Il Castello recinto sul Monte San Nicola

La prima attestazione di strutture fortificate nel territorio di Scurcola Marsicana, è però da ricercare sull’altura di Monte S. Nicola (quota 1075,06 m s.l.m.), dove sono ancora evidenti i resti di un castello-recinto medievale di XI-XII secolo (1). Si tratta di un recinto non dotato di torrette rompitratta, mentre una motta o torre-cintata avanzata è visibile sul versante nord-ovest. L’incastellamento si sovrappone in gran parte su un precedente centro fortificato italico, ocris (“ocre”), degli Aequi a pianta ovoidale allungata di cui si riconoscono tre recinzioni sul crinale del monte con le relative porte di accesso, per uno sviluppo longitudinale di 250 metri sull’asse sud-est nord-est ed un’area interna di 1,5 ettari con un complessivo sviluppo murario di 900 metri (2).

La prima recinzione fu rioccupata totalmente dal castello-recinto medievale di Sculcule, con uno sviluppo longitudinale di m 150 e larghezza di m 70 (1,03 ettari) e con ingresso sul versante nord-est, ricavato su una delle due porte, a “corridoio interno obliquo”, della recinzione del centro equo (3). Le mura, spesse m 1,15, sono realizzate in opera incerta medievale con pietrame squadrato legato da una buona e tenace malta cementizia; sui versanti nord-est e sud-ovest, in prossimità delle rampe di accesso della porte, sotto le murature medievali sono ancora visibili i resti delle mura italiche formate da uno o due filari in elevato in opera poligonale di I e II maniera (4). Nell’interno si notano due modesti rilievi, separati da un fossato medievale posto nelle vicinanze della cisterna italica circolare ricavata nel banco roccioso.
Su quello posto a sud-est, in direzione della croce di ferro, si notano (oltre ad impianti pastorali) le labili tracce di una torre sghemba, separata dal restante abitato dal fossato ricavato nella roccia ed il cui materiale di risulta dello scavo fu utilizzato per rialzare l’altura della torre; sul lato sud una risega della recinzione medievale evidenzia l’esistenza in antico nel luogo di una porta “a corridoio interno obliquo” del centro italico.

La maggiore concentrazione di edifici si ha però sul versante nord-ovest dove si notano le fondazioni dell’unica torre sghemba ancora pienamente visibile, quella centrale dell’incastellamento, di m 10-6×5,5-7 e muratura spessa 1,50 e posta a contatto del corridoio della porta interna del centro fortificato italico; fuori, la torre e la recinzione nord-ovest, erano ulteriormente potenziate da un fossato. Nelle vicinanze della torre, sul versante nord-est, si notano i resti consistenti di un palatium feudale a forma quadrangolare (m 12,50×12,50) con spessore murario di 1,50 circondato da due cisterne ovoidali rivestite nell’interno dal tipico intonaco idraulico, “cocciopesto”, di colore rosso e sottostanti tagli di roccia e tracce di muretti. Oltre il castello-recinto descritto, lungo il crinale verso nord-ovest, a 40 metri dalla recinzione, si notano i resti di una torre avanzata edificata su un piccolo colle realizzato tramite l’accumulo della terra e pietrame ricavati dallo scavo su roccia dei fossati difensivi che circondavano la torre antemurale. Qui, come in precedenza, sui lati della collinetta, si notano i resti delle fondazioni della seconda recinzione muraria dell'”ocre” italico, costituita da scarsi blocchi del primo filare di fondazione e con apertura d’ingresso interno probabilmente posta vicino alla stessa torre avanzata.

Oltre questo antemurale sono ancora evidenti sparsi, ma allineati, blocchi che, con l’orizzontale terrapieno interno, testimoniano la presenza della terza recinzione del centro fortificato equo; la consistenza della stessa recinzione aumenta sul versante nord-ovest dove si apriva una porta esterna del tipo “a corridoio interno obliquo” aperta esattamente a nord-ovest e protetta, all’esterno, da un’ulteriore fossato difensivo. Fuori dei recinti antichi e medievali, sui versanti est, nord-est e nord-ovest, sono ancora evidenti i fossati di difesa, ricavati sulla roccia calcarea del pendio e relativi alle difese esterne del centro italico, successivamente riutilizzati dal castello-recinto medievale (5). All’esterno della porta d’ingresso alla fortificazione medievale è visibile la rampa di accesso della strada carraia che dal villaggio, posto lungo la Via Valeria e dominato dalla torre-cintata di fondovalle, portava all’insediamento fortificato d’altura.

