Il nome di Paterno

Il viandante che proviene da Avezzano, dopo aver superato Caruscino e quindi S. Pelino, nel punto in cui la Statale n. 5 bis si innesta alla Tiburtina Valeria, incontra una scritta che annuncia il paese: Paterno. Simile nome legge alla parte opposta colui che proviene da Celano; ugualmente colui che viaggia in treno sul tratto Roma-Pescara s’imbatte distrattamente nella medesima scritta: Paterno. La mente ripete ciò che gli occhi leggono; qualcuno si domanderà: « Ma perché questo nome? ». Plinio riferisce che nell’epoca imperiale di Tiberio, di Caligola, di Claudio, Lucio Vitellio, padre di Vitellio imperatore, tornato dalla Siria, dove era sato proconsole al tempo di Tiberio, portò con sé delle piante di fichi dai frutti squisitissimi, i follacciani (1), molto prosperosi e fiorenti quando c’era il lago, ma oggi in via d’estinzione.

Vitellio, che dal Muratori viene qualificato re degli adulatori (2), divenne più volte console e censore sotto Claudio e reggitore dell’impero, allorché lo stesso Claudio andò a combattere contro i Britanni. Egli, o perché molto amante delle nostre terre, o per piacere all’imperatore che molto spesso si recava nella Marsica, costruì nell’attuale S. Pelino una ridente villa, attorniata da squisiti alberi dà frutta, tra cui Tacito loda le noci albensi. Con questi frutti Vitellio si rese forse più accetto al goloso Claudio, come con la simulazione e la furberia era entrato in grazia anche degli altri imperatori e della impudica imperatrice Messalina (3).

Non si hanno notizie se la villa di Lucio Vitellio passasse al figlio Aulo Vitellio imperatore, il quale senz’altro ereditò dal padre la lascivia, ma non tutta quell’arte dell’adulare che il padre esercitò in sommo grado. Poco lungi dalla villa di Vitellio, nel clivo dello stesso agro albense, alle pendici del monte Cervaro, dirimpetto al Fucino, a circa tremila passi da Alba, sorse un’altra villa e si disse Paterno, dal nome del suo proprietario (4). Il Febonio su questo argomento tace; il Corsignani dice soltanto che è fama contenesse la villa del console Paterno, come quella che il medesimo aveva fabbricato in Tivoli (5).
In effetti non esiste storico che precisi l’anno dell’impianto di essa; diversi consoli e prefetti del Pretorio di nome Paterno esistettero in detti tempi.
Il primo in ordine cronologico, lo troviamo nell’anno 179 d.C. Essendo imperatore Marco Aurelio e consoli Lucio Aurelio Commodo Augusto e Publio Marzio Vero, era prefetto del Pretorio Tarrutenio Paterno.

Il Muratori di costui ci fornisce molte notizie che dice averle apprese da Lambridio e Cassio Dione. In occasione della guerra barbarica che si combatteva sul Danubio, l’imperatore Marco Aurelio, vedendo che i barbari resistevano strenuamente, ordinò a Paterno di assalirli con tutte le milizie romane. Si combatté accanitamente un’intera giornata, ma alla fine i barbari furono sconfitti. Sotto l’imperatore Commodo, e precisamente nell’anno 183, a Tarrutenio Paterno fu affiancato come prefetto del Pretorio un certo Perenne, molto esperto nella disciplina militare. Qualche anno più tardi, nel 185, essendo consoli Marco Cornelio Negrino Curiazio Materno e Marco Attilio Branda, incominciarono gli intrighi nella corte di Commodo. Si distingueva per disonestà e scostumatezza un infame liberto di nome Antero, innalzato da Commodo al grado di maestro di camera. La sua condotta scandalosa gli aveva procurato un odio generale che, in ultima analisi, si ripercuoteva contro lo stesso imperatore, che spasimava per lui.

