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Ignazio Silone e l’ebraismo

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Ignazio Silone e l’ebraismo

Il rapporto di Ignazio Silone con l’ebraismo (o con personaggi ebrei) sboccia attraverso il legame con una donna, Gabriella Seidenfeld, ungherese di nascita (1897) emigrata a Fiume. Si sedimenta per diventare lievito negli anni dell’esilio in Svizzera (1930-1944), un quindicennio nel corso del quale sottopone la sua vita a una completa revisione con scelte che lasceranno il segno: uscita dal Partito Comunista del quale era stato uno dei fondatori a Livorno nel gennaio 1921. “L’Avanti” (giornale del Partito socialista) di domenica 16 gennaio 1921 riporta in prima pagina: «TRANQUILLI porta il saluto della Federazione giovanile socialista dichiarando che questa nella sua grande maggioranza ha già deciso di aderire al nuovo Partito comunista che uscirà da questo Congresso».     

Nuova vita a 30 anni come scrittore e intellettuale; sedute psicanalitiche con Carl Gustav Jung. Si fa salvezza con le opere “Fontamara”, “Vino e pane”, “La scuola dei dittatori”, “Il seme sotto la neve”, “Una manciata di more”, “Il segreto di Luca”, “La volpe e le camelie”, “Il Dio che è fallito”, “Uscita di sicurezza”, “L’avventura di un povero cristiano”. Escatologica la sua vita con i viaggi in Israele in compagnia della moglie Darina nel dicembre 1963 e nel marzo 1969. Infine il riposo a Pescina, sotto la diroccata chiesa di San Berardo distrutta dal terremoto del 13 gennaio 1915, che guarda il Fucino, l’universo siloniano.    

Più che con la religione, Silone ha un approccio e un rapporto costante negli anni dell’esilio – e anche dopo il suo rientro in Italia – con donne e uomini ebrei. Dei quali, forse, ammirava la libertà, il pensiero, l’azione, l’intelligenza. Perché questa attrazione? Perché le loro strade si incrociavano? Che cosa aveva attratto l’ebrea ungherese-fiumana Gabriella Seidenfeld, che aveva lasciato il posto in banca a Fiume per seguire Silone? Dieci anni che sconvolsero la loro vita (e quella del mondo che precipitava verso il baratro della dittatura fascista, nazista e comunista).     

Silone e Gabriella
Silone e Gabriella

Silone aveva conosciuto Gabriella nel novembre 1921 a Fiume al Convegno dei giovani comunisti.  “Si era iscritta da poco al Partito comunista, insieme alle due sorelle Serena e Barbara….. Lui le chiese se sapeva il tedesco perché l’Internazionale giovanile comunista aveva sede a Berlino e cercava una compagna che conoscesse bene sia l’italiano che il tedesco e fosse disposta a trasferirsi a Berlino.  Gabriella decise di lasciare la sua città, andò a Roma dove per un breve periodo lavorò insieme a Silone, e successivamente partì per Berlino.  Le vicende sentimentali di Gabriella e Silone si intrecciarono con quelle politiche, caratterizzate da un susseguirsi di attività clandestine, arresti, fughe, galera, documenti falsi, cambiamenti di nomi, soggiorni all’estero, esilio.…” (Franca Magnani, Una famiglia italiana).

Ignazio Silone ha 21 anni quando incontra Gabriella a Fiume con un bagaglio di vita già pesante, nonostante la giovanile età. Gabriella assolve il suo ruolo di innamorata come una missione, lo salva dalla solitudine, da un partito che era diventato “famiglia, scuola, chiesa e caserma; all’infuori di esso il mondo restante era tutto da distruggere.” (“Uscita di sicurezza”). 

