La dea degli incantesimi e il draghetto di Marduk. I Marsi, La storia è più bella di tutte le leggende

Quarta Parte
Il mare degli eroi e dei miti

I primi navigatori della terra non sono stati i popoli mediterranei ma quelli del Mare del Nord. Nel VII millennio a.C. però sulle rive del Peloponneso già si pescava il tonno. I popoli dell’Asia Minore nel III millennio erano approdati in Spagna, Iberia, alla ricerca di metalli tra cui lo stagno che abbondava nel Guatalquivir. E’ proprio dalla fine del III millennio che il Mare Nostrum comincia ad essere molto frequentato: navi commerciali, barche di pirati, trasporti di materiali e oggetti preziosi, vascelli armati. Nascono tensioni e nemici: è qui che si combattono le battaglie degli eroi e della mitologia ma anche la prima guerra mondiale della storia.

E’ molto emozionante scoprire come alcuni eventi di un periodo remoto della storia dell’umanità possano essere così simili a quelli attuali. Una terribile guerra civile, originata dalla rivolta di un popolo contro un tiranno, la popolazione anatolica verso gli invasori Hittiti, nel XIII secolo a.C., dilagò dalla zona di confine tra la Turchia e la Siria attuali, a tutto il Mediterraneo, generando una reazione a catena e richiamando l’intervento di tutte le potenze marinare. Allora, dopo una serie di conflitti che videro distrutte le città Anatoliche ( Troia, Karoglan, Hattusa), Cipriote (Enkomi e Sinda),Egiziane, Micenee, Mesopotamiche-Fenicie (Norsuntepe, Emar, Karkemish, Babilonia, Ugarit), migliaia di profughi, proprio come quelli siriani oggi, si riversarono sulle coste italiane seguendo le rotte dell’Egeo.

Penetrarono all’interno di tutta la penisola cominciando dalla Sicilia o veleggiarono fino alla Corsica. La consapevolezza di queste coincidenze ci aiuta a guardare in modo diverso sia il passato che il presente. Ma prima di raccontare la grande guerra dei “soldati distruttori del mare”, ho voluto soffermarmi su una delle cose più importanti che le persone si portano nel cuore quando sono costretti ad abbandonare tutto. Insieme ad una tristezza indicibile, una assurda speranza, il ricordo degli amici perduti, il sapore del cibo tradizionale ed il dialetto, trasciniamo sempre con noi la nostra religione ed le nostre leggende perché queste sono legate in modo indissolubile alla nostra essenza.

Apparentemente, la Marsica sembrerebbe rimasta indenne sia all’arrivo degli Achei che pure erano fuggiti dalla guerra, sia agli approdi Troiani o di altri ancora meno famosi, perché a nessuno interessava cantare le loro gesta anche se oltre a fondare bellissime città e erigere templi eterni sono parte del nostro sangue e del nostro patrimonio tradizionale. Se Enea, o chiunque esso rappresenti, è riuscito ad attraversare il mare Egeo, risalire l’Adriatico, sbarcare in Tunisia, circumnavigare la Sicilia e approdare nel Lazio, non ci sarebbe voluto molto per i superstiti di Ilio ma, prima ancora di questi, per chiunque altro provenisse dall’Egeo, raggiungere le coste abruzzesi. Il problema è che dalla Daunia-Puglia in poi l’Adriatico era pattugliato dagli Achei, i quali, secondo i racconti epici, avevano come base intoccabile le isole Tremiti.

Nonostante questo, Ercole è arrivato fino alla terra dei Peligni seguendo i percorsi dei pastori. Certo, parliamo di mitologia, di semidei. Nella cultura di tre genti abruzzesi, i Marsi, i Peligni ed i Marrucini, Angizia ed Ercole sono sopravvissuti in modo diverso fino ad oggi. E questi due ideali hanno più di un legame tra loro oltre ai serpenti con i quali Ercole giocava già da bambino e che si divertiva a strangolare. Eracle è arrivato dall’Oriente come altri eroi, insieme alla guerra, ai mercanti, ai profughi ed agli avventurieri dell’antichità.

Vincoli indissolubili: Il fiume Ax Elois – Ercole / la Terra Dam Kina-Angizia

Una coincidenza magica mi ha guidato alla storia dei Marsi facendomi fare un lungo cammino simile a quello dei profughi e degli dei dal Medio Oriente all’Occidente. In realtà con il pensiero ero molto lontana dalla Marsica e stavo esaminando, allo scopo di riassumerle, le ricerche compiute da Cinzia Di Salvatore, Assiriologa .