Tarrutenio Paterno, prefetto del Pretorio, lo sopportò per lungo tempo; ma, non potendone più, con la scusa che si doveva compiere un sacrificio, lo fece assassinare da alcuni sgherri. Grande fu il dolore di Commodo, il quale, avuta certezza che autore del delitto era stato Paterno, lo creò senatore, promuovendolo in effetti ad un grado superiore, ma con lo scopo preciso di allontanarlo dal Pretorio. In questa macchinazione non del tutto estraneo era Perenne, forse geloso del collega. Dopo poco tempo, Paterno fu accusato di una congiura e gli fu contestato di aver promesso sua figlia a Salvio Giuliano, nipote di Giuliano, celebre giureconsulto, per farne poi un imperatore. Furono tutti e due uccisi e con essi Vitruvio Secondo, segretario dell’imperatore, perché molto amico di Paterno. Di questo prefetto dei Pretorio che dominò la vita romana per diversi anni, non abbiamo altre notizie che ci possano almeno far sospettare che egli sia stato nella Marsica e quindi abbia qualche relazione col nome del paese.

Nel 233, essendo imperatore Alessandro Severo, furono consoli Massimo e Paterno. Il Muratori, però, dice che in un’iscrizione che sì legge nella sua raccolta Thesaurus Novus Inscriptionum, invece di Paterno questo console ha il nome di Paterio e che così egli è chiamato in alcune leggi raccolte dal Relando nel suo Fastis Consularis. Perciò al Muratori, per quanto abbia ritenuto che si chiamasse Paterno, tuttavia resta un gran dubbio che il vero nome fosse Paterio. Un altro console di nome Paterno ritroviamo, assieme ad Arcesilao, nel 267 durante l’impero di Gallieno. Non si crede che Paterno, console nell’anno seguente, 268, assieme a Mariniano, essendo imperatore Claudio Il, fosse quello stesso che nell’anno precedente esercitò il consolato ordinario, perché non solevano le persone private godere quell’insigne dignità due anni di seguito come talora facevano gli Augusti.

Diverso ancora è il Paterno console nell’anno seguente, 269, assieme a Marco Aurelio Claudio Augusto, sempre sotto l’impero di Claudio 11, perché dice il Muratori che, se a lui si applica un’iscrizione pubblicata nel Thesaurus, dovette essere chiamato Nonio Paterno. Nel 281, sotto il consolato di Marco Aurelio Probo Augusto e di Tiberiano, essendo imperatore Probo, troviamo in qualità di prefetto del Pretorio, Ovinio Paterno. Passarono poi diversi anni e di nuovo nel 443, essendo imperatore Valentiniano III, troviamo quali consoli Paterno o Paterio e Petronio Massimo. Lo stesso Muratori ha: « Paterno o piuttosto Paterio »; aggiunge che il padre Pagi pretende che Paterio e non già Paterno sia il console di quest’anno, mentre il Relando preferisce Paterno. Aggiunge inoltre che facilmente il nome non tanto usuale di Paterio dagl’ignoranti copisti sia stato mutato in Paterno e le ragioni del Pagi gli sembrano più gagliarde (6).

A questo punto, con si può ben constatare, ci si domanda: « Quale di questi consoli o prefetti del Pretorio fu il proprietario della villa che poi lasciò il nome al paese? ». Gli scrittori di storia marsicana, ad eccezione del Febonio che in proposito tace, fatto questo che lascia alquanto perplessi, perché è uno storico abbastanza preciso, sono concordi nell’affermare che Paterno prese il nome da un console. Il Corsignani, parlando della terra di Paterno, dice: « E’ fama che contenesse la villa del console Paterno » (7). Lo Sclocchi aggiunge che vicino alla villa di Vitellio ne sorse un’altra e si disse Paterno dal nome del suo proprietario, che vuolsi console dei tempi imperiali (8). Come si vede, nessuno ci indica l’anno o gli anni in cui fu fondata detta villa; solo il Di Pietro accenna agli anni intorno alla metà del 111 secolo: anche in questo caso abbiamo quattro consoli che furono tali: uno nel 233, un altro nel 267, un altro ancora nel 268 e l’ultimo nel 269.

