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Comune di Collelongo

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Testi dell’avvocato Walter Cianciusi maggiori info autore
I GGIOCHE ”La cultura sorge e si manifesta fin dall’antichità come gioco: anzi il cioco e più antico della cultura tanto che anche gli animali giocano e il gioco, come trasfigurazione della realtà, e alla base dei riti di culto e dei miti” (da J. Huzinga – Homo Ludens – Einaudi 1973 le racanelle i racanellone la gnaccola e

LA RACANĖLLA (Tale in D.A.M.) (Raganella come ”strumento di legno costituito da un telaio con una ruota dentata che striscia su una lamella producendo un suono caratteristico” D.G.) La raganella e, in lingua e principalmente, una piccola rana, particolare per avere dei dischi a ventosa alle dita. II nome degli strumenti qui esposti derivera per onomatopea dal verso della rana; non certo da Racane (Rachene in D.A.M.), Ramarro. f uno strumento in legno, senza chiodi, composto da un manico su cui e infissa una ruota dentata, e da un telaio con una lamina, pure di legno, che al girare del manico vibra ed ai vari scatti della ruota dentata emette un rumore ritmico ronzante e sordo che può essere assimilato al gracidare della rana. Tale strumento che poteva essere complesso (con due o più ruote dentate e con due manici) veniva usato dai bambini per suonare durante il tempo dalla morte alla resurrezione di Cristo, cioè quando le campane erano ”legate”. Alcuni ragazzi, più grandi, avevano i racanellone, una racanella gigante azionata con una manovella, che produceva un rumore molto maggiore, da procurare fastidio.

Altri avevano LE GNACCOLE (tale in D.A.M.), nacchera, castagnetta. Agitando lo strumento come un campanello, gli elementi mobili battevano sul piano di legno producendo rumore analogo a quello della racanella. Tali strumenti erano opera qualificata del falegname o del tornitore. A Villavallelonga erano usati anche la VALECHĖRA e I RETRĖCENE realizzati in legno di faggio e listelli in legno di maggiociondolo (per la sua migliore elasticità) ideati per fare più rumore possibile tanto che il vecchio Abate Don Domenico Giancursio, in chiesa, la sera del Venerdì Santo incitava i ragazzi ”Vagliu, jamme a chi fa chiu remore”, partecipando egli stesso alla loro gioia di poter finalmente suonare le racanelle.

I RETRĖCENE (Tale in D.A.M.) che ne da il significato come ”volante a palette del mulino” e per Scanno, come temine del folklore, ”grossa raganella a scatola, che si percuote il Venerdì Santo lungo le strade e nelle piazze”. Nei nostri dialetti retrecene e talora riferito ad uomo grasso e malandato, che si trascina a stento o che si muove in modo malaccorto. In senso analogo Retrecene in D.A.M.

LA VALĖCHERA il DAM lo riporta come ”Gualchiera” e come gioco tra ragazzi, di cui ”uno all’impiedi che afferra, alza ed abbassa L’altro che si e curvato mettendo la testa tra le gambe dell’altro”. Gualchiera e, in italiano (D.G.) la ”macchina per lo più mossa da acqua, che serve a dare maggiore consistenza a un tessuto, comprimendolo tra magli”, con derivazione dal tedesco walken. La macchina per gualcare era in effetti composta da pistoni che alternativamente comprimevano il panno ad essi sottoposto. Tale movimento giustifica il nome dato al gioco e quello dello strumento suonato dai ragazzi, unitamente a gnaccole e racanelle e che e fatto di sporgenze a forla valechera ma di pistoni sui quali alternativamente batte la lamina che vibra. II nome della macchina sara stato introdotto dai popoli di lingua celtica calati nelle invasioni barbariche e per estensione e somiglianza, dato poi allo strumento. II GMIL lo conosce come valecheria, ma da significato completamente avulso da quanto finora detto, seppure, infine, scriva: ”Ego valecheriam idem sonare existimo”. La valechera e giocattolo in uso nella vicina Villavallelonga.

