Il caso giansenista

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Mazzarino, tornato a Parigi, si diede a rabberciare i lembi lacerati della nazione che ancora pendevano sfrangiati dai superstiti frondisti. Il conte di Daugnon, luogotenente generale di alcune province importanti del Nord-Ovest, aveva prima aderito alla Fronda, poi si era sottomesso al re; ma per cedere il comando della flotta atlantica francese pretese un compenso esagerato: 530 mila lire e il titolo di duca e pari di Francia. Mazzarino non esitò a soddisfare la pretesa, pur di far rientrare sotto la piena autorità del re la flotta, e riprendere la supremazia navale su quella costa. Il principe di Conti, si sottomise anche lui ‘ sposò una nipote di Mazzarino ed ebbe il comando delle armate in Catalogna. Anche Enrico di Lorena diede fastidio, sebbene fosse stato sempre un lealista, e ci volle tutta l’autorità e l’abitilà di Mazzarino per ricondurlo alla ragione dopo più di un anno.

Chi si mostrò più difficile a disarmare fu il cardinale di Retz. Egli stava prigioniero a Vincennes, quando il 21 marzo 1654 morì lo zio, arcivescovo di Parigi, al quale doveva succedere. Il Papa ed altri amici si interessarono presso il re e Mazzarino perché liberassero il prigioniero. Il re rispose che, se Retz si fosse dimesso da arcivescovo, poteva essere liberato, ma dopo doveva recarsi a Roma. Retz rifiutò ed ottenne solo di essere trasferito nella prigione di Nantes. Qui – come racconta nelle sue memorie – fuggi dalla prigione e scrisse subito al re una lettera di sottomissione, alla quale, però, non fu data risposta. Dopo aver invano cercato di rientrare a Parigi, Retz si rifugiò in Spagna. Mazzarino, nel commentare il fatto, si abbandonò ad un’ironia piuttosto pungente: « t un segno caratteristico della carità di questo grande luminare della Chiesa, che, dopo aver rischiarato la Francia, ora vada a spandere i suoi raggi sulla Spagna, da dove egli certamente dovrà passare a Roma, come al teatro più grande e rinomato su cui possa mostrarsi ».

A Roma Retz ci andò veramente, e trovò un’ottima accoglienza, prima da parte di Innocenzo decimo, nemico di Mazzarino, poi di Alessandro VII, eletto ai primi del 1655, che confermò al Retz il titolo di arcivescovo di Parigi. Mazzarino allora, a Parigi, istruì un processo contro di lui. Anche il clero parigino prese posizione a favore di Retz, ma la corte intervenne con energia: Retz dovette nominare due vicari, ma a lui non fu concesso di rientrare in Francia. Le cronache dell’epoca ci raccontano che uno di questi vicari, Chassebras, redigeva delle « ammonizioni » che alcuni suoi fidi si incollavano sulla schíena; poi, camminando rasente i muri, ve le lasciavano attaccate.
La protesta del clero rientrò poco dopo. Lo stesso Papa si accorse di quanto Retz fosse intrigante e pericoloso e cercò di non dargli più troppa confidenza. Retz, allora, si allontanò da Roma, senza nemmeno salutare il Pontefice, e scomparve definitivamente dalla scena.

Intanto il 7 luglio 1654 Luigi XIV ricevette la « consacrazione » a re di Francia. La cerimonia durò cinque ore e fu seguita da un festino sfarzoso. Il giorno dopo il re si prestò a schiacciare le scrofole a tremila malati e graziò più di seimila prigionieri. Mentre Mazzarino cercava di smorzare i residui focolai frondistí, un altro pericolo si veniva profilando all’interno della Francia, e questa volta vi era interessato soprattutto il clero. Il Primo Ministro era un ecclesiastico praticamente solo di nome, ma conosceva benissimo l’ambiente della Chiesa e del clero, e si rendeva conto fino a che punto di lacerazione arrivasse una disputa teologica fra i preti.

Si trattava della questione passata alla storia con l’appellativo di « Giansenismo ». Brevemente: un certo Giansenio aveva scritto un libro con un lungo titolo, la cui prima parola era Augustinus e come tale anche oggi viene citato. In questo libro l’autore riportava in discussione una delle più ardue e controverse questioni della teologia cristiana: il rapporto, nelle azioni dell’uomo, tra l’intervento di Dio (la grazia) e la volontà dell’uomo, quindi la libertà umana. Giansenio, in sostanza, rimetteva tutto all’azione di Dio, annullando quasi la responsabilità dell’uomo. A questa posizione si opposero i gesuiti, che sostenevano un ruolo decisivo della volontà umana, ríaffermando la responsabilità di ciascuno nel proprio agire.

Più tardi un altro autore francese, Antonio Arnaud, con un opuscolo dal titolo La Comunione frequente, portò la discussione teorica in campo pratico, facendosi fautore di un comportamento morale e religioso rigido e intransigente. A Port-Royal sorse una comunità che intendeva applicare le teorie di Giansenio e le norme di Arnaud. Le teorie gianseníste furono sospettate di essere eretiche e furono denunciate come tali a Roma. Il Papa Urbano viii nel 1641 condannò cinque proposizioni estratte dall’Augustínus, che ne riassumevano il pensiero fondamentale. La disputa sul problema della grazia toccò, in seguito, anche altri dogmi della Chiesa, come l’infallibilità del Papaecc. Nella discussione intervennero uomini illustri, pensatori e scrittori di risonanza storica mondiale: citiamo solo, come esempio, Biagio Pascal, filosofo e matematico.

La discussione teologica sull’Augustinus aveva portato a creare, in particolar modo a Parigi, due partiti fra il clero e fra molti laici francesi, i quali si lottavano fra loro, riportando in campo anche la questione dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa in Francia particolarmente delicati, che turbavano non poco l’attività politica in un periodo così incerto come quello post-frondista.
Il 4 luglio 1653 il papa Innocenzo x mandò una lettera ai vescovi francesi con la quale riconfermava la condanna delle cinque proposizioni dell’Augustinus. Luigi XIV si preoccupò delle conseguenze che poteva avere la lettera pontifida e scrisse a Mazzarino: « Alcune questioni che si sono agitate sul problema della grazia hanno dato occasione a persone dotte di intervenire con varie pubblicazioni; si è arrivati al punto che gli uni e gli altri, trasportati da zelo ardente per le loro posizioni, le hanno difese con tanto calore da determinare una scissione fra coloro ai quali la carità comanda l’unione ».

Mazzarino intervenne l’il luglio alla riunione dei vescovi di Francia, adunati per decidere l’accettazione della lettera del Papa. Sei arcivescovi e ventisei vescovi furono favorevoli ad accogliere la lettera. La decisione però scatenò la reazione dei giansenisti, e particolarmente di Arnaud, il quale pubblicò le sue Lettere a un duca e pari, in cui difendeva le posizioni gianseniste e metteva in discussione l’obbedienza che si doveva al Papa. L’università della Sorbona intervenne censurando le lettere di Arnaud e questi si appellò al parlamento di Parigi. t a questo punto che intervenne Pascal con le sue Lettere Provinciali, celebre testo della letteratura francese, anch’esse condannate.

L’agitazione giansenista, portata avanti dai membri di PortRoyal, provocò l’intervento del governo, che sciolse la comunità. In questa occasione Mazzarino, a cui spettava il diritto e il dovere del provvedimento, dimostrò ancora una volta la sua abilità diplomatica e l’affabilità del suo carattere. Ne troviamo una testimonianza in una lettera di Arnauld d’Andilly, colpito da provvedimento di allontanamento da Parigi, il quale scrisse al ministro per ringraziarlo « di aver saputo trovare parole così dolci e cordiali nel dargli un ordine tanto rude e doloroso … ».

Lo stesso d’Andílly poté rientrare a Parigi poco dopo col consenso di Mazzarino. Anche il nunzio Piccolomini lodò lo zelo e il tatto con cui Mazzarino aveva saputo condurre l’affare della condanna delle Provinciali e degli altri scritti giansenisti.