Il Libro “Pagine sciolte di sguardi raccolti”

Nel passato col futuro addosso
di Romolo Liberale

Si può dire – e io lo dico – che queste Pagine Sciolte vengono a completare una sorta di trilogia del1’anima che utilizzando a piene mani i reperti della memoria, gli stimoli della meditazione e il senso della testimonianza, dopo aver raccolto uomini e cose in un quaderno di piazza e dopo aver visto un asino volare nel cielo di una Pescina che si aggrappa a brandelli di popolana limpidezza sempre più insidiata da mode mascherate di nuovo, viene a ricordarci la splendida lezione di Montesquieu nei suoi Cahiers: ”Per scrivere bene, bisogna saltare le idee intermedie quanto basta per non riuscire noioso; non troppo, per paura di non essere capiti”. Ed io lo voglio dire senza remore: Orazio ha scritto selezionando con acume quel che andava detto e quel che andava lasciato nel limbo testimoniando cosi un saggio equilibrio tra l’esigenza di non essere noioso e l’esigenza di essere capito.

E il riferimento é sempre Pescina, con la sua gente, con la sua storia, con nel cuore quelle faville di passato e nella mente quella voglia di futuro. In relazione ai primi due volumi, Orazio Mascioli, in queste Pagine Sciolte, intrica tra di loro pensieri e sentimenti, meditazioni e racconto, poesia e fiaba. E quando la vela prende il largo nel mare delle sensazioni che si vogliono comunicare, anche il tocco di storia, prelevata da archivi dormienti, può servire a riordinare le coordinate del tempo che vorremmo infinito e che, invece, come insegna Umberto Eco, e solo tiranno in quanto ”deforme imitatore dell’eternità”. Forse sta proprio qui la ragione per cui Orazio cerca, qua e la, di svincolarsi dalla tirannia del tempo entro cui rivivono persone e personaggi, fatti e eventi, luoghi e ambiti, cose del giorno e cose della storia.

E corre negli ampi spazi della poesia che sembra invocata per dare respiro a quei pezzi di vissuto di cui, tutto sommato, parte di noi e fatta. E c’é la canzone, anzi il canto, con quel Luigi Tenco che passo nel firmamento della musica ”impegnata” come una meteora e che ancora illumina le ansie umane e i sentimenti offesi. E c’e la infelice Formicuzza, tenera perla d’amore, alla quale non tocco neppure un attimo di luna di miele con quelle zampine del povero grillo conficcate nel cuore.

Io non so dire quali e quanti voli apriranno quelle pagine scritte per il volo dischiuso delle acerbe farfalle. Credo sia stato Ben Sira a dire che chi ama pensare ”sa ascoltare una frase e ne sa aggiungere una sua”. Quel che ci dice Orazio – si tratti di narrazione, meditazione, immaginazione lirica – e solo l’input che collega queste Pagine Sciolte all’universo di quanto, frugando anche nei nostri ricordi e nei nostri sentimenti, possiamo aggiungere e dilatare cosi lo spettro della lettura. In tal modo accompagniamo meglio quel bambino che si fa Vescovo e quel Vescovo che si fa santo e che chiamiamo Berardo; e cosi che, quella lana destinata a prendere forma fino a divenire dote nuziale, ci dice il tempo delle antiche tessitrici e del vino specchiato all’oro dei pioppi; e cosi che la Dea Angizia non se la prende se l’acqua che le fu rubata da un principe bramoso, ha lasciato il posto ad una terra su cui oggi – saggia vendetta della storia! – signoreggiano figli di antichi serpari, antichi pescatori, antichi disperati zappaterra che furono cafoni; e cosi che i voli di quelle rondini – queste deliziose viandanti dei cieli! – somigliano molto ai nostri nonni e padri emigranti che andarono, vennero e che talvolta non si sa dove mai siano; e cosi che dietro il Muro delle Monache, mentre la memoria va a quella mortificazione della carne che si consuma tra 1’obbligo del silenzio e del digiuno, si sentiva come legittimo riscatto umano chiamarlo Muro delle Capinere e delle loro arie.

E, questo di Orazio, un bel viaggio nelle avventure della memoria. Ed e bella quella esplosione di gioia aperta al futuro. E gioia che eleva a simbolo una porta spalancata alla vita perché e una porta dischiusa al domani, anzi uno sportello aperto sul cielo, a mezz’aria tra l’ieri e il domani: e il passato che figlia il futuro; ed e un futuro che gia lo senti nelle trepidazioni del presente e che conferma quell’assunto di Bergson quando ci avvertiva che il ricordo e la memoria sono categorie del pensiero da utilizzare non nel regredire dal presente al passato, ma nel progredire dal passato al presente come condizione per costruire il futuro.

Ed ecco poi Orazio ad interrogare il documento con quella particolare tensione che coniuga la semplice curiosità all’impegnata fruizione (non spaventiamoci dei termini) dell’intellettuale intento a decifrare quel che e scritto per capire quel che e stato. E torna prepotente quella data, voluta estesamente in corsivo, tredicigennaiomillenovecentoquindici, per dire come, passando di generazione in generazione, tutto quel che e dentro quella data cavalca impetuosamente nel destino della nostra terra e della nostra gente e definisce quel che siamo e perché lo siamo. E lo siamo, innanzitutto, perché, custodendo la memoria di quell’evento che si avvia a farsi storia di un secolo, possiamo placare il sordo rancore nei confronti dell’avverso destino, per guarire quei solchi scavati nei cuori e curare il dolore fino al fondo dell’animo. E c’e spazio per la malizia politica.

Nel gioco tra il potere del padrone e i diritti del sotto, si riproduce nella passatella – secondo il Codice pescinese del 24 aprile 1949 – la rappresentanza del totalitarismo più becero il cui disvalore colgono meglio coloro che hanno nella mente le illuminazioni della democrazia: un confronto ravvivato nella Cantina di Assunta e reso effervescente, in virtù del vino novello, dai ragionamenti vincolati dall’amicizia rispettosa della duplice comunione delle regole e del vino. Lo ha detto il tenero e infelice poeta Esenin: ”In questo mondo sono solo un passante/ salutatemi allegramente con la mano”. Pensiamo che, non so quanto coscientemente, Orazio abbia voluto parafrasare quel pensiero quando ha scritto: Ogni uomo e un sussurro. Ed io, sussurro tra i sussurri, voglio salutare Orazio, tenero passante tra i nostri giorni, non solo con un allegro cenno della mano, ma con un affettuoso abbraccio in nome di tutto ciò che insieme abbiamo sperato e insieme continuiamo a sognare.