LA RUCĖCA (Tale in D.A.M. riferito proprio a Collelongo) Ruzzola. E’ un disco di legno del diametro di circa 20 cm., spesso (largo) cinque-sei cm.. Si gioca con due ruzzole. I ragazzi si dividono in due gruppi (di solito tre elementi per gruppo). Sulla via che porta a Villavallelonga, che e larga e (allora) in terra bene battuta dal traffico (ma non mancavano buche, sassi e carreggiate spesso profonde) due ragazzi degli opposti schieramenti iniziano il gioco. Ciascuno di essi avvolge attorno alla propria ruzzola uno spago robusto (la zagajja), tenendo nella mano destra uno dei capi dello spago fermato con un cappio attorno al polso. Poi entrambi lanciano la ruzzo75 la lungo la strada. Lo spago funziona da propulsore, aggiungendo molta forza viva allo strumento. Le ruzzole corrono lungo la strada, ma un sasso ne devia una e questa vola oltre il ciglio. Si segna il punto in cui L’attrezzo e uscito di pista. Subentrano i secondi e poi i terzi dei gruppi: ognuno parte dal punto in cui L’attrezzo e uscito di pista o si e attestato lungo la pista. Si va, in andata e ritorno, fino alla segheria all’ingresso di Villavallelonga; quindi e possibile recuperare lo svantaggio di un tiro sbagliato o sfortunato. II gruppo perdente paga le consumazioni. Gli adulti giocano anch’essi a ”ruceca”, ma le ruzzole sono forme di cacio pecorino ben stagionate, che spesso resistono integre a compiere tutto il percorso. La ruzzola che si rompe costituisce subito vincitore il gruppo avversario. La forma di cacio di chi perde va consumata dalla comitiva, in questa compresi gli amici che assistono alla gara, e con L’aggiunta di pane, vino e prosciutto.

I STRÚMMELE (in D.A.M. solo Strummulone per stupido: termine che anche qui e inteso con tale significato, sicché stupisce che manchi in D.A.M. il termine dal quale deriva) Picchio,Trottola – viccare a Villavallelonga. Dal greco ”strobilos/strongulos”, trottola; lat. Strobilos. 4 Questo gioco, dei ragazzi, esigeva uno strumento non facile da procurare, opera di un falegnai”, » me tornitore e quindi per le loro tasche costoso. Ma in paese vivevano e lavoravano dei tornitori, i ”fusari”, che, appunto, costruivano principalmente fusi per filare la lana, attività della filatura cui si dedicavano molte donne, specie le anziane, che non svolgevano più i lavori dei campi. I ”fusari” più provetti venivano da Preturo, paese delL’Aquilano. Lo ”strummolo” era una trottola a forma di cono, all’apice del quale era stato introdotto un chiodo robusto, cui era stata tolta la testa e limata la punta. La trottola girava sul chiodo. Si avvolgeva strettamente attorno ad essa uno spago, del quale il giocatore teneva saldamente in mano un capo. Quindi tirava lo strummolo ritirando svelto il braccio. Lo spago, svolgendosi, imprimeva allo strumento il movimento rotatorio e la trottola, a terra, esauriva, girando, la sua forza viva. L’apprendimento richiedeva lungo tempo e grande pazienza. Per facilitare L’adesione dello spago allo strummolo, si incideva lungo la superficie del cono un solco a vite, sul quale lo spago potesse stringersi senza aggrumarsi, e si bagnava lo spago con la saliva. Bisognava calcolare la lunghezza dello spago: uno troppo corto i circhie non avrebbe impresso alla trottola il movimento rotatorio sufficiente a tenerla per molto tempo in piedi; uno troppo lungo non si sarebbe svolto in tempo da liberare lo strumento prima che questo avesse raggiunto il suolo. Bisognava anche graduare la forza di lancio: lanciare con molta forza avrebbe trasformato il lancio in una fiondata; un tiro troppo debole avrebbe fatto semplicemente cadere a terra la trottola. La gara era a chi facesse durate più a lungo il movimento della trottola, ed occorreva anche scegliere il punto più adatto dove lanciarla, dato che si giocava per la strada, tra le pietre. I pianti arrivavano alle stelle quando uno strummolo si spaccava, o perché era caduto su un sasso o perché era andato a sbattere a un muro o perché il chiodo della punta, a forza di battere a terra, s’era inserito troppo dentro nel legno, provocandone la frattura. Ma i ragazzi più grandi e provetti giocavano a spacca strummolo ed era in ansia tutto il gruppetto degli astanti. Si sorteggiava, tra i due contendenti, chi dovesse ” mettere sotto” il suo strummolo, cioè deporlo a terra a costituire bersaglio. L’altro avvolgeva lo spago alla sua trottola e la lanciava ’ ’ levando al massimo il braccio in modo da imprimere allo strumento la massima forza. Se la trottola colpiva quella giacente a terra, questa quasi sempre si spaccava perché il chiodo della punta faceva da cuneo: lo strumento colpito era perduto. Se il giocatore non aveva colpito il bersaglio, la sua trottola diventava bersaglio e L’altro giocatore provava a sua volta a spaccarla. Era un gioco crudele, che lasciava L’amaro in bocca anche ai ragazzi che avevano assistito al duello. I più bravi riuscivano a ”raccogliere” lo strummolo: mentre questo girava il ragazzo inseriva sotto al chiodo la propria mano aperta, facendo salire la trottola sul palmo, nello spazio tra il dito indice e il medio tenuti divaricati, e lo strummolo continuava a girare sul palmo della mano, finche avesse forza.