L’utilizzazione a scopi difensivi dell’altura di S. Nicola di Scurcola, posta a controllo della valle dell’Imele-Salto (a nord) e dei Piani Palentini, è quindi attestata in età antica dalla prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) fino al termine del IV secolo a.C. con la fondazione della colonia romana di Alba Fucens, creazione che mise fine ai centri fortificati degli Equi dei Piani Palentini. (6) Le condizioni di instabilità politica ai confini del Ducato di Spoleto, l’affermazione della famiglia comitale dei Berardi e le precedenti invasioni saracene ed ungare verificatisi nel IX-X secolo nell’interno della nascente Contea dei Marsi, devono aver portato nel tempo un’esponente della famiglia comitale marsicana ad edificare il castello-recinto nella prima meta dell’XI (7) secolo, probabilmente il Conte dei Marsi Oderisio II che risiedeva nel vicino castrum di Pomperano (Poggio Filippo di Tagliacozzo) (8).
La struttura muraria, la forma delle torri e la mancanza di scarpe basamentali e torrette rompitratta “a scudo” dalla tipica forma ad “U”, sono prova dell’arcaicità del complesso fortificato; anche la ceramica presente in superficie, oltre a quella propriamente italica riferibile all'”ocre” equo, è databile fra l’XI e il XIII secolo. (9)

[1] La più antica descrizione dei resti di Monte S. Nicola è nel Febonio: (traduzione italiana) « sulla cima del monte che ora si chiama S. Nicola esistono ruderi di posti di guardia della rocca » (Phoebonius 1668, p. 178).
[2] Per l’ocris equo di Monte S. Nicola, vedi fra i tanti miei saggi dedicati ai centri fortificati marsicani, in particolare GROSSI 1990, pp. 60-62, Tav. V. Dall’interno del centro fortificato vengono materiali bronzei databili all’VIII secolo a.C. a prova della sua realizzazione durante la prima età del Ferro: un rasoio lunato del tipo Vulci decorato sull’attacco da piccoli volatili; un puntale “a rocchetto” di fodero di spada di bronzo (GROSSI 1990, pp.56-57, Tav. IV). Sotto il monte, sui Piani Palentini posti ad est, era la grande necropoli italica relativa al centro fortificato equo composta da tumuli circolari (Tav. I, n. 3), scavata recentemente da Vincenzo D’Ercole, con il vicino insediamento dell’età del bronzo (Tav. I, n. 1) ed il sovrastante villaggio della prima età del ferro di “Case Madonna”, riutilizzato in età italico-romana come vicus (Tav. I, n. 4). Le scoperte degli insediamenti e della necropoli si devono all’amico Fausto Colucci di Scurcola Marsicana. Per la necropoli, vedi: U. Irti – F. Colucci, Una necropoli dell’età del ferro a Scurcola Marsicana (Fucino), in “Atti Soc. Tosc. Sc. Nat.”, Mem., Serie A, 90 (1983), pp. 327-333; V. D’Ercole, La necropoli dei piani Palentini presso Scurcola Marsicana, in CAPPELLE 1990, pp. 215-252. Per il villaggio dell’età del bronzo: U. Irti – F. Colucci, Un insediamento del bronzo a Scurcola Marsicana (L’Aquila), in “Atti Soc. Tosc. Sc. Nat.”, Mem., Serie A, 91 (1984), pp. 349-356. Per l’insediamento della prima età del ferro e vicus italico-romano di “Case Madonna”:GROSSI 1990, pp. 54-56, 110.
[3] GROSSI 1990, pp. 60-61. Le numerazioni e le lettere poste fra parentesi tonde nel testo, da ora in poi, sono riferibili alla Tavola V.
[4] Si tratta di mura composte a secco, senza uso di malta, con grossi e medi blocchi grossolanamente sbozzati con l’uso di piccole pietre (zeppe) fra gli interstizi: LUGLI 1965, p. 30; IDEM 1975, pp. 101-102.
[5] Sono mediamente larghi m 9 con profondità variabili da uno a 1,50 metri: in origine dovevano essere, visto l’attuale rinterro, profondi dai tre ai 5 metri.
[6] GROSSI 2000, pp. 37-40. Sotto il centro, infatti, sorse il vicus italico-romano di “Case Madonna” (cit. Tav. I, n. 4) ed una possibile fattoria agricola sul sito di S. Egidio (Tav. I, n. 5).
[7] Le origini dell’incastellamento medievale nell’area marsicana sono da ricercare nel fenomeno di insicurezza militare e politica che si verificò nel IX-X secolo a causa dei continui passaggi degli eserciti imperiali verso sud, le incursioni saracene ed i saccheggi ungari del X secolo, in particolare: il passaggio nei Piani Palentini e Val Roveto dell’esercito imperiale di Ludovico II diretto a Montecassino nel 866 per sventare la minaccia saracena, quando per Sora entrò sui limiti settentrionali del ducato beneventano ” Beneventani fines per Soram ingreditur ” (ERCH., c. 32, 244); nell’880 con il passaggio per la Val Roveto, Piani Palentini ed area fucense degli Agareni (Saraceni) provenienti dalle basi sulla foce del Liri-Garigliano, che raggiunsero il Fucino, distrussero il monastero celanese di S. Vittorino in Telle di Celano (Ugo e Lotario, 173, 8) e depredarono il celebre monastero di S. Maria in Apinianico di Pescina, uccidendo tutti i monaci ed incendiando lo stesso monastero (Chron.Vult., I, 369, 20); nel 937 con l’invasione della Marsica da parte di una banda di predoni Ungari che, dopo aver devastato il circondario di Capua, tramite la Val Roveto, raggiunsero il Fucino dove furono sconfitti e messi in fuga, probabilmente vicino Forca Caruso, dalle truppe congiunte dei Marsi e Peligni (Chron.Mon.Casin., I, 55, 140-141).
[8] Per la residenza di Oderisio II nel castrum di Pomperano, vedi Überblick über den Inhalt des Registrum Petri Diaconi, in H. Hoffmann, Cronick und Urkunden in Montecassino, ” Quell. Forsch. ital. Arch. “, 51 (1971), 462.
[9] Si rinvengono numerosi frammenti fittili relativi a generica ceramica acroma medievale: fra essi pochi riferibili a pettinata dell’XI-XII secolo ed invetriata leggera (materiali in corso di studio).

