Ignazio Silone si racconta in un video d’epoca: “in fondo sono rimasto un terrone”



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Marsica – In prossimità del Natale scorso avevamo riservato un breve speciale a Ignazio Silone e al suo ricordo di cosa fosse lo spirito natalizio marsicano. Anche questa volta ci piace ripartire da un filmato d’epoca, rigorosamente in bianco e nero, in cui lo scrittore nato a Pescina, autore di capolavori quali “Fontamara”, “Pane e vino”, “Il seme sotto la neve”, “La scuola dei dittatori”, “L’avventura di un povero cristiano”, “Il segreto di Luca”, solo per citare alcuni dei suoi testi più celebri, si sofferma sul suo profondo legame con la terra e con il mondo dei padri, dei contadini, dei “cafoni”.

Silone sta si lavorando in quello che sembra un giardino e quando l’intervistatore gli fa rilevare che ha mantenuto una buona dimestichezza con la terra, lo scrittore, con semplicità risponde: “Sì, in fondo sono rimasto un terrone“. La parola “terrone” non è un’ingiuria, chiarisce Silone, “con le parole offensive come terrone non c’è che da appropriarsene, allora diventano innocue“. Un sistema, quello suggerito da Silone, che in tanti dovrebbero imparare a seguire ancora oggi.

Silone ha introdotto, per la prima volta, nel mondo della grande letteratura la parola “cafone dandole un senso nuovo, umano, dignitoso. Lo spregio resta solo in chi usa il termine “cafone” nella maniera sbagliata. Quei “cafoni” che Silone descrive benissimo in “Fontamara”, la sua opera più amata, sono diventati l’emblema di una terra e di un popolo: la Marsica, i marsicani.

Ispirato da un passo tratto da “Il seme sotto la neve”, Ignazio Silone richiama i suoi antenati, le sue origini: “Anche nei momenti più penosi dell’esistenza, non mi sono mai sentito del tutto solo… ma per capire forse la formazione di un carattere sarebbe bene fare una scappata in Abruzzo, nel mio paese“. E il suo paese è Pescina, dove Silone o, meglio, Secondino Tranquilli, era nato il 1 maggio del 1900.

In “Fontamara” Silone scrive “i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin, i coolis, i peones, i mugic, i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici“. Il ricordo di Pescina e l’invenzione di Fontamara si fondono, inevitabilmente.

Silone ammette di essere diverso rispetto a quando era nella sua terra d’origine e anche il luogo da cui è partito non è più lo stesso. “Non sono deluso, malgrado molti sbagli che non ho saputo evitare però è difficile spiegare certe cose a quelli che sono rimasti sempre dove sono nati“. E, alla fine, Silone rivela un segreto: la sua canzone, quindi la sua anima più autentica e pura, è tra le righe dei suoi libri. A noi il piacere, ancora oggi, di trovarla, capirla e amarla.

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