I CIRCHIE (Cierchie in D.A.M.) Cerchio Si tratta di un cerchio di circa 40 cm. di diametro fatto con un tondino di ferro spesso circa un centimetro. II ragazzo avvia il cerchio lungo la strada e poi, correndo, lo guida con un’asta di ferro che finisce a forcella nella estremità in cui tocca il cerchio che gira. Non era facile guidare il cerchio facendogli compiere le curve del percorso senza farlo ribaltare, e tuttavia eravamo abilissimi. Si vedevano i ragazzi correre ognuno guidando il proprio cerchio lungo le strade sconnesse in terra battuta e piene di fossi e di ciottoli, e ti passavano accanto garruli come per uno stridio di rondini. Si gareggiava a chi arrivasse per primo a Fonte Vecchia, al Pozzo, alle Majure, s’intende senza che il cerchio cadesse a terra o si ribaltasse.

LA ZURRE ZARRA (D.A.M. riporta Zurr’a zzurre come ”gioco”, zurre come trottola e zurria come ”muoversi in giro e brontolare”, termini adeguati alla nostra zurre zarra) Era come un grande bottone di coccio, del diametro di circa quattro centimetri ricavato di solito da un piatto rotto, con due buchi attraverso i quali si faceva passare uno spago lungo circa 60 centimetri, annodato agli apiCI. Tenendo lo spago teso tra gli indici delle due mani, si faceva ruotare il bottone e lo spago perciò si attorcigliava attorno a se stesso. Quando lo spago era stato ”attorto al massimo”, allontanando le mani L’una dall’altra lo spago si svolgeva facendo girare velocemente il bottone. Cessando per tempo di allargare le mani, lo spago si riavvolgeva da solo e cosi i più bravi riuscivano a far tendere e riavvolgere lo spago per lungo tempo. II bottone ruotando velocemente prima in un senso e poi nell’altro, produceva un rumore come fosse fruscio ed il nome zurre-zarra ne ripete in qualche modo il suono. Nel gioco di gruppo vinceva chi riusciva a durare più a lungo nel tendere e far riavvolgere lo spago.

IL ROMBO Un pezzetto di latta lungo 7-8 centimetri e largo quattro, tagliato a forma di rombo, veniva tenuto leggermente dal ragazzo ai due vertici più distanti, fra il dito pollice e il medio. Soffiando fortemente sul rombo questo girava come una trottola, producendo un esiguo fruscio. Scrive P. Tosti (II Folklore): ”i ragazzi siciliani hanno tra i giocattoli che si fabbricano da se ”il lapuni”, cosi chiamato perché fa un ronzio simile a quello di una grossa ape: ora il Pettazzoni ha dimostrato che si tratta di una sopravvivenza del rombo, strumento usato in tempi antichissimi e tuttora presso alcune tribù. II suo cupo ronzare rappresentava, per molte menti primitive, la voce stessa della divinità . II ”rombo” (bull-rearer in inglese = legno ronzante) e ritenuto da alcune tribù australiane ”oggetto sacro carico di magia” (F.B. Jevons, L’idea di Dio nelle religioni primitive, Cisalpino, Ml).

