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Comune di Rocca Di Botte

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I Maccafani. Da alcuni appunti raccolti con scrupolo nel tardo Settecento da Gian Gabriello Maccafani, storico di quell’illustre casato di Pereto (376), sappiamo che nel 1488, data forse conclusiva della prima campagna decorativa nel santuario, era rettore (dal 1470) Giorgio, dotto sacerdote di quella famiglia (377), investito della carica dallo zio Angelo, titolare dal ’46 della diocesi dei Marsi, ceduta nel 1470 al nipote Francesco. Giorgio, che era un esperto giurista utroque iure, avendo frequentato a Perugia la prima università di diritto dell’Italia centrale, prudente negli affari ed amabile nel
carattere, era già ben radicato nella nostra zona. Oltre al rettorato della chiesa di S. Giovanni in Valle Calvula/Carda presso Oricola, al confine tra le moderne provincie di Roma e L’Aquila (378), ottenne ancora nel 1488, dietro presentazione del cugino Gabriele, divenuto dal ’71 vescovo dei Marsi, un incarico di prestigio, assegnatogli dall’amico e familiarissimo Giovan Battista Orsini (379), commendatario farfense tra l’ ’82 (meglio l’ ’87) e il 1503.

La nomina riguardava la chiesa e il convento di S. Silvestro, siti mezzo miglio fuori Pereto (380), alle pendici dell’abitato, tappa obbligata per i pellegrini che si dirigevano a piedi al santuario d’altura, distante dal paese non più di tre miglia. La notizia è interessante perché quella sede fu goduta in modo privatistico da un altro Maccafani, Francesco, sin dal 1458, con diritto ius nominandi e ius presentandi un candidato in caso di vacanza, avendola a sua volta ricevuta, forse dopo non agili trattative condotte dai familiari, da Giovanni Orsini (381) commendatario dell’abbazia di Farfa (382), che era un polo strategico di quel casato in Sabina. S. Silvestro risultava già inclusa nelle proprietà farfensi tra l’XI e il XIII secolo (383), anche dopo che si
realizzò la cessione nel 1238 alle Clarisse damianite, normalizzate sul piano
giuridico più che nei fatti dall’obbedienza alla regola benedettina (384).

Certo nella prima metà del Trecento il luogo era in abbandono, ma fu in uso per tutto il secolo (385), tornando verosimilmente nel gioco dell’assegnazione dei benefici. Cento anni dopo i Maccafani di Pereto vi installarono, seguendo una modalità diffusa, la privata rettoria, diedero cioè al titolo un carattere ereditario, giustificato dal probabile esaurimento della gestione monastica. Stipendiarono forse per la cura animarum un cappellano, destituibile al bisogno per il mancato obbligo di residenza di un beneficio semplice in una zona disabitata (386), mentre godevano delle cospicue rendite e dei frutti derivanti dalle minori sedi annesse (387), curando forse il riassetto del complesso, ornato allora di affreschi (388).

Sappiamo inoltre che a Giorgio, unitamente alla Madonna dei Bisognosi,
venne assegnato nel 1470 dall’abate di Farfa Giovanni Orsini un altro speciale
beneficio, quello di S. Maria Assunta “in Piano” (389), nella media valle del Turano, a ridosso dei monti Sabini contigui ai nostri, patronato goduto sin dal ’47 da Angelo Maccafani, che l’aveva ricevuto a sua volta dallo stesso colto abate sabino. La chiesa, creduta di fondazione benedettina, attraeva molti pellegrini per un’icona miracolosa della Vergine e si trovava al centro di un vasto altopiano detto valle Muzia, tra Pozzaglia e Canemorto/Orvinio, centro dal quale dista solo km. 2 a oriente, oggi ancora raggiungibile da una strada campestre (390). Il titolo era incluso nella diocesi sabina, con la quale ebbe contrasti nel Duecento e nel Trecento per la giurisdizione delle chiese limitrofe (391), in una zona che fu controllata dagli Orsini dai primi del Quattrocento (dopo i patteggiamenti con i Colonna di Riofreddo) e più stabilmente dal 1458 (392), cioè dal medesimo anno in cui la rettoria peretana di S. Silvestro fu ceduta ai Maccafani dagli abati sabini (393).