Il centro delle sue analisi era infatti l’antichissima città di Mari, situata sulla riva occidentale del fiume Eufrate. Conquistata e rasa al suolo da Hammurapi di Babilonia, per pura invidia, oltre che per motivi strategici, nel 1870 circa Avanti Cristo. Approfondisco ogni tema che incontro perché la ricostruzione di vite e di avvenimenti storici richiede confronti responsabili. Cercavo inoltre di districarmi tra le innumerevoli divinità mesopotamiche: ogni città aveva il suo Dio preferito e quando una divinità veniva adorata in più luoghi, poteva essere invocata con nomi diversi o modificare nel tempo i poteri attribuitogli.

In alcuni casi persino unire le sue caratteristiche a quelle di un altro dio. A volte questa era una scelta dei sovrani che si succedevano al potere nelle città stato. Accadde anche dopo il III secolo a.C. quando il Pantheon romano cominciò ad assorbire in parte quello greco-miceneo e ancora nel II secolo d.C. quando progressivamente si abbandonò il paganesimo con il diffondersi della dottrina cristiana. Per quanto riguarda l’Abruzzo, infatti, è chiaro come la venerazione per il forzuto Ercole, che uccise ben tre mostri collegati alla figura del serpente e i cui santuari sono addirittura otto in Abruzzo, si sia trasformata inesorabilmente. Questo semidio, adottato dai greci ma che ha origine ancestrali, è stato sostituito dopo secoli di storia, con San Domenico, il patrono che protegge dai morsi dei serpenti. Grazie a questa devozione millenaria, la Festa dei Serpari, forse una delle più antiche del mondo occidentale, è sopravvissuta indisturbata e come tradizione legata alle radici millenarie di un popolo, ha potuto attraversare quasi indenne tutti i tempi.

Ma è Angizia la dea dei Marsi. Sicuramente esisteva almeno un tempio politeista dove venivano venerati insieme, Ercole e Angizia, perché ce lo hanno testimoniato gli scrittori latini. Tra i due c’è un legame misterioso e antichissimo che sembra quasi una fiaba, dato che i loro ascendenti Dei erano marito e moglie, ma non è altro che una parte della evoluzione della nostra sorprendente storia.

Ho cercato di ricostruirla, anche se vari frammenti della trama ingarbugliata rimarranno sempre avvolti dal mistero.

Tutto è cominciato quando mi sono imbattuta, per caso, in uno di quei componimenti che vengono definiti “esorcismi”, molto noti tra gli studiosi orientalisti. La parola, che per noi evoca argomenti tenebrosi e irrazionali, non deve spaventare o far sorridere, perché nella antica Mesopotamia in realtà queste pratiche magiche erano affiancamento alla diagnosi tradizionale. Una premessa alla quale i dottori sacerdoti facevano seguire poi, scrupolosamente, una serie di corrette osservazioni. Costoro distinguevano già molto bene i sintomi e vagliavano con attenzione il decorso delle singole malattie. La prima ricetta medica della storia è del 4000 a.C., compilata da un medico di Sumer.

E’ così che sono rimasta un poco colpita da alcune frasi presenti in quel racconto. Parole che in realtà, sono state un rompicapo anche per traduttori delle lingue medio orientali antiche: il sumero; i testi bilingue sumeri e paleo accadici; l’accadico e il babilonese che sono comunque, nelle loro piccole e grandi differenze, tutte scritte in cuneiforme. Venendo al sodo, in questo incantesimo viene invocata una dea che ricorda moltissimo la famosissima dea fucense. Questa circostanza però, mi ha lasciato del tutto indifferente, perché ormai conosco ogni diversa Dea o qualunque Dio collegato al simbolo del serpente o ai riti solari, come per esempio il fratellino del dio Enki, Ninhgishida o Giszida, quindi An.Giszida-Dio.Giszida che è l’antesignano di tutte le rappresentazioni di dei e dee con annessi serpi: è lui stesso testa umana e corpo serpente.

La dea degli incantesimi e il draghetto di Marduk. I Marsi, La storia è più bella di tutte le leggendePer non parlare di quando mi sono imbattuta in una misteriosa immagine di Dea, ammesso che la notizia sia vera, ritrovata addirittura nel cuore di Atene. Questa figura, modellata nella terracotta sembra, a guardarla attentamente, un selfie della Dea Angizia. Forse rappresenta Demetra. Insomma, ormai tutti sanno che ogni popolo, in una protostoria che si rispetti, ha avuto la sua Dea Madre, associata o no al serpente, simbolo di fertilità e rinascita e collegato quindi al ciclo nascita-vita-morte-rinascita. Eccetera. In molti testi di esperti studiosi della storia dei Marsi inoltre, viene suggerito di non seguire “suggestioni orientali”. Bene! Non le ho rincorse. Ho letto però attentamente le note e la bibliografia.

La dea del sortilegio, si chiama Nin-Girin. Il nome citato si scrive con una serie di grafemi, ovviamente cuneiformi. Nin-HA.A.MU.DU. Dove HA.A. MU.DU. si leggono in sumero: Girin. Il testo è bilingue: sumero e accadico. L’appellativo di questa dea è stato interpretato in vario modo e tra i significati abbiamo: “Dea delle acque, dei pesci e dei serpenti”. Neanche questo mi ha meravigliato più di tanto.

Nella lettura accadica gli ideogrammi vengono pronunciati in un altro modo. Allora: Nin, rimane, nel significato di Dea o Signora; MU-A si pronunciano Sir e Du si pronuncia Ra. “Quindi leggendo DU come , si ottiene sír-rá, valore fortemente accadico Sir–Ra, che chiama alla mente Serrum “. Insomma, signora o signore dei serpenti. Come scrive lo stesso studioso orientalista: “Ricordiamoci che MUA e DU in sumero, in semitico muå-lah4 sono sa-rí-um: serparo, incantatore di serpenti”.

Chi non avrebbe pensato alla Dea Angizia o alla vetusta affascinante festa di Cocullo? Sono rimasta comunque di ghiaccio e non suggestionabile fino a quando, seguendo più lucidamente possibile la lettura del testo, non ho notato che in alcuni componimenti contemporanei o precedenti all’incantesimo, la figura della dea incantatrice di serpenti e guaritrice dei loro morsi, viene alternata con altri due dei. Il primo è Asarlhui o Ashallui. Di nuovo? Il secondo, forse per una associazione di nomi o per scelta delle popolazioni del Nord Ovest è il solito Martu, il dio degli Amorrei.

La dea degli incantesimi e il draghetto di Marduk. I Marsi, La storia è più bella di tutte le leggendeAsarluhi è anche uno dei cinquanta nomi di Marduk. Dio della magia o “La luce degli dei”. Dio che viene definito poliade e che ha subito varie trasformazioni perché è nello stesso tempo collegato all’acqua dolce delle sorgenti, alla vegetazione, al giudizio ed alla magia, ma anche, non poteva mancare, Dio della guerra e della fertilità. Protettore quindi delle sorgenti, della semina e della pastorizia come Ercole-Curino. Asarlhui:”Sale alla superficie della terra in sorgenti e paludi, per diventare fluente come fiume”. E’ una delle divinità più importanti del Vicino Oriente e viene spesso raffigurato con una strana creatura ai suoi piedi: Sirrush che però ha anche un altro nome: Mushussu.

Ho approfondito la conoscenza con questo essere che accompagna sempre le immagini di Marduk- Asarlhui ed è il suo alter ego: un draghetto serpente, buono. Buono perché ha aiutato il dio a sconfiggere una serpe-drago cattiva, simbolo del caos e delle acque oscure che si chiamava Tiamat.

 

La dea degli incantesimi e il draghetto di Marduk. I Marsi, La storia è più bella di tutte le leggendeDescrivo il piccolo drago: ha il corpo di leone, il collo allungato e la testa di serpente con due protuberanze, le zampe anteriori sono quelle di un felino e quelle posteriori sono quelle di un uccello. Ecco Marduk in due raffigurazioni: la prima è simbolica ed è raffigurato come una vanga appuntita o una spada, marru, vicina ad un drago-serpente ( mushussu – serpente terribile). Nell’altro ritratto ha uno strano copricapo, una sorta di tiara; un volto caratterizzato con un bel naso prominente; un abito lungo che si allaccia alla spalla destra; un balteo incrociato sul petto collegato a tre piastre decorate circolari; il braccio destro piegato come simbolo di devozione e nella mano regge un cerchio-corda ed un bastone-listello che sono simbolicamente gli strumenti che vengono consegnati dagli dei agli uomini per misurare la giustizia e appianare i soprusi(Con questi simboli infatti viene presentato anche il re Hammurapi che sappiamo ha scritto un lunghissimo e noioso codice). Il braccio sinistro disteso lungo il fianco e con la mano ad impugnare un’arma contorta che a me sembra una falce. Ai suoi piedi, come un cucciolo fedele, il solito piccolo serpente drago. Ora vorrei descrivere una stele di terracotta con il dio Adad, Amorreo, della zona nord occidentale della Mesopotamia: ha un balteo allacciato alla spalla destra, una collana con dei ciondoli allungati, un bel naso, la lancia al braccio sinistro ed ai suoi piedi due animali, un leone ed un torello con la testa sormontata da una falce di luna o due prominenze.

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il Dio Amorreo Adad

Per finire trascrivo le parole di un ricercatore abruzzese che descrive una raffigurazione sulla stele di Guardiagrele: “Nel campo dei due dischi è incisa una figura di quadrupede volto a sinistra dell’osservatore; La figurazione animale, pur attraverso la schematicità dell’esecuzione e la consunzione della pietra, è sicuramente da identificare con il cosiddetto quadrupede a collo di cigno , complessa elaborazione teriomorfa che, pur nelle variazioni dovute ad estri personali e ad esperienze di metallotecniche, è presente in dischi rinvenuti un po’ dovunque nell’Italia centrale, dall’Etruria al Sannio, dal Lazio al Piceno”(….)(…)Altri particolari:“ L’ovale del volto, che nella stele appare notevolmente allungato (…)infatti sufficientemente individuabile è solo il taglio a mandorla degli occhi(…) Le orecchie sono strettamente aderenti allo spessore del volto(…)”. Osservandole, anche se vengono da posti lontanissimi tra loro, sono sculture molto simili soprattutto per la presenza delle piastre circolari, la figura animale praticamente identica, il volto del dio che sembra uno stampo ritratto della stessa persona, la collana e l’allacciatura dell’abito o della cintura sulla spalla destra. La stele di Guardiagrele, viene considerata uno dei più antichi documenti abruzzesi con la presenza del “quadrupede”. Il personaggio, che non sappiamo se divinità o guerriero defunto, sembra un cugino del dio Adad, Amorreo o del dio Marduk, Babilonese, che tra loro pure sono parenti perché Babilonia è una città fondata da una tribù Amorrita-Martu. I decori presenti sulla statuetta di Guardiagrele vengono definiti “Orientalizzanti”. Spesso vien utilizzato questo termine per descrivere decorazioni o disegni su stele , su scudi, su ceramiche.

La dea degli incantesimi e il draghetto di Marduk. I Marsi, La storia è più bella di tutte le leggende
Museo Pigorini roma disco corazza con raffigurato il draghetto di Marduk da Gioia Dei Marsi

In oriente, ormai lo sappiamo, si svilupparono molte culture, connesse, se non direttamente ai Marsi, con quella greco-arcaica o con quella italico-latina. Un raffronto tra esperti di culture greco-romane-italiche con gli studiosi delle civiltà del Vicino Oriente Antico porterebbe ad una più profonda conoscenza del nostro patrimonio considerando il rapporto che sin dalla preistoria i popoli Egei e Medio Orientali hanno avuto con l’Italia. Prima dell’Eneide è stata scritta l’Odissea e molti miti di Omero sono eredi dei poemi mesopotamici e l’Ulisse di Omero, approdò in Italia. Sinceramente, il draghetto di Marduk, guardandolo bene, a meno di essere accecati da un dardo di Marte molto arrabbiato, non somiglia proprio alla figura teriomorfa degli Etruschi, che tra l’altro ha la testa di leone, anche se sicuramente hanno qualcosina in comune. Marduk oppure, chiamiamolo con il suo nome di draghetto serpente che è pure simpatico, Mussushu, anche alla prima occhiata, nelle piccole sculture o nella grande porta del tempio di Ishtar, senza pregiudizi indoeuropeisti, ma certo molto suggestionata dalle letture di incantesimi e miti, l’ho riconosciuto.

Definito “Chimera”, forgiato su scudi trovati nella Marsica. Le sue evoluzioni testimoniano anche che, a volte, veniva rappresentato duplice, come in uno specchio.

Forse è una icona, un simbolo apotropaico, portato da quei pastori anatolici e nord mesopotamici che fuggirono da guerre e incendi durante il regno di Sargon? Oppure quando stavano morendo di fame, allorché i canali si prosciugarono dopo l’arrivo dei Gutei? Oppure vennero in Europa avendo assistito impotenti all’incendio di Larsa e di Mari voluto da Hammuapi. Dopo la grande guerra del XIII secolo a. C.? Chi lo sa? In effetti non sembrerebbe, e non credo, ovviamente, che i Martu-Amorrei-Babilonesi abbiano invaso in massa la Marsica nella protostoria ma potrebbe essere accaduto qualcosa di più semplice, simile a quello che è accaduto per il modello di Eracle-Ercole.

I culti Siriano-Anatolici hanno percorso lunghe strade insieme a chi li praticava e sono stati accolti dalla cultura marsa e modificati in base alle aspirazioni o connessi con culti precedenti.

Il piccolo drago di Marduk, che è l’erede di Arsalhui nel pantheon di una delle città sacre mesopotamiche, Eridu, è molto importante come significato e simbolo, perché nella cultura abruzzese, i serpenti non vengono considerati solo in modo negativo, come esseri che incarnano il male e l’oscurità. Questo tipo di ragionamento appartiene alle culture orientali ed estremo orientali, mentre per i popoli Nord Europei, i Draghi-Serpenti sono sempre nemici dell’uomo.

Comunque, in un bellissimo poema (troppo lungo da raccontare), Marduk diventa il “capo” degli dei dopo avere ingaggiato una lotta con vari mostri. Comincia qui il rapporto tra un dio ancestrale e l’Eracle greco.

Intanto Eracle, che è arrivato in terra Peligna, all’inizio dei tempi si chiamava Axelois.

L’accadico Ax – Elois dove Ahu è il mare o banco di fiume e Elois è Dio: Dio fiume . Questo ci fa capire come i miti greco-arcaici siano collegati a quelli medio orientali. Axelois quindi era la personificazione dell’acqua dolce, ed in particolare di un fiume, rappresentato come metà uomo e metà serpente oppure, per via della sua forza, con la testa di toro. E’ Achelous Gelas a Gela in Sicilia e Achelous Sebethos a Neapolis in Campania, un essere mitologico della prima età del bronzo che viene disegnato anche coperto con una pelle di leone.

Durante l’età del ferro, la rappresentazione di Achelous era l’emblema dei soldati mercenari greci. Anche gli etruschi lo conoscevano: questa immagine era l’adattamento delle tradizioni iconografiche e mitologiche del dio Asarlhui. Già. “Che sale alla superficie della terra in sorgenti e paludi, per terminare fluente come fiume “ Era raffigurato in modi vari: un vecchio con i capelli grigi, un forte uomo barbuto nel fiore degli anni sul tipo di Ercole e San Domenico e per finire anche come un animale dotato di corna ed il corpo simile ad un serpente. I Fenici lo chiamavano Melqart.

Nelle culture mediterranee il mito dell’uomo robusto ed invincibile che combatte con i mostri marini e li domina è molto rilevante. Per i popoli che vivevano vicino al mare, riproduce la paura delle profondità marine che si poteva avere nelle primissime traversate e la capacità di riuscire a dominarla: la lotta è quella tra l’uomo ed il mare profondo. Per i popoli che vivevano nei pressi di fiumi, laghi e paludi è la differenza tra l’acqua dolce, utile all’agricoltura e fonte di vita e quella fangosa e pericolosa dove si generano gorghi simili a serpenti che noi conosciamo bene. A tal proposito, nel dubbio, io ristudierei un pochino l’origine del nome Anxa, situata all’incontro tra montagna e lago perché gli antichi abitanti della Marsica non costruivano templi, fortezze o abitati in luoghi casuali ma secondo un preciso disegno che connetteva le costruzioni dell’uomo agli elementi naturali.

E’ successivamente, nel mito greco che Eracle si stacca da Axelous e diventano nemici. Un fiume ed un uomo si battono, siamo nel tempo dei guerrieri, per conquistare Deianira, figlia di Oineo. Quindi nei vari sincretismi dai Sumeri a Roma abbiamo: Ax-Elois- Asarlhui- Marduk ( Sirrush)-Eracle-Marqat-Curino-Ercole. Questa successione ideale si verifica anche per le dee. La dea delle acque dei pesci e dei serpenti, Nin-girin infatti si alterna con Arsalhui nelle preghiere. Non solo. Il nesso è più profondo.

Infatti Asharlui–Marduk ha due genitori, divini ovviamente, che sono in sumero/accadico: il padre Enki/Ea e la madre Ki/NinHursag o Haruru. Il padre Dio del bene; dell’acqua, del mare e dei laghi; della vita. La madre è la dea Ki/NinHursag che come moglie di Enki si chiama Dam Kina, Madre Terra o anche Mama. Era ritenuta infatti madre di tutte le creature viventi. Tutti i diversi attributi della dea Ninhursag/Ki/DamKina (i nominativi dipendono sia dalla lingua che dai poteri) sottolineano la sua natura di generatrice di vita. Era come la Diana italica anche unita alle fasi lunari che influenzano il ciclo della fertilità quindi la vita delle donne e le nascite.

Ma nella cultura Sumero-Accadica-Amorrita sono tre le dee madri come nel mondo greco o romano: Ninhursag-Ki-DamKina che corrisponde a Hera-Giunone; Inanna-Ishtar che è Venus-Afrodite; Ereshkigal che corrisponde a Demetra-Ceres.

Nel Vicino Oriente, è accaduto spesso che le peculiarità di ciascuna dea-madre fossero unificate in un’unica dea ideale. Come nel caso di Ishtar che è soprattutto nota come dea dell’amore: per le sue sacerdotesse poco morali e diciamo commerciali. Non era davvero solo questo. Aveva una serie di funzioni e poteri: era la stella del mattino (pianeta Venere), vigilava sul parto, protettrice della natura e dell’agricoltura, decretava la guerra e la pace. I suoi simboli sono anche la stella a cinque punte e quella ad otto punte. Entrambe rappresentano, in una funzione geometrico- astronomica, diverse posizioni nel cielo del pianeta Venere. La stella a cinque punte, di notoria origine medio orientale, è un altro dei simboli scolpiti sugli scudi Marsi ( Villetta Barrea, Alba Fucens, Gioia Dei Marsi). In una protezione trovata a Gioia Dei Marsi, ora nel Museo Pigorini A Roma, la stella è circondata da una ripetizione di draghi serpenti. La dea, divenne, in una complessa sintesi, “la terra che rinasce” dopo la siccità estiva e dopo l’inverno assumendo le caratteristiche di Ereshgikal quando scendeva negli inferi.

Ad un certo punto, il termine Istaru divenne il sinonimo di Dea. La dea madre più antica con questa serie di poteri era stata in epoca sumera Nana. Il suo tempio di Uruk, si chiamava Eanna cioè: tesoro puro o casa del cielo, dedicato in seguito proprio ad Ishtar. Tutto questo è accaduto anche per una dea meno conosciuta che si chiama Qadesh: la sintesi di Asherah semita; Asratum accadica; Aserdus Hittita; Athirat di Ugarit. In Grecia diventa Astarte e i suoi templi si diffusero in tutto il mediterraneo anche perché era molto sensuale e legata a riti “amorosi”. L’elenco sarebbe lungo estendendosi anche ad Artemide, Selene ed Ecate. Aldilà dei vari sincretismi e degli innumerevoli e complicati nomi, tutte le dee madri sono collegate nei cerimoniali alle fasi lunari, allegoria del succedersi naturale delle età della donna. Giovane è la prima luna, il nuovo inizio, la primavera, la bellezza e l’amore: Inanna-Istar-Afrodite-Venus. La luna piena: Madre, generatrice della vita, compassionevole, coraggiosa e guerriera se occorre: Ki/Mama/Damkina-Hera-Giunone.

