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Storia della Marsica

t2

IL MITO DEI MARSI INCANTATORI DI SERPENTI

 

Molte sono le etimologie che gli studiosi hanno trovato per spiegare i nomi di Marsi e di Marsica, ma tutte mancano della prova definitiva anche se comincia a diventare unico l’indirizzo che vuole il secondo nome derivare dal primo e il primo derivare da quello di Marte, Dio al quale erano legate le ver sacrum degli antichi popoli (1). Noi in questa sede non vogliamo approfondire tale questione, ma ci interessa porre l’attenzione sul fatto che il popolo dei Marsi era conosciuto nell’antichità, per essere immune al veleno dei serpenti, di saperlo usare per filtri rnagici e perché era in grado di ammaliarli con il canto o con gli strumenti musicali. Probabilmente quest’ultima credenza deriva dalla leggenda che li voleva discendere da Marsia, un personaggio della mitologia greca, musicista e cantore (2).

Tutti sanno che Marsia, con un flauto, sfido il Dio Apollo ad una gara musicale (Apollo con una lira) e che la perse. Punito dal Dio fu in un primo momento sottoposto a scorticazione e in seguito, dietro pentimento di Apollo, che ruppe il suo strumento, fu trasforrnato in un fiurne. Molti autori antichi, forse remori della discendenza dei Marsi da Marsia, ci hanno tramandato questa loro particolare caratteristica, cioè quella di servirsi della voce e del suono per incantare i serpenti. Una «canzoncina» o cantilena capace di rendere inoffensivi i serpenti ci viene tramandata da Pomponio di Bologna (I sec. a.C.), mentre Virgilio ed Orazio parlano di generiche nenie o canti per tale scopo (3).

E’ Ovidio, nell’Ars Amatoria (101-102), che ci da qualche informazione più precisa dicendo che i Marsi si servivano di una nenia accompagnata da strumenti magici e, dopo che Plinio il Vecchio e Silio Italico ci ricordano ancora dei canti, e Aulo Gellio che ci specifica che lo strumento di cui si serviva quel popolo era il flauto (4). Purtroppo, da tutte le indagini archeologiche effettuate nella Marsica, non ci e giunto nessuno strumento musicale, ne flauto ne altro, usato da questo popolo. Di contro il Corsignani, nella seconda parte della sua riprendendola da un’opera dell’Aldrovandi, ci tramanda il nome di Atiro Marsicano incantatore di serpenti. Mancano per il momento anche informazioni rnusicali relative al Vll-IX sec. Parlando della Chiesa di S. Pietro ad Alba Fucens (X sec.), infatti, il Gavini ci dice che «(…) le parole con cui il Promis accenna a questo spostamento non sono chiare, ma fanno ritenere che da Roma fosse qui trasportato I’uso di una vera schola cantorum, nel mezzo della chiesa» (5).

Da dopo l’anno mille le testimonianze musicali del territorio diventano anche scritte. E’ del l 056-1057 il codice pergamenaceo contenente un Exultet proveniente da Montecassino scritto in forma canonica senza rigo di notazione. Questo Exultef, studiato finora con poca attenzione da parte degli storici dell’arte perché non contiene, a differenza di tanti altri del genere, nessuna illustrazione figurata, ha più una importanza storica che musicologica giacche testimonia I’esistenza di rapporti tra il Vescovo dei Marsi e I’Abbazia di Montecassino, in un periodo in cui la graduale conquista normanna della regione dava vita a momenti di tensioni nel territorio (6).

Al XIII sec., invece, risale l’ambone che si trova nella Chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta, vicino Rosciolo, dove in un bassorilievo e rappresentata una donna che danza al suono della cetra e che riamanda all’immagine biblica di Salome che danza per Erode (Matteo, canto XIV, V. 6). A questo secolo, o forse al successivo risale I’altra testimonianza musicale scritta della Marsica. Si tratta di una pergamena in cattivo stato di conservazione, che si trova presso I’Archivio della Collegiata di S. Cesidio a Trasacco e che era stata usata come copertina di un Censuale del XVI sec,: «(…) contiene passi delle Lamentanzioni di Geremia con lettere ebraiche le cui iniziali sono in giallo e in rosso, testo biblico, non perfettamente uguale alla Vulgata, in scrittura beneventana su due colonne, musica senza rigo, in notazione anteriore alla riforma di Guido d’Arezzo» (7).

A questo punto dobbiamo parlare del Beato Tommaso da Celano a cui la tradizione riconosce il merito di aver scritto il testo e la musica della sequenza del Dies Irae. Francescano e discepolo e biografo di S. Francesco d’Assisi, nato nel 1190 circa e morto nel 1260, scrisse per primo la Storia del Patrono d’Italia, poi il Trattato della Vita di S. Francesco e, successivamente, La Leggenda di Santa Chiara. Il suo corpo riposa nella Chiesa di S. Francesco a Tagliacozzo. Tornando al Dies Irae, una sequenza latina composta da diciotto strofe da tre versi ciascuna (ottonari in ritmo trocaico), la musicologia moderna e concorde nell’affermare che il Beato la prese da un responsorio del IX sec. e da tropi ad esso aggiunti risalenti al XII sec,: «Libera me, Domine» (8). Questa sequenza non sarebbe altro che la musica che gli angeli dovrebbero suonare il giorno del Giudizio Universale per risvegliare le anime dal loro sonno.

Questa scena biblica ha ispirato pittori che hanno affrescato, con tanto di trombe tubolari, diverse chiese marsicane come, ad esempio, in Ortucchio, Magliano e Celano. In quest’ultimo paese, e precisamente nella Cripta della Chiesa di S, Maria in Valle Verde e rappresentato un suonatore di corno, strumento allora ricavato da un corno cli mucca. Allo stato attuale, queste descritte sono le uniche immagini e testimonanze marsicane per documentare un periodo della storia abbastanza ampio. Non significa che esse sono le uniche, siamo convinti che un’indagine più accurata nei fondi archivistici pubblici e privati, nonché una ricognizione più approfondita nelle pitture della chiese marsicane, da una più accurata indagine storiografica e, perché no, da eventuali ritrovamenti archeologici, sicuramente arricchirà le testimonianze musicali di questo lungo arco di tempo. Più abbondante, e per certi aspetti più importante, e la documentazione dei secoli successivi, ma questo sarà trattato
in ulteriori articoli.

NOTE:
(1): C. Letta, I Marsi e il Fucino nell’antichita, CisalpinoGoliardica, 1972. pag. 26.
(2); L. Letta, Notizie varie sulla Marsica, Celano ect il Fucino, L’Aquila, 1980, pagg. l 1-l 2.
(3): Pomponio Di Bologna, Picfores, fr. Vll, v. 1 l 8 Rubbek, Intorno al 100 a.C.). Virgilio, Aeneis, Vll, 750/760 (I sec. a.C.). Orazio, Epodi. V,75s e XVII,27/29 (I sec. a.C.).
(4): Plinio il Vecchio, Naturalls Historla, XXVIII,19e 30/33. Silio Italico, Punica. Vlll, 495ss. Aulo Gellio, Noctes Attlcae, XVI, l1, 1/2. Di Ovidio vedi anche Medicamina Faciei, 39.
(5): I. C. Gavini, estratto dalla SPoria dell’Architettura in Abruzzo, a cura dello Studio Bibliografico Adelmo Polla, Cerchio 1981, pag. 60.
(6): A. Melchiorre: L’Exultet Mecfioevale di Avezzano e ll Convegno internazionale sull’Abate Desidrio a Cassino, in Radar Abruzzo, XVI, 1987, n. 8, pag. l l. Anche W. Tortoreto, Codicl llturgici medlevall abruzzesi: un’indagine muslcale, in Clvilta Medioevale negliAbruzzf, a cura di S,B. GaJano e M.P. Berardi,ed. libreria Colacchi, L’Aquila. 1990, vol. I, pag. 389.
(7): W. Tortoreto, op. clt., pag. 389.
(8) Fra’ Tommaso da Celano probabilmente a tale responsorlo aggiunse solo l’ultima strofa. La forma attuale del Dies Irae risale al XIV sec. Cfr. voce Dies Irae, p. 220 de La Nuova Enciclopedia della Musica, Ed. Garzanti, ristampa aprile 1991. Sul Beato, M. Donatelli, Fra’ Tommaso da Celano storiografo con il salo, in II Tempo del 21 gennaio 1987.

Testi del prof. Gianluca Tarquinio

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