LA PALLA. Era fatta dalle nonne cucendo insieme stretti tutti i ritagli di stoffa avanzata da altre confezioni. Tali stracci venivano pigiati dentro ad una vecchia calza e questa veniva poi avvolta su se stessa per la parte rimasta vuota, sicché si formava un grumo che veniva attraversato da ulteriori cuciture. A volte, invece, si riempiva la vecchia calza di crusca o segatura e poi la si cuciva in modo che ne risultasse una palla. Bisogna ricordare che nella stagione buona (da aprile a settembre) molti ragazzi andavano a piedi nudi o indossavano ciabattelle di pezza o piccole cioce (chiochiarelle), calzature tipiche di Sora e del Frusinate (Ciociari), comuni anche da noi. A piedi nudi o con dette calzature, i ragazzi potevano giocare ”a pallone” senza ferirsi i piedi.

A MAZZE MAZZITTE a mazze-mazzitte (Mazze e ppicquele in D.A.M.) A lippa, a mazza a piveze a Villavallelonga (Piùze in D.A.M.) Era un gioco di gruppo per ragazzi (altrove detto a nizza, a zire) che si praticava avendo come attrezzi un bastone di circa 50 cm. di lunghezza (la mazza) ed altro lungo circa 15 cm. (i mazzitte), al quale ultimo gli apici erano stati appuntiti. Si estraeva a sorte chi dovesse tirare per primo (di solito toccandosi sul petto nel ripetere la filastrocca ”A-nghi-ngo \ tre galline e tre capo \ per andare alla cappella \ c’era una ragazza bella \ che cantava il ventitre \ esci fuori che tocca a te”). Si disegnava sul terreno un cerchio del diametro di circa un metro e, stando all’interno di esso, il primo ragazzo tirava per aria il mazzitto, colpendolo poi al volo con la mazza. Se non colpiva, il ragazzo aveva diritto di ripetere lancio e tiro, ma se ancora sbagliava doveva consegnare al secondo ragazzo gli attrezzi del gioco. II mazzitto, colpito, volava più o meno lontano. Gli altri ragazzi erano disposti più o meno lontani dal cerchio e se uno di loro avesse afferrato al volo il bastoncello, aveva diritto di sostituirsi al primo, cominciando a sua volta il gioco. Caduto a terra il mazzitto, il secondo ragazzo sorteggiato lo raccoglieva e lo lanciava verso il cerchio, ma il giocatore che aveva la mazza poteva a sua volta, con questa, colpire il mazzitto lanciato verso il cerchio e spedirlo lontano. Se il mazzitto cadeva nel cerchio gli attrezzi passavano a chi lo aveva centrato; altrimenti il titolare della mazza aveva diritto di menare tre colpi al mazzitto, ogni volta battendo su una delle punte, e cercando anche di colpirlo al volo mentre quello saltava, cosi allontanandolo il più possibile dal cerchio. Poi, raccolto il bastoncello, il ragazzo si riportava al cerchio-base e intanto contava i passi, ai quali corrispondevano i punti acquisiti. La mazza e il mazzitto, passavano di mano quando il cerchio era stato centrato o il bastoncello era stato afferrato nel volo. Esistevano delle varianti. La prima: invece di disegnare a terra il cerchio, si scavava sul terreno una piccola buca, la tota (termine al quale il De Nino da significato di ”tutta”) e quella era la ”base”. I giocatori lanciavano il mazzitto verso la tota ed avevano successo quando il bastoncello, cadendo, si arrestava a distanza dalla tota inferiore alla lunghezza della mazza. Altra variante: il giocatore doveva appoggiare il mazzitto su un mattone o su una pietra rilevata. Colpiva, quindi, L’apice del bastoncello con la mazza e quello saltava lontano ed in alto. Prima che cadesse a terra, il giocatore doveva cercare di colpirlo al volo per mandarlo a cadere lontano. Questa variante aveva il proprio nome: si diceva a terlerio, che ha generico significato di ”a casaccio”. In questa variante si stabiliva prima quale fosse il punteggio globale da raggiungere; il conteggio avveniva non contando i passi, ma contando quante volte la mazza era contenuta nella distanza fra il luogo estremo in cui era caduto i mazzitte e la tota. Quando si giocava in due, altro modo di contare il punteggio era quello di contare i passi mentre il titolare della mazza veniva portato a cavallucci dall’altro giocatore. A cavallucci si diceva ”’n callozza”, cioè (i)n ca(va)llozza.