È certo che l’affermazione dei Berardi nel comitato marsicano sotto Ottone I, intorno al 960, permise di nuovo al potere centrale di avere un effettivo controllo territoriale con accordo e controllo del precedente forte potere monastico, solo in parte minato dalle scorrerie saracene. L’avvio del riassetto delle terre demaniali a vantaggio dei Conti dei Marsi diede potenza e ricchezza alla nuova famiglia comitale marsicana. Ma a questo riaffermarsi del potere centrale, si oppone il consistente sviluppo della locale proprietà contadina. Infatti, la seconda metà del X secolo vede i grandi monasteri, ormai in declino, mettere a disposizione dei Conti dei Marsi e i liberi contadini (” boni homines “) grandi estensioni di terre coltivabili, concesse, a basso costo, a titolo di enfiteusi.

Questo nuovo processo socio-economico permise di migliorare il sistema di produzione delle terre e di potenziare il processo di incastellamento con un’abile alleanza fra le signorie laiche con i liberi contadini locali. Il nostro castello-recinto di Monte S. Nicola non va visto, quindi, come un manufatto realizzato e potenziato ai soli fini difensivi, ma come una vera e propria realizzazione legata ad esigenze imprenditoriali attuate attraverso un accordo fra la signoria laica dei Berardi i monaci benedettini e i liberi contadini palentini. (10)

È questo il castellum di Sculcule, citato per la prima volta nel 1150 e nell’aggiornamento del 1167-68 del Catalogus Baronum normanno, (11) feudo di quattro militi (circa 520 abitanti) diviso a metà dai fratelli Taynus e Raynaldus de Pontibus (12) eredi dell’ex Conte dei Marsi Oderisio II del ramo carseolano. (13) Potenti feudatari, baroni, palentini che prendevano il nome dal feudo di Ponte, posto lungo la Via Valeria dalla località “Cardosa” (S. Maria della Vittoria) fino ai due ponti posti sui corsi del fiume Imele e del torrente Rafia (ora località “Setteponti”). (14)Essi erano in grado di armare, in caso di bisogno, una truppa composta di 28 cavalieri e 56 fanti con altrettanti scudieri. Scurcola, il più grande castellum dei possessi dei De Pontibus per il suo numero di militi, era quindi probabilmente presidiata da un numero sufficiente di cavalieri e fanti. L’edificio quadrangolare del nostro castello-recinto va visto, quindi, come un possibile palatium dei due fratelli De Pontibus. A questo incastellamento facevano riferimento gli homines raccolti intorno alle sottostanti chiese ” Sancti Thomae, Sancti Angeli, Sancti Aegidi cum titulis suis – in Sculpola “, citate nella Bolla di Clemente III del 1188 e di cui quella di S. Egidio costituiva la pieve. (15)

L’abbandono del castellum di Monte S. Nicola deve essere avvenuto gradualmente nel corso della prima metà del XIII secolo, probabilmente poco prima della famosa battaglia dei Piani Palentini del 1268, vista la mancanza delle innovazioni difensive duecentesche ed il potenziamento della torre-cintata di fondovalle che, dalla metà del XIII secolo, assunse il ruolo di castello feudale posto a controllo dell’insediamento sparso posto sul pendio ed intorno alla pieve di S. Egidio di Scurcola.

Il periodo angioino dominato dalla presenza dei monaci cistercensi di S. Maria della Vittoria e degli Orsini, soprattutto nel Trecento, deve aver portato alla nascita di un primo borgo racchiuso da mura sotto il castello dovuto al fenomeno di aggregazione, sinecismo, che, nel tempo, avrebbe portato lo spopolamento del feudo di Ponte e dei tanti casalia che circondavano Scurcola ancora nella seconda metà del Duecento, come risulta nell’importante diploma di Carlo I d’Angiò dato in Alife (Terra di Lavoro – CE) nel 1273, in cui l’angioino divise l’originario Giustizierato normanno-svevo dell’Apprutium, in due posti al di sopra (Ultra) e sotto (Citra) il fiume Pescara: ” Justitiariatus Aprutii ultra flumen Piscarie. …, Nomina vero terrarum Justiciariatus ipsius sunt hec videlicet. … Pontes. Sculcula cum casalibus “. (16)

Infatti, agli inizi del Quattrocento, nel 1414, il ” Casale Pontium “, in un diploma di Giovanna II, è detto abbandonato con i suoi abitanti trasferiti a Scurcola. (17) Di nessuna consistenza storica ed archeologica sono le ipotesi della presenza di una torre di età romana nell’interno del Castello Orsini. In realtà, visto il nome longobardo di Sculcule e la presenza sul pendio sud-ovest dell’attuale abitato di una chiesa dedicata a S. Angelo (Tav. I, n. 6), si può pensare ragionevolmente all’esistenza di un posto di guardia longobardo (una modesta torre di legno con palizzata lignea e fossato attorno?) proprio sull’altura successivamente occupata dalla torre-cintata dell’XI-XII secolo. (18)

La stessa inconsistenza hanno le ipotesi, fatte a più riprese dal Seicento (Cluverio e Febonio) ai nostri giorni, di riconoscere sul posto di Scurcola Marsicana la città di Cuculum citata nella Geografia di Strabone, posta nelle vicinanze della Via Valeria presso Alba: in realtà il geografo greco si riferiva alla città sede del municipium relativo alle popolazioni equicole dell’odierno Cicolano. (19)

[10] Per il fenomeno socio-economico dell’incastellamento nel X-XI secolo, vedi ora: FELLER 1998, p. 299.
[11] Il Catalogus Baronum redatto nel 1150 ed aggiornato nel 1167/8, un catalogo militare che doveva servire per la Magno Expeditio, in pratica per formare un ” esercito normanno destinato a contrastare la minaccia di un attacco al Regno di Sicilia dopo l’alleanza (1149) tra Corrado III di Germania e l’imperatore bizantino Emanuele Comeno “; SANTORO 1988, 102, nota 100.
[12] JAMISON 1972, pp. 218-219: ” 1115. Filii Oderisii (in Valle Marsi de demanio domini Regis quoniam de ipso tenent in capite). Taynus de Ponte tenet in capite a domino Rege in Marsi Moranum quod est sicut ipse dixit pheudum iij militum, et tenet medietatem Sculcule quod est pheudum iij militum; et tenet in Garzoli medietatem Auricule quod est pheudum j militis, et tenet quindam partem de Pereto, et quindam partem de Fossaceca in Garzoli, et quindam de Entremontibus in Marsi, et quindam de Podio quod sicut dixit est pheudum j militis. una sunt milites vij. Una inter pheudum et augmentum obtulit milites xiiij et servientes xxviij. 1116. Raynaldus de Ponte frater dicti Todini tenet in capite a domino Rege in Marsi Pontem quod sicut est pheudum iij militum; et tenet in Garzoli medietatem Auricule quod est pheudum j militis, et medietatem Sculcule quod est pheudum ij militum,et quindam de Pereto et quindam de Fossaceca in Garzoli, et quindam partem de Podio in Marsi quod sicut dixit est pheudum j militis et quintam de Tremontibus. una sunt pheudum vij militum et augmentum eius sunt milites. Una inter pheudum et augmentum obtulit milites xxviij et si necessitas fuerit in partibus illis quotquot habere poterit.”. La Jamison ha corretto, in vista della somma totale di sette militi dei feudi relativi e dei due militi attribuiti al fratello, la somma dei tre militi di Taino in due per il feudo di Scurcola, che in totale era, quindi, un feudo di quattro militi. Quindi la sola Scurcola poteva dare, in caso di spedizione militare, otto cavalieri e 16 fanti.
[13] CUOZZO 1984, nn. 115-116: ” Discendenti di Rainaldo e Siginolfo antichi conti di Carsoli (RIVERA, Annessione, pp. 257, 264), essi ottengono nel 1148 da re Ruggiero le terre tolte a Montecassino (DE BLASIIS, L’insurrezione, III, p. 310), che erano appartenute ai loro antenati. In particolare i castelli di Oricola, Pereto, Fossaceca, e Camerata, unitamente ai monasteri di S. Pietro di Pereto, di S. Giovanni de Valle Calvula, tutti posti in territorio Carsulano, furono dati a Montecassino nel 1096 dalla contessa Aldegrina filia quondam Pandulfi qui fuit olim princeps Capuae, in conformità del marito, il conte di Carsoli Raynaldus filus quondam Berardi Comitis (GATTOLA, Accessiones, pp. 212-213).”
[14] Probabilmente la villa era posta sul luogo o nelle immediate vicinanze, dove nel Duecento sorse l’abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria.
[15] Di PIETRO 1869, p. 316. La chiesa di S. Angelo era situata ai margini dell’abitato rinascimentale di Scurcola, fuori Porta Cantalupo (Tav. I, n. 6), non conosco invece la localizzazione della chiesa di S. Matteo. La titolatura ” cum titulis suis ” fa di S. Egidio una pieve (da plebs, “popolo”) chiesa maggiore con diritto di sepoltura e di battesimo, edificio di culto retto da un sacerdote coadiuvato da altri chierici, e da cui dipendevano le altre chiese minori. La stessa è ancora riconoscibile nella piccola chiesa presente nel rione “Borgo Pio”, lungo la Tiburtina Valeria all’imbocco di Scurcola Marsicana, provenendo da Magliano e Cappelle. Distrutta dal terremoto del Valeria all’imbocco di Scurcola Marsicana, provenendo da Magliano e Cappelle. Distrutta dal terremoto del 1915 si presenta ricostruita in dimensioni ridotte, una sola navata delle tre originali, facciata con portale in stile tardo-gotico e monofore tardo-gotiche sui lati. È citata nel XIV secolo, nel Codice delle Decime della Diocesi dei Marsi (ADM A/2, ff. 8v., 9r., 9v., 12r.) ed in quelle vaticane del 1324 (SELLA 1936, pp. 41 691, 49 854). Nel ‘500 fu affiancato alla chiesa un convento dei Carmelitani, soppresso nel secolo successivo da Innocenzo X (PHOEBONIUS 1668, III, p. 183; CORSIGNANI 1738, I, p. 319; DI PIETRO 1869, pp. 207-208; COLUCCI 1976, p. 7.).
[16] In FARAGLIA 1892, p. 76.
[17] Cit. a nota 21.
[18] Per il toponimo derivato dal germanico Skulk = longobardo Skulka “guardia”, ovvero “posto di guardia”, “scolta”, vedi: CIANCIUSI 1988, p. 187; SPINELLI 1993, p. 28 e note 33-34. Il toponimo medievale, ufficiale e corretto, di Scurcola è ” Sculculae”, come risultante dai documenti dal XII secolo fino al XVIII. Per la chiesa di S. Angelo vedi la Bolla di Clemente III del 1188, le Decime Vaticane e della Diocesi dei Marsi del secolo XIV, cit. Essa era situata sul versante sud-ovest dell’abitato, sotto il Castello lungo la strada che immetteva su Porta Cantalupo.
[19] Da ricordare la citazione corrotta di “Koukoulon ” in Strabone (Geografia, V, 11) da leggersi Cyculum e non Cuculum come nella restituzione comune. Leggendo Strabone: (traduzione italiana) ” La Via Valeria comincia da Tibur e conduce fino al territorio dei Marsi e a Corfinium, metropoli dei Peligni. Su di essa ci sono le città latine di Varia, Carsioli, ed Alba e, vicino, anche la città di Cyculum “. Per la lettura Cyculum, invece del corrotto Cuculum, vedi il recente testo greco-italiano di Anna Maria Biraschi, Strabone. Geografia. L’Italia: libri V-VI, Bur, Milano 1988, in cui a nota 247 di pag. 151 l’autrice riferisce il termine alla ” zona oggi detta Il Cicolano, nella valle del Salto, vicino Rieti “. Erroneamente, quindi, gli autori del passato avevano riferito il toponimo a Scurcola Marsicana, Cerchio o Cocullo, paesi senza resti di città e non sede di un municipio romano dell’area descritta da Strabone. Il geografo greco, vissuto fra il 64 a.C. e il 24 d.C., descrive le realtà municipali laziali e della regio IV poste lungo la Via Valeria ed espressamente afferma che Cyculum è posta vicino Alba Fucens: da scartare quindi Cucullo ben lontano da Alba, non collegato al percorso della Valeria e senza resti cospicui di città, ma con materiali riferibili ad un modesto vicus inserito nella medievale peligna Valle de Flauturno, nel territorio municipale di Sulmo.
Da precisare che recenti studi sulla centuriazione dell’ager Aequiculanus (Cicolano) hanno dimostrato che il territorio degli Equicoli si spingeva fino alle soglie di Magliano dei Marsi, quindi vicinissimo al percorso della Valeria e ad Alba (F. Van Wonterghem, Note su alcune divisioni agrarie romane nell’Italia centrale, “Acta Archaelogica Lovaniensia”, 28-29, 1989-1990, pp. 37-38). Per il territorio vedi il termine ” ager Ecyculanus ” in Lib.Col., II, 255, 17 Lachmann.
Quindi, il nome Aequiculum, da cui l’altomedievale e popolare Cyculum contenuto nell’opera di Strabone, era il termine abbreviato che, al termine del mondo antico ed agli inizi del Medioevo, definiva il diruto mun(icipium) Aeq(uiculanorum) (Garrucci per il CIL IX, 4121) della res publica Aequiculanorum, riconoscibile nell’attuale sito di S. Silvestro di Pescorocchiano. Lo stesso termine riappare nell’VIII secolo d.C. per definire l’area occupata in antico dall’ager Aequiculanus: ” In finibus Ciculanis ” (anno 761, in Reg.Farfa, II, XLVIII, p. 54); ” in Ciculis ” (anno 762, in Reg.Farfa, II, L. p. 55); ” in Aeciculi ” (anno 781, Reg.Farfa, II, CXLIII, pp. 120-121). Si può sospettare che nella trascrizione altomedievale dell’opera di Strabone, il monaco amanuense abbia inserito il termine più conosciuto di Cyculum al posto dell’antico Aequiculum contenuto nell’originale testo del geografo greco. Da precisare ulteriormente che gli insediamenti antichi del territorio di Scurcola, erano stabilmente inseriti nell’ager Albensis, com’è evidenziato dai titoli funerari che citano la tribù Fabia cui erano iscritti gli abitanti d’Alba Fucens dal III secolo a.C. Gli Aequiculi erano invece stati inseriti nella tribù Claudia con la concessione della civitas sine suffragio (“cittadinanza senza diritto di voto”) sul finire del IV secolo, dopo la conquista di Marco Curio Dentato (GROSSI 1984, p. 12).

Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi