t1

Comune Di Ortucchio

t2

Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi maggiori info autore
Nel territorio di Ortucchio, nella località detta ” Arciprete “, sono presenti i resti più interessanti dell’area da noi presa in esame. Qui in età antica e fino al definitivo prosciugamento del Fucino, il lago formava una grande ansa coronata sui lati dai monti Meria, Praticelle e Balzone. L’esposizione solare favorevole e la copertura dai venti offerta dai monti circostanti, portò alla nascita, probabilmente già dalla prima età del ferro, di un grande insediamento con porto lacustre alla base. Oltre i vecchi limiti delle acque (quota 668) disegnati dall’ansa lacustre, si apre un’ampia valletta caratterizzata da un basso rilievo (quota max. 699), delimitato da una depressione dolinare sul lato sud-ovest che evidenzia l’altura su cui sono i resti dell’insediamento antico, di cui rimangono ancora tracce sul terreno e si può osservare la successiva disposizione urbanistica di età italico-romana, soprattutto con l’ausilio delle foto aeree (70) .

I resti della città o oppidum marso fecero pensare agli storici marsicani di essere di fronte alla Archippe della tradizione storiografica romana (71). Sensibili a questa identificazione di Areiprete con Archippe, furono anche storici e geografi nazionali, come per esempio l’Olstenio: “… Archippe. Vestigia etiam nunc extare affirmant AIarsi ad ripam lacus inter Transaquam, et Ortuciam tribus M. P. a Transaqua, II Af. P. ab Ortuccia distantia, quae nunc corrupte Arciprete dicuntur, ea excrescente lacu undis penitus obteguntar… (72) .

Attualmente del centro antico sono solo in parte visibili i resti, riferibili soprattutto a basi poligonali di edifici e terrazze, che pure dovevano essere imponenti nel medioevo, tanto da dare il nome alla località (Archipetra = luogo degli archi di pietru) e, in età contemporanea, per essere stati oggetto di disegni da parte dell’architetto francese Clerisseau nell’anno 1804 (73).
Della recinzione muraria in opera poligonale di III e IV maniera è visibile il paramento interno dell’angolo sudovest dell’aggere presente su tutto il settore sud (tav. XVI, 1). Il tratto conservato è costituito da due cortine che formano un angolo retto: la parete nord-est è visibile per m 5,50, con un solo filare in elevato; la parete sud-est è invece visibile per m 13,30 con tratti di tre filari in opera poligonale di IV maniera in elevato.

Blocchi di opera poligonale sono presenti sui declivi sud dell’aggere e attestano il crollo del muro di recinzione esterno del quale aleuni blocchi sono ancora in posa nelle vicinanze della porta sud (tav. XVI, 2). All’epoca del Di Pietro, nella seconda metà dell’ottocento, del recinto murario rimanevano resti evidenti tanto da dare la possibilità allo studioso di misurarne il perimetro: “… Quasi in fondo al semicerchio del vallone, difeso quasi da antemurali dai Castelli Manno, Cirmo, Torricella Casamurata, a circa un chilometro e mezzo di lontananza dalle acque di Fucino misurato nell’ultima escrescenza, all’altezza almeno di 20 metri in circa dal livello delle acque, si elevava superbo il fortissimo ed antichissimo Castello di Archippe [Anxa].

Esso che aveva il perimetro di circa un chilometro e mezzo, ed era difeso da muraglie poligone di remotissima data .. ” (74). La descrizione del Di Pietro permette di accertare l’esistenza di un recinto murario completo caratterizzato da una tipologia poligonale. Purtroppo allo stato attuale, date le distruzioni operate dall’uomo, è possibile solo notare la presenza dell’aggere sul settore sud. Proponiamo quindi due diverse soluzioni per la ricostruzione del circuito murario in attesa di una indagine scientifica. Pur tutta via alcuni elementi fondamentali della struttura urbana sono conservati anche nella ripartizione catastale moderna e permettono una ricostruzione dell’impianto urbano.
Ben visibili sono infatti nel catastale e nella foto aerea, parte della cinta muraria, l’asse principale del sistema viario interno, l’anfiteatro. La circonferenza del circuito murario, nella soluzione A , circoscrive un’area di forma rettangolare con lati lunghi, in media, m 400 (per i lati est ed ovest) e m 300 (per i lati nord e sud).

Ben diversa sarebbe la perimetrazione delle mura, e quindi anche l’area interna occupata, nella soluzione B in cui la forma urbana sarebbe caratterizzata da una struttura poligonale semplice che porterebbe ad inglobare nell’interno della recinzione anche l’anfiteatro. A sostegno di una ricostruzione del tipo A è la ortogonalità dei lati sud ed ovest, ed anche, la presenza nel settore est, nell’interno della recinzione B, di un nucleo di opera cementizia forse riferibile ad un mausoleo (74bis). La tipologia muraria in opera poligonale di III e IV maniera porta a considerare una datazione al IV-III secolo a. C. per la creazione della recinzione muraria. Questo dato è confermato anche dalla presenza nell’interno del centro di ceramica d’impasto, con prese a lingua e decorazioni di cordoni applicati, e a vernice nera riferibile prevalentemente a forme aperte (piatti, coppe e schyphoi).

Ben evidente è, nell’interno, l’asse principale (cardo) dell’impianto urbano che divide il centro in due parti attraversandolo da sud verso nord (tav. XVI, 3). Lo stesso, conservato anche nella divisione catastale, ci permette dî riconoscere la presenza di due porte: la sud di cui sono visibili dei resti e in cui entra la strada che proviene dal valico di Monte Meria e dalla Vallelonga; la nord, posta nelle vicinanze dell’Anfiteatro, dove usciva il ” cardo ” che permetteva di raggiungere il porto. Tracce del ” decumano ” sono presenti sul lato est, in prossimità della tomba n 12, all’esterno della porta est, dove è possibile vedere diversi basoli di calcare relativi alla pavimentazione stradale portati in luce da lavori agricoli. Nell’interno il ” decumano ” è ben visibile in foto aerea ed è testimoniato anche da qualche basolo che si rinviene in superficie.

Resti di una modesta area quadrata probabilmente chiusa da un recinto in opera poligonale (temenos?) sono visibili a quota 699, nella parte più alta del centro. Forse in questa seconda recinzione bisogna riconoscere una modesta acropoli dotata di un edificio templare, di cui sono visibili i resti, posta sulla quota più alta e raccordata ai lati sud ed ovest del recinto murario (75). Nell’interno sono presenti resti di fondazioni di edifici in opera poligonale e quadrata ed anche terrazzamenti retti da opera poligonale. Nella parte bassa dell’abitato, forse fuori la cinta muraria, è visibile in foto aerea la forma ovoidale di un anf-iteatro, riconoscibile sul terreno da una fossa ovoide colmata in parte da blocchetti di opera incerta e reticolata. Nelle vicinanze si notano in superficie (nell’interno del muro di recinzione del centro) fusti di colonne e lastre di pietra calcarea oltre a tegulae e blocchetti di opera incerta. La ceramica riferibile al vasellame è presente su tutta la superficie interna del centro ed è riferibile a dolia e olle acrome oltre a vernice nera, terra sigillata italica, aretina ed invetriata. In passato fu rinvenuto un piccolo tesoretto monetale composto complessivamente da vittoriati argentei romani oltre a due monete romano-campane di bronzo e una d’argento riferibile alla guerra sociale (76).

Nell’estate (luglio) del 1978 ad opera della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo nella persona del Dott. Gaetano Messineo e con la collaborazione dello scrivente e delle Dott.sse Sandra La Penna, Lucia La Palombara e Salvia Rossella, furono oggetto di scavo scientifico alcune aree del territorio di Arciprete interessate da due necropoli: lo scavo fu reso necessario data la continua opera distruttiva dei tombaroli ” che già avevano riportato alla luce e sconvolto alcune tombe a fossa “. Il primo intervento di scavo fu relativo alla ripulitura di due tombe a camera con copertura a volta situate lungo la circonfucense antica a quota 671 (via vicinale ArcipreteOrtucchio) : durante la ripulitura venne alla luce, a contatto con la n° 2, una tomba a fossa (77) coperta da una lastra modanata.

Note
(70) Foto aerea di Arciprete in G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 172, fig. 3.
(71) Numerosissime sono le opere degli studiosi marsicani in cui Archippe è identificata con Arciprete, ci limitiamo a citare le più importanti: M. Phoebonius, Historiae Marsorum libri tres, Neapoli 1668, p. 105; P.A. Corsignani, Reggia Marsicana, I, Napoli 1738, p. 440; Di Pietro, op. cit., p. 273.
(72) L. Holstenius, Adeotationes in Italiam Antiquam Claoerii, Rome 1666, pp. 154 s.; anche D. RomanelIi, Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1819, ristampa anastatica in Avezzano nel 1982 (ed. A. Polla) dal titolo Antica topografia dei Marsi, p. 23 s.
(73) La notizia è nel Dizionario di Geografia Universale di F.C. Marmocchi, I, Torino 1854, pp. 524 s.; anche in G. Gattinara, Storia di Tagliacozzo, Città di Castello 1894, ristampa in Avezzano nel 1968 (ed. Eirene), p. 12, nota 6. I disegni dell’architetto francese sono conservati al museo del Louvre di Parigi, ma, di difficile consultazione perché non ordinati in ordine alfabetico.
(74) 4 A. Di Pietro, op. cit., p. 273.
(74 bis) Non deve sorprendere l’esiguità dell’area interna del centro municipale di Anxa, si pensi ad esempio alla Sulmo (l’attuale Sulmona) nel territorio dei Peligni che aveva un’area interna di circa 17 ettari ed un impianto quasi quadrato con 400 metri di lato; per essa vedi A. La Regina, Sulmoea, in ” Quaderni dell’Istituto di Topografia Antica “, 2, 1966, pp. 107 ss.
(75) ” Sull’area sono numerosi crolli cosparsi di tegoloni oltre a lastre di calcare e colonne a fusto liscio. Tali delimitazioni di arx interne sono attestate in Etruria nella colonia romana di Cosa (M. Torelli, Etruria, ” Guide archeologiche Laterza “, Roma 1980, p. 197), in area ernica a Ferentinum (F. Coarelli, Lazio, ” Guide archeologiche Laterza “, Roma 1982, p. 184) ed infine ad Angitia, nella parte bassa a contatto del lago, dove un recinto interno racchiudeva il santuario della dea Angizia (” Actia “) (G. Grossi, La città di ” Aegitia ” ecc., cit., p. 17 s., tav. I, A).
(76) Dei vittoriati ho potuto osservarne sei e sono riferibili alla stessa serie con D testa laureata di Giove con davanti una lancia e R vittoria che incorona un trofeo con al di sotto la scritta Roma; pezzi d’argento di peso costante, gr 2,90-2,93 e diametro di mm 1616,1 (databili al 206-195 a. C.; Crawford, Roman Republican Coinage, Cambridge 1974, 112/1). Le due monete romano-campane di bronzo sono relative a litre databili al 241-235 a. C. con D testa di Marte imberbe elmata, R testa di cavallo con sotto la scritta Roma; peso costante di gr 3,01 e diametro di mm 15 (Crawford, op. cit., 25/3). La monetina d’argento, mm 1,8, relativa alla serie emessa durante il Bellum Marsicum è un denario di gr 3,75 con D testa di Italia laureata a sinistra con dietro, dal basso, la scritta Italia, R otto guerrieri ai lati di un giovane inginocchiato con un porcellino accanto che regge un grande stendardo; sotto una I(talia) (per essa vedi, Brit. Mus. Cat., Rom. Rep., Coinage of the Social War, 3). Collezione privata in Toronto, Canada.
(77) Per una prima descrizione dello scavo vedi il mio studio, L’assetto storico ecc., cit., p. 120 nota 5.

Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi maggiori info autore
La necropoli, parzialmente esplorata dato il tempo limitato, definibile ” della circonfucense ” era composta dalle seguenti tombe:
Tomba n° 2
Posta su un modesto pendio che domina la via vicinale di Arciprete a nord-est, è del tipo a camera parzialmente incassata nel terreno del pendìo, con copertura a volta conservata a contatto con la parete di fondo. Le pareti in opus incertum sono in gran parte ben conservate e presentano tracce di intonaco bianco con accenni di colore rosso. L’orientamento è N-S con ingresso a nord (20′ nord) e misure interne di m 2,01 X 1,70; l’altezza delle pareti è di m 1 (m 1,75 sino al culmine della volta). Presenta inoltre un corridoio d’ingresso aperto dromos anteriore che lega con un muretto di contenimento del declivio, fatto in opera a secco, che corre sui lati est ed ovest del corridoio; nel fondo dello stesso si notano i resti di un arco realizzato con blocchetti calcarei e che coronava l’ingresso al piano di deposizione interno. La tomba era visibile da tempo immemorabile: era stata violata in antico ed anche riscavata in parte di recente (anni 19751977) ad opera di clandestini, per cui vennero rinvenuti resti ossei non in connessione e riferibili probabilmente ad un solo inumato. Del corredo rimane un frammentario, balsamario fittile a bottiglia (78).

Tomba n° 6
Situata a m 2,50, sulla sinistra della tomba n 2 ed inclusa nell’interno del muretto di contenimento del declivio che probabilmente fungeva da raccordo fra la tomba 2 e la 6 ed altre ancora non individuate. Essa è del tipo a fossa con pareti in pietrame a secco e copertura realizzata tramite l’uso di una grande lastra di calcare modanata su due lati (m 1,61 X 0,71 e spessore di cm 9,5) che solo parzialmente copriva la fossa. L’orientamento è N-S (20′ da nord) con misure interne di m 1,80 X 0,52 – 0,55; l’altezza delle pareti (in opera a secco escluse le pareti corte costituite da due tegulae) è di m 0,65. Il fondo è costituito da ghiaia lacustre mentre sulle pareti lunghe, nella parte superiore, erano evidenti le tracce lasciate su della malta del tavolame che foderava internamente la fossa; infatti sulla malta erano impresse, in negativo, le forme delle fibre legnose. La tomba conteneva (tav. XX) i resti ossei di un individuo di sesso maschile (adulto) e il relativo corredo funerario, composto da: tre balsamari fittili fusiformi allungati (1-2-3); due strigili di ferro inseriti nel relativo anello portastrigili (8-9-10) ; quattro chiodi di ferro a sezione quadrata e capocchia larga, piegati in tre e relativi al sistema di fermo della foderatura lignea interna (4-5-6-7) (79).

Tomba n° 1
Posta sullo stesso declivio a m 46,50 a sinistra della tomba 6, è del tipo a camera parzialmente incassata nel pendio, con copertura a volta conservata per una lunghezza di m 1,80. Le pareti in opus incertum sono in gran parte conservate e presentano tracce di intonaco bianco a contatto con il piano di deposizione. L’orientamento è N-S con ingresso asimmetrico sulla sinistra della parete nord (20 nord) e misura interne di m 2,40X1,50; l’altezza delle pareti è di m 1 (m 1,82 sino al culmine della volta).

Sulla sinistra della camera interna è presente, rovinata da scavi clandestini, una banchina in muratura, destinata a contenere i resti dell’inumato, di m 2,40 X 0,55 e conservata per l’altezza di m 0,36. Sulla volta e sulla parete .di fondo sono presenti le tracce dell’armatura lignea della centinatura della volta, composta da masselli lignei circolari che hanno lasciato le loro impronte sulla malta della volta, si da creare l’effetto plastico di scanalature regolari a sezione semicircolare ed angolo vivo (80). All’esterno la tomba presenta una decorazione architettonica composta da due lesene laterali (composte da blocchetti rettangoli) che delimitavano una decorazione di lastre raffiguranti elementi architettonici di cui è conservato un frammento ancora in posa sul lato destro (tav. XXI) (81).

La tomba n’ 1 come la 2 era già in vista da tempo e utilizzata anche come riparo temporaneo di pastori oltre ad essere utilizzata dai clandestini, “tombaroli “, come deposito di ossa recuperate in altre tombe. Non è possibile quindi accertare l’esatta presenza di uno o più individui nell’interno in antico, anche se la presenza della panchina depone a favore di un solo inumato. Del corredo rimane un frammentario balsamario fittile a bottiglina ed un piccolo anellino di bronzo oltre a frammenti di vetro colorato riferibili a balsamari a bottiglina. Nel loro insieme le tombe n’ 1, 2, 6 costituiscono una modesta porzione di una necropoli che doveva coronare il declivio posto lungo la circonfucense (quella relativa al livello massimo delle acque) italico-romana. Essa era costituita da grandi tombe a camera con prospetto architettonico con anteriore muretto di raccordo e di terrazzo che conteneva anche tombe a fossa, forse segnalate all’esterno da steli con rappresentazione di porta inserite nel muretto, come nella vicina necropoli del Cantone ad Amplero (82).

Altra area interessata dallo scavo del 1978 fu quella adiacente (sul lato est) ad una stradina campestre che provenendo dal casale di Arciprete risale costeggiando sulla sinistra il centro antico. Qui in passato durante lavori agricoli era venuta alla luce una tomba a fossa con copertura a lastroni (n’ 3) che indicò ai clandestini la presenza di una necropoli: infatti successivamente, negli anni 1975-1976, furono violate due tombe (tav. XVI, 4-5) a fossa con copertura a lastroni e il nucleo di opera cementizia forse riferibile ad un mausoleo, posto sulla destra della strada. Precedentemente, prima del 1972, i clandestini avevano violato la tomba n’ 12 e riportato alla luce la stele-porta con iscrizione dedicata a un Saloius. La necropoli era composta dalle seguenti tombe (tav. XXII) :

Tomba n° 3
Situata sul limite nord della necropoli a circa m 4 dalla strada, è del tipo a fossa con pareti in muratura a blocchi posti a secco e copertura ottenuta da tre lastroni di pietra calcarea. L’orientamento è E-O e misure interne di m 2 X 0,70; l’altezza delle pareti è di m 0,65. Resti ossei nell’interno relativi ad un solo inumato; nessuna traccia del corredo.

Tomba n° 4
Posta a m 5 dalla n 3 sul lato sud, è del tipo a fossa con pareti in muratura (pietrame) a secco e copertura composta da tre lastroni di pietra (cm 110 X 70, spessore 20). L’orientamento è E-O e misure interne di m 1,92 X 0,75; l’altezza delle pareti è di m 0,60 circa. Nell’interno resti ossei di un solo inumato; del corredo sono stati recuperati, dopo la violazione da parte di ignoti, i resti frammentari di due stringili in ferro con relativo anello portastrigili.

Tomba n° 5
Situata a m 5 dalla n 4 sul lato sud, è del tipo a fossa con muratura in pietrame a secco e copertura composta da tre lastroni di pietra calcarea (cm 112 X 71, spessore 19). L’orientamento è E-O e misure interne m 1,95 X 0,70; l’altezza delle pareti è di cm 50 circa. Nell’interno (83) pochi frammenti ossei dell’inumato.

Tomba n° 7
Posta a m 11,50 dalla n’ 5, è del tipo a fossa ovale ricavata sul terreno ghiaioso del luogo e copertura ottenuta con l’uso di cinque lastre informi di calcare ed altro medio pietrame. L’orientamento è NO-SE e misure interne di m 2 X 0,60 circa; profondità di m 0,40. La fossa conteneva i resti ossei completi di un individuo di sesso maschile? (adulto, con testa a SE e piedi a NO) (fig. 32) ; nessuna traccia di corredo nell’interno . E’ da segnalare che la tomba n’ 7 era compresa fra due piccoli fossati, larghi cm 60 e profondi sul metro e mezzo, ricavati sulla ghiaia compatta del terreno e distanti m 11,50 fra di loro con orientamento NO-SE. Si tratta con ogni probabilità di canali di drenaggio a cielo aperto utilizzati a scopo agricolo per recuperare lo scolo dell’acqua superficiale proveniente dai monti vicini (84).

Tomba n° 8
Situata a m 6,50 dalla n’ 7, è del tipo a fossa con pareti a blocchi posti in opera a secco e copertura composta da tre lastroni di varie dimensioni (spessore cm 20-22). L’orientamento è NO-SE e misure interne di m 2,40X0,70; l’altezza delle pareti è di m 0,70. Nell’interno resti ossei sconvolti, ad esclusione delle ossa degli arti inferiori, da seavi clandestini antichi e moderni, relativi ad un solo inumato di sesso femminile (adulto?). Del corredo furono recuperati due soli pezzi relativi (tav. XXIII) ad un balsamario a bottiglina in vetro azzurro (1) e una lucerna fittile de1 tipo a volute (2). Dalla posizione delle ossa ancora in posa si può ricavare l’orientamento dell’inumato che aveva la testa a SE ed i piedi a NO.

Tomba n° 9
Posta a m 2,30 dalla n’ 8, è del tipo a fossa con pareti in pietrame posto a secco e copertura composta da quattro lastroni di pietra calcarea di varie dimensione (spessore cm 18-20) sigillati, nei punti di contatto fra di loro, da malta. L’orientamento è NO-SE e misure interne di m 2,04X0,68; l’altezza delle pareti è di m 0,78 (tavv. XXIV-XXV). Nell’interno resti ossei completi di individuo di sesso femminile (giovane?) con testa a SE e piedi a NO con corredo composto da 22 pezzi, situati sul petto e alla base dei piedi. Sul petto (gabbia toracica) e sul braccio sinistro (omero) erano conficcati e capovolti ben 14 balsamari a bottiglina in vetro colorato (giallo, rosso, azzurro e verde) di varie dimensioni (1-14, altezze da cm 4 ad un massimo di cm 8). Dalla disposizione dei balsamari si può supporre che essi erano originariamente posti su una mensola di legno situata sulla parete SO della tomba; a conferma di cià è il ritrovamento di due chiodi di ferro (23-24) situati ai piedi e in vicinanza della testa, che sono da mettere in relazione al sistema di fissaggio del tavolame sulle pareti.

Alla base dei piedi sono presenti: due lucerne in terra sigillata del tipo a volute (16-21) ; una bassa ciottola (18) ; una olla (19) ; un piatto di ceramica aretina con bollo (17) ; una piccola olla in argilla fine (20) ; un kántharos in terra sigillata (15) ed uno specchietto rotondo d’argento con diametro di cm 7,5 (22). R tuttavia da precisare che alcuni pezzi del corredo erano rotti per caduta (8-13, sul petto; 18-19-20, ai piedi) per cui è da supporre la presenza di due mensole applicate sul tavolame delle pareti SO e NO; anche la posizione dei resti scheletrici, visti in sezione, conferma l’esistenza di un probabile piano ligneo di deposizione del cadavere (85).

Tomba n 10
Situata a m 9,20 dalla n’ 9, è del tipo a fossa con pareti in pietrame posto a secco e copertura composta da tre lastroni di varie dimensioni (spessore cm 21-22). L’orientamento è NO-SE e misure interne di m 1,85 X 0,78; l’altezza delle pareti è di m 0,67. Nell’interno resti ossei completi di un individuo adulto di sesso maschile con testa a SE e piedi a NO. La disposizione dei resti ossei indica che la tomba fu probabilmente violata in antico come dimostrato dai lastroni di copertura non perfettamente combacianti e dalla parete NE della fossa in fase di crollo; anche il cranio si presenta visibilmente spostato dalla posizione originale verso la destra. Sui piedi del defunto erano presenti tre balsamari fittili a bottiglia (1-3) oltre a due frammenti di orlo di un piatto.
All’esterno della fossa, a m 0,50 dalla parete SO, deposti su un piano di ghiaia lacustre posto a m 0,50 di altezza dai lastroni di copertura, erano presenti due piatti contenenti resti di pasto funebre (agnello?) in parte frammentati (5-6), un olpe globulare (4) e diversi frammenti riferibili a due forme aperte (ciottole?) (7-8). Dall’esame dei due frammenti ritrovati nell’interno della tomba, relativi ad un orlo di piatto e che completavano il piatto esterno (5), si è accertato che i materiali ritrovati all’esterno in origine, prima della violazione, erano parte integrante del corredo funebre posto nell’interno della fossa.

Tomba n° 11
Situata fra le tombe 9-10, è del tipo a camera con pareti in muratura in opera incerta e copertura a volta, di cui rimangono tracce dell’attacca sulle pareti lunghe. L’orientamento è NO-SE con ingresso (largo cm 65) sul lato NO e misure interne di m 2,10X1,26; l’altezza delle pareti è di m 1,08 (m 1,71 sino al culmine della volta). L’ingresso era chiuso da muratura e da un monolitico lastrone di pietra calcarea alto m 1,23, largo m 1,45 e spesso m 0,50 che si presentava coricato sul davanti (fig. 34). Ai lati del lastrone monolitico erano visibili i resti di un muretto di raccordo che doveva collegare la tomba con le altre vicine come nel caso delle precedenti tombe n’ 2 e 6. Nell’interno erano presenti resti ossei relativi ad uno o più inumati ed anehe ad animali (agnello o pecora?) che erano legati al pasto funerario; lo stato frammentario e sconvolto dei resti non ha permesso lo studio della disposizione dell’inumato e del relativo corredo funerario confermato dalla presenza di frammenti fittili relativi prevalentemente a grandi olle che contenevano il pasto. Dallo studio di questa tomba si è potuto accertare il piano di calpest1o antico relativo alla frequentazione dell’area sepolcrale, che era situato a m 1,80 di profondità dell’attuale piano superficiale e m 0,34 dal piano di calpestio della strada campestre vicina. Un piccolo saggio praticato nella strada ha permesso di constatare che la stessa non presenta lastricato di calcare di copertura ma sempli’ cemente un battuto. R possibile che in età precedente alla frequentazione sepolcrale dell’area, cioè nel III-II secolo a. C., la strada era inesistente ed occupata da un fossato difensivo che proteggeva il settore est del circuito murario di Anxa più esposto ad attacchi provenienti dall’esterno.

Note
(78) Per la tomba vedi la nota 77, p. 173. Anche nella necropoli del Cantone la tomba 14 presentava un dromos anteriore, ma ricavato nella roccia del pendio: Cesare Letta, Scavi nella zona di Amplero ecc., cit. (1975), p. 53.
(79)G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 120 nota 5.
(80) La stessa tecnica di centinatura della volta è attestata alla necropoli del Cantone di Amplero, nelle tombe n’ 9-9a, 3-3a. La presenza di banchine interne è attestata nelle tombe di Amplero: C. Letta, Scavi nella zona di Amplero ecc., cit., p. 53.
(81) Una sistemazione architettonica della facciata della tomba a camera è presente anche nelle tombe 23 a 26 f delIa necropoli di Amplero (Cantone) con ingresso delimitato da due lesene laterali e probabiIe stele-porta nel mezzo. Per una prima descrizione della tomba vedi la nota 77, p. 173.
(82) Cesare Letta, Gli scavi dell’Università di Pisa presso Collelongo (L’Aquila), in Un decennio di ricerche archeologiche, Quaderni de ” La ricerca scientifica “, n 100, Roma, CNR, 1978, pp. 536 s., fig. 5.
(83) G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 174, fig. 4.
(84) Per uno studio dei sistemi canalizzati di drenaggio nel mondo antico vedi, Bice Crova, Edilizia e tecnica rurale di Roma antica, Milano 1942, Cap. XIX (“Le fognature e
drenaggi “), pp. 171 ss. Ben visibili sono nella foto aerea di Arciprete altri canali di drenaggio che costituiscono una vasta rete che investe soprattutto il settore est del territorio di Arciprete.
(85) G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 175.

Tomba n° 12
Posta in prossimità della porta est del centro (tav. XVI, 12), è del tipo a fossa con pareti in muratura e copertura ottenuta da una grande lastra modanata (m 1,36 X 1,20), spessa cm 18 con incassi laterali e centrali, probabilmente proveniente da un edificio civile fatiscente e riutilizzata per lastra di copertura della tomba. L’orientamento è NE-SO con misure interne di m 1,80X 0,79; l’altezza delle pareti, in opera incerta ricoperta da intonaco bianco, è di m 0,80. Il fondo è costituito da in tonaco bianco costituito prevalentemente da calce; sui punti di attacco del fondo con le pareti, l’intonaco è più spesso si da formare una superficie curva. Nell’interno numerosi resti ossei relativi a più inumati (la tomba è stata usata in epoca recente come deposito di ossa dai clandestini), ma, quasi sicuramente, uno solo di essi è relativo alla deposizione originaria. All’esterno, a contatto della parete SE, resti di una pavimentazione a mattoni quadrati (cm 25 X25) di età indefinibile, forse relativa ad un edificio o legata ad altro uso connesso al rito funerario (base per silicernumP). A questa tomba, violata verso la fine degli anni sessanta, appartiene la stele funeraria con rappresentazione primitîva di porta con iscrizione V.Salvius.V.f (86) .

Dallo studio delle due necropoli e dalle esplorazioni compiute (12 tombe) si possono evidenziare cinque tipi di costruzioni tombali:
a) tombe a fossa semplice ricavata nel terreno e copertura a blocchi e lastroni informi: n’ 7;
b) tombe a fossa con pareti in pietrame o blocchi posti in opera a secco e copertura a lastroni calcarei: n’ 3, 4,5,8,9,10 (87);
c) tombe a fossa con pareti in opera incerta ricoperte da intonaco e copertura ad unico lastrone calcareo: n’ 12 (88);
d) tombe a camera, completamente o parzialmente incassate nel pendio, con pareti in muratura e copertura a volta: n’ 1, 2, 11 (90).

Probabilmente tutte le tombe erano segnalate all’esterno dalla tipica stele con rappresentazione di porta Ditis che era inserita, come nella necropoli del Cantone di Amplero, su un muretto anteriore che fungeva da raccordo fra le varie tombe e le cui tracce e resti sono presenti nelle tombe n’ 2, 6 e 11. Purtroppo solo nel caso della tomba 12 è stato possibile accertare la presenza della stele-porta. Ad una delle nostre necropoli doveva appartenere una stele rinvenuta ad Arciprete nel 1818 e con iscrizione T.Namledius.T.f.Gallus; al di sotto dell’iscrizione era la rappresentazione della porta, mentre nel timpano, ai lati piscis (delfini?) e in alto una stella (91). Oltre le steli si è accertata la presenza di foderature lignee della fossa per la tomba n’ 6 ed anche, forse, per tutte le tombe del tipo b. Per le tombe a camera sono presenti panchine interne (n’ 1), corridoi anteriori (n’ 2), prospetti architettonici decorati da lesene laterali e lastre figurate (n’ 1), oltre a tecniche di centinatura della volta e, nel caso della tomba n 11, chiusura dell’ingresso con enorme lastrone monolitico.

L’orientamento delle tombe, quando non vi è un condizionamento dovuto a presenza di declivio (n’ 1, 2, 6), è NO-SE con inumato con testa a SE e piedi a NO; il cadavere è deposto in posizione supina con braccia incrociate sul ventre (n’ 6, 10), sul basso ventre (n 9), sui fianchi (n 7), con gambe parallele affiancate (ad esclusione della tomba n 11) (92) . I materiali rinvenuti sono costituiti prevalentemente da: balsamari fittili a bottiglina e fusiformi (tombe n’ 1, 2, 6, 10), anche in vetro colato del tipo a bottiglina (n’ 7, 9) ; olpe globulare (n 10) ; olle acrome (n’ 9-10) ; ciottole (n’ 9-10) ; piatti in ceramica aretina (n 9) ed acroma (n’ 10) ; lucerne in terra sigillata a volute (n’ 7, 9) ; un kátharos in ceramica acroma fine (n 9); strigili di ferro con relativo anello portastrigili (n’ 6, 4) e specchietti rotondi d’argento (n 9). Ad esclusione del kántharos della tomba 9, gli stessi materiali si ritrovano nelle tombe della necropoli del Cantone di Amplero (93) .

E’ da notare che nelle tombe di Arciprete non sono presenti le tipiche nicchie laterali che, nella necropoli del Cantone, contenevano l’olla contenente il pasto funerario. Anche se l’uso della deposizione del pasto nelle tombe di Arciprete è attestato (tombe n’ 10-11 e forse nella n 9), pur tuttavia sorgono alcune significative diversità fra le necropoli di Arciprete e quelle di Amplero. Per esempio l’uso, in Arciprete, di fosse con pareti in pietrame e blocchi posti a secco, mentre ad Amplero le pareti sono in opera incerta; a differenza di Amplero, dove il pasto funerario è contenuto in olle, in Arciprete è posto sui piatti (vedi tomba n 10) ; la mancanza di nicchia laterale, di indubbia origine arcaica, in Arciprete, ” per cui si deduce che le necropoli dei centri interni e non vicini al lago abbiano conservato [nella Marsiea] ancora in piena romanizzazione elementi e culti della tradizione italica ” (94).

Cronologicamente le tombe di Arciprete sono assegnabili ad un periodo compreso fra la fine del I secolo a. C. ed i primi decenni del successivo, in un’età in cui la Marsica è inserita nel fenomeno dell’urbanizzazione data dalla presenza dei municipia che assumono proprio verso la fine del I secolo a. C. l’aspetto architettonico tipico della città romana.

Dopo il prosciugamento parziale del Fucino ad opera dell’imperatore romano Claudio (dopo il 52 d. C.), Anxa, come Marruvio e Angitia, conobbe una notevole espansione verso le aree occupate dall’ex lago, ormai ridotto nella sua estensione. Infatti dalla osservazione della foto aerea è possibile riconoscere tratti di reticolati urbani di edifici, nell’area compresa fra le due strade vicinali di Arciprete (fra le quote 669 e 662), confermati dalla presenza in superficie di tegulae, mattoni, blocchetti di opera incerta e reticolata, ceramica acroma e colonne di calcare a fusto liscio (95). A questi resti accenna il Febonio (che li riferiva ad Archippe sepolta dal Fucino) che narra che ai suoi tempi, durante le decrescenze del lago, era possibile osservare dei ruderi di città nel piano di Arciprete ed anche resti di una necropoli testimoniata da una stele funeraria e da una statua tronca di un uomo (96); la stele era del tipo con rappresentazione di porta con iscrizione Q.Spedius.P.f.ane(oram). XXVII.pro(bus).pude(ns) / amans.parentis: al di sotto dell’iscrizione era la rappresentazione della porta (” fores “), al di sopra ” fastigium “, termine riferibile alla presenza del timpano (97).

Anche nella pianta di Giacomo Castrucci, Bacino del Gran Lago Fucino nel 2′ Abruzzo Ulteriore e sue adiacenze, che lo stesso autore offriva a Ferdinando II re del Regno delle due Sicilie, è segnalata una città sommersa nelle acque del Fucino in Arciprete ” Archippe sommersa “, oltre a Marruvium ” Città Valeria sommersa ” e ad Angitia ” Città di Penne sommersa ” (98).
La necropoli segnalata dai ritrovamenti del Febonio (secolo XVII), statua e stele, era sicuramente riferibile al tracciato della circonfucense creata dopo il prosciugamento parziale del lago, forse verso la seconda metà del I secolo d. C., che è ben visibile in foto aerea ed anche ad occhio nudo nel piano di Arciprete con direzione O-E, che dalla cava del Balzone si dirige verso la Punta di S. Manno (tav. I, 13 e fig. 35). A questa necropoli sono da riferire anche i cippi funerari segnalati dal Corpus Ircscriptionum Latinarum del Mommsen:
C.I.L. IX 3853. d.M.s. L. Vettedio.L(f)
(sulla sinistra, putto con arco Serg.Procfulo? J ”
(sulla destra putto con gladio)

” Arciprete titulus propter molem in terra relictus “.
” Arciprete rep. extat Cerchfiü in stabulo Continenza”

La strada di età imperiale proveniva con andamento rettilineo da Sapiaum (Trasacco ” vicus Supinum “) costeggiando i monti su una quota collocabile sui 660-661 metri slm; tracce della stessa sono visibili sul piano di S. Rufino dove sono presenti i resti di un nucleo cementizio forse riferibili ad un mausoleo di età imperiale (99). La stessa strada raggiungeva ” La Punta ” all’altezza della Grotta Maritza, dove si ricongiungeva con una seconda strada, la vecchia circonfucense di tradizione italica, che proveniva da Anxa e dal valico di Monte Meria: un tratto di quest’ultima strada, testimoniata da un muro di sostruzione in opera poligonale lungo metri 360 (con andamento NE-SO), è visibile alla base del Monte Praticelle a quota 670 (tav. I, 15). Dopo aver superato il santuario di Giove e i Dioscuri, posto sulla ” Punta di S. Manno “, la circonfucense si dirigeva verso Ortucchio con andamento rettilineo SO-NE per circa 1,5 km; sul lato nord della strada, nelle vicinanze del primo ponte di Strada 29 e il Canale Allacciante Meridionale, sono venuti alla luce dopo il prosciugamento del Lago ad opera del Torlonia, i resti cospicui di una villa romana che dai locali fu detta ” Il Convento ” (tav. I, 16).

Le murature emergenti furono poi riutilizzate dagli Ortucchiesi come materiale da costruzione fino a portare alla completa scomparsa del monumento. Attualmente nel luogo sono visibili in superficie solo tegulae, grumi di malta, blocchetti di opera incerta, mattoni e ceramica acroma. Questo tratto di strada è ben visibile in foto aerea ed anche ad occhio nudo dall’altura di Monte Praticelle (figg. 36-37) ; di essa sono visibili alcuni basoli di calcare, sconvolti dai lavori agricoli intensivi, e frammenti della base di preparazione del fondo, costituito da una leggera colata cementizia.

Raggiunta Strada 29, poco dopo, la strada piegava in direzione di Colle delle Cerese (monte a SE di Venere), attraversando la località ” La Bergamina ” dove sono ben evidenti le tracce della centuriazione del Fucino attuata dopo il prosciugamento di Claudio e sopravvissuta nell’ordine di alcune stradine campestri che presentano un orientamento NE-SO simile al cardo di Alba Fucens. Nella stessa località sono visibili i resti di una strada tagliata dal Canale Allacciante Meridionale con basoli di calcare presenti sulle pareti del canale. Dalle testimonianze dei locali si è potuto accertare che la predetta strada doveva costituire un diverticolo che si staccava dal ramo principale per raggiungere Ortucchio, ma, dall’esame in pianta, sembrerebbe di poter assegnare la stessa al percorso principale che dopo aver oltrepassato di circa 700 metri Strada 28 piegava in direzione di Venere fino a raggiungere Strada 26 ai limiti del territorio fucense di Ortucchio.

A conferma dell’esistenza della centuriazione e del tratto stradale proposto, sono dei ritrovamenti di monumenti sepolcrali nella località ” La Bergamina ” e di Strada 26, citati dal Letta-D’Amato. Dalla Bergamina ” a circa 1000 metri in linea d’aria da Ortucchio, sulla d. di Strada 28 per chi va dal paese all’essiccatoio e a Telespazio … secondo la testimonianza fededegna del maestro V. D’Arpizio e del parroco di Ortucchio, l’iscrizione “in bei caratteri”, era su una spessa lastra rettangolare, con incasso nell’angolo sup. d. Forse si connetteva con altre lastre in un monumento funerario. h.: cm 60; 1.: cm 90; s.: cm 30… ” (100) : P.Vettius(…..) (….) augur (….)

Il gentilizio attestato nella nostra iscrizione potrebbe riferirsi ai Vettii Scatones marsi, dato che il praetor marso della Guerra Sociale aveva il prenome di Publius come nella nostra iscrizione. Altro elemento che conferma l’importanza sociale del nostro Publius Vettius è data dal monumento funerario, certamente notevole data la grandezza e la qualità della lastra ed anche dalla sua carica di augure, sicuramente esercitata nel municipiam di Anxa. LettaD’Amato (op. cit.) dicono: “… Non è però da escludere che qui non si tratti di un sacerdozio municipale; è infatti possibile che la trascrizione in nostro possesso sia solo un particolare di un cursus senatorio (si pensi a quello del Vettio Scatone del nostro n. 2) in cui figurasse anche la carica religiosa di augur… “. Probabilmente il monumento era legato ad una necropoli situata su una strada della centuriazione e non al percorso della circonfucense che dista dal luogo del rinvenimento ben 200 metri.

Altro rinvenimento che testimonia il passaggio di una strada romana nella Strada 26 del Fucino è citato dal Letta-D’Amato: “…nell’appezzamento 1 di Strada 26, nello scavo per le fondazioni di una stalla, il signor Achille Di Genova, di Venere dei Marsi, ha rinvenuto circa quindici anni fa [fine degli anni sessanta], oltre a grandi blocchi interpretabili come basoli di strada e ad abbondanti tracce di calce, anche due frammenti architettonici figurati (di cui uno solo conservato), da riferire probabilmente ad un monumento funerario. Secondo la descrizione che mi è stata fatta, il frammento perduto rappresentava la figura di un uccello che becca un grappolo d’uva; si tratterà dunque con ogni probabilità di un pezzo pertinente all’altro frammento, costituito da una lastra spessa circa cm 20, che presenta un fregio dorico con triglifo e sei guttae (applicate direttamente alla tenia) sulla sinistra, e metopa con testa di toro vittato sulla destra.

Sotto la fascia figurata, alta cm 35,6, è una fascia liscia di cm 11,4; se si eccettua una sbeccatura nell’angolo inf. sin., il frammento presenta integri i margini originari in alto, in basso e a sin. : con ogni probabilità sulla destra proseguiva con l’altro frammento perduto, che doveva occupare lo spazio di una seconda metopa, come in un analogo rilievo del Museo dell’Aquila. Si tratta dunque di elementi di un monumento funerario con fregio dorico, che rientra in una tipologia particolarmente legata all’ambiente centro-italico a partire dall’età triumvirale. Il Torelli, che ha recentemente riesaminato nel suo insieme questa classe di monumenti, ha creduto di fissare il loro estremo limite cronologico alla prima età augustea; ma in realtà il monumento localizzato nell’alveo del Fucino, per quanto sappiamo delle vicende del lago, non può essere anteriore all’età di Claudio.

A rigore, anzi, si potrebbe addirittura prospettare l’eventualità che esso sia dell’età di Traiano o Adriano, per i dubbi che sono stati avanzati sulla riuscita della bonifica di Claudio. Ma, se possiamo ritenere che in aree particolarmente segregate e conservative, come quella del Fucino, il tipo, che vi appare largamente diffuso, si sia mantenuto ancora per qualche decennio oltre il periodo di Augusto, è certamente da escludere che esso sia sopravvissuto fino al II secolo d. C.. Queste considerazioni ci inducono a ritenere come assai probabile una datazione all’epoca di Claudio sia per il monumento di cui parliamo, sia per l’effettiva attuazione della bonifica del Fucino. Oltre a questo monumento funerario di Strada 26 e al cippo funerario di P(h)ilete [rinvenuto a Strada 25], possiamo ricordare ancora una stele funeraria trovata entro l’alveo del lago, un poco più a Sud delle località già ricordate, verso Ortucchio (n 117) [P.Vettius già citato].

Tutti questi indizi di sepolture confermano l’esistenza di strade antiche, suggerite dai blocchi rinvenuti a Strada 26: forse si trattava di una strada intorno al lago, al margine di una fascia bonificata, o piuttosto di un sistema di strade minori che la attraversavano…(101). Dall’esame dei ritrovamenti del Letta-D’Amato e dei nostri appare evidente che ormai ci sono degli elementi sicuri per la ricostruzione del tracciato della strada del Fucino, da Arciprete fino a Strada 26 dove è stato rinvenuto il monumento funerario e i basoli stradali (tav. I, 19). Infatti del percorso ben visibile dall’alto è possibile ricostruire con una certa sicurezza l’andamento che disegna una poligonale composta da tratti rettilinei di misura costante di km 1,5 (circa 5000 piedi romani) (tav. I) ; speriamo che in un prossimo futuro sia possibile ricostruire completamente il tracciato stradale antico e la poligonale completa che esso descriveva ai margini dell’area bonificata dall’imperatore Claudio.

Note
(86) Letta D’Amato, Epigrafia ecc., cit., p. 183 s., nota 121. La stele è attualmente conservata nel deposito archeologico del Castello Piccolomini di Celano ed è classificabile ad una variante del tipo III b. del Letta.
(87) Corrispondono al tipo b della classificazione del Letta per le tombe del Cantone, Scavi eella zona di Amplero ecc., cit., p. 51. sula e in ” Alto le tombe ” (già descritte nel presente studio). Altre tombe simili sono nel territorio di Ortucchio, sul Colle di Mesula e in ” Alto le Tombe ” (già descritte nel presente studio).
(88) Tipo b del Letta (op. cit., p. 51) che però presentano più lastroni di copertura con fosse incassate nel pendio. Insieme al tipo località ” Piedimura “: G. Grossi, La città di ” Angitia ” ecc., cit., p. 31.
(90) Per la presenza e la diffusione di questo tipo di tomba nella Marsica ed in ambiente italico vedi: C. Letta, Scavi nella zoea di Amplero ecc., cit., p. 52, note 7-8 (tipo d della classificazione del Letta); per la località ” Alto le Tombe ” di Gioia dei 54arsi, G. Grossi, Il territorio di Casali d’Aschi ecc., cit., p. 32, nota 34, p. 34 e fig. 3.
(91) C.I.L. (Corpus Inscriptionum Latinarum. IX, Iescriptioees Calabriae Apuliae Samnii Sabinoram Piceni Latinae, ed. Th. Mommsen, Berolini 1883), IX, n 3870; Notizie Scavi 1897, pp. 428 s.; Sauro Gelichi, op. cit., p. 130, n 23. La stele doveva essere dello stesso tipo di quella segnalata da Letta-D’Amato, op. cit., per la località ” Alto le Tombe “, che presenta sul timpano due delfini ed in alto una stela nel cavo di mezzaluna, p. 168, n’ 114, tav. XXXVIII.
(92) La deposizione supina con mani incrociate sul ventre è presente nella necropoli del Cantone, dove, perà, il cadavere è deposto con la testa a NO e piedi a SE; C. Letta, Scavi ecc., cit., p. 56.
(93) I materiali sono conservati nei depositi della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo Chieti, in attesa di essere restaurati. Per la necropoli di Amplero (Cantone) ed i relativi materiali vedi, C. Letta, Scavi ecc., cit., pp. 57 ss., note: 24 (lucerne del tipo a volute), 25 (piatti in terra sigillata e ceramica acroma), 28 (balsamari di vetro colorato), 29 (olle e olpai globulari), 31 (balsamari fittili fusiformi e da bottiglina) ; per i specchietti rotondi d’argento e strigili di ferro, p. 55 e nota
(94) G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., p. 120.
(95) G. Grossi, L’assetto storico ecc., cit., pp. 148-149, n. 94.
(96)M. Phoebonius, Historiae Marsorum libri tres, Napoli 1668, lib. III, cap. I.
(97) C.I.L., IX, 3876. Sauro Gelichi, Stele con rappresentaziorse di porta ecc., cit., p. 130, n 24.
(98) La pianta è presente nell’opera del Cesare Lippi, Lago del Facino ed Emissario di Claudio, Kapoli 1818, tav. I; anche in AA. VV., Memorie storiche di Ortacchio, Avezzano 1984, p. 52.
(99) Dal mausoleo viene una statua di marmo panneggiata ed acefala, ridotta in più pezzi, ma ricomposta e sistemata nel giardino del Prof. Tempesti a Trasacco: E. Angelini, Trasucco nell’Impero romano, Trasacco 1978, p. 32 e fig. 25; l’autore perà ricollega la statua al ritrovamento del Febonio (cit. a nota 96) e la attribuisce al Q. Spedio di Arciprete. In realtà la statua rinvenuta nel piano di S. Rufino è un’altra e non è da mettere in relazione alla scoperta del Febonio che è ben Iocalizzabile nell’ansa di Arciprete, secondo le descrizioni dello studioso.
(100) Letta-D’Amato, Epigrafia ecc., cit., p. 172 ss., n’ 117.
(101) Letta D’Amato, op. cst., p. 132 ss., n 91 bis.

Tratto dal libro Storia di Ortucchio dalle origini alla fine del medioevo-Ed. Urbe

avezzano t2

t4

Il " municipiam " marso di " Anxa "

t3

avezzano t4

t5