I nobili si coalizzano

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Gli attacchi dei frondisti più accesi contro Mazzarino non cessarono dopo l’accordo del parlamento con la regina, e il rientro del re a Parigi veniva sempre rimandato per gli incidenti che si susseguivano nella città, come quello del 20 luglio, durante il quale un gruppo di facinorosi liberò Marlot, uno stampatore condannato a morte per aver diffamato la regina.
Finalmente il 18 agosto il re tornò nella sua città, che lo accolse con entusiasmo, erigendo archi di trionfo e ispirando alla stampa la più ridondante retorica seicentesca: « Questo astro brillante », scriveva un cronista, « questo sole radioso, questo giorno senza notte.

Questo centro su cui convergono tutti i raggi della circonferenza, in una parola questo primo mobile francese che muove tutti gli altri ». Mazzarino, che percorse il corteo sulla carrozza reale, fu fatto segno a manifestazioni di simpatia e di riverenza. La pace sembrava tornata nella martoriata capitale. Mazzarino, però, non si faceva illusioni: sapeva benissimo che, se il parlamento era stato fiaccato, la nobiltà era rimasta delusa, e non soltanto quella che aveva aderito alla Fronda. Gli stessi personaggi che erano rimasti fedeli alla casa reale avrebbero ora accampato le loro insaziabili pretese. Primo fra tutti il Condé – che si vantava di aver salvato la Francia e la Monarchia e di essere l’eroe indiscusso della nazione chiedeva in compenso, per sé e per i suoi, uffici, prebende, rendíte, titoli nobiliari, castelli, governatorati.

Egli maltrattò perfino Mazzarino, quando questi gli chiese il consenso di far sposare la nipote, Laura Mancini, con il duca di Mercoeur. Ne seguì fra i due una rottura pericolosa. Ma Mazzarino era troppo furbo per fare una guerra aperta contro il Condé, circonfuso dell’aureola di figlio di Marte. Il fatto era avvenuto il 14 settembre 1649 e dopo pochi giorni ci fu un’apparente riconciliazione, con una completa capitolazione del Primo Ministro: il Condé otteneva la direzione di tutti gli affari di Stato, il Ministro doveva avere l’assenso del principe in tutte le nomine importanti, doveva sostenere gli interessi del Condé ed avere il suo consenso per l’assegnazíone dei benefici, per i matrimoni dei nipoti.

Può sembrare strano un così completo cedimento da parte di Mazzarino. Ma egli aveva fatto i suoi calcoli e si era deciso a giuocare una carta molto delicata e pericolosa, ma geniale. Facendo leva sul carattere intrattabile del Condé, Mazzarino era convinto che più potere concedeva alla presunzione del principe più nemici gli faceva procurare. Il tentativo riuscì in pieno. Il comportamento del Condé in parlamento, le sue continue richieste di onori e di investiture di benefici. il suo carattere collerico, l’ingenuità in politica e in diplomazia lo condussero a invischiarsi in scandali di corte, a creare situazioni scabrose e offensive per i prìncipi del sangue e per altri nobili di antico e prestigioso lignaggio.

Egli arrivò ad offendere la regina in persona, tentando di metterla in una imbarazzante situazione di scandalo; ma in breve si scoprì tutta la macchinazione, e si può immaginare la reazione di Anna. La misura fu colma quando il generale, che si credeva ormai onnipotente, con un intrigo fece rompere il matrimonio del duca di Richelieu, pronipote del grande cardinale e governatore di Le Havre, con una signorina della famiglia Chevreuse: in questo caso l’affronto era stato fatto personalmente al re, che per quel matrimonio doveva dare il consenso.

Mazzarino fino a quel momento aveva taciuto e lasciato fare. Ora erano maturi gli eventi per intervenire. Avevano dato man forte al Condé il fratello, principe di Conti, e il cognato, duca di Longueville. I tre personaggi il 18 gennaio 1650 furono invitati al Consiglio del re, che si teneva nel palazzo reale. Si presentò loro il capitano delle guardie della regina, Guidont, che li dichiarò cerimoniosamente e con ogni riguardo in arresto in nome della reggente. Condé, anche se sorpreso, non protestò: il palazzo era gremito di guardie e l’azione era stata preparata in segreto in ogni particolare.

I prigionieri furono condotti a Vincennes. Il Gran Condé commentò: « Un’ottíma retata; con un colpo solo sono stati presi un leone, una scimmia e una volpe ».Nessuno si risentì per l’arresto del Condé, che si era reso inviso a tutti. Quelli che stavano dalla sua parte fuggirono da Parigi. La sorella, signorina di Longueville, tornò nella Normandia a organizzare altri complotti.

