Gli Equi e i Marsi

Gli alberi spesso immobili come in preghiera, sorgenti un po’ dappertutto; le case sparse in maniera disordinata, ma prevalentemente ai lati delle strade principali; un abbaiar di cani quasi continuo durante le notti; di tanto in tanto uno sferragliare di rotaie, interrotto soltanto da sibili acuti in prossimità dei passaggi a livello; un rombo di motori assordante che continuamente rompe il silenzio delle strade: un possente accelerare di trattori che ti sveglia alle prime luci dell’alba; qualche bar che ti accoglie per trascorrere un’ora in compagnia di amici; un rintocco argentino che squilla giulivo nelle giornate di festa, ma che penetra il cuore quando risuona a tocchi cadenzati e mesti; una gente a volte solidale, a volte egoista, comunque molto laboriosa, sempre ospitale; un dialetto piano e cadenzato, abbastanza comprensibile; la visione simile ad un immenso anfiteatro della pianura dei Fucino a sud e del monte Uomo e dei Tre Monti, dietro ai quali, nelle notti serene, le stelle dell’Orsa affondano periodicamente, a nord: tutto questo sí trova in un solo paese di questo mondo, si prova a Paterno, il mio paese, il « paese dell’anima ».
E’ qui, in questo lembo di terra, un tempo lambito dalle acque, che si perde la memoria dei miei antenati.

Già, gli antenati! Solo un viaggio all’indietro nel tempo potrebbe dischiudere una storia che sento aleggiare all’intorno, ma che pure è sconosciuta.
Il passato non bísogna cercarlo dove sorge attualmente il paese, ma lì, ai piedi della Rocca, tra i poveri avanzi di un crollo improvviso, crudele. Lì sono stati sepolti secoli e secoli di vita e di storia; lì bisogna interrogare i ruderi sparsi per cercare di carpire al tempo che tutto travolge i segreti di epoche passate.
Un piccolo paese: dunque, una piccola storia. Ma chissà… vediamola un po’.
E’ certo che le terre intorno al lago Fucino furono abitate dall’uomo preistorico. 1 reperti, tratti alla luce in diverse località del Fucino, grazie al comitato per le ricerche preistoriche in Abruzzo, diretto dal prof. Mario Radmilli dell’Università di Pisa, con fondi messi a disposizione dall’Ente di Valorizzazione del Fucino, ci testimoniano la presenza dell’uomo del paleolitico sino all’età romana e inoltre ci dimostrano che gli uomini della Marsica discendono da quella razza europea esistita nel paleolitico superiore, che venne chiamata razza di Cro-Magnon, la quale è dolicocefala con fronte elevata al disopra delle arcate orbitarie, che hanno andamento quasi rettilineo, con faccia larga, stretto naso e mento ben modellato; la statura è eretta e alta.

Le ricerche e gli scavi, oltre che nelle varie grotte di Ciccio Felice, Afra, La Cava, La Punta, Maritza, S. Nicola ed altre, hanno avuto luogo anche a Paterno, dove, in località Cellitto, a valle di Casanova, all’altezza del Km. 122 della S.S. Tiburtina Valeria, durante i lavori per l’impianto di una vigna, vennero alla luce resti archeologici, per cui nel 1970 l’Istituto di Antropologia e Paleontologia Umana dell’Università di Pisa ritenne opportuno eseguire saggi di scavo e, sotto la direzione del prof. Di Fraia, furono aperte trincee di metri due per uno. Dai reperti si è potuto dedurre l’esistenza nella zona di un villlaggio di capanne e i materiali rinvenuti parte sono tipici della cultura neolitica di Ripoli, parte della cultura eneolitica di Ortucchio. La cultura di Ripoli prende nome dal villaggio situato nella contrada omonima nel territorio di Corropoli, nella Valle della Vibrata. Vi fu scoperto un villaggio di capanne, di cui la più antica risale a circa 3680 anni a.C. Perciò, la cultura di Ripoli viene collocata in un periodo di tempo comprendente il neolitico medio, il neolitico superiore e l’inizio dell’eneolitico. Durò oltre un millennio e cessò per nuove culture affermatesi nello stadio dei metalli.