A tutto ciò si aggiunga quanto riportato dal Corsignani, secondo il quale altri hanno scritto che, essendo venuto da Alessandria in Roma il glorioso Paterno, fu poi condotto a Fondi, nel Lazio, dove venne martirizzato. Però, prima della sua morte, era stato per alcun tempo nei Marsi, dove negli anni seguenti, vi si eresse un tempio in suo onore, comunicando il nome alla detta terra (9).
L’origine religiosa del nome di Paterno è poco probabile, sia per la vaghezza della notizia, sia per la tendenza durante il Medioevo di dare una spiegazione religiosa a molti fatti e avvenimenti. Al riguardo il paese di S. Pelino deriva il nome dal Santo Vescovo di Brindisi, morto a Corfinio, o piuttosto era il nome di un antico patrizio romano o albense? Per essere precisi, il San Paterno, di cui parla il Corsignani, nel Martirologio Romano di Cesare Baronio si trova al ?1 di agosto, mentre al 16 aprile si trova un San Paterno vescovo abricense, al 23 di settembre un San Paterno del territorio costantiense, vescovo e martire; al 12 di novembre un San Paterno del territorio senonense, martire, finalmente un altro San Paterno al 21 di febbraio, dì Brescia, vescovo (10).

Anche se il Corsignani ci dice che si tratta di San Paterno morto a Fondi, tuttavia ho voluto elecare gli altri santi dello stesso nome, per dimostrare come il nome Paterno, frequente nel periodo imperiale, è stato altrettanto frequente nel Medioevo, durante il quale la tradizione pagana non è stata cancellata, ma trasformata nella tradizione cristiana. Una cosa è certa: come oggi esistono nomi che sono molto in voga, così nel periodo imperiale ed in quello medioevale il nome Paterno fu uno di quelli molto in uso. Prova ne ‘è l’esistenza di altri non solo in Abruzzo (11), ma anche in altre regioni italiane. Scartata quindi l’ipotesi di un’origine religiosa e cristiana del nome Paterno, perché priva di attendibilità, dobbiamo ritenere che esso derivasse dal console o prefetto del Pretorio che fosse, il quale, in un’epoca non ben precisata, ma senz’altro del periodo imperiale, veniva a trascorrere le sue vacanze nella pace e tra il ridente paesaggio della contrada paternese, nella sua confortevole villa, situata probabilmente non molto distante dalla Tiburtina Valeria.

A riflettervi bene, l’esistenza di un Pretorio a S. Pelino, chiamato così perché destinato ad accogliere i soldati pretoriani, induce a considerazioni non trascurabili. Colui che è venuto a costruirsi la villa a Paterno e poi ha lasciato il nome al paese, doveva essere con molta probabilità un prefetto dei pretoriani, al quale certamente doveva far comodo l’esistenza di un Pretorio, dove alloggiare i soldati durante il periodo della sua villeggiatura. Ora due prefetti del Pretorio di nome Paterno troviamo a Roma nell’epoca imperiale: Tarrutenio Paterno nell’anno 179 e Ovinio Paterno nell’anno 281. Come abbiamo accennato, gli scrittori di storia marsicana sono concordi nel far risalire l’epoca dell’impianto della villa Paterno intorno al III secolo d.C.: di conseguenza la conclusione più probabile è quella che sia stato Ovidio Paterno, prefetto dei pretoriani nell’anno 281 d.C., a lasciare il suo nome al paese.