Nel 1924 Ignazio così scrive a Gabriella: «Due anni fa io ero completamente disseccato, inaridito… Per resistere alla vita orribile che io avevo fatto antecedentemente, io avevo bruciato dentro di me tutto ciò che vi era di pescinese, paesano, seminarista, famigliare. Per resistere meglio io ero diventato muto e sordo nello spirito. Non mi importava di nulla. Che cosa era successo?  Che la mia distruzione interna non era stata completa, né fisicamente, né moralmente. Allora sei arrivata tu. Certo che ora io non sono più quello di prima. Io sono fisicamente rinato. Cioè nato di nuovo. Anche la volontà di lavorare mi è tornata. Anzi avviene un fatto curioso: rinascendo io sto tornando come ero una volta, cioè un pescinese.  Questo non ti deve dispiacere perché finché io stetti a Pescina con mamma ero un mulo veramente coccolato, educato e studioso e mamma era contenta di me. In fondo ognuno ha un proprio temperamento ed io mi accorgo che tutto ciò che penso ora, lo pensavo fino dall’età di 15 anni.  Così tu, ebrea rossa, mi hai ricondotto nelle condizioni di spirito di quando entrai in seminario o di quando facevo la campagna elettorale per Scellingo, deputato dei poveri». 

Ignazio Silone e l’ebraismoGli anni dell’esilio svizzero rappresentano la svolta: «In Svizzera sono diventato uno scrittore, ma, quello che più vale, sono diventato un uomo» scriverà alcuni anni più tardi. E in Svizzera, dove si cura per gravi disturbi respiratori nella cittadina di Davos, scrive nel 1930 “Fontamara”, il paese dei cafoni, il capolavoro che lo fa conoscere ed apprezzare in tutto il mondo, anche presso gli indiani d’America. «Credevo di non avere più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara, un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica» scriverà più tardi Silone. Nel 1934 Silone si trasferisce da Marcel Fleischmann a Zurigo, commerciante di cereali, raffinato collezionista d’arte, generoso protettore degli esuli antifascisti in una villa con quadri di Modigliani e Picasso. Fleischmann, ebreo ungherese, “ospitò Silone per ben 10 anni, dal 1934 in poi”, ricorda Darina Silone in un’intervista. 

Per comprendere il rapporto di amicizia, bisogna leggere la lettera che Silone scrisse a Fleischmann il 13 gennaio 1941 in occasione del suo cinquantesimo compleanno: «Se vi scrivo, mio caro Amico, non è per cercare di esprimere l’inesprimibile ma per nascondere dietro un foglio di carta le parole che, a viva voce, l’emozione m’impedirebbe di dire. Non so se voi sapete che la data del 13 gennaio, sino al mio arrivo da voi, era per me un giorno di lutto: il giorno in cui all’età di 15 anni persi la mia famiglia e la mia casa. Quando, orfano, stavo lasciando il paese natale, mia nonna mi disse alcune parole che allora credevo dettate dalla pietà. “Molto spesso, mi disse, il buon Dio chiude una finestra ed apre un balcone”. Non potevo sapere, allora, che in quello stesso giorno funesto del 13 gennaio, era già nato l’uomo presso il quale, più tardi, dovevo ritrovare una casa mia ed interrompere così la mia vita nomade: non potevo sapere che il buon Dio, al posto della finestra che era stata appena distrutta, tenesse già riservato per me un magnifico balcone….la vostra bontà verso di me ha avuto lo stesso carattere di “gratuità” che di solito si accorda ai santi, e il cui elogio più alto è stato scritto dall’apostolo Paolo».              

 

Ignazio Silone e l’ebraismoSono anni di frequentazione con esuli e intellettuali europei, molti dei quali ebrei. Conosce personaggi famosi come Bertolt Brecht, Thomas Mann, Robert Musil e frequenta Bernard von Brentano, Rudolf Jakob Humm e Jean Paul Samson e Martin Buber. 

Notevole l’influsso che Gabriella Seidenfeld ha esercitato su Silone, almeno nella prima parte della vita, quella della militanza nel partito comunista e dell’esilio, prima che giungesse la conoscenza e la relazione con Darina Elisabeth Laracy, irlandese conosciuta a Zurigo nel dicembre 1941 e sposata con rito civile a Roma, in Campidoglio, il 20 dicembre 1944. 

L’ebrea di Fiume, nata in un piccolo villaggio dell’Ungheria, ha forgiato e formato il giornalista, l’uomo politico, il rivoluzionario, lo scrittore. In molti romanzi dello scrittore di Pescina si possono scorgere aspetti della figura di Gabriella, a cominciare da quella di Stella, “fanciulla ebrea di origine viennese”. Come ha scritto Vittoriano Esposito, si possono scorgere segni evidenti in Elvira di “Fontamara”, in Faustina de “Il seme sotto la neve”, in Lauretta e Ortensia de “Il segreto di Luca”, sino a giungere a Severina, il personaggio del suo ultimo postumo romanzo. «In queste figure di donne, tutte dotate di un temperamento straordinario, Silone ha messo qualcosa di Gabriella Seidenfeld, la sua prima amatissima compagna di vita» scrive Esposito. 

Forse è da questa figura giovanile che Silone apre la porta del suo pensiero all’ebraismo, fatto soprattutto di conoscenze e frequentazione più che di approfonditi studi religiosi, e al suo ritorno in Italia (13 ottobre 1944) è accompagnato da Giuseppe Emanuele e Vear Modigliani. E non è un caso che fa gli scrittori de “Il Dio che è fallito” ve ne siano di ebrei. Fra i tanti nomi di battaglia usati da Silone nel periodo della clandestinità, vi è quello di Olivetti.

Nell’attraversare il XX secolo, “il secolo breve” per lo storico, Ignazio Silone è stato un’interprete fedele di quelle idee di giustizia e legalità, di amore cristiano nei confronti di quell’universo contadino (“un prete contadino” lo definirà Niola Chiaromonte) che è stato la fonte imprescindibile della sua narrazione. Ha conosciuto i personaggi più influenti e nefasti del secolo come Stalin; ha combattuto su diversi fronti spinto da un’irrefrenabile senso di giustizia; ha vissuto la propria vita come “L’avventura di un povero cristiano”.   

Fra i tanti riconoscimenti e Premi ricevuti c’è il “Jerusalem Prize”, ricevuto il 19 marzo 1969, che in precedenza era stato assegnato a Bertrand Russell (1963), Max Frisch (1965), André Schwarz-Bart (1967) e Silone nel 1969. 

Già nel dicembre 1963 e gli inizi del 1964 Silone (e Darina) si era recato in Israele, accolto calorosamente.  

Ignazio Silone
Ignazio Silone

In un incontro a lui dedicato presso il Centro San Fedele di Milano il 25 gennaio 1966, Silone racconta: «Un paio di anni fa, durante un viaggio in Terra Santa, in quella parte di essa che adesso è compresa nei confini con la Giordania, un giorno mi accadde un fatto strano. Andando da Gerusalemme a Gerico e seguendo la strada che scende verso il Giordano e per un tratto lo segue, fui preso lentamente da una insolita emozione. Era la prima volta che percorrevo quella strada e m’inoltravo in quel paesaggio arido, senza un rigagnolo o l’ombra di un albero, ma avevo l’impressione sicura del già visto. Passando sotto a Betlemme, gli unici esseri viventi che vedemmo furono una donna vestita di nero, con un bambino in braccio, a cavalcioni di un piccolo asino grigio, che scendevano dalla collina. Non ero solo e mi era impossibile di dire una parola. Finché mia moglie che si era accorta del mio turbamento, disse: “Ma questo è il paesaggio dei tuoi romanzi”. Allora, di colpo, mi divenne chiaro che quel paesaggio, che vedevo per la prima volta, in realtà lo portavo in me da anni, era il paesaggio dell’anima, quello in cui si muovevano Pietro Spina e gli altri».

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