Nel villaggio di Paterno siamo alla presenza di reperti che ci riportano all’ultima fase della cultura di Ripoli, nel momento in cui, attraverso il contatto tra gli agricoltori del villaggio di Paterno e le popolazioni di Ortucchio, avviene la fusione tra la cultura di Ripoli e quella di Ortucchio, che risale all’età dei metalli. Nel villaggio di Paterno il 50 per cento dell’industria litica è di ossidiana, ma vi sono anche frammenti di vasi di ceramica appartenenti sia alla cultura eneolitica di Ortucchio, sia a quella neolitica di Ripoli. Sono venuti alla luce, oltre ad alcune ossa umane, anche resti di diversi animali, quale l’orso, la volpe, il maiale, il cervo, il bue, la pecora, la capra (1). Da tutto ciò risulta evidente la presenza dell’uomo preistorico nel cosiddetto villaggio di Paterno, ma forse altre località della stessa terra furono frequentate in quei tempi antichissimi. E’ opportuno, a questo proposito, segnalare l’esistenza, tra Paterno Vecchio e la Rocca, di una grotta che, con molta probabilità, fu frequentata, durante la preistoria, dall’uomo, per la sua comodità e la sua felice ubicazione.

Agli albori della storia troviamo le terre dell’Italia centrale abitate dai Marsi, dagli Equi, dai Piceni, dai Sabini, dai Peligni- dai Volsci, dagli Aurunci; la stirpe di tutti questi popoli si fa risalire al gruppo etnico dei Sabelli, di lingua e civiltà indoeuropea (2). I Marsi occupavano il territorio che si stendeva intorno al Fucino, ad eccezione, come vedremo, del tratto compreso tra Celano ed Avezzano, mentre gli Equi, muovendo dall’Aniene, sottomisero le terre del Carsolano, fino ad arrivare a stretto contatto coi Marsi. Tanto i Marsi, quanto gli Equi furono gagliardi, fierí, esperti nell’arte della guerra. Gli Equi si distinguevano per la giustizia e l’equità, alcune delle loro leggi vennero adottate integralmente dai Romani, tra le quali la legge Feciale, al tempo di Anco Marzio. Le città eque, tra le quali primeggiavano Trevi, Carsoli, Nerse, Bellegra, erano soltanto confederate, ma ognuna di esse seguiva una politica autonoma.

Anche le città dei Marsi erano confederate e legate tramite la religione: onoravano Marte, Ercole, Feronia, Angizia. Gli abitanti erano rinomati per l’arte di addomesticare i serpenti, simbolo di prudenza, e di curare i morsi velenosi. Ancora oggi i serpari di Cocullo tengono viva questa tradizione. Alba Fucens, della quale oggi possiamo ammirare le vestigia del passato ritornate alla luce, grazie agli scavi iniziati nel 1949 per interessamento del prof. De Visscher, coadiuvato dal prof. Valerio Cianfarani, nell’antichità fu città gloriosa e forte. Non si sa con sicurezza se sorgesse sul territorio degli Equi o dei Marsi.
Per distinguerla da Alba Longa e da Alba nel Piceno, fu chiamata Fucense da M. T. Varrone per la vicinanza di essa al Fucino, lago dei Marsi, che Strabone dice simile al mare, perché talvolta si estendeva fino a raggiungere le pendici delle montagne e lambire le città rivierasche. Strabone chiama Alba città latina, perché resa dai Romani colonia di diritto latino. Tito Livio, narrando gli avvenimenti della seconda guerra sannitica, ci fa sapere che Alba Fucens era degli Equi: « Albam in Equos sex millia colonorum scripta » (3).

