Il lago solcato da barche

Il lago era un pezzo di storia, ancorato a una tradizione protesa fin verso l’epoca romana, quando di sera era solcato da barche illuminate risonanti di cetre e di canti. Ma era anche un modo per imprigionare l’universo marsicano in una morsa di pesca e di pastorizia da cui a stento la gente ricavava il necessario per sopravvivere. Il prosciugamento, al di là di alcune polemiche che lo accompagnarono, fu comunque una proiezione in un’economia diversa, agricola, più remunerativa. La ” terra che fu lago ” saziò la fame di lavoro dei contadini e ne cambiò la vita.

Il risultato è una comunità umana che al Paese ha dato e dà molto come esempio di rigore morale, di linearità dei costumi, di operosità, di progresso nell’ordine. Ma anche di una comunità che fa fatica a consolidare le sue radici. Lo stesso Ignazio Silone, gloria di questo popolo, prima che essere scrittore marsicano è scrittore europeo. Ma forse il modo migliore per avvicinarsi a questo lembo d’italia centro-meridionale è un atteggiamento di sapiente umiltà come quello che un altro figlio di questa terra, Mario Pomilio, suggerisce in un recente scritto: ” Ho pensato al Fucino come a una specie di scuola, per quel che mi ha insegnato, per come mi ha rovesciato problematiche e prospettive: una scuola nel senso sociale, ma anche nel senso dell’umiltà. Vi ho appreso un linguaggio, vi ho capito sentimenti, ho potuto spogliarmi di almeno una parte della mia crosta di giovane intellettuale.

Il Lago del Fucino prima del prosciugamento

Perché il Fucino, per come lo conosciamo noi che veniamo di li, è più d’un luogo o d’un paesaggio: è una condizione, a creare la quale si sono date la mano la geografia e la storia; e gli uomini soprattutto, che l’hanno modellata e vi si sono modellati in maniera tanto diversa da come è potuto accadere altrove “. Sarà questa terra, sarà questa gente ad accogliere il Papa, vestita a festa, il giorno di San Giuseppe. Sarà per Giovanni Paolo II, oltre che un nuovo momento privilegiato di incontro con l’uomo che lavora, un momento di nuovo confronto con una parte significativa d’Italia, che si interroga sul grande problema d’oggi del punto d’incontro tra la dinamica del progresso e la crescita sociale e culturale a misura d’uomo, del salto nell’avvenire senza rinunciare ai tesori del passato

Alvaro Salvi