La sede fece sempre gola per le sue estese e fruttuose proprietà a Farfa, che
non aveva altri mezzi per eguagliare la potenza territoriale dei monasteri subla censi lungo l’Aniene, anche se superava per prestigio e ricchezza la diocesi di Forum Novum/Vescovio, alla quale fu sempre ribelle (394), retta non a caso da Latino Orsini tra il 1468 e il ’73, poi da Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, tra il ’79 e l’ ’83, e infine, sino al 1503, dal cardinale Oliviero Carafa, protettore dei Domenicani. Ricordiamo che Giorgio Maccafani, pedina nei rapporti di forza tra i potentati locali, governò il convento della valle Muzia sino al 1498, quando fu nominato presule di Orte e Civita Castellana (v. oltre). Ne assumeva allora l’incarico il commendatario di Farfa Giovan Battista Orsini suo amico (395), seguendo un meditato piano di penetrazione (396) che aveva già dato larghi frutti con Napoleone tra la Salaria e la Flaminia, e tra questa e la Cassia (397).

L’Orsini intendeva raggiungere attraverso il corridoio del Turano, più che il consolidato confine tra le quattro diocesi (398), piuttosto la via Tiburtina-Valeria e l’attiguo corso dell’Aniene, saldando i territori di famiglia in area sabina, sabatina e abruzzese (v. oltre), dunque una fascia ampia compresa tra il Tirreno e il Fucino confinante con il Regno, utile a controllare le vie dirette a Roma dal nord e dal sud della penisola. Certo gli Orsini intorno a Pozzaglia calcavano le orme dell’antica ingerenza farfense in Abruzzo, benché nell’altomedioevo si trattasse di spontanee donazioni fatte da privati al grande ente ecclesiastico (399), in aree percorse da una fitta viabilità,
orientata anche trasversalmente tra il Turano ed il Salto (400). Potrebbero poi attestare i vincoli tra i Maccafani e gli Orsini di Farfa alcuni dipinti nel cenobio sabino in genere trascurati dagli studi [37, tav. IIIb, 39] e da noi attribuiti allo stesso anonimo artista che decorò il presbiterio interno del santuario della Madonna dei Bisognosi, ovvero il Maestro di Farfa (v. cap. III. 3. 2. 1).

Crediamo vadano datati alla stessa epoca della ristrutturazione edilizia ordinata dai suoi quasi ininterrotti commendatari tra gli anni Ottanta del Quattrocento e la metà del successivo decennio, quando era in carica il più volte citato Giovan Battista (v. cap. III. 1). Pensiamo inoltre che Giorgio Maccafani, da tempo rettore del santuario dei Bisognosi, sia stato favorito da quel licenzioso abate ad acquisire presso il papa Borgia (che l’Orsini aveva sostenuto nel contrastato conclave, ricevendo in premio feudi e la prestigiosa legazione della Marca di Ancona) il titolo di prelato domestico e di assistente al soglio pontificio, cariche a dire il vero comuni tra quelle della famiglia
apostolica, spesso non corrispondenti a precise funzioni (401). Né si trascuri che a inizio Cinquecento Giorgio ricopriva altri significativi incarichi: era maggior domo (magister domus) del cardinale Federico Sanseverino (402) ed era nell’entourage di un altro esimio cardinale, Alessandro Farnese, figlio di Giovannella Caetani di Sermoneta, sorella degli eredi di Onorato III, germano di Giulia, sposa di un Orsini, ma ormai nota “favorita” del papa.

Per comprendere ancora il calibro dei legami procurati da Giorgio, segna-liamo
che il Farnese, sostenuto nella sua iniziale carriera da Rodrigo Borgia, oltre
ad assolvere numerosi compiti politici ed ecclesiastici (403), era nel primo decennio del Cinquecento arciprete della cattedrale romana di S. Giovanni in Laterano, e che suo vicario era Giorgio Maccafani, apprezzato per l’esperienza già maturata con quel titolo nella patriarcale di S. Maria Maggiore, di cui era arciprete l’Orsini. Fu forse questi, prima della caduta in disgrazia presso il papa, a proporre Giorgio al papa come ordinario di Orte e Civita Castellana (la nomina è del 1498) (404), in una zona cuscinetto del Patrimonio di S. Pietro gestita dal pontefice per controllare la Flaminia, l’Amerina (che è un diverticolo della Cassia) e il Tevere, gangli vitali nei flussi tra il nord e la città (405). A Orte poi, già guelfa dagli inizi del Trecento, Giorgio lasciava consistenti segni della sua munificenza (406), ma resse il vescovado, che aveva allora funzioni più amministrative che pastorali, per un solo triennio, a causa del programmato trasferimento per promozione ad altra sede (407).