I nobili anti-mazzariniani erano fuggiti all’inizio del 1650; ma non erano stati debellati. Fra essi la duchessa di Longueville, sorella del Condé, si dimostrò la più intraprendente e pericolosa. Fu senz’altro una donna eccezionale: bella, coraggiosa, intelligente, non amava le mezze misure; aveva condotto una vita austera e castigata nella prima gioventù ; in seguito era stata sfrenata nei piaceri; sempre in prima linea durante i giorni della Fronda; per lei aveva perduto la testa più di un personaggio importante, fra i quali il più illustre era stato il capitano, ora rivale ora amico del Condé, Turenne, che adesso era passato alla Spagna. La Longueville in Normandia aveva immediatamente riorganizzato le fila della Fronda e si preparava a dare battaglia con l’appoggio della Spagna.

Mazzarino capì subito la pericolosità della situazione; inviò agenti fidati nelle province più turbolente, e guarnigioni armate nelle città dove la minaccia si presentava più grave. Prima di ogni altro bisognava debellare la Longueville. Il Ministro reclutò un esercito da mandare nella Normandia. Anzi, per fare più colpo e dare alla sua azione il prestigio della legalità e della legittimità, decise di condurre con sé il piccolo Luigi xiv con la reggente e la corte. Anna d’Austria, lasciando ancora una volta Parigi, incaricò il duca d’Orléans, zio di Luigi, di seguire gli affari di Stato, e gli fece giurare di non liberare i prigionieri, che sarebbero dovuti rimanere in carcere « fino al quarto anno dopo la maggiore età del re ».

La campagna in Normandia, durante i primi mesi del 1650, non durò molto. Furono sottomessi i castelli e le città, dove invero i frondisti erano pochi; la duchessa di Longueville dovette fuggire in modo avventuroso e si salvò a stento da un annegamento. La provincia, per la sua ribellione, venne multata di novecentomila scudi, « di cui trecentomila vennero distribuiti agli indigenti e trecentomila impiegati a pagare i debiti pubblici. Dei trecentomila restanti la regina fece dono a Mazzarino » (Boulanger).

Fu poi domata la rivolta in Borgogna. Ma subito si riaccese un nuovo focolaio di ribellione. La Longueville, tornata dall’Olanda dove s’era rifugiata, si rimise in contatto con Turenne e il 30 aprile 1650 con Gabriele di Toledo strinse un patto per far intervenire l’esercito spagnolo in Francia, allo scopo – dicevano – di riportare la pace, liberare i prigionieri e cacciare l’odiato Mazzarino, incolpandolo « di perpetuare, l’ingiustizia di tenere la cristianità nel ferro e nel fuoco al solo scopo dei suoi interessi personali ». Il gesto della Longueville era grave e rappresentava una grossa minaccia. L’intervento spagnolo in territorio francese, appoggiato da alcune delle famiglie più potenti e illustri del regno, poteva far fallire tutta la politica di Mazzarino e annullare i vantaggi fino allora conseguiti.

Il teatro degli scontri si spostò nella Guyenne, dove la città di Guisa venne attaccata dagli spagnoli e dai frondisti. I francesi ebbero la meglio: fu un’altra vittoria di Mazzarino Questi rientrò a Parigi con la corte nel luglio del 1650, ma dovette ripartire subito, perché nella Guyenne le agitazioni non si erano calmate. Ancora una volta la corte lo seguì. La nuova mèta da raggiungere era Bordeaux, dove la rivolta aveva richiamato numerose forze frondiste. Le difficoltà da superare – di ordine militare, logistico, finanziario e politico – furono innumerevoli, e solo il 5 ottobre l’esercito francese poté entrare vittorioso nella città. Ma, a Parigi, come andavano le cose? Ecco il quadro riassuntivo che ne fa Boulanger: « Monsignore [il duca d’Orléans] più che mai geloso, turbolento, mentitore, assurdo; la Chevreuse che pretendeva la luna come prezzo dei suoi servigi; il Coadiutore intrigante; la principessa Palatina, adorabile e temibile, che dava sotto il ventaglio consigli terribili; il parlamento verboso e irritato in permanenza ».

Ma la minaccia più pericolosa veniva dalla frontiera. Turenne nel mese di agosto si era impadronito di Rethel e di Chateau-Porcien: se il nemico fosse riuscito a fortificarsi su questi capisaldi, l’invasione della Francia sarebbe stata incontenibile. Mazzarino organizzò un contrattacco contro l’esercito di Turenne. Guidava le truppe francesi il maresciallo Plessis-Praslin, e lo stesso Ministro volle essere presente. La Piazzaforte di Rethel fu espugnata il 15 dicembre del 1650 e l’esercito avversario ridotto all’impotenza. Sembrava il trionfo definitivo di Mazzarino. Ma a Parigi i nobili non si davano per vinti. Ora erano tutti uniti per liberarsi di Mazzarino, che rientrò nella città alla fine del 1650, soltanto per la sua carriera e della sua vita.