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Comune di Collelongo

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Il canonico Don Andrea Di Pietro nel volume Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi Avezzano, 1869, a proposito di Collelongo -anzi CollelOngo, come lo chiamata L’altro scrive: ”II medesimo paese ha un comodo fabbricato abitato da ricchi proprietari, ha la sufficienza dei cereali che per lo più raccoglie dalla lunga sua valle, ha poche vigne, e rimette la provvista necessaria dalle molte vigne che possiede a Trasacco, ha le acque abbondanti per gli usi comuni: i contadini nell’inverno, quando hanno poco da lavorare nel proprio territorio, emigrano m buona parte nelle Campagne Romane, o Pugliesi, e L’aria che in esso si respira, e anche buona”.

Egli aggiunge che ”nel 1868 Collelongo aveva una popolazione composta di 2057 individui”. Poco prima di un secolo, nel Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, edito in Napoli nel 1797, Lorenzo Giustiniani in proposito di Collelongo tra L’altro scriveva: ”I suoi naturali, addetti alla sola coltura della terra, ritraggono tutto il necessario consistente in grano, granone, legumi, frutti, ecc.. Il numero dei medesimi in oggi ascende a 1321, tassati per fuochi 121, (Ma) nel 1648 la sua popolazione fù tassata per fuochi 139 e nel 1669 per 154”. Per avere ”tutto il necessario” i ”ricchi proprietari” di Collelongo dovevano necessariamente tenere dei maiali. La tradizione ricorda la esistenza di mandrie di porci, condotti al pascolo da un pastore, nello stesso modo che le morre di capre, di nostra memoria. Dovette trattarsi di pratica generalizzata se Edward Lear nel suo Viaggio illustrato nei tre Abruzzi, edito in Inghilterra nel 1846 e ristampato tradotto a Sulmona nel 1974, passando per Avezzano nei luglio 1843 nota (e scrive): ”Nel frattempo ci diverti uno di questi torrenti di maiali quando la torma, nera di sporco, ritorna a sera per il pasto …: ad Avezzano devono scendere dalla collina, sicché irrompono nella piazza in una incontrollata frenesia … mentre la immensa corrente di porci prorompeva in un meraviglioso tumulto dalla lunga strada nella piazza del mercato correndo e grugnendo per tutti i vicoli dell’abitato”.

Nella maggior parte delle tombe della necropoli del Cantone, qui ad Amplero, sono stati rinvenuti femori di maialino, resti dei prosciuttini deposti accanto ai defunti per i pasti nell’oltretomba: ciò che mi induce a ritenere che i Marsi usassero anche loro affidare ad un pastore i loro maiali. Del resto gia Omero nell’Odissea nomina e caratterizza Eumeo, pastore di porci. Per altro, L’aper Marsus, il cinghiale marsicano, era famoso anche ai tempi di Roma. Presumo che L’usanza di affidare ad un pastore convenzionato i maiali qui sia cessata dopo il prosciugamento del Lago Fucino, anche a causa delle mutate condizioni climatiche indotte dalla scomparsa del lago. E’ rimasta e dura L’abitudine di allevare almeno un maiale nella propria stalla di paese, ancorche ora anche questa si vada perdendo.

La mattazione ora si fa nel mattatoio comunale. Nel tempo da poco trascorso, pero, tutti allevavano il maiale. II maiale viene’utilizzato per intero, solo le setole e le unghie non servono a niente: prosciutti e ”spalle”, lardo, ventresca, guanciali, salsicce e salami, coppa, piedini, sugna (L’assogna) costituivano tutta la riserva di carne della famiglia, che in occasione della uccisione della bestia consumava subito il sangue, le interiora, le costole. Oltre la detta ”riserva” talora si consumava carne di pecora e quella di qualche bovino vecchio o malato o ucciso dall’orso o dai lupi. Una pagina caratteristica di folklore è quella che riguarda l’allevamento, L’uccisione, il depezzamento e l’essiccazione del maiale.

La bestia era acquistata o in paese dove venivano i venditori dalla Valle Roveto sospingendo i maialini lungo i sentieri di montagna, o nelle fiere ad Avezzano. Chi non aveva provveduto prima acquistava alla Fiera degli Innocenti, il 28 di dicembre, ma a tale epoca le bestie erano gli mature per la mattazione e quindi costavano di più. Le stalle I maialini spesso non erano stati ancora castrati, come dovevano essere per impedir loro la funzione riproduttiva e per costringerli cosi, ad ingrassare in fretta. A castrarli provvedeva, in paese, i crastapercelle (non in D.A.M.) un personaggio singolare capace spesso anche di svolgere, ma per gli uomini, la funzione di flebotomo e quella di cavadenti. Le donne di casa due volte al giorno, di mattina e di sera imponevano sul loro capo la scifa (vedi alla voce; truogolo), con dentro il pastone per la bestia e la portavano alla stalletta (la stalla a Collelongo, tale in D.A.M. come ”porcile”; i crine a Villavallelonga, non in D.A.M. che, pero, per il paese di Archi (Chieti) registra recrejne (come ”porcile”) termine dal quale, tolto il ”re” resta ”crejne” analogo a crine. II D.A.M. riporta anche ”crine” con altri significati). Ogni avanzo di cucina finiva nel truogolo del maiale, ma per lo più il pasto era di patate (le più piccole e meno ben conservate) e di crusca di farina di mais, poi vaghi di mais e ghiande al principio dell’autunno.