Questa deduzione è avvalorata da una notizia, secondo la quale un maestro elementare, Fabiano Blasetti, nativo di Petrella Liri trovandosi in qualità di insegnante intorno agli ultimi anni del secolo scorso, ha scritto una monografia dal titolo: « La villa di Ovinio Paterno sita nel bacino del Fucino »,
Pur essendo state fatte varie ricerche, non è stato possibile rintracciare detta monografia. Non si sa quindi su quali dati poggiasse la tesi sostenuta dal Blasetti. Certamente doveva essere a conoscenza di notizie molto attendibili, per dare alla sua monografia un titolo così perentorio. Il luogo esatto dove sorgesse detta villa non è possibile indicare; comunque, esso va senz’altro situato in quella fascia di collina compresa tra la Tiburtina Valeria a sud, FA 25 a nord, la zona del Tufo, ad Ovest e il fosso Cornacchiola ad est. Questa tesi è avvalorata dai ritrovamenti che vengono fatti da parte di privati cittadini, che, in occasioni di scavi effettuati per gettare le fondamenta di nuove abitazioni, rinvengono casualmente tracce, alcune certamente non trascurabìlì, di abitazioni di epoca imperiale.

Il fatto più clamoroso è accaduto al signor Ennio Sannito, il quale, in località Camposanto dei vivi, via Gorízia ovest, via Masciarelli sud, effettuando degli scavi per le fondamenta di una costruzione ad uso civile, ha avuto la sorpresa di imbattersi in un fabbricato preesistente di epoca romana, le cui fondazioni coincidevano con quelle sulle quali il Sannito doveva erigere il suo fabbricato, tanto che è stato costretto a spostare di alcuni metri l’impianto di esso. Avvertita subito la Sovrintendenza alle antichità, si sono recati sul posto due funzionari, i quali hanno dato ordine di sospendere i lavori e gli scavi sono stati continuati dalla Sovrintendenza. Sono venute alla luce delle vestigia romane e in particolare due colonnine spezzate, poggianti su un pavimento musivo caratteristico di un impianto termale.

Probabilmente si trattava di una parte di un’antica villa romana che costituiva il tepidario. Gli scavi si sono fermati lì, il Sannito è rimasto con i !avori bloccati fino a quando la Sovrintendenza si è rifatta viva con una lettera, comunicando che i lavori di costruzione potevano essere ripresi, salvo a conservare il pavimento rinvenuto, il quale ora si trova. . protetto da circa mezzo metro di terra sovrastante. Si trattava forse della villa di Ovinio Paterno? Se gli scavi fossero stati continuati, forse si poteva dare una risposta esatta a questa domanda. Così, ciò che era affiorato alla luce per svelarci alcuni misteri di un tempo passato, è ripiombato nel silenzio eterno dei secoli.

NOTE
l. M. Febonio: op. cit., I. III, c. V.
2. L. A. Muratori: « Annali d’Italia », anni 47, 48, 49.
3. R. Sclocchi: op. cit., pag. 11 l.
4. R. Sclocchi: op. cit., pag. 112.5. P. A. Corsignani: « Reggia Marsicana », Napoli, 1781. pag. 36.
6. L. A. Muratori: op. cit., anni 179, 185, 233, 268, 269, 281, 443.
7. P. A. Corsignani: op. cit., 1. 11, pag. 36.
8. R. Sclocchi: op. cit., pag. 112.
9. P. A. Corsignani: op. cit., 1. 11, pag. 36.
10. C. Baronio: « Martjrologium romanum », Venetiis, 1602, pagg. 120, 215, 462, 530, 626.
11. L. Giustiniani: « Dizionario geografico », Napoli, 1804. Nel volume VII, alla voce Paterno riporta: Paterno, a 12 miglia da Avellino; Paterno, a 8 miglia da Salerno; Paterno, a 12 miglia da Cosenza; Paterno, in diocesi di Cittaducale; Paterno, una delle ville della regia città di Montereale.
Oggi, nel solo Abruzzo abbiamo: Paterno, presso Campli; Paterno, presso Loreto Aprutino; Paterno, presso Atri; Paterno, presso Capitignano.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino