c’era ne c’era liberta su quel giornale che pure era La voce della verità, se la testata era quella e quella la carta e quelli l’inchiostro e i caratteri e le rubriche. E non solo non c’erano essi, ma neppure un segno c’era a dimostrare o a lasciar supporre che ci fossero mai stati (p. 385).
Basilio cadde in uno scoramento in cui gli era appena percepibile il senso delle domande che gli salivano a fiotti dalla coscienza. Dopo poco più di mezz’ora, al destarsi delle voci e dei rumori della città, si riscosse ed ebbe improvvisamente una idea straordinaria: quella di nascondere i pacchi dei giornali appena aperti e di esporre sul banco le poche copie avanzate dal giorno prima. Al primo cliente, che fu di nuovo lo spazzino, ” non incerto come ieri, ma tutto ilare e ringalluzzito dalla sua giornata di liberta ” (p. 386), mise in mano una di quelle copie dicendogli che il nuovo numero non era arrivato. Cosi fece anche con gli altri clienti, fino a che non gli rimase una sola copia, che volle conservare per se, ben ripiegata e sistemata nella tasca interna, proprio sul cuore. Sembrava che scherzasse ” come chi fa fatica a trattenere le lagrime ” (p. 387).

Alla fine si senti schiacciato da una tristezza disperata e notando che la città andava animandosi, provo ad immaginare ciò che sarebbe successo di li a poco: tutti si sarebbero rassegnati all’inganno e alla delusione, facendo magari finta di non averci creduto e covando in segreto il loro rancore; molti lo avrebbero sicuramente beffeggiato come un povero pazzo o un ingenuo bambino; i funzionari del Partito sarebbero apparsi più arroganti e certamente desiderosi di una rivalsa; e, ciò che più lo spaventava, nessuno avrebbe mai più avuto fede nella liberta, anche se un giorno fosse proclamata sul serio.
Qualcosa era stato distrutto. Negli animi era stato distrutto. A chi credere ormai? A chi credere? A chi? E a quel punto gli esplose a un tratto l’odio inconsapevole che gli era cresciuto dentro nei confronti di quella sua Voce della verità che gli aveva mentito: lo stesso che si prova nei confronti d’una moglie che ci ha dato un figlio e ce l’ha fatto amare e poi ci viene a dire, ridendoci in faccia, che non e nostro (p. 389).

Basilio, a questi pensieri, si senti fuori di se e decise di porre fine alla sua esistenza, per non rinunciare cosi malamente alla liberta: sparpaglio le copie ancora impacchettate dei giornali dinanzi alla sua adorata edicola e vi diede fuoco. Quando l’incendio si fu propagato anche a quelle quattro tavole, che con infinito amore aveva inchiodato da giovane con le sue stesse mani tappezzandole tutt’intorno di testate de La voce della verità, allora con una gioia feroce vi saltò dentro esclamando: ” Tu, tu. E t’avevo dato l’anima! “. In quel momento un drappello di agenti di polizia veniva giù lungo la via del Commercio. La giornata non dovette trascorrere molto tranquilla, se e vero che ci furono anche dei colpi d’arma da fuoco e spesso le camionette della polizia sfrecciavano per le piazze e le vie deserte. Ad un tratto, proprio al di sopra del centro della città, divenuta ormai più silenziosa di un cimitero, si vide levarsi lentamente nel cielo un aquilone, costruito con manifesti del giorno precedente e recante, in lettere stampate, un grosso evviva alla liberta. Ne teneva il filo da un terrazzo un bambino sui dieci anni che, sorpreso dalla polizia, se lo fece sfuggire nel momento stesso in cui si giro ” a guardare con un sorriso inconsapevole la bocca della pistola puntata contro di lui (p. 390). Cosi si chiude la vicenda del nuovo corso e di Basilio, il giornalaio, suo principale protagonista.

Ma il romanzo non finisce qui: vi e infatti un ultimo capitolo, una sorta di appendice, in cui si fa cenno ad un processo subito in seguito dal direttore dell’ergastolo che sorgeva a tre chilometri dalla nostra città, per aver differita d’un giorno l’esecuzione di una condanna a morte. La mattina del 5 ottobre, appunto, doveva essere giustiziato il n. 321, condannato per sabotaggio ideologico e attività varie contro il Partito. Ma, con l’avvento del nuovo corso e della liberta, poteva essere valida la motivazione di una tale condanna? Non era piuttosto un merito aver sabotato un partito che ora veniva dichiarato disciolto? Questi e altri dubbi presero ad assalire il direttore che, dopo tanto riflettere, si decise per un rinvio dell’esecuzione. Era la prima volta che si spogliava della sua veste di mero esecutore, per impegnare la propria volontà in un atto di libera scelta personale: il fatto gli dava paura ed esaltazione ad un tempo. Fece chiamare il condannato e, dopo avergli fatto scorrere le pagine de La voce della verità, lo informo della sua decisione.

Al ringraziamento semplice e dignitoso del condannato, egli sentì franare nella propria coscienza le ultime passive resistenze del burocrate e rinascere l’uomo aperto alla compassione del prossimo. E se ne stava, più tardi, meditando proprio su questo suo mutamento, avvenuto non in ossequio alle liberta politiche proclamate con il nuovo corso, che francamente gli sembravano formule vuote, ma ” d’un’altra sua interiore e profonda liberta, la quale l’aveva in definitiva spinto a scegliere quella, tra due cose, che gli era parsa la più giusta ” (p. 399), quando gli giunse un telegramma dell’Ufficio Compartimentale, con cui gli si chiedeva se la sentenza relativa al n. 321 era stata eseguita secondo le istruzioni già avute. Il direttore lesse dapprima incredulo, poi rimase profondamente smarrito; lo rincuoro infine la supposizione che si trattasse di un errore dei funzionari di quell’Ufficio. Aveva intanto preso anche un’altra decisione di grande importanza per lui e perfettamente consona allo spirito delle disposizioni de La voce della verità: aveva, cioè, concesso che per quel giorno i detenuti politici stessero liberamente insieme all’interno della prigione. Dalla finestra della direzione egli poteva vederli in un angolo del cortile: chi discuteva, chi s’agitava, chi sorrideva; solo il 321 se ne stava tutto assorto e rannicchiato, come uno che dovesse ” ricominciare daccapo, umilmente a sentirsi vivo “.

A quella vista, il direttore s’intenerì e si commosse nel suo intimo. Non gli era mai accaduto di provare tanta virile pietà. Ma purtroppo il giorno dopo, quando lesse il nuovo numero de La voce della verità, la paura del burocrate mise subito a tacere la risorta coscienza dell’uomo e si preoccupo innanzitutto di mascherare ogni sua responsabilità: ordino che l’esecuzione del 321 avvenisse subito, previo accordo con tutti i suoi dipendenti a retrodatarla al 5 ottobre. Le formalità furono espletate assai rapidamente. Ma la cosa, molto tempo dopo, fu risaputa e il direttore processato. Come poi andasse a finire, il romanzo non lo dice: probabilmente per lasciare ai lettori una più ampia possibilità di meditazione e di giudizio. Ora si può capire perché, nella stessa cerchia degli estimatori di Pomilio, Il nuovo corso non raccolga quella unanimità di consensi e di plausi che, a nostro avviso, merita per molteplici ragioni. Scrivere un romanzo sulla liberta, sia pure sotto la forma immaginosa dell’apologo e del ” conte philosophique “, in momenti di brucianti polemiche sulla tragedia di un popolo oppresso, significa per alcuni degradare la funzione dell’arte al livello della cronaca giornalistica e partitica.

Errore grossolano perché, pur ammesso che Pomilio si sia ispirato ai fatti d’Ungheria, si e poi guardato dal farvi riferimento, e non per timore di compromettersi politicamente, ma perché crede nell’arte come libera invenzione della fantasia, capace cioè di ricreare in modo autonomo momenti e situazioni umane anche quando sembra rispecchiare determinate realtà. Certo non si può negare che alla base della narrazione de Il nuovo corso ci sia la realtà penosa del regime dittatoriale: ma e possibile dargli un preciso colore politico? A noi non sembra proprio, anche se il lettore può sentirsi stimolato a fare certi accostamenti e non altri. Come, ad esempio, sfuggire alla tentazione di pensare ai successivi e non meno dolorosi fatti della Cecoslovacchia? Addirittura, se non si sapesse che il romanzo e stato scritto dieci anni prima, si potrebbe tranquillamente asserire che la tragica fine del suo protagonista sia stata suggerita dal clamoroso episodio del giovane Jan Palach. Ma e un bene o un male scrivere storie fantastiche che costringono a pensare? E a pensare, soprattutto, a temi astratti in se, quale può essere quello della liberta? E che senso ha, oggi, morire per un tale ideale, in un mondo sempre più dominato da totalitarismi ideologici non meno che da imperialismi economici e militari?