I SCHIZZE (D.A.M. non conosce schizze come giocattolo, ma riporta il termine col significato ”schizzare” che pure adegua il nome del giocattolo allo ”schizzare” del proiettile.) A Villavallelonga L’attrezzo e chiamato scarecareglie (forse dal fatto che ”scarica” il proiettile). D.A.M. riporta scarecarelle come ”cerbottana”. Cannoncino ad aria compressa che sparava proiettili di stoppa. Lo si realizzava tagliando da un ramo di sambuco del diametro di circa tre centimetri un pezzo lungo 20-25 cm.; si toglieva ad esso ”L’anima” cioè la parte interna, il midollo, morbida e leggera e si otteneva cosi L’affusto del cannoncino, del calibro di circa un centimetro. Poi si tagliava da un rametto – solitamente di corniolo, che ha legno duro un tratto lungo poco meno della canna del cannone e di spessore tale da entrare nella detta canna. A parte si confezionavano i proiettili, costituiti da stoppa o filamenti di spago, masticati a lungo per renderli compatti. Introdotto un proiettile nella canna, con il bastoncello lo si spingeva molto avanti; quindi si introduceva nella canna un secondo proiettile e poi si introduceva il bastoncello: A quel punto, afferrato il cannoncino con le due mani, il bambino premeva contro il proprio petto il bastoncello che, entrando di scatto nella canna spingeva il secondo proiettile, sicché il primo, sospinto dall’aria compressa, usciva di scatto, col rumore di un piccolo scoppio, mentre L’altro, che aveva compresso L’aria, si sostituiva al proiettile espulso, rimanendo sulla bocca del cannone pronto ad essere espulso nel tiro successivo. Si giocava a chi facesse i lanci più lunghi.

I BOTTI CON IL CARBURO DI CALCIO
Era necessario entrare in possesso di zollette di carburo di calcio, utilizzato dai venditori ambulanti per alimentare le lampade ad acetilene in occasione delle feste patronali o, a Collelongo anche, fra gli altri, da l’Otto il barbiere nella sua bottega; ottenuto in qualche modo il Carburo si andava in un prato fuori del paese e trovato un barattolo usato vi si praticava al centro della base un foro, si scavava poi una piccola buca sul terreno delle dimensioni del barattolo, e in essa, riempita d’acqua, si metteva la zolletta, chiudendo la buca subito con il barattolo con il foro verso L’alto. Uno dei ragazzi otturava il foro con un dito per non far fuoriuscire il gas che, per reazione del carburo a contatto con L’acqua si stava formando e, ,, quando si riteneva che la ”carica esplosiva” fosse pronta, un altro ragazzo con una lunga mazza con all’estremità della carta accesa avvicinava il fuoco al barattolo. Naturalmente il ragazzo che chiudeva il buco si era allontanato.Si verificava uno scoppio violento ed il barattolo volava in alto J’Otto i barbiere parecchi metri, a seconda della quantità del gas compresso nel barattolo. II gioco era molto pericoloso perché il barattolo, anziche alzarsi perpendicolarmente dal suolo, poteva assumere inclinazione diversa e colpire i ragazzi che erano li intorno.

I CACAFUME.
Dentro un barattolo usato di conserva di pomodoro venivano messi dei tralci secchi di vite, che accesi facevano molto fumo. Legato il barattolo con del ferro filato alla cintola di un ragazzo, questi correva trascinandosi dietro (onde il nome del gioco) il barattolo fumoso.

LA PUPA DE PEZZA (la bambola)
Era personale della bambina, ma si facevano raffronti con quelle delle altre bambine, sicché ne nasceva una competizione. Le bambole erano confezionate dalle nonne per le nipotine. Si trattava di pupazzole di pezza fatte con i ritagli di stoffe di vario colore; spesso avevano i capelli fatti con le barbe del granturco o con altra stoffa minutamente tagliata. Le bambine giocavano a far da mamma, cullando la bambola, mettendola a letto, ecc. Con la moderna Barbie le bimbe giocano come con un’amica, cambiandole i vestitini, agghindandola, pettinandola. I Greci chiamavano la bambola Kore, cioè ”ragazza”, i Romani ”pupa” che le bambine pure avevano come una sorellina o come L’amica del cuore, e dalla quale si separavano solo quando andavano a nozze. Anche allora la pupa era di pezza ma, secondo le possibilità economiche della famiglia, spesso era di terracotta o di legno e talora persino d’avorio, con arti snodati imperniati al corpo, ed avevano corredini, anelli, collane, orecchini, braccialetti ed oggetti da toletta, come pettini, spilloni, specchi, ecc.

Museo della civiltà contadina e del lavoro

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