Il titolo era comunque una base necessaria a rafforzare la clientela borgiana nel Lazio e premiava un casato da tempo fedele allo Stato pontificio nel controllo di questa strategica sacca d’Abruzzo vicina all’Urbe (408).
Un altro distinto membro della famiglia Maccafani era Gabriele, che prima
del cugino Giorgio resse il santuario della Madonna dei Bisognosi tra il ’56 e il ’70, uomo di brillante cultura, dal ’71 vescovo dei Marsi (409), che aveva assunto diversi 410 incarichi a Roma dal papa e dai curiali (410). Egli era forse troppo gravato di responsabilità se volle ritirarsi a vivere nel santuario dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità. Vi nominò rettore nel
1498 Giovanni, uomo di provate virtù e fratello del citato Giorgio, ottenendo
quell’anno dal papa come coadiutore nel vescovado il nipote Giacomo (411).
Ora dalle fonti risulta che Gabriele, che considerava la Madonna dei
Bisognosi principal decoro della diocesi (412), forse in previsione di quel ritiro sul monte, costruì a sue spese un’ala residenziale nel convento, lasciandone un settore agli eremiti gestori, mentre la sua modesta abitazione si trovava sopra la ristrutturata cappella della Vergine (413).

Egli risarcì la chiesa, l’ampliò, restaurò il campanile (414), e fece doni in elemosine e paramenti liturgici, che nell’insieme costituiscono il segno di un deliberato rilancio del santuario. Ora nell’affresco del presbiterio interno con la scena dello sposalizio tra Maria e Giuseppe [28], la cui decorazione per motivi di stile ascriviamo alla prima metà degli anni Novanta del Quattrocento (v. cap. III. 3. 2. 1), i due vescovi ritratti, a parte la consuetudine di raffigurare gli astanti di diverse categorie in abiti con temporanei, potrebbero essere Gabriele (che morto nel 1511, venne sepolto dal nipote Giacomo in un’urna cineraria posta ai piedi dell’altare dedicato a Maria, alla quale era sinceramente devoto (415)) e, ma è ovviamente un’ipotesi azzardata, il
defunto zio Angelo il vecchio (416), straordinario modello di comportamento, perché fu lui a tessere per il casato una solida rete di alleanze trasmettendo a pioggia ai nipoti molti benefici, con relative larghe rendite.

Il titolo maggiore rimaneva ovviamente il vescovato, pagato in genere ad alto prezzo ai papi subito dopo le nomine, avendo questi bisogno di denaro e di legare a sé alcune diocesi. I nipoti del presule divenivano poi coadiutori, e con il favore di un papa noncurante del diritto di nomina del competente collegio dei canonici (417), ne assorbivano il titolo con la rinuntiatio ad favorem, conservando talvolta l’ereditarietà dei benefici minori, per i quali veniva autorizzata la compatibilità con i maggiori.

Il tramite Orsini. I Maccafani, che non avevano ancora rivali nella zona, furono dunque pilotati a distanza da una precisa strategia politica. Le loro ambizioni vennero gratificate in un’excalation di incarichi, dall’iniziale ruolo amministrativo, al godimento di prebende, alla prelatura, tappe agevolate dagli Orsini commendatari di Farfa, legati al Borgia (418), e da quelli del ramo di Albe e Tagliacozzo da tempo radicati in Abruzzo (419), assorbiti a metà Quattrocento dal ceppo consaguineo di Bracciano.

Giovanni Antonio infatti, privo di figli maschi, aveva stabilito nel suo ultimo testamento del 1456 di assegnare la doppia contea (unita da circa il 1380) ai quattro nipoti del ramo sabatino; ciò si attuò nel 1461, dopo un breve periodo di governo del demanio regio (420), a favore dei laici Napoleone e Roberto; l’investitura fu confermata nel ’64 (421). Gli Orsini controllarono dunque quasi ininterrottamente il feudo abruzzese nell’ultimo ventennio del Quattrocento dopo un rinnovato periodo del demanio regio (422), intervenuto perché Gentil Virginio, primogenito di Napoleone ed erede del lignaggio (423), non aveva appoggiato Sisto IV nell’ ’81 nella lotta contro i Turchi, sostenuta invece dai Colonna, che per questo furono compensati dopo lo scontro di Otranto con le loro terre abruzzesi da tempo rivendicate (424), e possedute per breve tempo più a titolo nominale che reale.