Inutile e assurdo, senza dubbio, appare il gesto disperato di Basilio. Ma si può dire altrettanto del Catone dantesco e dell’Ortis foscoliano, anch’essi morti volontariamente per un irraggiungibile ideale di liberta. Si obietterà: Catone e Jacopo offrono l'” exemplum ” di una coscienza superiore, il cui tormento esistenziale può legittimare, almeno al livello estetico, una soluzione cosi drastica come il suicidio; ma un povero giornalaio che motivo ha di soffrire tanto per la liberta? Ebbene, ci sembra che stia proprio qui il nocciolo del problema che Pomilio ci pone implicitamente col suo romanzo: l’amore e il dolore per la liberta non costituiscono più una riserva per anime raffinate di ” elites ” intellettuali ma sono ormai l’essenziale alimento di gente comune che, pur nell’anonimato, sente che non c’e progresso storico senza conquista morale. Dice appunto Basilio, in uno dei suoi tipici rimuginamenti: “… la liberta comincia sempre dentro di noi, e non bussa prima alla porta per chiedere il permesso d’entrare, e non e cosa che ci regalino come si regala una cravatta, che uno ti dice: “Toh, mettitela e portala a spasso per le strade”, e nemmeno e come un giocattolo che quando un bambino l’ha in mano s’aspetta anche che gl’insegnino come deve fare a farlo funzionare, ma e cosa che uno, se la vuole, deve prendersela da solo, fabbricarsela anzi con le sue mani, e con le sue mani crescerla e farla vivere; […] Se tu dici che sono libero, sarò libero di pensarlo; e se sono libero di pensarlo, ecco, e questa la mia liberta. E quando a dirlo non e più uno solo, ma sono due e poi altri due, e poi altri due e poi ancora altri due, ecco, e fatta la liberta ” (p. 319).

Ragionamento molto elementare, e ovvio, quale si addice ad un uomo privo di cultura libresca, ma racchiude una verità irrefutabile, e cioè che la liberta non sussiste se non e un possesso interiore. Di qui il fallimento del ” nuovo corso “, dono dall’alto e non conquista dal basso, fallimento che spinge Basilio al suicidio, un suicidio che e insieme rinuncia e affermazione di vita. Di qui, anche, il segreto convincimento dell’autore che una società migliore, realmente democratica, e possibile solo nella misura in cui si formano uomini migliori, ossia liberi sul piano morale oltre che su quello economico-politico. E c’e da sperare in tutto questo? Il tono generale del romanzo e piuttosto deprimente: al di sopra della massa anonima, che si piega indifferentemente al vecchio e al nuovo corso come canna al vento, si muovono alcune figure singolari che si ribellano all’ordine costituito per dare un volto alla propria esistenza, ma finiscono per annullare la propria generosità con la rinuncia forzata o con la morte.

Alla fine, e vero, sulla edicola ancora fumante di Basilio sembra che aleggi più vigoroso lo spirito della liberta simboleggiato dall’aquilone che il bambino fa ondeggiare nel cielo; ma anche quello, purtroppo, ha il suo amaro destino:
Fu ritrovato verso sera a brandelli in una pozzanghera, e nessuno avrebbe creduto che fosse cosi minuscolo, minuscolo e stento da fare quasi pena, da cosi grande invece ch’era apparso qualche ora prima (p. 390). Come al solito, dunque, Pomilio ci induce a considerazioni pessimistiche. E non bisogna fargliene un torto: a lui basta, come scrittore, agitare dei problemi per richiamarci al nostro impegno morale e civile; le relative soluzioni spettano ai politici e ai governanti, che tessono le fila più vistose della storia dei popoli. ciò che importa, del resto, e rilevare che ancora una volta egli ha posto, al centro della sua opera, l’uomo con i suoi intimi bisogni; e lo dice chiaramente in quella specie di avvertenza preliminare in cui si finge nelle vesti di un fedele cronista che, capitato chi sa come nella città del ” nuovo corso “, si propone solo di riferirne le vicende senz’alcuna pretesa ” di giudicare, e nemmeno di capire, tanto più che per capire dovrebbe avere ben chiari i fini della Storia, mentre in questo caso, per quanto li cerchi, s’imbatte soltanto nel cuore di alcuni uomini: e si sa che i sentimenti degli uomini non hanno nulla a che fare coi fini della Storia ” (p. 307).

A nostro parere, Il nuovo corso s’inserisce perfettamente nella problematica spirituale e artistica di Mario Pomilio e ne conclude, con chiara coerenza, la prima fase creativa, che si può far coincidere con gli anni cinquanta. Stilisticamente, non si può dire che l’opera rappresenti un sicuro progresso rispetto alle precedenti, ma e certo una novità: essa infatti non possiede ne la tenerezza elegiaca de Il cimitero cinese, ne l’intensità drammatica de L’uccello nella capola, ne la ” suspense ” in prevalenza tragica de Il testimone, ma ora la levita fantastica del genere favolistico e ora la profondità meditativa del saggio filosofico, in un periodare sempre agilissimo e denso di concetti che la pagina accoglie con la stessa rapida movenza del discorso mentale o con la stessa naturalezza del parlato proprio degli umili protagonisti. Sotto quest’ultimo aspetto si può ben dire che Il nuovo corso dia, a suo modo, una soluzione concreta alle artificiose polemiche che proprio in quegli anni si stavano montando sui rapporti lingua-dialetto in sede teorica e, in sede pratica, sulle avventate esperienze mistilingue di alcuni cosiddetti narratori d’avanguardia.

Vittoriano Esposito