La mattazione avveniva in inverno e specialmente da meta dicembre a febbraio, quando il clima rigido consentiva la migliore conservazione della carne. In uno slargo di strada nei pressi della stalla si predisponeva un cataletto per deporvi la bestia da scannare: esso era fatto di due o tre mastelli ribaltati sui quali si ponevano delle tavole in piano La padrona del maiale invitava la bestia ad uscire dalla stalla (ze cicco’; ze cicco’, lo chiamava) ed a seguirla verso il cataletto agitando avanti al muso di quella un piccolo recipiente pieno di granturco. La bestia, ingorda, la seguiva. Presso il ”cataletto” attendevano il macelIaio (i scannapercelle, Scannapurcelle in D.A.M.) e quattro uomini robusti. Giunto il maiale al posto prescelto, il macellaio lo agganciava infilandogli alla gola, sotto ai guanciali (la varevijja,Varevazze in D.A.M. come ”Pappagorgia”) L’uncino g’ancine) infisso all’apice di un lungo bastone e poi, tirando a se il bastone, costringeva la bestia a seguirlo. In quel momento gli uomini afferravano il maiale per le zampe e lo coricavano sulla tavola. Ceduto L’uncino ad altra persona presente, che doveva continuare a tenerlo in tensione, il macellaio con un lungo coltello (i scannature, Scannatore in D.A.M.) tagliava alla bestia la carotide e proseguiva a squarciare fino a raggiungere il cuore, e ciò mentre la padrona teneva sotto la gola del maiale il caldaio e mescolava con un grosso cucchiaio di legno il sangue sgorgato dalla ampia lesione, perché non si aggrumasse.

Era una scena apocalittica alla quale assistevano tutti i bambini e ragazzi del vicinato. La bestia, gia fin da quando era presa all’uncino grugniva e gridava con tutto il fiato che aveva, sempre meno fino a quando spirava. In certi giorni di freddo più intenso andando in giro per il paese si vedeva in ogni quartiere ripetersi la scena descritta e si udiva L’urlar dei maiali provenire da una strada o dall’altra. Finalmente accorata ta vittima, la padrona e le altre donne di casa portavano svelte (prima che il maiale perdesse per intero il calore del corpo) pignatte piene di acqua bollente, che gli uomini versavano sulla cotenna del porco per ammorbidire le setole, e queste raschiavano via con dei coltelli larghi e corti. Infine, si portava la bestia al magazzino (la cantina v. alla voce), dove, infissa ai tendini delle zampe posteriori divaricate la traversina di legno (i cammale, non in D.A.M., lett. ”gambale”) il maiale veniva issato a testa in giù ad un gancio appeso alla volta. Ora c’era tempo per ”battezzare” il maiale (ognuno stimava ad occhio e dichiarava quale era a suo giudizio il peso della bestia e si menava poi vanto di essersi avvicinati a quello effettivo, per pesarlo col bilancione (V. alla voce) e per bere un bicchiere di vino.

Ad operazione era conclusa quando i scannaperceIle aveva aperto verticalmente L’animale dalla coda alla gola, e ne aveva estratto le interiora (/a corata) da consumare per prima, come il sangue che, raccolto nel caldaio e bollito assieme a bucce d’arancio, pinoli e uva passa, e poi lasciato freddare e aggrumare, costituiva un pasto poco ambito durante i giorni successivi (i sanguinacce). Il macellaio tornava nel magazzino dopo due o tre giorni. Disegnati sulla cotenna con un carboncino o con un gesso le varie pezzature, egli provvedeva a ritagliare prosciutti, lardi, spalle, ventresca, guaneiali, ecc., che venivano pigiati in uno o più mastelli, cosparsi di sale in abbondanza. La famiglia aveva un gran da fare per confezionare salsicce e salami, per squagliare in tegami sul fuoco lo strutto e inserirlo liquido nella vescica del porco (la bbotta, non in D.A.M). Tutte le dette pezzature, le salsicce, i salami e la botta venivano appesi in cucina, dove il fumo del camino avrebbe loro conferito quel gusto particolare e quell’odore (profumo?) specialissimo che non trovi certamente nei prodotti che si acquistano ora nei supermercati. La vista di tanta abbondanza rallegrava lo spirito.

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