Il cimitero cinese

La nascita ufficiale del Pomilio narratore, com’e noto, si fissa comunemente nel 1954 con la pubblicazione de L’uccello nella cupola, ma, in realtà, essa avviene nel 1951, anno in cui egli concepì e abbozzo Il cimitero cinese, un lungo racconto che poi ebbe definitiva stesura nel 1957. Pubblicato nel ’58 nel volume antologico La nuova narrativa italiana di Giacinto Spagnoletti, si può dire che Il cimitero cinese sia stato ingiustamente trascurato dalla critica fino al 1969, quando l’autore ha voluto dargli speciale risalto ripubblicandolo in volume e raccogliendo sotto il suo stesso titolo (non pensiamo per ragioni puramente editoriali) anche i tre brevi romanzi precedenti La compromissione.

Con Il cimitero cinese, Pomilio da un lato paga qualche piccolo debito di principiante alla tematica di moda nel primo dopoguerra, dall’altro afferma già con voce nitida il diritto ad essere se stesso. Lo spunto del racconto ha un vago sapore d’avventura amorosa, nata in un particolare ambiente goliardico: due giovani, un italiano e una tedesca, che si trovano a frequentare l’Università di Bruxelles quattro anni dopo la fine della guerra, stringono amicizia più per sfuggire alla propria solitudine che per un intimo moto di simpatia e decidono di passare un week-end di due giorni in Francia, al Pas de Calais. Giunti alla frontiera, un piccolo incidente con gli agenti della dogana per pochi pacchetti di sigarette offre loro il motivo di fare un primo rapido bilancio delle miserie materiali e morali causate dalla guerra: distruzioni, rovine, morte, ma soprattutto odio, un odio che resiste al tempo e che continua, implacabile, ad erigere barriere assurde tra popoli vincitori e popoli vinti, lasciando strascichi velenosi perfino tra ragazzi che appena cinque anni prima non sapevano o non si chiedevano perché fosse scoppiata la guerra, ma che avevano visto esterrefatti morire tanta gente ed avevano assistito al crollo di intere città.

La sorte non era stata benevola, proprio in una terra martoriata come poche altre dalla forza devastatrice delle armi, a decidere l’in’ contro dei due giovani, soli e sbandati, estranei l’uno all’altra, appartenenti a paesi ritenuti i maggiori responsabili del conflitto; ma che colpa avevano loro due della furia distruggitrice scatenatasi in Europa e nel mondo? Essi volevano sentirsi liberi dal peso di delitti non commessi, dimenticare d’aver odiato e d’essere stati odiati, rivendicare il diritto individuale ad una vita felice, ad amare e ad essere amati in se stessi, nell’autonomia dei propri sentimenti. Purtroppo gli istinti irrazionali della storia recente avevano il potere di rispuntare ad ogni passo, dovunque la guerra fosse ancora avvertibile ” coi suoi segni irreparabili, con quel tanto di abbietto e impietoso, che essa lascia al suo passaggio: le macerie d’una casa, d’un gruppo di case, una casamatta smantellata, i resti d’una trincea che deturpavano il verde dei prati, un campo d’aviazione col suo immenso riquadro di terra polverosa e in fondo un groviglio d’hangars sventrati, verso il mare le prime dune irte di palizzate e ferro spinato, e . netto in distanza, come stagliato nel sole, un cimitero di guerra, col suo biancore di pietra, con le sue nude file di croci anonime ” (p. 18).

Presi da ” un senso irreale di malessere, d’oppressione, e più ancora d’angoscioso isolamento ” (p. 19), i due giovani provano il naturale bisogno di ridare un soffio umano alle cose e si stringono, l’uno all’altra, per la prima volta con un segreto trasporto, con l’ansia di evadere in luoghi meno squallidi e ritrovare un bene sia pure provvisorio. Intanto le ore della prima giornata trascorrono veloci: Dunkerque, Calais, Boulogne, Etaples, qui paesaggi tristi e spogli, li campagne verdeggianti, chilometri e chilometri di strada percorsi con aria assorta e malinconica, soste repentine suggerite da ” lui ” con il calcolo sempre errato delle sue ” malizie di maschio “, apparenti o solo momentanei cedimenti di ” lei “, dotata di una ” natura profonda di slanci, sopraffatta e inibita da una forza di volontà che dipendeva dalla sua indole quanto dal clima in cui era cresciuta, dai modelli – o dai miti – a cui era stata educata “. La storia d’amore intrecciata nella strana vicenda, a ben vedere, rischia di esaurirsi subito nel tentativo di trasporre sul piano della pura umanità giovinezze e ideali di ascendenze diversissime: ” Sarebbe stato tutto cosi diverso, se fossimo nati nello stesso paese! ” (p. 28).