La Magica Luna Rossa: vecchia, saggia, esperta di segreti oscuri, di medicine ed erbe o della morte e del regno sotterraneo: Ereshkigal-Ergsikal-Demetra-Ceres. Ma il ciclo della nascita, vita e morte non si interrompe in questa visione e dopo il viaggio negli Inferi c’è il ritorno, la rinascita e una nuova primavera. Perché anche gli astri, come la luna ed il sole o il tempo, con le stagioni, compiono un ciclo che si ripete eternamente. Un cerchio che gira su se stesso proprio come un serpente rannicchiato: il simbolo al quale, per motivi diversi, la nascita, la fertilità, la sessualità, la morte, le dee madri sono congiunte. Prima di diventare un simbolo del peccato era la metafora della vita che si rinnova sempre. A proposito, la bella Venere, la madre Giunone e la saggia Cerere (che potrebbe anche essere Igea e quindi la guaritrice con la coppa ed il serpente come Nin Girin ) non sono le tre dee ritrovate nel tempio di Angizia? E’ proprio così. Se da un lato, alcuni reperti come le splendide statue del tempio di Luco Dei Marsi, di una singolare ed elevata qualità artistica, conosciute qualche anno fa attraverso la mostra “Le dee del bosco di Angizia” (risalenti secondo la datazione data dagli archeologi e studiosi di storia dell’arte ad un periodo che varia tra il IV ed il II secolo a. C.), testimoniano il grado eccellente e originale raggiunto allora dalla cultura marsicana, oltre al tipo di contatti e di scambi informativi e tradizionali tra artigiani e artisti con altre realtà, d’altra parte questi, documentano ancora solamente come devozione, il Panteon greco- romano. La nostra seconda dea più famosa, c’è anche Venusia, con questi ritrovamenti però, sembrerebbe di nuovo relegata alla letteratura ed alle leggende alla quale è sempre appartenuta.

Eppure tra le belle e misteriose statuette, con dettagli che potrebbero fare invidia agli originali ellenici, la Dea Angizia è nello stesso tempo assente e manifesta. Nelle icone presenti è come se i suoi contenuti mitici e letterari, iconografici, si fossero triplicati o distribuiti nell’adorazione di tre Dee, come in altre culture italiche. Su tutte sembra prevalere quello che porta a Eshergikal- Demetra –Ceres e quindi ai culti primordiali dell’umanità, collegati al movimento del sole e della luna, come indica anche il nome Angizia.

I Marsi, nella loro evoluzione storica si sono adattati alla religione dei dominatori oppure sono i conquistatori che hanno adeguato le forme ed i contenuti delle loro divinità a quelle originarie. Non completamente perché a quanto pare Ercole e Angizia e quindi Ax Elois -Asarlhui e Ki-Damkina, sono così radicati nella cultura abruzzese che ancora ne stiamo parlando e cerchiamo di scoprire il misterioso legame tra noi, che viviamo nel 2019, e questi miti che arrivano dal più lontano passato della storia dell’uomo. Eppure riflettendo non credo che bisogna andare poi così lontano: basta guardarsi dentro e ritroviamo le nostre radici. Come è piccolo il mondo e come è simile l’umanità.

 

Bibliografia:
PIETRO MANDER
QUADERNI NAPOLETANI DI ASSIRIOLOGIA
Le religioni del Vicino Oriente Antico (I):
La religione di Ebla (XXV/XXIV sec. a. C.) Quaderni napoletani di Assiriologia -La religione di Ebla paleo siriana – 2005
MARE MONSTRUM: Storie di antichi profughi Matteo Nucci
Da: Il Venerdì, 5 Agosto 2016
Da Angizia a San Domenico. Il sincretismo come mediatore culturale Vincenzina Pace L’Hecole Hors Les Murs 2009
Storia e gli altri saggi in M.L. Stig Sorensen e R. Thomas, Transizione età del bronzo—età del ferro in Europa (Oxford) 1989, e T.H. Wertime e J.D. Muhly, L’inizio dell’età del ferro (New Haven) 1980.
LE DEE DEL BOSCO DI ANGIZIA
Soprindendenza per i Beni Archeologici per l’Abruzzo –Comune di Luco Dei Marsi. Ottobre 2004 Autori vari: R.Calanca; A. Campanelli; C.Letta; D. Liberatore; P.Riccitelli; D. Villa
Stele D’arte Medio Adriatica da Guardiagrele Valerio Cianfarani
Bollettino d’arte del Ministero delle Attività Culturali e del Turismo
  1. Liverani, “Il collasso del sistema regionale del Vicino Oriente alla fine dell’età del bronzo: il caso della Siria” in Centro e periferia nel Mondo Antico, M. Rowlands, M.T. Larsen, K. Kristiansen. (Cambridge University Press) 1987.

 

 


TERZA PARTE

I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende

SECONDA PARTE

I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende

PRIMA PARTE

I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende

 

 

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