Gli Orsini infatti vennero riammessi nel 1484 in un ribaltato scenario politico e con integrazione di una cospicua pensione, delle rocche, fortilizi, terre, rendite e vassalli delle contee dell’Abruzzo montano (o Ultra il fiume Pescara), facendo salvi i diritti e le tasse di Roma e di Napoli. Consolidarono inoltre la loro posizione con capillari azioni diplomatiche. Osteggiati solo inizialmente da Innocenzo VIII, ne riconquistarono presto, anche se a fatica, l’amicizia, giocando sull’urgente necessità del pontefice di mantenere buoni rapporti con i creditori Medici, con i quali gli Orsini erano legati da reciproci interessi (425). Poi nell’ ’86 ottennero definitivamente le terre d’Abruzzo.

Il casato visse da allora tranquillo sotto la guida di Virginio, che nell’ ’87, con
un attento piano matrimoniale (e relative doti territoriali), si era procurato due
unioni d’eccezione, coincidenti con il bisogno di alleanza degli stati confinanti.
Anzitutto il matrimonio tra Gian Giordano, suo erede, e Maria Cecilia, una delle
figlie naturali del re Ferrante d’Aragona. Poi, nel giro di pochi mesi, rafforzando gli intrecci con i Medici, quello tra la nipote Maddalena, figlia della sorella Clarice, sposa dal ’68 del Magnifico, e Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII, non più ostile a Virginio se nell’agosto di quell’anno lo accolse trionfalmente a Roma.

Ulteriori tasselli di quella congiuntura furono anche per l’Orsini la nomina a
capitano generale dell’esercito aragonese, trasmessa nell’ ’89 (426) (la condotta Medici non era stata rinnovata) e l’iscrizione nell’albo della nobiltà napoletana, corredata dell’autorizzazione regia a fregiarsi del loro nome e di inquartare il proprio con lo stemma aragonese, successi che coronavano la sua lunga carriera diplomatica e militare, tanto da essere stimato uno dei primi feudatari della Chiesa e del Regno. Virginio ancora, la cui sorella Eleonora aveva sposato prima dell’ ’87 Nicola II di Sermoneta, erede di Onorato III (427), tesseva proprio in quegli anni con il cognato interessanti rapporti, prima che una scoperta trama Borgia colpisse a morte il Caetani nel ’94 (v. cap. III. 3. 1. a).

La fortuna dell’Orsini toccò inoltre l’apice nel ’92 con l’acquisto dei castelli di Cerveteri e di Anguillara, suscitando forti preoccupazioni nel papa per la sua eccessiva indipendenza e per i contatti stabiliti con Firenze e Napoli, sospetti che furono solo in parte sedati dall’ospitalità a lui offerta a Vicovaro nel ’94 per l’incontro con Alfonso II, piegato di necessità a più miti consigli per il Lazio e l’Abruzzo (428). Concordarono in quell’occasione una linea difensiva contro la calata di Carlo VIII, il cui passaggio nello Stato pontificio venne favorito dai Colonna. Essi, ripartito il francese da Napoli e morto Virginio nei primi del ’97, riottennero dal re le contee abruzzesi con il titolo di duchi dei Marsi (429), scegliendo come base Tagliacozzo al posto di Bracciano o di Avezzano (430).
Tornando all’epoca dei nostri affreschi, crediamo che gli Orsini utilizzarono il
santuario come qualificato stendardo di presenza in un territorio che sin dal
Medioevo fu base per ogni manovra militare diretta a Roma, patrocinando a distanza un programma “d’immagine” in un tempo fortunato, anche se breve, della loro storia.

I pellegrini potevano non sapere chi manovrasse le fila dell’heremita e dei
benefacturi (431), ma era semplice arguire che quello spazio, apparentemente neutro, sedava tensioni ben maggiori dei consueti contrasti di vicinato per il pascolo ed il legnatico (432), peraltro armonizzati da tempo in un calendario di feste e presenze (433), e dall’incontro di fiera, che animava la modesta economia locale (434). La sede in definitiva attraeva devoti provenienti da territori controllati dagli Orsini tra la Marsica e il Tevere, con le sue convalli di destra e di sinistra, mentre i baroni potevano apparire garanti delle più antiche tradizioni religiose, come già avevano mostrato di fare in area tiburtina (435), licentina (436) e sabina (437). A Pereto infine, che con Oricola, Rocca di Botte e Carsoli erano tra le principali sedi del lignaggio sulla strategica piana del Cavaliere, cerniera tra la Marsica, il Reatino e la valle dell’Aniene, gli Orsini sfruttavano come maniero e saltuaria residenza il preesistente castello (438), mentre i Maccafani abitavano non a caso nelle vicinanze, nella parte alta dell’abitato (439).

Testi tratti dal libro Pittori di frontiera

Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia 

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