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Comune di Avezzano

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Il re Borbone e la sua leggiadra consorte erano gia stati definitivamente sconfitti e soggiornavano signorilmente a Roma e mancavano 37 giorni a quel fatidico 20 settembre 1870 quando i cannoni del generale Lamarmora – con la breccia di Porta Pia – conquistavano la città Eterna che tornava ad essere la capitale di tutti gli italiani: il 14 agosto il consiglio comunale di Massa d’Albe (Circondario di Avezzano, Provincia di Abruzzo Ulteriore II, Regno d’Italia), presieduto dal sindaco Francesco Lanciani ed assistito dal segretario comunale Blasetti, deliberava all’unanimità di adottare il Regolamento di Polizia Urbana e d’Igiene Pubblica, suddiviso in Capi VI e complessivi 58 articoli.

Non si hanno precise notizie circa lo stato dei luoghi e la relativa igiene pubblica del comune e, quindi, della sua frazione Antrosano ma, anche considerando la sua posizione appartata, la lontananza dalle grandi vie di comunicazione e la sua economia quasi totalmente di tipo rurale, si ha motivo di ritenere che il paese non fosse igienicamente accettabile e che i problemi da affrontare fossero numerosi e di non facile soluzione. L’adozione di un regolamento, dunque, oltre che doveroso perché imposto dalle vigenti leggi e regolamenti dell’epoca, era necessario per dare all’abitato un aspetto decoroso e per stabilire un minimo di ordine e di civile convivenza tra gli abitanti quotidianamente alle prese con i problemi della sopravvivenza.
Sono trascorsi oltre cinque secoli da quando furono adottati e confermati gli statuti dell’Avezzano antica ma – in qualche misura – sembra di rileggerne tanto la ristampa curata dall’avezzanese Tommaso Brogi (1894), quanto quella più recente (1996) del capistrellano Mario Di Domenico.

Dall’esame approfondito dei contenuti dei vari articoli, appare una indiretta descrizione degli usi, delle consuetudini e dell’atteggiamento – non sempre corretto – delle popolazioni delle nostre contrade, appena uscite dal dominio borbonico e da poco entrate a far parte del regno d’Italia con a capo il re sabaudo. Nei 20 articoli del Capo I, che tratta della pubblica salute, sono annoverati in modo bizantino i contravventori al Regolamento. Non si poteva ammassare, gettare ed esporre davanti le proprie case, cose nocevoli per insalubri esalazioni; era colpevole chi trascurava di far sotterrare fuori l’abitato, alla profondità di oltre un metro ed alla distanza non inferiore a 100 metri e nel corso della giornata, gli animali morti; erano puniti i proprietari di animali affetti di afta epizootica che non li custodivano in pascoli separati o in separate località o li accompagnavano ad altri animali sani al pascolo o al beveraggio, contrariamente a quanto stabilito dai regolamenti sanitari.
Era vietato formare, in luogo pubblico o entro i recinti delle proprie abitazioni, ristagni di acqua putrida ed immonda o tenere serbatoi o depositi… che emanano fetori; era, altresì, vietato aprire cloache o luoghi immondi durante il giorno.

Una particolare attenzione veniva riservata ai cani idrofobi o rabbiosi: i proprietari dovevano ammazzarli, sotterrarne i corpi, bruciare i canili e quant’altro, in precedenza, fosse servito alle povere bestie per mangiare e per bere. Era vietato tenere letame sparso o anche ammonticchiato nelle vie e in altri siti entro l’abitato o anche in siti attigui alle strade pubbliche: tali rifiuti dovevano essere depositati in fosse aperte nei propri giardini. IL lino e la canapa dovevano essere macerati a distanza non inferiore a mezzo chilometro in linea retta dall’abitato; gli stessi prodotti, poi, non potevano essere distesi ad asciugare sui muri o sulla pubblica piazza dentro l’abitato. Le stalle destinate a contenere animali da tiro o da soma, pecore, capre, porci ed altri dovevano essere tenute nella massima nettezza ed anche per la salubrità dell’aria circostante.

Entro sei mesi dalla pubblicazione del Regolamento, tutti dovevano aprire latrine nelle proprie abitazioni disposte in modo da non rendeve infette le abitazione delle quali fanno parte e le abitazioni e i luoghi vicini, i pozzi e le sorgenti d’acqua potabile. Non potevano essere venduti cibi guasti come sono le carni imputridite, i grani e i legumi inaciditi, il pane se unito con sostanze eterogenee e perniciose, le carni di animali morti di malattia… Il Regolamento si preoccupava anche di obbligare a tenere entro casa costantemente ed interamente stagnati nell’interno i loro recipienti di rame destinati per cuocere o mantenere cibi. Il Capo II trattava della conservazione e pulizia delle strade.
Erano in contrasto con il Regolamento e, quindi, meritevoli di pene: coloro che omettevano di nettare le .strade e i transiti in corrispondenza dell’area della propria abitazione, trasportando l’immondizie nei luoghi addetti o fuori l’abitato o che rompevano o in qualunque modo guastavano gli acquedotti delle pubbliche fontane.

Nel Capo III erano contemplati i pesi, le misure, le rivendite di commestibili e bevande. Ai panettieri e rivenditori di carne era vietato aprire o smettere lo spaccio senza la preventiva dichiarazione all’Autorità Municipale oppure vendere una carne per un’altra come pecora per castrato; per chi era autorizzato c’era l’obbligo a tenere esposti e ben visibili i pesi e le misure legali e a mostrarli all’autorità amministrative ogni qualvolta ne facessero richiesta nella ora in cui il negozio era aperto al pubblico. L’ordine pubblico era disciplinato nel Capo IV.

Non si potevano ingombrare vie e piazze d’un materiale di qualunque sorta che potessero impedire la liberta di passaggio, ne puntellare le fabbriche senza aver predisposto un lume in tempo di notte a garanzia della sicurezza dei viandanti; i negozianti, i cantinieri e i bottegai che tenevano aperto di notte il proprio esercizio, dovevano accendere il lampione sulla prospettiva della porta d’ingresso del modello determinato dalla Giunta Municipale. Trovavansi in contravvenzione coloro che, pur avendo ricevuto apposito ordine dall’autorità legittima, omettevano di demolire o riparare edifici che minacciavano di rovinare; venivano puniti coloro che in qualunque modo, entro l’abitato o fuori, lanciavano pietre o altri corpi duri e coloro che lasciavano liberi ed erranti gli animali malefici o feroci di loro appartenenza o coloro che omettevano di avvertire l’autorità quando sapevano che era libero un simile animale.

Era contravventore anche chi lasciava abbandonate per le strade, piazze o luoghi popolari, bestie da tiro, da carico, da sella o pure le facevano correre a briglia sciolta o ne affidavano la conduzione o la dire ione a gente incapace a reggerli sia per età sia per debolezza o altra causa qualunque e coloro che lasciavano vagare i cani sia di giorno che di notte senza le debite cautele o che ponevano in fuga gli animali di ogni specie, aizzandoli in modo qualunque. In caso di tumulti, inondazioni, incendi e altre calamita, chiunque, se legittimamente richiesto, era tenuto a prestare la propria opera di soccorso.
Era vietato, naturalmente, specialmente in tempo di notte e propriamente dopo l’ora stabilita dalla giunta municipale, turbare la pubblica quiete con rumori, canti, suoni e rimari e pure con l’esercizio di professioni, arti e mestieri rumorosi o che non curino di penare il latrato dei cani.

In prossimità dei focolari o forni da cuocere pane, non si potevano tenere depositata paglia, fieno ed altri simili combustibili cosi come non si potevano costruire focolari o forni in contiguità di stanze addette alla conservazione di tali combustibili. Veniva punito chi accendeva fuochi nelle case o nelle stalle sprovvisti di camini e corrispondenti fumaioli o addirittura chi accendeva fuochi nelle pubbliche strade o piazze. Non si poteva, ovviamente, sporcare con carbone od altro, fabbriche, recinti e giardini o fare con qualunque materia altro spegio imbrattare o deteriorare o guastare le mura, salvo il rifacimento del danno per lo imbiancamento o restauro da farsi per togliere sia le deteriorazioni o il guasto.

Infine il Capo V, l’ultimo, trattava l’applicazione delle pene. Per alcune contravvenzioni era prevista la trasmissione del verbale di infrazione al Pretore del Mandamento, per altre c’era l’obbligo della rifrazione delle spese stabilite dall’autorità municipale; i commestibili e le bevande guaste venivano gettati e dispersi. Caratteristico borgo esistente in prossimità della Chiesa Santa Croce

Testi tratti dal libro Antrosano memoria e storia
(Testi a cura di Giovanbattista Pitoni e Alvaro Salvi)

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Igiene pubblica e regolamento di polizia urbana nel 1870

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