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Comune di San Vincenzo valle Roveto

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Quella che mi accingo a narrare è una piccola grande storia che potrebbe apparire incredibile e fantastica se non fosse realmente accaduta, scrupolosamente documentata e gloriosamente sigillata col sangue di un giovane eroe, immolato sull’altare della libertà e della democrazia. Si tratta di una piccola grande storia che s’innesta nell’immane, tragica storia del secondo conflitto mondiale e che ebbe come scenario quella parte del territorio della nostra patria, che si stende tra la Marsica e la Ciociaria, dalla caduta del fascismo del 25 luglio 1943 all’armistizio dell’8 settembre, alla distruzione dell’Abbazia di Montecassino (1) , all’arrivo delle truppe alleate nei mesi successivi, quando stava ormai per crollare definitivamente il mito del nazifascismo sotto una tempesta di fuoco, di distruzioni e di sangue. Una piccola grande storia, apparentemente irreale. Direi quasi che potremmo iniziare a narrarla con l’antica formula con cui si introducevano i racconti delle favole intorno alla crepitante fiamma del camino, nelle cucine annerite dal fumo, dove il vecchio patriarca, circondato dai nipoti, cominciava con voce grave e solenne: ” C’era una volta…”.

Morrea

Si, c’era una volta un paesino piccolo piccolo, Morrea, accovacciato tra le rocce dell’Appennino abruzzese a ridosso del Parco Nazionale. Dall’alto dominava la Valle Marsicana mentre a nord e ad est vedeva distendersi verdi pascoli, tra masse oscure di boschi e catene montuose aspre e
inaccessibili, che davano al paesaggio una nota di raccolta solitudine, dove ” la rustica virtù ” conduceva ” la mugghiante greggia e la belante ” ” ne la stagion de la pastura “(2). In quel paesino viveva una piccola comunità di forti e sani montanari, la cui esistenza si svolgeva sul solco delle bibliche tradizioni, quasi sdegnosi ed ostili alle forme ed alle trasformazioni della incalzante civiltà novecentesca. E cosi, secondo le esigenze delle stagioni, attraverso gli antichi tratturi, ” quasi per un erbal fiume silente ” (3), si compivano i sacri riti della transumanza e delle attività connesse con la pastorizia.

In quel paesino di vecchie case e di serpeggianti ripidi vicoletti (mi riferisco alla situazione degli anni quaranta) la piccola comunità viveva la sua storia, nella rassegnata tranquillità di un mondo fatto di quotidiane fatiche, di caldi e schietti sentimenti famigliari e religiosi, di usi, costumi e tradizioni secolari, scanditi dal suono amico delle campane della chiesa, dove la domenica le famiglie si ritrovavano assieme per pregare e per ascoltare il sermone del parroco: padre, amico e fratello. In quella chiesina, tiepida d’inverno e fresca d’estate, oltre a quella delle candele si diffondeva la luce delle lampadine elettriche che in molte case mancavano. Già, perché in quel paesino di vecchie case di pietra, ancora segnate dal disastro del terremoto del 13 gennaio 1915, non c’era un normale impianto di illuminazione, non c’erano condutture d’acqua potabile, non c’erano i più elementari servizi sanitari, non c’erano scuole, né telefono né ufficio postale, non c’erano strade di collegamento; insomma mancava tutto, eccetto la rassegnazione forzata degli abitanti. Nella casa del parroco c’era un apparecchio radio intorno al quale gruppetti di giovani e di adulti si radunavano la sera per ascoltare le notizie di guerra che venivano loro “tradotte e commentate” dal giovane prete.

Per raggiungere il Comune di San Vincenzo Valle Roveto, di cui il paesino di Morrea era ed è frazione, per recarsi a valle a prendere il treno o la vecchia corriera, non c’erano strade, ma solo tratturi ripidi e sassosi, percorribili a piedi o a dorso di mulo (4). La solitudine, il ritmo delle quotidiane abitu6ini pastorali ed agricole di que1 paesino, sperduto sui monti della Marsica e del tutto ignorato dagli uomini, furono improvvisamente sconvolte dagli avvenimenti successivi all’armistizio dell’8 settembre del 1943 e allo sbandamento generale che si verificò in tutto il territorio nazionale.

Profittando della confusione caotica di quelle giornate, i prigionieri alleati del campo di concentramento di Avezzano fuggirono in massa, spargendosi per tutto il territorio circostante col preciso intento di raggiungere, attraverso le montagne, la linea Gustav, dove si fronteggiavano i due eserciti, con pesantissime perdite umane dall’una e dall’altra parte. Il 15 febbraio del ’44 fu bombardata l’Abbazia di Montecassino, culla del monachesimo occidentale e della cultura latina, che registrava cosi la sua quarta inutile e ingiustificata distruzione nella sua storia millenaria.

Note
1. L’abbazia di Montecassino fu violentemente bombardata e distrutta il 15 febbraio 1944.

2. G. Carducci, Rime Nuove, “Il Comune rustico “, 12, 20, 14.

3. G. D’Annunzio, Alcyone, ” I pastori “, 12.

4. In una intervista rilasciata al corrispondente de ” l’Unità ” del 3 marzo 1945, G. Viviani, ad una precisa domanda del giornalista il parroco rispondeva: ” Morrea era disprezzata da tutti in tempo di pace, perché priva di ogni comodità, principalmente acqua e strade “. Per questo motivo – aggiungeva l’intervistato – ” neanche i tedeschi trovavano conveniente sostarvi. S. Giovanni, S. Vincenzo e tutti gli altri paesi circostanti erano stati invasi, mentre il nostro Morrea, sebbene si trovasse a poca distanza da varie guarnigioni tedesche e fasciste, era la meta di tutti i fuggiaschi. Noi di questo siamo stati orgogliosi; la nostra povertà ha potuto salvare la vita a tanti infelici… Abbiamo tatto quanto abbiamo potuto ed anche di più “.

Testi tratti dal libro Giuseppe Testa 1924-1944

Testi a cura di Mario Martini

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Giuseppe Testa

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