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Giovenco, Fucino e Liri, il male oscuro di un gigantesco organismo vivente. Intervista al dottor Amilcare D’Orsi

Valle Roveto – I Contratti di Fiume sono strumenti finalizzati alla programmazione territoriale per una corretta gestione delle acque volta alla valorizzazione dei bacini fluviali e alla salvaguardia ambientale. Ulteriori obiettivi sono il contenimento del rischio idraulico e lo sviluppo locale sostenibile. Si tratta essenzialmente di protocolli d’intesa recepiti da comuni, enti, associazioni e cooperative, ma anche da operatori economici privati.

Solitamente si parte da un’analisi preliminare, uno studio tecnico multidisciplinare integrato, su vari aspetti ambientali, sociali ed economici del territorio oggetto del contatto di fiume. Esempi possono essere la produzione di una monografia d’area, uno studio di caratterizzazione ambientale, territoriale e socio-economica, un’indagine preliminare sui portatori di interesse e sulle reti esistenti fra gli stessi.

Per avere un’idea più ampia del percorso che stanno seguendo i comuni della Valle Roveto nell’ambito della costituzione del Contratto di Fiume, TerreMarsicane ha ascoltato il dottor Amilcare D’Orsi, naturalista, consulente nel campo della formazione e dell’educazione ambientale oltre che componente del comitato scientifico del Contratto di Fiume.

Il dottor D’Orsi ci conferma che sul bacino fluviale del Liri, sono state fatte indagini preliminari che hanno lo scopo di valutarne la capacità ecologica. In pratica l’aspetto morfologico dell’asta fluviale, il tipo di vegetazione riparia naturale o importata presente lungo il corso, l’intervento dell’uomo e la qualità delle acque, hanno prodotto una serie di dati che integrati fra loro, offrono il quadro dello stato di salute del fiume e della sua capacità di autorigenerarsi.

«Lo studio ha un livello di approfondimento che non può prescindere dalle esigue risorse messe a disposizione» dice il dottor D’Orsi  «Comunque fornisce diversi spunti di riflessione, fra questi, quello di capire come il bacino fluviale possa essere migliorato e attraverso quali azioni.» poi aggiunge.

«Sicuramente l’alveo del Liri, nel corso del tempo, ha subito diverse modifiche per via dell’intervento dell’uomo teso a regimentare le acque con la posa di gabbionate o attraverso l’eliminazione di anse di golena.» Continua D’Orsi

«Tutte queste operazioni, hanno determinato una minore capacità di risposta del fiume ad eventi straordinari come piene improvvise o fenomeni di inquinamento. In estrema sintesi, è chiaro che, rispetto a uno scarico industriale che sversa in un fiume, se quel fiume può contare su un certo tipo di vegetazione, su una certa conformazione morfologica, il più possibile naturale, la sua capacità di resilienza sarà maggiore rispetto alle minacce che incombono lungo il suo alveo.»  

Che tipo di lavoro preliminare ha svolto il comitato scientifico?

«Il lavoro preliminare che abbiamo svolto ha cercato di mettere a fuoco, a livello macro, le caratteristiche del fiume nel suo insieme, in quanto ecosistema rappresentativo di determinate specificità che lo identificano come un vero e proprio organismo vivente, di cui va valutato lo stato di salute. Quindi la visione non si deve fermare al fiume Liri ma all’intero bacino imbrifero che include i torrenti montani che affluiscono al fiume, le sorgenti naturali e tutto il sistema delle acque che caratterizza l’intero bacino.»

Quali sono state le prime impressioni?

«Diciamocelo chiaramente, se durante il lockdown, il fiume ha manifestato un notevole miglioramento del suo stato di salute è del tutto evidente che le attività industriali e quelle agricole, unite agli scarichi fognari, sono i principali fattori di minaccia del suo equilibrio naturale ma questo è abbastanza scontato. Meno scontato è invece il problema dei controlli che sono assolutamente inefficaci.»

E questo da cosa dipende?

«Dalla diffusa reticenza da parte delle istituzioni, ad ogni livello, a prendere il problema di petto, reticenza spesso dovuta all’errata convinzione che denunciare certe situazioni,  equivarrebbe a far chiudere le aziende e con esse, a distruggere posti di lavoro. Oggi sappiamo che il costo dei disastri ambientali, sia in termini economici che di posti di lavoro, è enormemente più alto. Basti pensare al dissesto idrogeologico piuttosto che ai reati ambientali.»

Questo cosa significa?

«Che in un fiume inquinato, la chiusura di attività che non si possono più praticare, costa molto di più, anche in termini di posti di lavoro persi. Un fiume pulito significherebbe, per dire una banalità, che tutti i pescatori a mosca d’Europa potrebbero trascorrere il loro tempo nella Valle Roveto, per esempio. Attività come il rafting piuttosto che canoa, in alcuni tratti di fiume, genererebbero un indotto importante nel settore della ricettività. Questo vale per qualsiasi fiume.»

Riflessione interessante ma forse troppo utopistica.

«Forse, ma pensi che un’agenzia turistica danese organizza viaggi per pescatori a mosca del Nord Europa in mezzo mondo. C’è un mercato turistico della pesca a mosca, o pesca no kill, che fa paura. Parliamo di gente che spende due, tremila euro per canne da pesca fatte da artigiani italiani. C’è un indotto su queste cose che è sconosciuto.»

Lei pensa che sul Liri si potrebbe fare questo?

«Il fiume Liri ha degli scorci spettacolari, sarebbe il posto ideale per fare certi tipi di attività, non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche perché dispone di una fauna ittica che lo merita. Il pescatore danese che nei suoi fiumi ha soltanto due specie ittiche troverebbe in questo bacino fluviale la diversità ittica più grande d’Europa

Il contratto di fiume permette di fare queste cose?

«Il contratto di fiume contiene un’ampia serie di argomenti, ma a mio modesto parere occorre concentrarsi su alcune semplici cose mirate, sulle quali puntare in maniera prevalente, altrimenti lo strumento diventa dispersivo e poco efficace.»

Da dove occorre partire?

«Intanto parliamo di Indice di funzionalità fluviale, che è la capacità di un fiume di funzionare bene. Il fiume è come un organismo in cui la morfologia è il cuore, la vegetazione è il fegato, la qualità dell’acqua e la fauna ittica, sono i polmoni. Se questi organi si ammalano, la funzionalità del fiume viene meno. In una situazione come quella del Liri andrebbero salvaguardati per primi i suoi piccoli affluenti perché sono elementi che contribuiscono al recupero della funzionalità del fiume come fossero medicinali salvavita.»

Interessante questo parallelismo con il corpo umano

«Beh! Dimenticavo le aree golenali che sono fondamentali. Sono lagunaggi naturali dove il fiume si espande attenuando la sua forza erosiva. All’interno di queste aree l’acqua si purifica per decantazione ma anche per l’azione dei canneti che agiscono come filtri. Se però questi spazi vengono sottratti al bacino fluviale poi non ci meravigliamo dei disastri dovuti alle piene.»

Diceva che in questo complesso sistema idrografico, i torrenti sono importanti.

«Certamente! I piccoli torrenti hanno generalmente una minore pressione antropica e solitamente ricadono all’interno delle aree dei singoli comuni che molto più agevolmente possono mettere in atto interventi poco invasivi ma certamente utili a mantenerne in equilibrio l’habitat. In altre parole è necessario pensare in termini complessivi a tutta la filiera dell’acqua.»

 In termini pratici cosa significa?

«Che c’è da fare un ragionamento integrato su tutto il sistema perché sul Liri arrivano anche le acque che provengono dal Fucino, che a sua volta, riceve le acque del Giovenco. Sul fiume Liri, che è un bacino naturale, ARTA Abruzzo ha installato due stazioni di campionamento, una a monte dell’Emissario e l’altra a valle di Balsorano

Ci  vorrebbero più stazioni di campionamento fra le due già esistenti?

«Ovviamente si. Due stazioni sono del tutto insufficienti per caratterizzare l’intero fiume, soprattutto perché nei luoghi dove sono state collocate diventano perfettamente inutili. I campionamenti così ottenuti sono superflui perché relativi a tratti non influenzati dalle acque provenienti dal Fucino e originate dai rilasci degli opifici presenti  nel tratto compreso fra le due stazioni.»

Sicuramente un aspetto tecnico migliorabile

«Ma c’è un secondo aspetto. Le acque del Giovenco arrivano al Fucino, dove nei canali, si mescolano con altri torrenti che affluiscono sulla piana, andando a costituire l’importante bacino di accumulo utilizzato a scopi irrigui. Dal Fucino, attraverso la galleria sotterranea Claudio/Torlonia e quella della Burgo, si riversano poi nel Liri

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«Il Giovenco e il Liri, sono monitorati dall’ARTA perché il monitoraggio sui corsi d’acqua naturali è previsto per legge. Sul bacino del Fucino invece, ARTA, che io sappia, non fa analisi, perché quel bacino è classificato come bacino artificiale. Io invece credo che non si possa prescindere da uno studio integrato del sistema, se veramente si vuole capire lo stato di salute delle acque dell’intero comprensorio per poter strutturare un piano mirato di interventi.»

Cosa occorrerebbe fare?

«Ci vorrebbe un intervento normativo che disponesse un controllo idrografico sull’intero bacino che è palesemente interconnesso. A quel punto ci si potrebbe avvalere di un efficiente piano di monitoraggio che consentirebbe di portare alla luce puntualmente i fattori inquinanti nell’ambito di tutta la filiera, favorendo gli opportuni correttivi.»

Un’ultima domanda. Cosa pensa delle numerose centrali che captano acqua dal fiume Liri?

«Credo che bisognerebbe essere più attenti. Bastano norme semplici, già in vigore in altre regioni. In Lombardia per esempio, se tu fai una centrale che capta a Canistro e rilascia a Civitella Roveto, e in quel tratto di fiume, tra la captazione e il rilascio, intercorrono tre chilometri, la centrale successiva può essere autorizzata solo al doppio della distanza, quindi a 6 Km.  In questo modo si limita la proliferazione di centrali, immediatamente a valle dei rilasci delle precedenti, e si evita il rischio di veder sparire i fiumi.»

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