Cosi esclama Inge, con voce accorata, dopo essersi abbandonata per qualche attimo ad una più libera espansione del suo affetto. Poi, riacquistando la consueta padronanza di se stessa, riprende il suo aspetto di creatura ” taciturna e vagamente malinconica ” che finisce per disarmare il suo amico d’ogni virile desiderio, cui subentra ” una tenerezza assurda e protettrice ” (p. 29), mai prima provata. Di momenti effusivi e bruschi raccoglimenti e fatta anche la seconda giornata di gita, trascorsa sulla costa di Paris-Plage: “… il paesaggio era bello – le dune arse e lucenti punteggiate da qualche raro ciuffo d’erba spinosa, i grandi pini slabbrati che non lasciavano passare se non una luce scagliosa -, anche se di quella bellezza priva d’armonia che non ristora e può rendere tristi. Ma era piuttosto la solitudine del luogo a colpirmi, quel senso di segregazione assoluta che producono i luoghi deserti in vicinanza del mare e che diventa cosi acremente tentante quando si h in compagnia d’una donna. Ogni tanto allungavo la mano e afferravo Inge per un polso, tentando di attrarla a me. Lei si scostava con un riso complice, che mi lasciava ancor più turbato ” (pp. 32-33).

Inge, in effetti, quella mattina aveva ritrovato la gioia spensierata dei suoi vent’anni: la legge della vita e dell’amore poteva ancora qualcosa su di lei, nonostante tutto; lo stato di natura, anche materialmente inteso, esercitava il suo irresistibile fascino su un’anima vulnerata dalla ferocia umana. Ma fino a quando si sarebbe cosi illusa? Non a lungo, certo. Infatti, dopo circa un chilometro di cammino svagato, ecco riemergere all’improvviso, in fondo al varco tra due dune, ‘la realtà desolata e desolante della guerra: i bunker, i quali, ” colla loro massiccia nudità, davano al vallone sabbioso in cui erano disseminati squallore devastato d’un paesaggio rupestre “.
A quella scoperta, i due giovani si scossero e ammutolirono per qualche attimo; poi, turbati ed esitanti, si ritrassero su un monticello di sabbia, poco distante dal mare. Inge era ormai d’umor nero e col suo ” orgoglio di tedesca ” respinse perfino le blande parole che il compagno ebbe per confortarla. Ripreso il cammino, s’imbattono ad un tratto in una casa solitaria, dove bussano per avere da bere, ma li attende un’altra spiacevole sorpresa: al loro apparire, infatti, un cane e un ragazzo fuggono terrorizzati e i due giovani apprendono da una povera donna il patetico racconto della morte del figlio maggiore, fucilato dai tedeschi con altri pochi in quei pressi, al margine d’una radura, dove s’intravede appena un gruppo di croci confuse con tronconi d’alberi.

Inge e l’amico finiscono per isolarsi di più e rinchiudersi ciascuno in un proprio tormento. Le ore seguenti non riportano serenità alcuna, anzi accentuano il senso di reciproco distacco: non riescono più a confidarsi, rifiutano ogni gesto di umiltà. Poi, finalmente, una sorta di disgelo nei loro cuori: lungo la strada del ritorno, altre croci, altri morti, di una altra guerra che non fu meno disastrosa dell’ultima e che non meno irresponsabilmente fu scatenata dalla stessa Germania. Questa volta sono croci e morti di un cimitero cinese, dove furono seppelliti dei cinesi autentici assoldati come ausiliari dell’esercito inglese nella prima guerra mondiale e caduti sul fronte belga mentre scavavano trincee. Morti, dunque, per una causa che ignoravano più degli stessi combattenti. Non tutti, in verità, finirono in quel cimitero: molti caddero prigionieri dei tedeschi e furono fucilati come irregolari. Questo racconta ai due giovani un vecchietto minuscolo, anch’egli cinese, rimasto li per tanti anni a custodire quei sepolcri: il tono di pacata rassegnazione delle sue parole, spoglie totalmente d’odio e di vendetta, stupisce e commuove cosi profondamente Inge che gli occhi le si bagnano di lagrime. E quando il giovane amico, per rincuorarla, le fa notare che, si, quei morti sono tanti, ma che in fondo ogni popolo coinvolto nella guerra ha avuto i suoi morti, la ragazza si sente come liberata da un incubo indicibile e, finalmente consolata nell’intimo, gli si abbandona tra le braccia baciandolo con dolce fermezza.
Cosi si chiude il racconto, che ha, nel suo genere, il taglio e la nettezza di un piccolo capolavoro. I suoi protagonisti sono ‘ logicamente ben tratteggiati e talora anche approfonditi .

Lo sfondo storico del dopoguerra e ritratto non soltanto con la capacita oggettivante del migliore neorealismo italiano, ma anche con la forza di penetrazione soggettiva del più profondo intimismo europeo: c’e, insomma, un interesse immediato per le cose e un gusto particolare di disporle in primo piano, ma al loro centro si avverte la presenza dell’uomo, che cerca di intenderle fuor d’ogni polemica rapportandole a misure non provvisorie dell’anima, mentre su tutto aleggia lo spirito invincibile della morte, di fronte alla quale non esistono ne razze privilegiate ne frontiere invalicabili. L’orizzonte, spirituale e artistico, di Pomilio narratore risulta così già chiaramente profilato alla sua prima prova, anche se gli strumenti espressivi, per le ragioni sopra accennate, denunciano un affinamento non propriamente da noviziato.

Vittoriano Esposito