Senonché, questa espressione, ai sostenitori a tutti i costi della tesi di un’Alba marsa, è sembrata che potesse essere interpretata tanto « in regionem Equorum » quanto « adversus Equos ». In verità, l’una e l’altra interpretazione è suffragata da testimonianze di antichi scrittori. Appiano Alessandrino parla di Alba Fucens quale fortezza inespugnabile nella regione degli Equi; Silio Italico e Tolomeo l’annoverano tra le città dei Marsi. Plinio, ricordando i popoli che facevano parte della quarta regione, ritiene Alba indipendente sia dai Marsi sia dagli Equi. Anche tra i moderni v’è discrepanza. Carlo Promis, al quale si deve la più vasta e ragionata illustrazione delle antichità di Alba, è un convinto assertore della ubicazione della stessa nel territorio degli Equi (4). Dello stesso parere è il Mommsen (5), anche se non concorda col Promis nello stabilire il confine tra Alba e i Marsi. Dall’altra parte stanno gli scrittori di storia patria, tra i quali Cluverio, il Febonio, il Corsignani, il Colantoni, lo Sclocchi, che, attaccati alla tesi di un’Alba marsa, non si posero per nulla il problema di definire il confine tra il territorio albense e quello marso.

Detto problema è stato invece affrontato da valenti archeologi quali il Mommsen, il Castagnoli, il Mertens, il Letta, i quali, sorretti da specifica preparazione, hanno apportato e continuano ad apportare un notevole contributo per chiarire la vita dei Marsi e del Fucino nell’antichità romana ed anteriore. In base alle ricerche di questi ed altri studiosi, si può affermare che gli Equi erano sulla sponda nord con Alba, i Volsci nella valle del Liri, i Marsi nell’alta valle del Liri (Valle Roveto) e nella Conca del Fucino, esclusa Alba.
Sostenitori di una presenza equa sulla sponda nord-ovest del Fucino sono, dunque, valenti, qualificati e solerti archeologi. Senza nulla togliere agli scrittori di storia patria che hanno sostenuto con argomentazioni non suffragate da testimonianze concrete la tesi di un’Alba marsa, più credibile sembra quella dei solerti archeologi che vuole Alba nel territorio degli Equi, perché l’archeologia è la strada più sicura che bisogna percorrere per cercare di capire i segreti del tempo passato. Da quanto detto, perciò, Paterno, trovandosi sulla sponda nord del Fucino, apparteneva al territorio degli Equi.
Ma il confine tra Equi e Marsi quale era?

Bisogna tener presente in primo luogo che, in seguito alla cosiddetta riforma serviana, la popolazione romana non era più divisa tra le storiche tribù delle origini, Ramnesi, Tiziensi e Luceri, nelle quali predominava il carattere etnico e il rapporto gentilizio tra i vari cruppi patrizi, e nemmeno tra patrizi e plebei, bensì in tribù a carattere territoriale, ossia ogni cittadino apparteneva a questa o quella tribù a seconda del suo domicilio. All’origine le nuove tribù furono in numero di ventuno, quattro urbane e diciassette rustiche, poi, nel III secolo a.C. queste ultime furono elevate a trentuno(6). Tenendo presente, dunque, la ripartizione delle popolazioni italiche in base alla riforma serviana, possiamo dire che tracce sicure della presenza dei Marsi si trovano nella zona a sud di Celano. Infatti, nel Corpus inscriptionum latinarum è menzionata la tribù Sergia in un’iscrizione rinvenuta « in agro Celanensi, in contrada La Stanga, presso la via di Circonvallazione, nel muro di una cinta di peschiera del sig. Giuliano Carusi, vicino al casotto n. 7 »:
er – Scatoni – III – viro
no – militum – in
nis – 1111 – Macedon
designato
prima – mater (7).

Ora noi sappiamo che i Marsi, in seguito alla guerra sociale (91-98 a.C.), nella quale ebbero una parte importantissima, ottennero la cittadinanza romana e insieme ai Peligni e ai Sabini furono iscritti alla tribù Sergia, mentre gli Albensi appartenevano alla tribù Fabia, alla quale erano iscritti sul finire della seconda guerra sannitica (327-304 a.C.), allorché i Romani si impadronirono di Alba che allora apparteneva agli Equi e vi dedussero una colonia di seimila uomini. Le tracce della presenza dei Marsi nel territorio celanese sono dunque, sicure, come sicure sono le tracce di Alba Fucens a S. Pelino, che consistono nell’esistenza dello stesso reticolato urbano e nel ritrovamento di un’iscrizione in cui è nominato un Allidius, la cui presenza è testimoniata ad Alba.

Publicia – reparata
Mihi – et – tibi
Marco – Allidio
Ob memoriam
Fecit (8).

Lo stesso Allídius è nominato in un’altra iscrizione rinvenuta a i Castelnuovo, in cui si precisa che fu patronus di un collegium fabrorum i tignuariorum.

Diis – M
M. Allidio
Deroti
patrono
collegíum
fabrorum
tignuariorum (9).

Senonché, in base ad un’altra iscrizione rinvenuta secondo il Mominsen, che si basa sulla testimonianza del pescinese Giuseppe Melchiorri, autore di un « Breve ragguaglio storico dell’antica regione e popolo dei Marsi », « Paterni sub Casa Nuova ad S. Maria de Paradiso », si può affermare che anche Paterno faceva parte del territorio albense. Il De Nino, invece, nel 1886, cioè circa cinquant’anni, dopo la scoperta del Melchiorri, effettuò degli scavi nelle contrade Casanova e Porciano, rinvenendo muri in opera incerta e reticolata, idoli di bronzo, condutture di piombo, monete e un esteso sepolcreto del tardo impero romano (10). Riguardo all’iscrizione trovata dal Melchiorri, in base ad informazioni orali e per il fatto che l’epigrafe si trovava in una casa di Celano, diceva che essa era stata trovata nella contrada Porciano (11). E’ irrilevante sapere chi dei due avesse ragione, perchè l’iscrizione rinvenuta, in cui si nomina un certo Marcio Bruto, ci testimonia chiaramente che il territorio degli Albensi ‘i estendeva oltre Paterno, essendo, i Marci presenti ad Alba.

C Marcio – Bruto
Marciae – C – L – Calliste
Vixit – annos – VII (12).

Il Letta, basandosi sulle ricerche del Castagnoli e del Mertens che avevano rinvenute tracce del reticolato urbano di Alba Fucens soltanto fino a S. Pelino, in un primo momento aveva ritenuto che il confine tra gli Albensi ed i Marsi si trovasse tra Casanova e Porciano (13). In seguito, però, dietro la segnalazione di F. Van Wontergem il quale, studiando la centurazione di Alba Fucens, aveva scoperto che il reticolato della pertica albense si estende fino a Celano, ha precisato che il confine tra Albensi e Marsi si trovava lungo il Rio La Foce. Comunque stiano le cose, è certo che la terra di Paterno faceva
parte del territorio albense, del quale costituiva l’estrema parte orientale (14).

Note
I. A. M. Radmillí: « Storia dell’Abruzzo dalle origini all’età del bronzo », Pisa, 1977, pagg. 313, 314, 344.
2. A. Saitta: « Civiltà del passato », Sansoni, Firenze.
3. T. Livio: Ab urbe condita, LX c.I. « Ad Alba negli Equi fu dedotta una colonia di seimila uomini ».
4. C. Promis: « Le antichità di Alba Fucens », Roma, 1863.
5. « Corpus Inseriptionum Latinarum… » (C.I.L.), voi. IX, a cura di Teodoro Mommsen, Berlino, 1883.
6. A. Saítta: op. cit., vol. 11, pag. 103.
7. Mommsen: op. cit., n. 3649. « A Servio Scatone triumviro, designato tribuno dei soldati nella quarta legione macedone, la madre Prima ».
8. Mommsen: op. cìt., n. 4021. « Publicia Reparata, eresse (questo sepolcro) in memoria di me, di te e di Marco Allidio ».
9. Mommsen: op. cit., n. 3931. « Agli dei Mani A Marco Allidío Deroto, protettore del Collegio dei Fabbri Tignarii ».
10. A. De Nino: Notizie Scavi (N.S.), 1886, pag. 83.
11. A. De Nino: op. cit., pag. 85.
12. Mommsen: op. cit., n. 4008. « A Caio Marcío Bruto a Marcia Callista, liberta di Caio che visse sette anni ».
13. C. Letta: « I Marsi e il Fucino nell’antichità », Cisalpino-Goliar dica, Milano, 1972. In particolare: « Confine di Alba Fucens nella zona di Celano », pagg. 120, 121, 122, 123.
14. Nel C.I.L., al n. 5617 c’è un’altra iscrizione di difficilissima interpretazione, ritrovata nel 1827 a Fucino nella campagna di Paterno e precisamente a S. Maria di Casanova: Nos vilicu et cladus Lar.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino